venerdì 30 agosto 2013

TUTTA COLPA DI ADA di Massimo Mongai

                                                  

Stavo tornando a casa mia dal supermercato notturno per via di Ada, quando mi sono visto davanti questo strano cartello e questo ancor più strano tizio che mi fa cenno di fermarmi.
-…n-non può proseguire - mi fa esitando e guardandomi strano - la strada è temporalmente interrotta
Io lo guardo strano. Temporalmente? Se mai temporaneamente.
Guardo il cartello, strano pure lui, sembra sospeso in aria, o evidentemente su plastica trasparente, non so, e c’è scritto “Strada Temporalmente Interrotta”. Mi dico che all’ANAS devono aver calato il livello nell’esame di italiano e chiedo:
- Mi scusi, ma guardi che vado di fretta. Vede io abito a 50 metri da qui, lo vede quel portone? Ecco è lì. Mi faccia passare, la prego, su sono arrivato…
- No, no, non ha capito. Ecco…- si guarda intorno come disperato, come cercando qualcuno. Noto che ha uno strano abito, sembra, non so, squamoso, e poi pare porti una felpa ed uno strano bastone a tre piedi con delle lucette al fianco. Mi dico, bah!, strani segnalatori notturni usa l’Anas oggigiorno.
- Insomma non può passare - dice netto. Con una faccia spocchiosa che di più non si può.
Mi incazzo.
Ada mi aspetta, a letto, spaparanzata e coperta di lingerie da 400 euro. Mi ha chiesto la Nutella perché mi ha spiegato cosa è capace di fare lei con la Nutella ed alcune parti del mio copro ed io ho detto ok, scendo. Ma sono 15 minuti che sono fuori e la conosco, mi si raffredda, è un tipo così o la prendi al volo o nisba.
Per cui vedendo che la strada da dove sono a casa mia è libera e dando per scontato che una multa, se mai si contesta sempre. se serve si paga, Ada ne vale la pena e dico al tizio:
- Ciao core!- ed ingrano la prima.
Vado e fatti tre metri dico tre, mi ritrovo davanti il tizio che mi fa urlando:
- LE HO DETTO CHE LA STRADA E’ TEMPORALMENTE INTERROTTA!
Non so come faccia ad aver corso tanto da passarmi davanti, ma lo evito e schizzo avanti di altri 10 metri.
- Non la vuol capire?- mi fa lo stradino dell’Anas prendendo in mano il suo bastone e puntandomelo addosso - La strada è TEMPORALMENTE INTERROTTA!!!
Mi spavento, non dico di no, e a quel punto vado dritto per dritto, accelerando per quasi tutta la strada! Questo è un pazzo!
Mi trovo davanti sempre lui. È giorno. Dietro di lui c’è quello che sembra un brontosauro che sta mangiando delle felci alte 20 metri. Libellule con una apertura alare di 50 centimetri svolazzano dappertutto
- Ma non lo vuole proprio capire? - mi dice il tizio esasperato, premendo il grilletto (?) del suo “coso”.
Ora. Io sono qui dentro da non so quanto tempo. Alcuni secoli direi. Mi pare una punizione esagerata per non essermi fermato ad un posto di blocco, sia pure temporale. O no? Scusate ma che anno è da voi? Ada come sta, che fa?

PRELUDIO A “TUTTA COLPA DI ADA” (racconto di prossima pubblicazione) di Massimo Mongai

                                            

(Tale preludio è semplicemente una mail inviatami da Massimo; mail che mi è parsa molto simpatica e interessante al punto di aver chiesto e ottenuto il permesso di pubblicarla. Il racconto vero e proprio, Tutta colpa di Ada, sarà tra breve postato sulle pagine di Pegasus Sf.)
Sono contento che ti sia piaciuto.
Il racconto è nato come reazione ad una battuta di qualcuno, mesi orsono, quasi una sfida. Lui ha scritto su web in una chat la frase "strada temporalmente interrotta" citandola come un errore di scrittura da parte di qualcun altro e mi ha quasi sfidato a farne un racconto ed io l'ho accontentato in 20 minuti! Non ti racconto questo per dirti quanto sono bravo o fanatico, perché non c'entra, non qui. Ma per dirti che sono rimasto stupito io stesso della velocità con cui l'ho scritto e, detto fuori dai denti, dalla bontà del risultato. Scrivere una cosa così veloce, autoconcludente e scriverla in 20 minuti non è cosa comune, nemmeno per uno scrittore professionista quale sono. Ho un dubbio: il dubbio di averla letta da qualche parte, come se fosse un racconto breve pubblicato in passato, ma 40 anni fa! Ho chiesto ad amici e del resto la primissima pubblicazione è stata 10 mesi fa in un thread di Romanzi di Fantascienza, ma nessuno ha detto niente ed i membri di quel gruppo sono lettori onnivori ed ossessivi di fs quindi se fosse di qualcun altro qualcuno lo dovrebbe sapere; ergo dovrebbe essere assolutamente originale e mio. Ma non riesco a liberarmi dalla sensazione che sia una memoria anamnestica, di quelle che non sai di avere.
Ti dico tutto questo per chiederti un favore: se qualcuno ti dovesse dire o scrivere sul sito, ah mi ricorda qualcosa, ti prego dimmelo!


