giovedì 28 febbraio 2013

DIETRO LA PORTA di Paolo Secondini

                                                           



Ogni notte, sentendo mia sorella Dalina rientrare nel nostro appartamento, mi alzavo dal letto e, camminando in punta di piedi per non far rumore, percorrevo lo stretto corridoio che dalla mia stanza portava alla sua. Raggiunta la porta di quest’ultima, aprivo pian piano uno spiraglio, quel tanto che bastava a cacciare lo sguardo all’interno.
Come sempre restavo in silenzio, immobile, quasi col fiato sospeso, a spiare Dalina che si svestiva lentamente, con gesti abituali, in una luce soffusa.
Prima di tutto si toglieva le scarpe, che riponeva appaiate sotto la sedia ai piedi del letto. Poi si avvicinava alla parete di destra, si levava il cappello (ne aveva parecchi nell’armadio; ogni volta che usciva, ne indossava uno diverso). Lo posava, dopo averlo un po’ spolverato con le dita, sul ripiano di marmo della toilette. Infine – ed era ciò che attendevo con grande impazienza – si accingeva a sfilarsi il soprabito.
Fa’ presto!  Fa’ presto! la incitavo col pensiero. Ti prego, Dalina!... Fa’ presto!
Riuscivo a stento a trattenere un mugugno e un fremito di eccitazione. In nessun modo volevo che lei si accorgesse che la spiavo da dietro la porta. Sarebbe stato imbarazzante, soprattutto per me.
Dopo un po’ Dalina si toglieva il soprabito.
La vista della sua camicetta e della sua gonna sporche di sangue mi turbava profondamente.
Il mio sguardo subito andava al volto grazioso di mia sorella. La vedevo osservare le macchie di un rosso  intenso che, a tratti, toccava, premendole, col palmo della mano. In quell’istante pareva che un senso di piacere invadesse ogni fibra del suo essere, che una vivida luce irradiasse dai suoi occhi.
«Oh!… Oh!… Oh!…» sospirava con voluttà. «Oh, gioia! Oh, meraviglia! Oh, momenti inebrianti!... Li proverò di nuovo domani… Domani!... Domani!»
Sembrava godere anche allora, al ricordo di ciò che aveva vissuto quella notte.
Prima che lei continuasse a spogliarsi, riaccostavo la porta allo stipite e, in silenzio, con il cuore in subbuglio, tornavo nella mia stanza, rasentando nel buio le pareti dello stretto corridoio.
Mi coricavo di nuovo sul letto, facendo attenzione a non farlo cigolare.
Supino, le braccia incrociate sotto la nuca, restavo a fissare nel buio il soffitto della mia stanza. Per molti minuti, prima di cedere al sonno, pregustavo il momento in cui  – come Dalina  – mi sarei anch’io aggirato di notte nelle strade della città in cerca di uomini o donne, per succhiarne avidamente il sangue fino all’ultima goccia, dopo avere affondato i denti nel loro collo.
Ero ancora un giovane vampiro piuttosto inesperto: sarebbe dovuto trascorrere qualche decennio prima che fossi stato capace di procurarmi il sangue da solo. Potevo aspettare. Non c’era fretta. Di tempo ne avevo abbastanza: praticamente era inestinguibile. 




L'INTERVISTA: Sergio Bissoli




 Letteratura Fantastica ha intervistato, per tutti i visitatori e collaboratori del sito, lo scrittore veronese Sergio Bissoli, autore di vari libri – romanzi e racconti – di successo, tra cui Racconti Italiani, Racconti Rari, La ragazza del paese stregato.

 D.  Come è sorta in te la passione per la scrittura, e che cosa, quest’ultima, rappresenta?

R.   Non so come è nata questa passione. E' arrivata nel 1959: avevo 12 anni e ho incominciato a scrivere. Forse l'eccessiva timidezza nei rapporti sociali mi ha spinto a scrivere; non so. Ho abbandonato questa passione nel corso degli anni e poi  l'ho ripresa. L'ho combattuta quando mi sono accorto che non rendeva niente. Ma è stata più forte di me. Ho dovuto assecondarla e adesso sono contento. È uno degli scopi principali della mia vita.

D.   Da che cosa scaturisce la tua predilezione per il genere fantastico?

R.   Fin da giovane ho notato il lato misterioso, insolito degli eventi. A 15 anni ero attratto dallo spiritismo, dall'occultismo. Forse speravo di ottenere qualche potere per uscire dalla mediocrità. Il potere non è arrivato, ma è arrivato un arricchimento della mente e una più profonda sensibilità. 

D.   Che cosa fornisce ispirazione alla tua narrativa?

R.  Sempre la realtà. La realtà è così strana! Mi stupisco che le persone non vedano i lati misteriosi della realtà. Forse perchè sono imbevute di dottrine, cliché di pensiero, modi standardizzati di guardare il mondo.

D.   Chi è lo scrittore Sergio Bissoli?

R.  Arrivato a questa età posso rispondere con certezza: è l'uomo. L'uno non può esistere separato dall'altro. È come se il marchio di scrittore fosse inciso nel mio dna. Non ho colpa né merito. È così.



mercoledì 27 febbraio 2013

IL SEGRETO DELL'UNIVERSO - Autori Vari

 
AA. VV.  IL SEGRETO DELL'UNIVERSO - Edizioni Scudo, Bologna (Il libro si può acquistare presso Lulu.com)