giovedì 29 agosto 2013

IL VISIONARIO di Sergio Bissoli

                         
Le notti di fine anno le trascorriamo in stalla, io e il mio cane Whisky. In questo periodo c’è una vacca gravida e il padrone non vuole che si ripeta l’incidente dell’anno scorso quando il vitello morì per mancanza di assistenza.
La notte del 30 dicembre sono in stalla come al solito, disteso su una brandina e vengo svegliato di soprassalto. Le vacche si muovono e muggiscono. Il cane abbaia. Deve essere mezzanotte passata poiché la temperatura si abbassa sempre a quest’ora. Dalle finestre a nord entra il vento gelido di tramontana, così prendo stracci e paglia e incomincio a tappare le fessure.
Mentre sto facendo questo lavoro sento alcuni colpi battuti sulla porta della stalla e mi sembra di udire una voce che chiama. Chi può essere a quest’ora di notte?
La fattoria è isolata. Fuori la campagna è murata di buio e nebbia. Il cane abbaia forte. Le vacche sono diventate irrequiete. I colpi si ripetono e io mi avvicino alla porta per controllare.
Quando apro vedo un vecchio intabarrato con una lunga barba bianca. L’uomo tiene una sporta e si appoggia a un bastone.
“Sono un mendicante... Ho visto la luce accesa... cerco un posto dove passare la notte...”
Dopo un attimo di esitazione mi tiro da parte per lasciarlo entrare. L’uomo camminando stancamente va a sedersi su un mucchio di paglia. Si appoggia con la schiena a un palo, tira fuori del pane dalla sporta e incomincia a mangiare. Quando ha finito resta immobile con lo sguardo perduto nel vuoto.
Vorrei chiedergli da dove viene e perché si trova per strada a quest’ora di notte, ma mi trattengo. Suppongo che il vecchio si sia addormentato e non oso disturbarlo.
Invece dopo alcuni minuti egli volta la testa verso di me e parla a bassa voce:
“Esistono mondi bellissimi... coloratissimi... con piaceri mille volte superiori a quelli terrestri... In questi mondi gli uomini realizzano tutti i loro sogni, tutte le fantasie, tutti i miracoli e i desideri...”
I discorsi del vecchio suonano strani nell’ambiente povero della stalla; i muri gocciano umidità, la lucerna attaccata alla carrucola del palo centrale è annerita di fuliggine e ragnatele. Ma il vecchio sconosciuto non sembra badare a queste cose e riprende a parlare:
“Sono mondi luminosi fatti di materia sottile che vibra più velocemente. Sono mondi popolati da esseri con una coscienza più profonda, più estesa, più intensa. Una coscienza tanto diversa dalla nostra; una coscienza talmente diversa dal nostro povero insieme di percezioni e ricordi...”
“Che belle favole sai raccontare nonno” sorrido.
“Non sono favole. Io ho visto questi luoghi! Tutte le volte che mi trovo fra i mondi io posso vederli.”
Adesso si alza in piedi fra i mucchi di paglia. É alto, barbuto, e sembra un Dio antico:
“... Ma sopra questi mondi incomincio a intravedere altri mondi ancora superiori di inconcepibile, stupefacente bellezza. Io ho solo intravisto questi nuovi mondi superiori dove la luce è ancora mille volte più luminosa e la materia ancora più sottile e vibra ancora più veloce. In questi nuovi mondi il pensiero crea forme, luci, suoni e comunica direttamente con le menti degli Dèi...”
Con il trascorrere della notte anche io sono preso dalla magia di questi strani mondi. Piano piano mi immergo nelle atmosfere dei racconti di questo singolare viaggiatore dello spirito.
É quasi l’alba. Il vecchio ha smesso di parlare adesso. Egli si è allontanato per guardare la luce pallida che entra dai finestrini. Dopo qualche minuto va verso la porta ed esce fuori.
Anche io mi alzo. Corro al finestrino per guardarlo mentre si allontana.
Il vecchio cammina piano appoggiandosi al suo bastone, e va verso la luce del nuovo giorno.

martedì 27 agosto 2013

DUELLO di Paolo Secondini

                                                  

Colonia umana di Meredyn, il più grande pianeta del sistema stellare di Kongiu-Beil.
Anfiteatro di Kèphalon.
Ora meridiana.

Il robot respirava (ne aveva la facoltà essendo il modello più progredito della serie X-324) a bocca aperta, emettendo un rumore rauco, ansante.
I suoi occhi turchesi lampeggiarono vivacemente per pochi istanti. Poi la sua testa metallica, priva di orecchie e di naso (soltanto piccoli fori al posto di essi), si piegò in avanti a guardare il ventre, dal quale sgorgava un liquido verde, gelatinoso.
Cercò allora di tamponare lo squarcio con la mano, ma il liquido scorse, inarrestabile, tra le sue dita.
All’improvviso sentì che le forze lo abbandonavano, soprattutto alle gambe. Fu costretto, per non cadere, ad appoggiarsi al muro di pietra che s’innalzava lungo il perimetro dell’arena.
Il respiro divenne più corto, affannoso; le funzioni del suo organismo bionico, più limitate.
Il robot sollevò lo sguardo e rimase a osservare il proprio rivale, anch’esso un modello X-324, in piedi poco distante, impettito, a gambe larghe: il tipico atteggiamento del vincitore.
Stringeva ancora nel pugno un lungo pugnale keronico, dalla lama termica incandescente.
Con esso aveva causato il terribile squarcio all’addome dell’altro, durante il duello che si era concluso da poco.
Non c’era motivo, adesso, di accanirsi contro il ferito. Era evidente che questi ne avesse ancora per poco. Quel tipo di arma, infatti, era tremendamente micidiale.
Il robot morente non si mosse, non disse nulla (sapeva e poteva parlare), i suoi occhi lampeggiarono ancora una volta, poi restarono immobili, senza espressione. La sua testa, lentamente, reclinò sul petto.
Non un grido.
Non un lamento...
Eppure il dolore era immenso, insopportabile, ma tutto interiore, fatta eccezione per una lacrima che, pian piano, gli scivolò su una guancia, brillando come un diamante.

* * *

Nell’anfiteatro era sceso il silenzio.
Sugli spalti gli spettatori non ridevano, né urlavano, né incitavano i due combattenti.
Se ne stavano fermi, quasi col fiato sospeso, aspettando l’epilogo imminente.
Solo allora, per il vincitore, si sarebbe levata una lunga ovazione assordante. Per lo sconfitto, invece, neppure uno sguardo, né un pensiero, né una parola.
Sarebbe stato all’istante portato – da altri robot di infima serie: gli inservienti dell’anfiteatro – alla grande Fornace del Metallo, per essere fuso, rimodellato e programmato di nuovo: aspetti e funzioni sempre più simili a quelli dell’uomo.
Pronto, così, per un altro duello: unico divertimento per i minatori di quel solitario e aspro pianeta, situato nel settore L-345 del sistema stellare di Kongiu-Beil.

lunedì 26 agosto 2013

SCRIVERE FANTASCIENZA, PRIMA PARTE di Fabio Calabrese



                                               
(È con grande piacere che pubblichiamo, sulle pagine di Pegasus Sf, la prima parte di un minuzioso, interessante saggio sulla fantascienza di Fabio Calabrese.)