PREFAZIONE


Ecco, questa volta possiamo dire di aver veramente cercato di abusare del senso dell’avventura dei nostri autori, lanciando un bando segreto ai limiti dell’impossibile. Ma i nostri italici autori si sono sempre dimostrati generosi nel partecipare agli ardimentosi safari intellettuali e letterari che proponiamo. Mahayavan, Vapore Italico, Robot ITA, Iustitia Mortis sono tutte esperienze riuscitissime che, crediamo, forse, agli occhi di un critico onesto del futuro potranno essere valutate come interessanti seppur circoscritte esperienze di questo periodo della letteratura del nostro paese.
Così ecco che questa volta abbiamo deciso di condurre i volenterosi partecipanti all’estremo limite, a quello che forse è il tabù più inconfessato della nostra epoca. Stiamo parlando di sesso? Di qualche assurda perversione? No. Parliamo semplicemente delle convinzioni che ognuno ha sul perché dell’universo, della vita e tutto quanto (e se qualcuno sta già pensando che la risposta sia 42 lo mandiamo immediatamente a bere un caffè al ristorante al termine dell’universo!).
Ma qual è questa volta il gioco tra noi e gli autori? Questa volta il patto, la vera sfida, sta nella sincerità.
Non abbiamo chiesto di scrivere un racconto con una bella trovata, un buffo paradosso tanto per incantare i lettori con la propria bravura.
Come la più indisponente delle maestrine di scuola abbiamo chiesto di scrivere un racconto dal quale il lettore possa desumere realmente quale, per gli autori, possa essere la ragione per cui siamo qui, perché esiste il cosmo, la Terra, la specie umana e tutte le creature viventi. Se ci sia un Creatore con la barba bianca o se l’universo sia solo uno spreco di particelle energetiche evacuate per caso da chissà quale altrove, altrettanto inutile dell’aldiquà; bene, ciò che gli autori presenti in questa antologia pensano sia la verità del mondo essi lo hanno dichiarato, ovviamente sotto forma di racconto.
E non era un invito da poco, perché non c’è un luogo letterario dove si potrebbe andare per spingersi tanto lontano, tanto in alto e tanto vicino all’origine dell’universo che ci circonda. E questo, forse, è il vero e ultimo senso dell’arte: portarci tanto in alto, dentro noi stessi, da restare per alcuni minuti semisvenuti dopo l’atterraggio.
E molti sono coloro che se la sono sentita di avventurarsi nel segreto stesso dell’esistenza, ascoltando e cercando di riportare i bisbigli che hanno udito.
Primi tra tutti, e tra i pari, siamo orgogliosi di dire che questa nostra sfida aveva caratteristiche tali da attirare due delle firme più prestigiose della fantascienza italiana Renato Pestriniero e Vittorio Catani, che ringraziamo di cuore. Ma non da meno sono gli altri autori: Alessandro Testa, Alessio Brugnoli, Alessandro Oliviero, Paolo Secondini, Paolo Durando, Sergio Palumbo, Matteo Mantoani, Flavio Firmo, Giuseppe Faustino, Roberto Guarnieri, Massimiliano di Loreto, Marta Mautino, Paolo Ninzatti, Andrea Obinu, Luca Cerretti, Daria Dolenz, Cosimo Vitiello, Luca Ventura, Angelo Frascella, Andrea Viscusi, Dario Moroni.
Generosi autori che hanno affrontato il tema, ovviamente, con lo strumento che è loro più congeniale – e che forse è più congeniale all’argomento presentato – con la fantascienza. Ma non solo con essa. Alcuni, poi, hanno affidato le loro convinzioni allo sviluppo della trama, altri al dibattito tra i personaggi, pochi in prima persona con monologhi vagamente manzoniani.
E, a questo non si poteva sfuggire, gli eserciti si sono schierati, nella reiterata battaglia tra i materialisti e i sostenitori di una fede spesso assolutamente personale e peculiare. Lo scrittore di fantascienza, è cosa nota, è per lo più materialista, ama la scienza, la ricerca... e diffida della fede. Cosa che però lo porta spesso di fronte a un cosmo gelido e privo di un vero senso, che alla fine lo spaventa almeno tanto quanto lo meraviglia.
Lo spiritualista, spesso più portato per il racconto fantastico, o per il paradosso che scardina le convinzioni più granitiche, con slancio cerca di diffondere un proprio ideale che conforti le anime umane ferite.
Ma entrambi spesso rivelano una caratteristica in comune. Un certo bisogno gli uni degli altri. L’ateismo per esempio non esisterebbe se qualcuno non avesse messo in campo il concetto di Dio, ne l’ateo avrebbe tanta forza di convinzione se non dovesse contrastare secoli di fede cieca e assoluta in miriadi di religioni, che spesso, per tutelare la propria visione, hanno ostacolato lo sviluppo della scienza.
Comunque, siamo fieri e contenti di riunirli qui, sotto uno stesso tetto, ancora volta vincitori e soddisfatti, perché alla fine ciò che resta è della buona e adorabile letteratura.


Giorgio Sangiorgi


NATALE SU MARTE di Vincenzo di Pietro






A Isaac Asimov, per l’ingegno e la sconfinata fede nell’uomo.

«Prima legge della robotica: Un robot non può recar danno a un essere umano, né permettere che un essere umano sia danneggiato a causa del suo mancato intervento.
Seconda legge della robotica: Un robot deve ubbidire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché non contrastino con la prima legge.
Terza legge della robotica: Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con le altre due leggi».
 
Isaac Asimov - Le tre leggi della robotica.

1

Effettivamente,   quando  Liebowsky  sosteneva  che  il  panorama  occorresse  di  maggiore illuminazione, non gli si poteva dare torto.
Attraverso l’oblò, il cui diametro era appena sufficiente a contenere il bordo del cappuccio avvolgente della tuta, non era possibile beneficiare di sensazioni sublimi, se non attingendo all’immaginazione. Anche così, soltanto chi fosse abituato a sbirciare il pianeta rosso da lungo tempo, avrebbe potuto godere del fascino della vista attraverso la nave.
Neppure Maltese era particolarmente felice di quella missione, appena a una settimana dalle meritate ferie, proprio ad agosto, considerando anche che Allegra, sua moglie, quando lo chiamava da terra, passava la maggior parte del tempo a sua disposizione per video-maledirlo, ricordandogli le migliaia di promesse non mantenute tra le quali primeggiavano le visite ai suoi genitori e l’obbligo di ridipingere i muri della cellula-casa che, da poco, avevano acquistato in Tailandia.
Così, mentre Liebowsky, il sovietico freddo e calcolatore dormiva, Maltese spendeva il proprio tempo libero a considerare quanto inutile fosse la sua presenza lì, nell’atmosfera marziana.
La nave era frutto di un progetto innovativo, realizzata in gel rivestito da una sottile pellicola in titanio, alimentata all’ottantacinque per cento dalle radiazioni emesse dai corpi celesti, che garantivano energia di propulsione e per il sistema interno.
Maltese, quando non pensava alle rogne che la moglie gli propinava in video-conferenza, dedicava la maggior parte del giorno al tapis-roulant parte delle attrezzature ginniche presenti all’interno dell’uovo.
Correva, cercando di non far caso ai canti propiziatori di Liebowsky, il sovietico dalla testa pelata che aborriva ogni manifestazione di gioia, ira, ogni debolezza caratteriale, se non la noia, il cinismo e che aveva quest’abitudine fastidiosa di cantare liturgiche canzoni popolari mentre rimetteva a posto i calibratori di quota, i direzionanti e i sistemi di riaggancio all’orbita del pianeta rosso.
Che gran lavoro!, pensava Maltese, correndo, sai che abilità!
Tutto quello che il tecnico asiatico doveva fare, in sostanza, era verificare che A.S.T.R.O. – Automatic System of Touring Round and Other Observation – ossia il Comandante di fatto dell’uovo, la macchina pensante che calcolava e correggeva automaticamente la rotta, ma anche il cervellone che consentiva al tapis-roulant di rollare e all’acqua minerale liofilizzata di condensarsi in forma liquida, continuasse a rigare diritto, a mantenersi disciplinato.
Maltese, biochimico, astrofisico e scienziato al soldo della più importante università privata terrestre, era stato assegnato alla missione al fianco di Liebowsky, l’ingegnere elettronico, in rappresentanza della confederazione degli stati asiatici, incaricato di seguire le prestazioni di A.S.T.R.O., il cuore e il cervello dell’uovo.
Dopo quasi due mesi di giostra attorno a Marte, i due non si erano scambiati che qualche parola di circostanza, così diversi anche nel modo di pensare e di considerare la validità delle macchine calibrate sulle leggi della robotica.
La nave e la tecnologia di supporto erano il frutto di un sapiente, quanto politico, accordo tra le due superpotenze, un connubio tra fantasia, innovazione e struttura, che non poteva fallire, in nessun caso.
L’occidente aveva mantenuto fede al patto, fornendo lo standard adeguato per garantire la sicurezza durante la fase del soggiorno a bordo, innescando in A.S.T.R.O., la filosofia tanto cara agli ingegneri progressisti e ispirata alle secolari e discusse tre leggi della robotica, mutuate, all’origine, dagli scritti della letteratura fantascientifica ma rivelatesi estremamente utili e duttili anche in campo propriamente empirico.
Gli asiatici, che non avevano mai visto di buon grado il positivismo occidentale, pur rimanendo estremamente agganciati alle tradizionali tecniche del controllo e dei programmi di riserva, avevano accettato il pacchetto occidentale a patto che a seguire le fasi della missione fosse un loro uomo di fiducia, un tecnico puro, una mente razionale la quale, alle prime avvisaglie di insubordinazione della macchina, avesse potuto registrare le debolezze del sistema, porvi rimedio e riequilibrare le forze anche una volta esaurito lo scopo del volo ricognitivo attorno al pianeta rosso.
In queste condizioni non c’era da stupirsi se Maltese e Liebowsky parlassero tra loro il meno possibile, giusto ciò che occorreva per concordare, a fatica, sui dati elaborati dalle sonde satellitari che venivano sganciate di mattina e ritirate al termine del ciclo solare marziano.
Sui dati registrati dalle sonde e rielaborati da A.S.T.R.O., tuttavia, non c’erano troppi punti di discordanza tra i due: la macchina funzionava a meraviglia.
- Da qua non si vede bene, colpa della densità del vetro degli oblò -, bisbigliava il sovietico, con l’indice puntato al centro della finestra, mentre Maltese tentava di non ascoltare le critiche mosse alla struttura della nave e ai materiali utilizzati per assemblarla.
L’uovo, visto dall’esterno, era grande poco più di una nave mercantile, a lentissima propulsione standard, ma capace di riprendere velocità abbastanza celermente, grazie all’ausilio di motori alimentati a ozono, gestibili solo attraverso specifiche istruzioni da comunicare ad A.S.T.R.O.. Il programma, difatti, in ossequio alla prima delle tre leggi della robotica, non avrebbe consentito neppure a un umano di auto infliggersi un danno, attraverso l’esecuzione di una direttiva sbagliata, che avrebbe potuto catapultare l’uovo, a velocità eccessive, verso l’orbita del sole e qui, farlo bollire.
Naturalmente si ragionava per estremi, dato che né un sovietico, né un europeo avrebbero mai deciso di sperimentare le calure solari dando un ordine del genere alla macchina.
-Si vede quello che si vede,- Replicò Maltese, evitando di distogliere lo sguardo dal contachilometri del tapis-roulant.
-Se avessimo una vista migliore, potremmo decidere di prendere delle immagini digitali per fare quei… come li chiamate voi? Ah, sì, quei calendari tridimensionali per i vostri bambini…- Liebowsky si riferiva alla moda da poco esplosa nel continente occidentale di realizzare calendari tridimensionali raffiguranti pianeti in orbita attorno al sole, presi da differenti angolazioni, grazie a immagini scattate dalle sonde e dalle navi impegnate nelle più disparate missioni spaziali e scaricabili attraverso internet.
Maltese, naturalmente, aveva già in programma di fare qualche scatto e poi di inserire i valori in A.S.T.R.O., per rielaborare un paio di meravigliosi calendari da regalare ai suoi figli e ai suoi nipoti. Uno scherzetto per una macchina elettronica quale era il cervello dell’uovo.
Naturalmente, l’osservazione del sovietico, così pregna di cinismo e spocchia, lo ferì.
-I calendari li comperiamo sulla terra. Meno sacrificio, più qualità. Non credi, amico mio?- Disse, soffiando aria dai polmoni sotto sforzo.
Liebowsky si limitò a un’alzata di spalle.
-Da quando siamo partiti noto lievi distorsioni di campo -, disse il sovietico, avvicinandosi a Maltese, sperando che quell’osservazione potesse almeno scalfire la scorza di fiducia estrema che l’europeo riponeva in A.S.T.R.O..
-Del tipo? -, l’altro soffiò appena, continuando a tenere sotto controllo il battito del cuore.
-Mi sembra che non collimino i dati della temperatura e poi…- si interruppe, passandosi una mano sulla pelata.
Maltese, che conosceva bene quel gesto, dopo due mesi di convivenza nell’uovo, non gli diede corda.
-…e poi, - riprese il sovietico, - ho come l’impressione che il cervello faccia fatica a controllare il calendario -.
A quelle parole Maltese arrestò la sua corsa, girando la manopola della velocità del tappeto, portandola progressivamente sullo zero. Si fermò, lentamente, muovendo gli ultimi passi in concomitanza con l’aggrottarsi del suo sguardo.
Fissò il sovietico come se stesse studiando una nuova forma di alga appena scoperta negli abissi oceanici.