La maggior parte dei lavori di saggistica sulla fantascienza, ma non solo sulla fantascienza, i lavori di saggistica letteraria praticamente di ogni tipo, si pongono davanti al genere ed alle opere che sono l’oggetto delle loro esercitazioni dal punto di vista del lettore, ossia davanti all’opera come finita e conclusa, da fruire e da analizzare. Per una volta, vorrei provarmi a capovolgere l’ottica consueta e cercare di esaminare le cose dal punto di vista dell’autore.
Cosa c’è alla base dello scrivere fantascienza, a quali motivazioni risponde? Quali strategie occorre mettere in atto per produrre un’opera fantascientifica? Quali sono le strutture concettuali sottostanti? Si può dire qualcosa circa il tipo di fantasia occorrente a tal bisogna?
Ancora prima di ciò, a quali motivazioni risponde la scelta della fantascienza, piuttosto che di un qualsiasi altro genere narrativo come campo delle proprie esercitazioni letterarie? In fondo, la fantascienza è, inutile nasconderselo, un genere ed una passione “di nicchia” che interessa solo un settore minoritario fra quanti scrivono e leggono.
I meccanismi sottintesi al fatto di scrivere una certa storia in un certo modo, ci possono aiutare in definitiva a capire cosa significa scrivere (e leggere) fantascienza?
Molto spesso noi supponiamo che la letteratura nasca da esperienze effettivamente vissute da coloro che scrivono; così ci aspettiamo che chi scrive narrativa avventurosa debba aver girato mezzo mondo ed essersi andato a cacciare in luoghi esotici e lontani dalla civiltà, che chi scrive gialli debba avere familiarità con le indagini di polizia, che gli autori di narrativa erotica siano dei grandi viveur, che gli autori di romanzi storici si siano trovati vicini a vicende cruciali od a grandi personaggi, che chi scrive hard boiled sia come minimo cresciuto in un quartiere degradato di una grande città americana.
In parte, ciò è vero, ed io credo che si potrebbero fare molti esempi di narrativa tratta dalla vita: da Mario Tobino che ha raccontato nei suoi romanzi l’esperienza come direttore del manicomio di Magliano, fino a Primo Levi che ha rievocato narrativamente la tremenda esperienza dei campi di concentramento. Certamente, un discorso simile vale per Ernst Hemingway che somigliava molto ai suoi protagonisti ed ha vissuto esperienze al di fuori della portata dell’uomo comune, come la celeberrima avventura sul Kilimangiaro.
Ma lo scrittore di fantascienza come si colloca rispetto a ciò?
Alcuni lettori sono effettivamente convinti che per scrivere fantascienza sia necessario essere “addentro alle secrete cose”, avere accesso a fonti d’informazione che per l’ordinario sono tenute segrete, aver visitato la presunta base segreta “Area 51” nel Nevada, aver letto i dossier riservati del presunto naufragio alieno di Roswell e cose di questo genere, se non addirittura essere stato protagonista/vittima di un’abduction, un rapimento da parte di extraterrestri.
Che degli autori del fantastico abbiano potuto servirsi della loro competenza professionale nella loro opera narrativa, questo è innegabile, si pensi ad esempio a Tolkien, docente di filologia germanica ad Oxford, che certamente ha trasfuso nel Silmarillion e nel Signore degli Anelli la sua competenza in fatto di antiche saghe e di poemi epici medievali, e fra gli autori di fantascienza che sono scienziati (che però sono una ristretta minoranza, Isaac Asimov, Fred Hoyle e pochi altri) qualcuno possa aver tratto ispirazione per la sua opera dai risultati più avanzati della ricerca, è cosa che non si può certo escludere.
Molti anni fa, un autore italiano, l’udinese Luigi Rapuzzi, più noto con lo pseudonimo di L. R. Johannis, fu protagonista di un – discusso e poco credibile – caso di abduction, ma rapportando quest’unico caso alla generalità degli autori di fantascienza italiani, anglosassoni, di altra lingua/nazionalità, si deve per forza arrivare alla conclusione che gli autori di fantascienza non sono/sono stati soggetti a sequestri alieni con maggiore frequenza della popolazione generale, e di sicuro, quando uno scrittore descrive gli astroporti di Aldebaran, questo non significa di certo che li abbia visitati.
Perlopiù, con non più eccezioni di quante se ne riscontrino in qualsiasi gruppo di persone comunque scelto, gli scrittori di fantascienza sono persone normalissime, possono essere il vostro vicino di casa o il collega di lavoro, ed i fatti esterni della loro vita non si distinguono molto da quelli di chiunque altro, ed allora come si spiega l’apparente scollamento fra narrativa ed esperienza di vita?
In effetti, il mistero non c’è. In termini molto semplici, è possibile leggere la realtà del mondo che ci circonda al contrario, usare lo strumento letterario non per raccontare la propria esperienza di vita ma per distaccarsi da essa.
Ciò avviene, a mio parere, sulla base di due molle precise: l’insoddisfazione e la curiosità.
Insoddisfazione, che può essere intesa in due sensi, entrambi validi, e che contribuiscono entrambi a portare ad esprimersi in quel particolare settore letterario o paraletterario che è la fantascienza una persona che abbia l’attitudine necessaria per lo scrivere:
Insoddisfazione in primo luogo per quelli che sono i limiti imposti a ciascuno di noi dal fatto di essere un essere umano, vivente su questo pianeta, entro una precisa fascia temporale, un’area geografica definita, appartenente ad una determinata cultura, parlante una certa lingua, e così via.
Possiamo fare riferimento ad H. P. Lovecraft, agli “Irritanti limiti di spazio e di tempo” che ci impediscono di conoscere il brulicare di forme di vita e di civiltà che con ogni probabilità esistono sparse in gran numero nell’universo, ed alla fantasia come strumento razionalmente disciplinato che ci consente di aggirare, almeno in una certa misura, questi limiti (1).
Ancora meglio possiamo fare riferimento ad uno scritto del nostro Vittorio Catani che, parecchi anni fa, presentò sotto l’apparentemente dimessa forma di un editoriale della sua fanzine “THX 1138” quella che a mio parere rimane una delle più penetranti analisi della fantascienza. Io credo che si possa dire che Vittorio Catani abbia avuto un destino speculare al mio, nel senso che la sua riconosciuta ed indiscutibilmente elevata qualità come autore di narrativa ha finito per mettere in ombra le sue pur eccellenti doti di saggista:
“Se proviamo a partire dall'inizio (ovvero dai moventi che inducono una persona, lo scrittore in genere, a fissare sulla carta le sue fantasie) dobbiamo ricordare, col buon Freud, che "l'uomo felice non fantastica; solo l'insoddisfatto lo fa (...) e ogni singola fantasia è un appagamento d'un desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti." Chi scrive quindi rielabora materiale emergente dall'inconscio, che subirà poi un processo di razionalizzazione (e qui giocano i valori formali, i codici linguistici, ecc.) Ma non siamo ancora al perché queste rielaborazioni ci portano alla fantascienza e non, ad esempio, alla letteratura normale.
Avanzo un'ipotesi: l'insoddisfazione di chi scrive fantascienza è solitamente maggiore, o comunque è un genere di insoddisfazione peculiare, in quanto rivolta non verso persone, o oggetti, o singoli eventi, ma nei confronti dell'intera realtà, ed in un senso talmente estensivo che forse lo stesso Freud non considerava” (2).
Questo genere d’insoddisfazione è strettamente connesso con l’altra molla, quella della curiosità: siamo insoddisfatti dei limiti che ci impediscono di sapere e di comprendere, della nostra posizione di amebe in una pozzanghera, quando attorno a noi esiste un universo immensamente vasto e vario che ci sfugge, certamente questa è una delle molle più potenti che spingono verso la creazione fantascientifica.
Accanto a questo genere d’insoddisfazione, però, ne esiste un altro – meno trascendente e più concreto – che non è detto sia d’ispirazione solo in campo fantastico – fantascientifico, anzi, probabilmente informa di sé gran parte della letteratura senza aggettivi: l’insoddisfazione per come è organizzato o disorganizzato il mondo umano, delle relazioni con i nostri simili, sociali, politiche, economiche; nonostante gli enormi progressi che sono stati realizzati negli ultimi due secoli almeno nella parte “occidentale” del nostro pianeta, ancora oggi desiderare che la libertà e la giustizia sociale siano retaggio comune di tutti gli uomini, par quasi di “voler raddrizzare le gambe ai cani”; ed allora, come reazione a quest’insoddisfazione nascono spesso l’utopia, la distopia, la denuncia sociale, la satira, fonti permanenti d’ispirazione (verrebbe quasi da dire “d’istigazione”) nel campo fantastico – fantascientifico e fuori da esso.
Sul come s’inizi a scrivere fantascienza, abbiamo solitamente delle risposte comuni abbastanza ricorrenti: se si vanno a leggersi le interviste rilasciate dagli autori di fantascienza, sia italiani sia anglosassoni (almeno quelli importanti che vengono intervistati), le loro biografie o meglio ancora autobiografie, si trova che quasi tutti gli autori raccontano una storia del medesimo tipo, un episodio avvenuto di solito in età puberale o prepuberale: il pargolo si trovava bloccato a casa da un’influenza (scarlattina, morbillo, varicella) o magari in una villeggiatura noiosa in casa di qualche parente, nonno o zio, quando ha casualmente scoperto in soffitta o in cantina un baule od uno scatolone pieno di vecchi fascicoli di fantascienza (se sono italiani, di solito sono vecchi “Urania”), ha cominciato a sprofondarsi nella lettura con avidità, e da quel momento è stato catturato.
Sebbene non abbiamo testimonianze simili, tranne che in via del tutto episodica (del genere aneddoti raccontati fra amici) per quanto riguarda coloro che sono rimasti semplici lettori, sembra che in entrambi i casi sia scattato un meccanismo dello stesso genere: la fantascienza parrebbe una specie di virus a trasmissione generazionale, che magari si conserva in forma inattiva per parecchia anni sotto l’aspetto di fascicoli che ingialliscono e si ricoprono di polvere in qualche angolo buio di una vecchia abitazione.
A questo livello, la motivazione principale sembrerebbe essere soprattutto il bisogno di fuga dalla realtà (il tanto deprecato escapismo, anche se ci si dovrebbe soffermare un momento a chiedersi se un mondo dal quale tanti sentono il bisogno di fuggire, sia poi un così bel mondo); tuttavia, non penso che questo genere di motivazione sia esclusivo, e neppure prevalente in tutti i casi, perlomeno, se è lecito fare riferimento alla mia esperienza personale, so che nel mio caso non è andata così.
Per me non è avvenuto nulla di ciò, anzi in un certo senso, direi che il mio avvicinamento alla fantascienza è avvenuto nel modo contrario: non ho iniziato a scrivere racconti dapprima imitativi dopo un’abbuffata di letture, ma sono partito dallo scrivere, dapprima del tutto digiuno del genere, ed è stato naturale per me incorporare fin dall’inizio in quello che scrivevo (i miei primi tentativi erano cose illeggibili) una serie di tematiche e di domande: noi viviamo in un mondo in rapido cambiamento, e questo cambiamento è prodotto dalla scienza e dalla tecnologia. In esso va inclusa l’esplorazione spaziale che negli anni ’60 c’erano tutti i motivi per ritenere sarebbe stata assai più rapida di quel che è effettivamente avvenuto; si trattava solo di anticipare un po’ con l’immaginazione quel che il domani avrebbe portato. Io credo che questo mio approccio atipico me lo sono portato e me lo porto sempre dietro. Una volta Giuseppe Lippi, attuale direttore di “Urania”, mi disse che a suo parere la mia narrativa non è fantascienza in senso stretto, sebbene utilizzi gli stessi materiali della fantascienza e risulti – sempre a suo parere – una lettura altrettanto piacevole, ma dia un piacere diverso da quello della science fiction più classica.
Io non credo però che atipico significhi isolato, una specie di mosca bianca; probabilmente, quest’ultimo genere di motivazione è presente anche in molti altri autori e (forse un po’ meno) lettori; l’elemento centrale sarebbe la curiosità, la curiosità circa un futuro che, sotto l’impatto di scienza e tecnologia, sarà un domani certamente diverso dal presente come questo lo è dalle epoche passate, ed anche la curiosità circa l’universo che circonda il nostro piccolo pianeta, forse rigoglioso di forme di vita che non conosceremo mai, una curiosità che l’immaginazione consente di appagare almeno a livello fantastico.
Rimane l’altra domanda: se, e in quale misura i meccanismi sottintesi al fatto di scrivere una narrazione in una certa maniera, di sviluppare una narrazione secondo certe caratteristiche (ed in genere le storie di fantascienza hanno una struttura molto tipica), ci aiuti a comprendere cosa sia la fantascienza stessa.