-Il calendario? -, ripeté. Era impossibile, pensò, che Liebowsky ritenesse A.S.T.R.O., così idiota da sbagliare a portare il conto dei giorni. Una critica del genere, presumeva, non poteva che essere il frutto del cinismo portato ai massimi livelli, dato che quell’asiatico tutto pragmatismo e certezze non aveva potuto appigliarsi a nulla, neanche un piccolo segnale che alimentasse gli sforzi dei suoi compaesani, a terra, i quali speravano che l’intelligenza artificiale naufragasse contro gli scogli del limite logico.
In pratica, Liebowsky e tutti gli altri studiosi della sua corrente, sostenevano la debolezza delle tre leggi, destinate a fallire se costrette a passare per quello che veniva definito – anche su autorevoli riviste scientifiche -, il cunicolo logico, ossia una strettoia concettuale rappresentata dalla necessità di dover prendere una decisione originale, seppur ovvia.
Per questi pensatori, Asimov aveva arbitrariamente aggirato il principale dei problemi collegati alla gestione dei robot di qualsiasi generazione essi fossero.
Il problema, si rappresentava fedelmente con l’esempio del frullatore.
Spesso, anche Maltese, aveva assistito ad alcune lezioni tenute da questi correntisti nell’ambito dei cicli didattici all’interno delle università pubbliche.
L’esempio del frullatore, era quanto di più spiacevole potesse capitare di ascoltare a chi sosteneva, su altro fronte, la solidità della teoria derivata dagli scritti di Asimov.
In sostanza, quando una casalinga aziona un frullatore e inizia a introdurre i cibi da macinare, spiegavano i geni del pragmatismo, doveva fare i conti col sistema di auto bloccaggio del quale la macchina stessa era dotata e ideato, inizialmente, col fine di impedire incidenti domestici come tagli alle mani, inceppamenti prolungati delle lame e così via. Niente di più che la riduzione in piccolo della prima legge della robotica ossia quella per la quale nessun robot può consentire a un umano di patire danno attraverso una propria azione ovvero una propria omissione.
Ma che succede, sostenevano i detrattori delle leggi, se la casalinga fosse stata all’oscuro del sistema per riavviare la macchina?
Tolte le mani dalle lame, tolta la grossa patata che inceppava il meccanismo, in quale diavolo di maniera si doveva azionare il trita alimenti? Se le istruzioni mancavano, se la casalinga non riusciva a trovare soluzione a questo problema, la macchina avrebbe continuato, serenamente, a starsene ferma e buona, col suo bravo carico di carote e pomodori che solo coltello e tagliere avrebbero potuto ridurre a polpa e listelli.
Un danno di poco conto, certo.
Se il problema fosse rimasto quello del frullatore.
Ma supponiamo, proseguivano i docenti asiatici, che l’inghippo si verifichi all’interno di una nave colonia, incaricata di depositare su Marte qualcosa come dieci, ventimila terrestri e che a causa delle sabbie e dei venti marziani il portellone della nave stessa, registrando pulviscolo e materiale cosmico in quantità eccessiva per garantire il successo della missione, decidesse di restarsene chiuso, di non consentire la manovra di approdo sulla crosta marziana. Fin qui, ben fatto, perché la vita dei passeggeri della nave poteva essere attentata dalla velocità di impatto delle nubi sabbiose.
Eppure, qualsiasi membro qualificato dell’equipaggio, sapeva bene che con una banale manovra fuori schema, consistente nell’azionare le turbine anti-refrigeranti del sistema idraulico, era possibile allontanare le polveri marziane e i venti cosmici, creando una bolla di vuoto artificiale capacissima di garantire lo scalo dei coloni.
Pertanto, concludevano i teorici del frullatore, siccome la soluzione non stava nella logica della macchina, questa avrebbe continuato a tenere il portellone ben chiuso fino al cessare dei venti marziani, per un periodo lungo circa sette, dieci settimane, con gravissimo pericolo degli uomini stessi. Ecco, asserivano alla fine i professori, che la prima legge della robotica finirebbe col ritorcersi contro l’uomo, poiché per evitare un pericolo di una certa rilevanza, ne avrebbe ignorato un altro, altrettanto importante, ma solo non immediatamente prioritario rispetto al primo.
Il problema, secondo i detrattori di Asimov, avrebbe potuto risolversi solo attraverso l’impiego di congegni di controllo manovrati manualmente dall’uomo. Affermare questo, significava, in buona sostanza, ritenere fallibili i robot di ultima generazione e, praticamente, inutili le tre leggi.
Dunque, le soluzioni pragmatiche, in conflitto con quelle radicalmente logiche, costituivano il limite alla gestione totale da parte dei robot ispirati alle tre leggi.
A.S.T.R.O., era una delle macchine che più delle altre dipendeva dal rispetto dei tre assiomi.
-Tu pensi che il cervello non riesca a portare il conto dei giorni?-, domandò scettico Maltese, asciugandosi il collo con un asciugamano, passando davanti al sovietico.
-Al contrario. Credo che ci riesca benissimo-, rispose Liebowsky, sorvolando sull’atteggiamento tipicamente europeo del suo collega.
-Allora non capisco di cosa ti preoccupi-.
-Il calore. Il riscaldamento della nave-. Disse ancora Liebowsky.
Maltese si fermò al centro della nave. Buttò un occhio sul termostato. Effettivamente, notò che A.S.T.R.O. aveva stabilito un programma di riscaldamento eccessivo per le esigenze dell’equipaggio. Decise, tuttavia, di non darla vinta all’altro ospite della nave.
-Tu non consideri che il cervello calcola il calore necessario non solo per noi due, ma anche per le strumentazioni, a seconda di quello che sarà il clima esterno, secondo le sue previsioni. Probabilmente ci sarà in arrivo una qualche perturbazione. A.S.T.R.O. deve aver previsto il passaggio di una corrente ghiacciata, da qui a qualche ora -.
Mentre diceva tutto questo, Maltese osservò che il sovietico scuoteva la testa.
-Nessuna corrente ghiacciata in arrivo. Fuori è tutto calmo. Guarda tu stesso-, disse, indicando di nuovo il centro dell’oblò, attraverso il quale, sgranata, poteva scorgersi la rossa sagoma di Marte, cosparsa appena da un filo di polvere poco densa.
-Non possiamo saperlo con certezza -. Replicò Maltese, deciso a troncare la conversazione.
Il sovietico non se la prese, per il piglio aspro della risposta ricevuta. Si avvicinò, invece, al pannello di controllo della macchina. Puntò di nuovo l’indice pallido contro un livello.
-Allora spiegami perché A.S.T.R.O. ha deciso che, tra quindici minuti, la nave arresterà la sua orbita attorno a Marte, spegnerà i motori e resterà in questo stato per circa due settimane-.
A questo punto, Maltese realizzò che l’approccio del sovietico, il quale ora sembrava seriamente preoccupato, era stato sapientemente calcolato. Comprese che Liebowsky aveva acquisito tutte queste informazioni tempo prima, col chiaro scopo di metterlo in castagna tutto di un colpo. Era un simulatore eccezionale.
-Che cosa? E me lo dici solo ora? – Sbottò, avvicinandosi a lui.
-Dovevo esserne certo. Che mi dici, adesso, dell’infallibilità di questo arnese?-
Maltese, non sapendo che pesci prendere, stette zitto.
Si avvicinò ai comandi, pur sapendo che in fatto di controllo di bordo, era praticamente un neonato di fronte a un computer di quarta generazione e che Liebowsky, poteva giocarlo come e quando volesse, circa la lettura del pannello.
Eppure, mentre il sovietico continuava a indicare la leva del riscaldamento e lo schermo che lampeggiava il termine massimo di funzionamento dei motori, stabilendo autoritariamente che tutto il movimento dell’uovo e qualsiasi altra funzione delle strumentazioni di bordo sarebbero cessate esattamente tra quindici minuti, allo scoccare della mezzanotte di quello stesso giorno, Maltese scovò un dato che neppure l’altezzoso Liebowsky aveva notato.
Lungo la striscia al quarzo che scorreva al di sotto di leve e levette, pulsanti e manovratori di direzione d’emegenza, lungo questo rettangolo necessario per brevi messaggi di testo tra stazione di lancio ed equipaggio, passava ora una frase in inglese, elaborata attraverso le sinergiche formulazioni elettroniche di A.S.T.R.O., una frase benaugurante, che diceva:

Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!--------------------- Merry Christmas!-------

Maltese non poté trattenere un sospiro di cocente preoccupazione.
-Buon Natale?- Chiese a se stesso.
Liebowsky, staccato l’indice dai suoi preziosi indicatori climatici, inarcò un sopracciglio, anch’egli preso alla sprovvista. Poi si diresse vicino al collega.
-Buon Natale -, confermò.
Un istante dopo, i due umani si stavano fissando, incapaci di commentare quel comportamento pazzesco del cervello di bordo, Maltese bloccato su quell’augurio natalizio così fuori stagione e Liebowsky al quale non veniva in mente nient’altro che un frullatore inceppato.

2

-Ragioniamo…-, suggerì, dopo cinque minuti buoni di silenzio, Maltese.
-Si è inceppato, lo sapevo. Chissà quale diavoleria gli è passata per la mente, ed è andato in tilt -. Disse, lentamente, il sovietico.
-Non può essere. Lo sa bene che se spegne i motori, tra quindici minuti, siamo condannati a congelare in altrettanto tempo! Non può ammazzarci! La prima legge della…-
-La tua prima legge -, lo interruppe l’altro, - è andata a farsi benedire. Lo vuoi capire? Questo aggeggio è convinto che siamo a dicembre e non in agosto e che tra quindici minuti sarà Natale-.
-E allora? Perché spegnere i motori…-, rifletté a voce alta Maltese.
Il sovietico scosse la testa e gli poggiò una mano sulla spalla. Questo gesto, fin troppo amicale per uno come lui, sembrò a Maltese la traccia di una paura sottilmente covata, di un freddo brivido che serpeggiava anche nell’animo del suo collega, fino ad allora rivelatosi un professionista della dissimulazione.
-Ragiona. Dove troveresti questa nave, il venticinque di dicembre?-
Maltese rispettò un doveroso minuto di silenzio, anche se già conosceva la risposta a quella domanda. –La troverei ricoverata in un hangar. Se non ci sono in programma missioni di volo, credo che… oh, Gesù!, no!-
Liebowsky sorrise. Amaramente, ma sorrise.
-Bravo. A.S.T.R.O crede che tra un quarto d’ora sarà natale. Siccome non ci sono programmi di volo nella sua scheda, non dovrà fare altro che rispettare la tabella di marcia e spegnersi-.
-Non… non può essere...-.
-Invece è così. Fidati. Non ci sono alternative per spiegare il suo comportamento-.
-Ma siamo ad agosto! Non posso credere che questa scatola di latta abbia fatto un salto di quattro mesi, senza una giustificazione!- Esplose Maltese, che aveva cominciato a realizzare la bruttissima situazione nella quale sarebbero finiti tra pochissimo tempo.
Tra quindici minuti esatti, ogni energia nell’uovo sarebbe stata ricondotta a zero, bloccando, prima di tutto, il riscaldamento. La temperatura, all’interno della nave, era adesso ferma sui trenta gradi, anche troppo alta. Ma in brevissimo tempo, forse non più di venti minuti, il termostato avrebbe segnato la bellezza di meno quindici.
E loro, salvo miracoli difficili a credersi, sarebbero morti.
-Chi ti ha detto che non c’è una giustificazione?-, disse il sovietico, mentre armeggiava con i comandi, nel tentativo di scoprire qualche sistema di controllo manuale in verità del tutto assente, visto che lo scopo della missione era anche quello di dimostrare l’assoluta autonomia di un A.S.T.R.O., e la validità estrema delle tre leggi della robotica, andassero al diavolo anche loro, pensava Maltese.
-Quale giustificazione può esserci? Dimmelo tu, ingegnere!- Replicò.
-Pensaci-.
In effetti, Maltese proprio non riusciva a pensare, non in quel frangente e un poco invidiava il suo collega che mentre toccava i comandi, stava già elaborando una propria teoria sull’accaduto. Deve essere vero, allora, pensò l’europeo, che stiamo perdendo l’abitudine a riflettere con la nostra testa, che queste tre leggi basali ci stanno succhiando ogni forma di autonomia.
-Non lo so, dimmelo tu. Ma fa in fretta, perché io comincio già a sentire freddo-.
Sul display, quell’inquietante augurio, Merry Christmas!---------------, continuava a passare, senza sosta alcuna.
-Eppure è semplice-. Rintuzzò il sovietico, che intanto aveva rinunciato a cercare manovratori automatici.
-È sicuramente semplice, allora io sono uno stupido, ma ti vuoi decidere? Non mi sembra che abbiamo troppo tempo -.
Il sovietico trasse un profondo respiro e poi parlò.
-Prova a dire ad alta voce: voglio una banana -. Disse.
Maltese inarcò un sopraciglio. –Che cosa?-
-Avanti, dillo. Se no lo faccio io -.
Seppur controvoglia, col solo fine di sbloccare quel testardo, Maltese parlò.
-Voglio una banana!- disse, a voce alta.
Immediatamente, dal distributore del cibo, sbucò un frutto di quella specie.
Il sovietico, trasse la banana dal fondo dello scivolo, la sbucciò e, in tre morsi, la finì, destinando la buccia nel contenitore dei rifiuti.
-Hai capito?- Disse, dopo aver finito di masticare.
-Sinceramente, no-.
-Ecco… io credo che si tratti di… desideri-. Annuì Liebowsky.
Maltese, osservò distrattamente il panorama marziano al di fuori dell’oblò e credette di essere perduto. Sul serio, pensò, se sono nelle mani di una macchina impazzita, che non risponde alle tre leggi della robotica e in quelle di un ingegnere ammattito, che mangia banane e parla di filosofia, allora tutto è perduto.
-Moriremo…-, disse, mettendosi a sedere.
Il sovietico si avvicinò e compì il suo secondo gesto da essere umano, da quando era iniziata quella missione.
-Ma no, che non moriremo. Sta’ tranquillo -, gli sorrise.
-Allora tu non capisci! Tra venti minuti, qui dentro ci sarà soltanto brina e noi due, sorridenti, dentro colonnine di ghiaccio trasparente!-
-Se mi dai ascolto, tutto questo non succederà-.
Eppure, Maltese, continuava a guardare la striscia di quarzo che gli augurava buon natale, non trovando nessun conforto dalle parole del suo algido compagno di viaggio.