Anche per illustrare questo secondo aspetto della questione, comincerò, se mi permettete, con un ricordo personale ormai lontano nel tempo. Eravamo a Ferrara, allo SFIR, (così allora si chiamavano le Italcon) 1978. Tra i relatori delle varie conferenze c’era Inisero Cremaschi che in quel periodo stava terminando di curare per la casa editrice Garzanti l’antologia di fantascienza italiana Universo e dintorni, sulla quale stava lavorando ormai da un paio d’anni.
Poiché tra i partecipanti alla convention e fra gli ascoltatori presenti in platea c’erano molti autori che attendevano di vedere i loro racconti pubblicati su Universo e dintorni (fra cui il sottoscritto, che vi comparve con il racconto Sheila), Cremaschi dedicò appunto all’antologia che stava preparando il suo intervento, e per prima cosa ci rassicurò dicendoci che sarebbe stata pubblicata entro l’anno. “Entro l’anno, d’accordo”, si affrettò però ad aggiungere, “ma forse voi vi chiedere entro quale anno”.
Al di là della battuta, ci raccontò però che la preparazione dell’antologia si era rivelata più laboriosa del previsto perché, non avendo potuto fare conto su di un vivaio di autori professionisti e di vecchia data, tranne qualche rara eccezione come Roberto Vacca (presente nell’antologia con il racconto Un giocattolo inutile e complicato), aveva dovuto compiere un enorme lavoro di cernita su di una gran quantità di testi di scrittori tutti più o meno dilettanti e/o alle prime armi e che noi, gli autori selezionati, eravamo il risultato di questa competizione più o meno darwiniana (3).
La cosa che qui più c’interessa, è però che Cremaschi ci raccontò che in quel lavoro ebbe modo di farsi un’idea piuttosto chiara della fenomenologia, per così dire, dello scrittore di fantascienza dilettante.
Di primo acchito si potrebbe pensare che questo genere di autori, anche fra coloro che non arrivano a produrre in definitiva qualcosa di valido, la regola sia una fantasia magari sfrenata, magari tale da creare prodotti strampalati che non si riesce poi a racchiudere in una forma od in un ordine logico; invece la realtà è molto distante da ciò: l’autore dilettante/esordiente, quello che probabilmente non riuscirà mai ad andare oltre l’esordio, è caratterizzato – ci raccontò – da una forte ripetitività; autori di questo genere sembrano rincorrersi per rubarsi, proponendole in un numero sterminato di varianti, lo stesso paio d’idee, non una di più.
Le due idee ricorrenti sono sempre, a quanto pare, le stesse:
1)“Le sentinelle”: centinaia di varianti del raccontino (geniale la prima volta che fu scritto), di Fredric Brown, La sentinella (4), nel quale ci viene illustrato il punto di vista di un soldato che riflette in un attimo di pausa della guerra ingaggiata conto mostri repellenti, alla fine del quale scopriamo che il soldato è una stravagante creatura aliena, e che i mostri repellenti siamo noi, gli esseri umani.
2)“I progenitori”: il racconto è imperniato su di una coppia, un uomo e una donna, sopravvissuti a qualche immane catastrofe che ha provocato l’estinzione di tutto il resto dell’umanità: nucleare, ecologica o quel che volete voi; alla fine del racconto scopriamo che i protagonisti si chiamano Adamo ed Eva.
Letteralmente, ci disse, un autore poco dotato sembra quasi incapace di andare al di là dal riproporre la sua ennesima variante di sentinelle e progenitori.
Ci potremmo chiedere il perché. Questo interrogativo non riguarda tanto il fatto che, evidentemente, la fantasia è più limitata di quanto penseremmo a prima vista e che, in assenza di un esercizio, di una disciplina dell’arte dello scrivere e, per quello che riguarda la fantascienza, del possesso di una cultura scientifica non rudimentale, la famosa “creatività spontanea” non approda a nulla, ma proprio perché, tende a presentarsi questo genere di narrazioni secondo uno schema così ripetitivo.
La risposta che si presenta più spontanea è probabilmente perché questo rappresenta il modo più facile di scrivere fantascienza, abbordabile anche da qualcuno che sia un assoluto dilettante. Vediamo cosa accade: in questo tipo di storie si parte da un assunto piuttosto semplice, si prende un’aspettativa che si suppone radicata nel lettore, ad esempio che la sentinella immersa nel suo soliloquio sia un essere umano come noi, oppure la tendenza a porre i protagonisti dell’altro tipo di racconti come conclusione e non come inizio di un ciclo storico, e la si viola. In questo modo il racconto, solitamente breve, definisce un mini – universo perfettamente circoscritto, al cui interno non valgono più alcune delle regole, o magari soltanto una regola del nostro mondo usuale.
Questa è, potremmo dire, la “procedura standard” che sta all’origine di un gran numero di racconti e romanzi, probabilmente la maggior parte dei racconti e romanzi di fantascienza, ma evidentemente c’è un problema: dal momento che ci viviamo dentro, capire quali presupposti, quali aspettative del nostro mondo, della nostra esperienza, potrebbero essere violate, non è poi così facile, e coloro che non hanno molta fantasia, finiscono per ricadere su di un paio di situazioni, sempre le stesse.
Io credo che sulla scorta di questa esperienza, ma non solo di questa, possiamo dire che la fantasia e la creatività sono fenomeni meno diffusi di quanto in genere non si pensi. Vogliamo dire la verità? E’ raro avere un’idea originale, non solo, ma è più probabile che un’idea originale venga a chi ha allenato la propria mente a produrne, anche se, come affermava Ruskin, “Non ci sono norme o campioni per la produzione di un gran lavoro d’arte, non sarebbe arte ma fabbricazione su misura” (5).
In generale nella nostra cultura occidentale, sotto l’influsso di una persistente tradizione di origine romantica, si tende ad accentuare la contrapposizione tra razionalità e creatività, si è preteso perfino di trovare ad esse una distinta collocazione anatomica nelle due metà del cervello: l’emisfero destro, “analogico” sarebbe la parte creativa mentre l’emisfero sinistro sarebbe la sede del pensiero razionale, il che, almeno per certi aspetti, dà l’idea di un balzo all’indietro ai primordi della psicologia, alla frenologia di Gall.
Io non vorrei adesso addentrarmi in questioni di anatomia cerebrale e fisiologia del sistema nervoso che ci porterebbero lontano, ma sicuramente a livello di quell’epifenomeno variamente chiamato “coscienza”, “mente”, “io”, nessuno dice: “Adesso uso l’emisfero destro, ora invece il sinistro”, perlomeno non nel senso in cui possiamo usare la mano destra o la mano sinistra, muovere la gamba destra piuttosto che la sinistra.