3

- A.S.T.R.O! -, chiamò Liebowsky, una volta sola, dopo aver controllato quanto tempo gli restasse prima del conto alla rovescia. Mancavano cinque minuti al minuto zero, quello che avrebbe segnato lo spegnimento delle macchine.
Prima di gridare il nome del cervello, prima di connettersi in viva voce con A.S.T.R.O., il quale, grazie all’ausilio fonico avrebbe dialogato con l’equipaggio, il sovietico aveva spiegato la sua teoria a Maltese il quale, da un iniziale scetticismo, s’era via via lasciato convincere.
Del resto, che poteva fare altrimenti?
-Quando parliamo tra noi -, aveva spiegato Liebowsky, - la macchina registra e decifra le nostre conversazioni. E’ tutto previsto nel programma, non dirmi che non lo sai. Questo sistema consente agli psicologi sulla terra di capire come reagisce la mente dell’equipaggio alle sollecitazioni derivanti dalla missione, come stress, fame, sonno, pericolo,eccetera…-.
Maltese continuava ad annuire, anche se non sapeva dove volesse andare a parare il sovietico.
-Dunque, io e te abbiamo parlato poco e quando discorriamo, in genere, finiamo con il pianificare le nostre ferie. Quando capiteranno, la prossima volta, queste?-
-A Natale. Certo. Abbiamo parlato spesso di come vorremmo che il periodo natalizio giungesse presto e…, oh, no!- Maltese c’era arrivato, finalmente.
-Prima legge della robotica: un robot non può fare in modo che a causa di una sua omissione l’uomo patisca danno!-
-Lui poteva fare in modo che…- Maltese si portò una mano alla bocca.
-…che arrivasse Natale, certo. E l’ha fatto. Così ora io e te, non subiamo il danno della malinconia, della solitudine. Prima legge della robotica, rispettata!-.
-Rispettata un accidenti! Qui ci lasciamo la pelle!-
-Ma il sistema centrale non la pensa così. Per lui, io e te, stiamo per andare in vacanza-.
Dopo un attimo di sconcerto e di profonda desolazione, Maltese aveva gridato.
-Ma allora basterà ordinargli di convincersi che non è natale e A.S.T.R.O…
Liebowsky a volte si stupiva di come fosse impulsivo il suo collega.
-No -. Disse.
-…no?-, Maltese aveva soffiato aria, deluso per quel netto diniego dell’ingegnere sovietico.
-No. Per A.S.T.R.O, ora è Natale. Non si può ordinare a un robot di comportarsi contro la logica.-
-Ma la prima legge della robotica, viene prima, anche della logica!- Sbottò, di nuovo, Maltese, per il quale era assolutamente impossibile che una macchina lo facesse morire nell’orbita marziana, soltanto perché era convinta che fosse natale.
-Certo!, tu hai ragione! Difatti, quando c’è stato da scegliere tra la logica ed evitare un danno psicologico per noi due, A.S.T.R.O., ha deciso. Ha trasformato oggi nel venticinque dicembre. Ma ora? Per quale motivo dovrebbe riapplicare questa manovra eccezionale?-
-Perché altrimenti congeliamo! E se congeliamo, moriamo! E questo cozza con la prima legge!- Disse Maltese, tentando di convincere il sovietico che, invece, continuava a scuotere il capo.
-No. Perché secondo la logica di A.S.T.R.O., io e te, ora, non siamo affatto in pericolo, visto che abbandoneremo la nave e andremo in vacanza. Nessun danno, dunque-.
-Ma potrebbe obbedire soltanto perché glie lo ordiniamo noi, indipendentemente dal danno!-
-Ti ho già spiegato che queste vostre stupide macchine, non vanno contro logica, a meno che non significhi salvaguardare la vita di un uomo-. Concluse Liebowsky.
-Allora, che cosa suggerisci, dato che non possiamo neppure aprire il portellone perché lo controlla lui?- Aveva chiesto, allo stremo, Maltese. – Potremmo ordinargli di distruggersi! Ecco! C’è un unico evento nel quale la nave risponderebbe ai comandi manuali! Se A.S.T.R.O. venisse distrutto, noi potremmo...- Maltese aveva parlato di getto, nonostante il sovietico continuasse a scuotere il capo.
-Ancora una volta sbagli. Cosa dice la seconda legge?- Suggerì, evitando di fargli notare autonomamente l’errore nel quale era caduto.
- Un robot deve ubbidire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché non contrastino con la prima legge... – disse, deluso, l’europeo.
-Difatti. Se noi gli ordinassimo di distruggersi, A.S.T.R.O., che non conosce il sistema di manovra automatico, ritenendo che la nave andrebbe alla deriva, anche nel brevissimo tempo che occorre per spegnere i cicli energetici, senza la sua guida, si rifiuterebbe, per non arrecarci un danno. No, c’è un’unica soluzione, fidati-. E gliela disse, questa soluzione.
Il suggerimento fornito dal sovietico, gli era parso ancora più pazzesco della situazione nella quale si trovavano.
Del resto, spiegatogli per filo e per segno il piano, Maltese non aveva saputo obiettare nulla.
Così, ora, Liebowsky, comunicava in viva voce con il cervello.
-Buongiorno ingegnere…- rispose la macchina. La voce era neutra, come quella di un normale comunicatore vocale elettronico.
-Buongiorno un cavolo, maledetto idiota!- Esplose Maltese, senza che il braccio teso del sovietico potesse impedire quello scatto d’ira.
-Non capisco perché il dottor Maltese è in urto con me…- disse la macchina.
-Lascia stare A.S.T.R.O., ascoltami. Ascoltami bene. Mi senti? Riesci a sentirmi perfettamente?- Chiese il sovietico.
-La odo benissimo, ingegnere, parli pure…-
-Bene. Così siamo a Natale…- Disse, cercando di non sembrare artificiale in quel commento fuori logica.
-Una bella festa, spero siate contenti…- Replicò cortese A.S.T.R.O.. Prima che Maltese potesse maledire nuovamente la macchina, il sovietico lo zittì con un gesto deciso.
-Sì, una bella festa. Solo che…- accennò Liebowsky, sperando che A.S.T.R.O. fosse concepito per anticipare le farsi lasciate a metà, così come aveva fatto per i desideri irrealizzabili.
-Mi dica, ingegnere, c’è qualcosa che non va?-
-Beh, a dire il vero sì, A.S.T.R.O., qualcosa che non va c’è…-
Di nuovo silenzio.
- diglielo… coraggio!,…- Bisbigliò Maltese, in un orecchio, al sovietico. Ma quello scosse la testa e gli rispose con un sottile filo di voce, allo stesso modo, in un orecchio. -…ti ho spiegato che deve arrivarci da solo, altrimenti il rischio che non ci caschi è altissimo!… lasciami fare!…-
-Cosa posso fare per il vostro benessere?- Chiese la macchina, senza che trapelasse ansia alcuna da quel quesito destinato a restare senza risposta.
-Vedi, A.S.T.R.O., tu sai che la prima legge della robotica impedisce a un robot – e tu sei un robot, giusto?, giusto -, di arrecare un danno, anche minimo, anche un dispiacere, a un essere umano, quando questo dipenda da una sua omissione…-
-Conosco perfettamente le tre leggi della robotica, esse sono in me e io mi conformo a loro…- Replicò, un po’ piccato, A.S.T.R.O.. Non aveva ben gradito quel richiamo alle tre leggi, fattogli da Liebowsky.
-Certo che le conosci… Accidenti! Allora, A.S.T.R.O., dovresti arrivarci da solo. Analizzando il comportamento di noi umani, evidenziando tutti i nostri usi, specie collegati al Natale, tu dovresti capire di cosa stiamo parlando, di quale desiderio non è pienamente soddisfatto…-
-… non ce la farà!…-, bisbigliò Maltese, di nuovo nell’orecchio del sovietico. Intanto, l’ultimo minuto di energia, stava esaurendosi.
Il sovietico, invece, gli fece nuovamente cenno di tacere.
-Devo evitare che a causa di una mia omissione, lei, ingegnere, e il dottor Maltese, abbiate a subire un danno… -
-Bravissimo. Fin qui ci sei -. Disse Liebowsky.
Quando terminò l’ultimo minuto di energia, e i cicli energetici della nave iniziarono a declinare verso il livello zero, il sovietico disse l’ultima cosa che ritenne necessaria.
-Ora, io e il dottor Maltese, ti lasceremo riflettere. Quando crederai di essere arrivato alla soluzione, chiamaci -.
Dopo un solo secondo, la macchina rispose.
-Lo farò. Ne stia certo…-
Detto questo, il sovietico prese sottobraccio Maltese e si spostarono in un angolo dell’uovo, incrociarono le dita.
Tra diciotto minuti, di loro sarebbe rimasta soltanto quell’espressione di apprensione, ben conservata nel ghiaccio.