Se dobbiamo risolvere un’equazione di secondo grado o compilare la dichiarazione dei redditi, certamente ricorreremo ad una razionalità che non ha nulla di creativo, ma se vi state dedicando ad esempio alla narrativa – ammesso che se ne possa davvero parlare come di due funzioni separate – l’intreccio tra logica e creatività sarà costante.
Che si tratti di un racconto breve alla Fredric Brown o di un grande ciclo narrativo, non è possibile scrivere una storia semplicemente ammucchiando parole una dopo l’altra, e nemmeno scene o situazioni: perché questo lavoro abbia un senso, occorre che vi sia un filo logico che colleghi tutto ciò che accade a quanto è stato narrato prima ed a quanto avverrà successivamente nel corso della narrazione. Lo scrittore ideale dovrebbe avere in ogni momento un controllo completo sulla propria creazione.
Nel romanzo Le argentee teste d’uovo, Fritz Leiber immagina che esistano delle macchine, i “mulini a parole” che servono proprio a sollevare gli scrittori dalla parte più logico – meccanica del loro lavoro, in maniera da concentrarsi solo sugli aspetti creativi di esso. Un team di autori decide di fare a meno dei “mulini a parole”; si mettono tutti davanti alle rispettive macchine da scrivere, ed eccoli tutti all’improvviso colpiti dal più atroce malanno che affligge gli scrittori, la Sindrome da Foglio Bianco (6).
Al presente, nonostante i progressi dell’informatica, gli scrittori devono ancora cavarsela senza i “mulini a parole”, ed io credo che una simile invenzione tarderà ancora per un pezzo; la principale differenza rispetto al passato è che la Sindrome da Foglio Bianco si è trasformata nella Sindrome da Schermo Vuoto.
L’apologo di Leiber ha un significato preciso: senza il rigore del pensiero logico razionale cui questi autori si sono disabituati delegandolo a qualcosa di meccanico, non è che la spontaneità irrazionale, quella dei bambini, dei pazzi, degli idioti, porti poi da molte parti.
La soluzione è dunque puntare sul mestiere, anche per lo scrivere fantascienza in Italia che è un nobile dilettantismo decoubertiniano, e chi mestiere non ne ha, è costretto a ricorrere a poche formule stereotipate, “sentinelle” e “progenitori”, appunto.
La fantasia, quella autentica, cioè la capacità di “far apparire” qualcosa che prima non esisteva (etimologicamente dal greco fainomai, “apparire”), è un dono raro, ed oltre a ciò io ho il sospetto che nella nostra cultura esso abbia nettamente imboccato una spirale di decadenza.
Quando si vede alla televisione la pubblicità di giochi o giocattoli che i genitori sono invitati ad acquistare per “stimolare la fantasia” dei loro bambini, non si può vincere il sospetto che la “fantasia” dei piccoli, incanalata in una direzione prestabilita da altri, cesserà di essere tale, e l’effetto sarà l’opposto di quello pubblicizzato.
La fantascienza è probabilmente il genere narrativo che richiede l’esercizio della fantasia in misura più ampia; in misura maggiore ad esempio – a mio parere – di quella richiesta dalla cosiddetta fantasy, dove in realtà personaggi, situazioni, ambientazioni sono enormemente più stereotipati.
In realtà lo stesso termine fantasy è un equivoco che nasce dal presupposto che un genere letterario sganciato non solo dal realismo, ma anche dalla razionalità scientifica, sarebbe per ciò stesso un genere ricco di fantasia e creatività. Se non sapessimo che un tale concetto è un cascame dell’ideologia romantica con la sua presunzione di opposizione fra creatività e razionalità, verrebbe da chiedersi da dove esso nasca, tanto è in contraddizione palese con la realtà.
Veramente ci possiamo chiedere dove sia la fantasia quando c’imbattiamo, come spesso capita, in autori che non sono in grado di immaginare rapporti sociali diversi da quelli di un persistente feudalesimo, altre relazioni fra uomo e donna che quelle anteriori all’età del femminismo, situazioni e personaggi ripetitivi e stereotipati: guerrieri, eroine, stregoni e mostri; spesso non ci sanno raccontare altro che l’ennesima variante del ciclo arturiano o versioni adultizzate delle fiabe della nostra infanzia.
Bene, la differenza si vede. Proprio perché la fantasia è rara e per scrivere fantasy in realtà ne occorre abbastanza poca, ad esempio quando esisteva il premio Courmayeur ed era distinto nelle due sezioni “fiction” e “fantasy”, anno dopo anno, edizione dopo edizione, i racconti partecipanti alla sezione “fantasy” erano dal doppio al triplo di quelli della sezione “fiction”.
Io non voglio dire che non si possa o non si debba scrivere fantasy, ma se scrivere una storia di fantasy purchessia richiede decisamente meno inventiva rispetto allo scrivere fantascienza, riuscire a produrre della fantasy che sia realmente originale ed innovativa rispetto agli stereotipi ricorrenti, lo è immensamente di più.
Non è probabilmente un caso che John R. R. Tolkien, uno dei pochi autori del XX secolo che siano riusciti a produrre una fantasy realmente creativa e originale rispetto ai modelli consueti del genere, sia stato salutato come un genio; probabilmente lo era.
Uno scrittore di fantascienza dotato di maggiore fantasia rispetto a quella del raccontino a tesi delle “sentinelle” e dei “precursori” può inventare un numero illimitato di varianti del medesimo schema di base, ossia una violazione di qualche premessa od aspettativa inconscia e radicata del nostro mondo “dato per scontato”: ad esempio immaginare un mondo futuro nel quale la telepatia è diventata di uso talmente comune da rendere il linguaggio verbale desueto ed incomprensibile, nel quale le piante abbiano evoluto un sistema nervoso e l’intelligenza, mentre gli animali no; un sistema stellare nel quale gli esseri viventi sono fatti di plasma ad altissime temperature e vivano sulla superficie della loro stella, mente i pianeti sono dei pezzi di roccia freddi e morti. Le combinazioni sono praticamente infinite.
Questo tipo di operazione non è per nulla così gratuito come potrebbe sembrare: negare una premessa largamente e irriflessivamente accettata, data per scontata da tutti e vedere quali conseguenze ne derivano, è un procedimento largamente impiegato nella filosofia e nella ricerca scientifica.
Proviamo ad esempio ad immaginare che non sia vero che le idee siano il semplice riflesso nella nostra mente degli oggetto del mondo esterno, che non sia vero che i sensi bastino ad attestarci l’esistenza di una realtà fuori di noi, che non sia vero che i concetti di bene e di male chiaramente definiti ed universali siano il perno della morale, avremo le premesse delle filosofie di Platone, di Cartesio, di Nietzsche, ma il pensiero scientifico procede nello steso modo.
Proviamo a chiederci se è vero e cosa consegue negando che il sole che vediamo sorgere e tramontare ogni giorno ruoti davvero attorno alla Terra e supponiamo il contrario, che la velocità di caduta di un corpo dipenda dal suo peso e sia costante, che le specie viventi che vediamo perpetuarsi generazione dopo generazione attraverso una prole simile ai genitori siano immutabili nel tempo, che la definizione aristotelica da tutti accettata dell’uomo come “animale razionale” sia vera, che lo spazio ed il tempo, il “dove” e il “quando” siano delle costanti universali: avremo l’astronomia copernicana, la meccanica galileiana, la teoria dell’evoluzione di Darwin, la psicanalisi di Freud, la teoria della relatività di Einstein.
Si potrebbe quasi dire che ogni grande progresso nella storia della scienza è nato dalla rimessa in discussione di un presupposto comunemente dato per scontato.
Sicuramente non può essere imputato a discredito della fantascienza l’usare ordinariamente lo stesso modo di procedere, ma forse qui abbiamo qualcosa che è più di un’analogia.
Certamente scienza e filosofia sono molto distanti da quella che rimane una pura esercitazione letteraria: la filosofia ha i suoi modi, molto tecnici, di porre le domande ed escogitare le risposte attorno al mondo ed al significato delle cose, la scienza è tale perché sottopone le sue idee all’indagine ed alla verifica sperimentale, lavoro spesso arduo, lungo, costoso, ben diverso dalla situazione di chi deve combattere solo con il nitore delle pagine bianche (o dello schermo vuoto); anche se, fatto salvo il carattere oggettivo della successiva fase di sperimentazione e verifica, la scienza è nel momento della genesi delle sue idee, più simile di quanto non si penserebbe all’attività letteraria ed artistica, ma la fantascienza ha questo che la distacca dagli altri generi letterari e l’avvicina all’attività scientifica e filosofica: nasce dallo stesso non dare nulla per scontato, dallo stesso porsi interrogativi imbarazzanti, dallo stesso gusto di sconvolgere certezze date per acquisite, dalla stessa consapevolezza che finché crediamo di sapere, faremo ben pochi passi avanti nella conoscenza.
In un mio precedente lavoro, Le tre facce del fantastico (7), avevo provato a proporre un’analisi della letteratura fantastica (fantascienza, ma anche fantasy, horror e quanti altri generi o sottogeneri è possibile cercare di individuare) secondo un’ottica inconsueta, non basandomi come di solito si fa sui contenuti (suddivisione classica: se parliamo di mostri, spettri e vampiri, siamo nell’horror; spadaccini e stregoni in bilico fra il preistorico e il medievale è fantasy; se abbiamo a che fare con alieni, robot e astronavi, beh, allora siamo nella fantascienza), ma sulle strutture, e mi è parso che se ne potessero individuare essenzialmente di tre tipi:
Emblematica: è quella del racconto a tesi, del racconto – idea, dell’idea – per così dire – che racconta se stessa, La sentinella di Fredric Brown ne rimane, come abbiamo visto, l’esempio più classico.
Combinatoria: è la classica storia ad intreccio, basata sulla presentazione di situazioni e l’interazione dei personaggi; è a tutti i livelli ed in tutti i settori, fantastici e non, la forma di narrativa più diffusa.
Stilemica: quando gli stilemi, i topoi condivisi di una tradizione narrativa sono presentati in forma quasi pura: l’intreccio, la trama offrono loro un pretesto assai modesto, sono – usando un brutto termine oggi molto di moda – autoreferenziali.
La forma narrativa stilemica, sospetto abbia avuto almeno un “padre nobile” in Ludovico Ariosto; nell’Orlando Furioso dissacrando la tradizione del romanzo cavalleresco non ha egli forse messo in luce i “tipi puri” del cavaliere cortese, dell’eroina angelica fin nel nome, del mago deus ex machina e via dicendo?
Ad ogni modo, si tratta di una forma narrativa oggi molto diffusa nella narrativa sperimentale (tutta la corrente minimalista nel mainstream), ed in una certa parte della fantascienza (si pensi alla new wave). Ora però, eccettuata quest’ultima che portava nella fantascienza istanze che dalla fantascienza non nascevano, e rappresenta una fase oggi storicamente superata dello sviluppo del genere fantascientifico, quale tipo di struttura è maggiormente caratteristico della fantascienza, e perché?
La risposta è abbastanza semplice: abbiamo un gruppo di storie, essenzialmente racconti brevi, nelle quali l’elemento emblematico è presente nella sua purezza, i racconti fulminanti alla Fredric Brown ma non solo essi; e poi una serie vastissima di storie nelle quali all’elemento emblematico si somma quello combinatorio, capaci di svilupparsi attraverso centinaia o migliaia (si pensi ai grandi cicli) di pagine di narrazione; il primo, però non scompare mai, se non altro perché l’autore di fantascienza ha sempre l’ambizione di raccontare qualcosa che si svolge in un mondo diverso, dove le cose non sono così come le conosciamo.
Con la scusa di intrattenerlo (comune ad ogni genere di narrativa), la fantascienza vuole portare il lettore a riflettere sui presupposti della propria esistenza, ad instillargli almeno un piccolo dubbio che l’universo nel quale vive sia meno scontato, meno rassicurante e più ricco di potenzialità di quello che crede, e di solito la buona fantascienza ci riesce.
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NOTE
1) Howard P. Lovecraft: L’orrore soprannaturale nella letteratura (Supernatural Horror in Literature) in: Opere complete, Sugar, Milano 1973.
2) Vittorio Catani: “THX 1138” n° 5-6, Bari ottobre 1987, editoriale.
3) A cura di Inisero Cremaschi: Universo e dintorni, Garzanti, Milano 1978.
4) Fredric Brown: La sentinella (Sentry) in: Le meraviglie del possibile, Einaudi, Milano 1959.
5) John Ruskin, citato in: “Wow” anno 3° n 17, Luigi F Bona editore, Milano marzo/aprile 1977, 1^ di copertina.
6) Fritz Leiber: Le argentee teste d’uovo (The silver Eggheads) S.F.B.C. La Tribuna, Piacenza 1974.
7) Fabio Calabrese: Le tre facce del fantastico, “Futuro Europa” n 35, Perseo Libri, Bologna agosto 2003.