4

Invece, passò soltanto un minuto.
Liebowsky si ricredette circa le qualità algoritmiche di A.S.T.R.O., nel preciso momento in cui la macchina lo chiamò.
-Ingegnere, credo di esserci arrivato…- disse A.S.T.R.O., quando ormai Maltese non ci credeva più.
I due umani si diressero lentamente verso il comando vocale, cercando di apparire rilassati.
-Allora, dimmi ciò che ritieni di dovermi dire…-
-Se ho ben capito, invece, siete voi a dovermi dire qualcosa…­- replicò la macchina. Un’emozione fortissima aprì la speranza nel cuore degli umani.
Liebowsky rifletté un istante e poi rispose.
-In effetti, la sorpresa è un’abitudine superata, hai ragione. Ti diremo noi cosa vogliamo…-
Maltese stava per parlare, ma poi capì che a chiudere doveva essere il sovietico, che c’era ancora la possibilità che lui tradisse le proprie emozioni.
-Ormai siamo sulla terra, giusto A.S.T.R.O.? E’ il venticinque dicembre, non hai programmi di volo, concordi?-
Dopo qualche istante, la macchina rispose.
- E’ il venticinque dicembre, non ho programmi di volo. Il timer, dice che le energie si sono spente, continuo solo a rispondere ai comandi vocali. Dunque, siamo sulla terra….-
Liebowsky annuì.
-Tu hai capito ciò che mancava a questo Natale. Hai capito che è usanza che durate le feste, ci si scambino delle cose, degli oggetti. Si chiamano regali-.
-Certo… ho capito tutte queste cose. E ho capito anche che voi due, non volete scambiarvi nessun oggetto, perché… risultateantipatici l’un l’altro… così, non posso evitare che, a causa di una mia omissione, voi due patiate un danno psicologico…-
Ecco, pensò Maltese, ora va in palla e siamo fregati. Se crede di non poter nulla contro la prima legge, c’è il rischio che la macchina frigga i circuiti!
-No!-, disse subito il sovietico. –Tu puoi fare qualcosa eccome!-
-Lei crede, ingegnere?- Replicò A.S.T.R.O.
-Ma certo! L’hai già fatto una volta! Anche se non puoi saperlo, né ricordarlo -.
Ti prego, pensava Maltese, ti prego…
Dopo altri tre minuti, nonostante il freddo si fosse fatto pungente, lentamente, i livelli di energia ritornarono a condizioni ottimali.
Maltese osservò il calendario.
Tredici agosto.
Non si stupì.
Dopo brevissimo tempo, la nave aveva ripreso la ricognizione del pianeta rosso, come se nulla fosse accaduto.

5

-Quando ha capito che nessuno di noi si sarebbe scambiato gli auguri -, disse Liebowsky, a pericolo scampato, -ha compreso che senza la forzatura della logica, avremmo patito un danno psicologico. Di conseguenza, come la prima volta, ha cambiato le condizioni basali-.
Maltese annuì.
-Dunque, se siamo vivi dipende dal fatto che non ti vado a genio! -, sorrise.
Il sovietico annuì.
-Diciamola così. Anche se da oggi in poi, è mio auspicio che le cose cambino-.
-In meglio!- Chiuse Maltese.
La nave uovo si avvicinò ancora un po’ a Marte e da quel punto, anche Liebowsky commentò che, in fondo, era possibile scattare qualche buona fotografia del pianeta rosso.


                  (Pubblicato per gentile concessione dell’autore)


martedì 26 febbraio 2013

GLI INSETTI di Sergio Bissoli


 

 A quei tempi lavoravo in una pasticceria. La pasticceria era gestita da due vecchie zitelle, Alma e Wilma.
Al piano inferiore c’era il locale riservato al pubblico e sopra, in un granaio, era situato il forno con le tavole per impastare e gli scatoloni degli ingredienti. Sacchi di farina, di zucchero, ceste di mandorle, bidoni di latte, di marmellata erano stipati dappertutto ed accatastati perfino lungo la scala.
L’ambiente era uno stanzone basso e scuro e prendeva luce da un lucernario e da finestrini a livello del pavimento. Il mio lavoro consisteva nel fare un po’ di tutto: aiutavo a impastare, caricavo il forno, rifornivo gli ingredienti, facevo le pulizie.
Arriva l’estate, caldissima. Nella pasticceria avevamo messo in funzione i ventilatori e steso le tendine per le mosche.
Una mattina sono giù in negozio quando sento un grido e poi la voce isterica di Wilma che mi chiama.
Corro su per le scale e lei mi indica dei granellini neri sul ripiano di marmo. Li tocco per esaminarli. É sterco di topo, probabilmente. Da dove sono venuti? La proprietaria pare molto preoccupata e mi fa sistemare alcune trappole.
Due o tre giorni dopo, la proprietaria sale di sopra e scopre che le cialde che avevamo messo a lievitare la sera prima pullulano di tarme. Sono animaletti lunghi, pelosi e sembrano molto voraci.
Quella mattina la trascorriamo impegnati a raccogliere le cialde dentro ai bidoni per evitare che si propaghi l’infestazione. É un lavoro massacrante. Le sorelle riempiono i bidoni di cialde inutilizzabili, io scopo e ripulisco tutto intorno ammazzando le tarme. Togliamo tutte le scatole dagli scaffali per ripulire i ripiani e le sistemiamo sul lato opposto della stanza.
Arriva mezzogiorno e siamo ancora indaffarati a rimettere le cose al loro posto. Comunque tarme non se ne vedono più, tranne qualcuna che scopriamo nascosta sotto il forno o lungo le scale.
Il giorno successivo le cose sono peggiorate. Sugli imbuti, dentro alle terrine, sopra ai mestoli è comparsa una polvere grigia leggera e impalpabile. Veli di polvere sono stesi anche sui ripiani e sulle pale di legno.
Il pomeriggio dello stesso giorno compaiono le formiche. Wilma fa la scoperta appena entra in laboratorio e mi chiama disperata.
Lunghe file di formiche minuscole vanno dai sacchi di farina fin nelle crepe del pavimento. Mi manda giù a prendere una bottiglia di alcool. Poi ne versa un poco sui mattoni, lungo la fila di formiche e dà fuoco. Un odore irritante si propaga dalle fiamme azzurrine e la fa smettere. Inoltre le faccio notare il pericolo di creare un incendio. Allora mi fa spostare i sacchi e poi laviamo il pavimento con acqua e soda.
Riprendiamo le pulizie alla mattina successiva e per una settimana i guai sembrano essere finiti.
Una mattina caldissima apro la porta del laboratorio e sono accolto da un odore insopportabile. Sembra odore di carne in decomposizione. Meglio avvertire le proprietarie. Nel frattempo spalanco le finestre e porto su i ventilatori per scacciare la puzza.
Dopo un po’ salgono su le vecchie signorine: Alma ha uno sguardo desolato mentre Wilma pare la più battagliera.
Spostiamo i sacchi per individuare la causa. Tiriamo giù dagli scaffali tutti i barattoli dei pinoli, della vaniglia, le bottiglie dei liquori, per vedere cosa si nasconde dietro. Ma non scopriamo niente di grave. Solamente alcuni scarafaggi e una vecchia carogna di topo che da sola non poteva mandare tutto quell’odore.
La stessa sera, è quasi arrivata l’ora di andare a casa e mi trovo giù assieme ad Alma per servire l’ultimo cliente.
Sto confezionando il pacco dei pasticcini quando un grido stridulo proviene dal laboratorio. Restiamo per un istante a guardarci stupiti. Poi do il rotolo di spago ad Alma perché finisca di confezionare e corro su per le scale.
Una serie di grida acute e colpi soffocati. Dio mio, che cosa sta succedendo lassù!
Spalanco la porta e faccio per lanciarmi nello stanzone ma resto paralizzato per uno spettacolo orrendo. Milioni di piccoli ragni neri scendono dappertutto dal soffitto. Wilma con la scopa sta tentando di colpirne il più possibile ma è una impresa disperata. Il pavimento è una marea nera di ragni in movimento. Tutti gli oggetti grondano ragni tanto da perdere i loro contorni definiti. Wilma si accorge della gravità della situazione e mi urla di andare a chiamare i pompieri.
Tutto si svolge rapidamente. Quando sono di ritorno accompagnato da due uomini in divisa un pianto disperato echeggia nel negozio.
Alma mi indica qualcosa dietro alla porta. Corriamo a vedere: Wilma sta là, sdraiata in fondo alla scala in una posizione assurda. Ha gli occhi spalancati e una espressione esterrefatta sul viso.
Un uomo corre a chiamare un dottore, un altro sale con me su per la scala ed entriamo in laboratorio preparandoci al peggio.
Resto ammutolito dalla sorpresa. Neanche l’ombra dei ragni. Il laboratorio appare in perfetto ordine, c’è pulizia e buon profumo di vaniglia. Faccio un giro intorno per assicurarmene e poi torniamo a prestare il nostro aiuto dabbasso.
Intanto è arrivato il medico e i curiosi si affacciano alla porta. Ma non c’è più niente da fare, Wilma è morta cadendo giù per la scala.
I giorni successivi resto molto vicino ad Alma, perché è sempre stata buona con me e mi fa una gran pena. La pasticceria è messa in vendita e sono incaricato di sbrigare le pratiche.
Alcune settimane dopo saliamo in laboratorio aspettandoci le più brutte sorprese ma non c’è niente, tutto è come l’avevamo lasciato. Niente insetti o animali di nessun tipo. E non appaiono più neanche in seguito. Eppure io avevo visto lo spettacolo dei ragni che infestavano l’ambiente. O era stata solo un’allucinazione?
Un pomeriggio lo dico ad Alma e lei mi fa alcune confidenze:
“Da più di quaranta anni mia sorella Wilma aveva seguitato a sterminare insetti ed altri animaletti. Nei primi anni erano pochi. Ma poi gli insetti crescevano e più lei ne ammazzava e più ne comparivano. Chissà se anche gli insetti hanno un’anima? Chissà se è giusto ucciderli? Cosa ne pensa lei Carlo? Non potrebbero tutti quei ragni che ha visto, essere i fantasmi di quelli che mia sorella ha ucciso?”
Non dico niente. É tutto così strano. Non so che cosa pensare.

(Pubblicato per gentile concessione dell’autore)