venerdì 23 agosto 2013

INCONTRI RAVVICINATI DEL SOLITO TIPO di Giuseppe Novellino



      Gli UFO hanno preso di mira anche la nostra Valtellina.
     Nell’estate del 2012 ci sono stati numerosi avvistamenti fra le montagne del gruppo del Bernina: dischi volanti rigorosamente in linea con la tradizione, ma anche alieni con l’immancabile bassa statura e gli occhi grandi. Il 30 settembre dell’anno scorso si sarebbe addirittura verificato un incontro ravvicinato del terzo tipo. Qualcuno, insomma, avrebbe fotografato un alieno, appollaiato fra le rocce. E in questa estate 2013, altri avvistamenti. Così sono arrivati esperti ufologi ad esaminare la situazione.
     Questi ennesimi extraterresti hanno seguito la prassi consueta, cioè si sono lasciati riprendere, ma poi hanno puntualmente fatto perdere le loro tracce, regalandoci una testimonianza che vuole dire tutto e vuole dire niente.
     Insomma, dopo il Triangolo delle Bermude e il Nevada, anche la Valtellina sta entrando nel novero dei luoghi caldi in fatto di ufologia.
     C’è qualcuno che prende la cosa seriamente. Si dice, infatti, che quest’ultimo territorio abbia attirato l’attenzione degli alieni. Pare che i misteriosi viaggiatori interstellari abbiano bisogno di un po’ di steatite, minerale di cui è ricca la zona. E naturalmente vogliono verificare questo benedetto (o, meglio, maledetto) fenomeno del ritiro dei ghiacciai. Si sa, loro ci stanno sorvegliando e sono molto interessati ai danni che stiamo procurando al nostro pianeta. Ma io non ho mai capito perché questi visitatori tengano così tanto ai nostri destini.
     Niente di nuovo sotto il sole. Anche se da noi la notizia ha fatto una certa impressione, i fatti riproducono lo schema di sempre. E l’incontro con il piccolo, scuro extraterrestre, che si è fatto fotografare e poi è sparito fra le rocce, può considerarsi a tutti gli effetti un incontro ravvicinato del solito tipo. Sono un appassionato di fantascienza. Proprio per questo la questione degli UFO mi ha rotto le palle. Sì, perché se gli alieni me li fanno passare per persone reali, a che cosa devo ricorrere per divertirmi con la fantasia?
    A detta degli esperti, la cosa va avanti da un pezzo, gli avvistamenti si perdono nella notte dei tempi, risalgono fino alle primissime civiltà. Ormai si è scritto tanto. Insomma, se ne sono dette di cose… che poi sono apparse sempre le stesse. Possibile che questi esseri misteriosi, in grado di viaggiare superando le barriere del tempo e dello spazio, vengano qui per svolazzare con i loro dischi volanti, per farsi fotografare in modo così rigorosamente dubbio? Se è vero che ci stanno sorvegliando, perché nel corso dei millenni non sono ancora riusciti a farsi un’idea di chi siamo? Loro saranno degli esseri molto più avanzati di noi, molto superiori, ma dimostrano di non avere la benché minima immaginazione. Perché non gli è scappato, almeno un volta, di fare un gesto eclatante, come quello raccontato nel famoso film di Spielberg? Potrebbero atterrare davanti alla Casa Bianca (o al Vaticano), darci una specie di ammonimento: “Guardate, noi vi stiamo sorvegliando, perciò cercate di rigare dritto”.
     Adesso anche noi valtellinesi ci sentiamo spiati dagli alieni. Ne stiamo facendo, infatti, di porcherie, soprattutto ai danni di questa nostra bellissima terra! E forse anche per noi gli UFO non sono altro che i riflessi di una coscienza sporca.
      In conclusione, prima di essere terribili o arcani, gli UFO sono noiosi.
      Personalmente mi sono stancato di loro e di questa Ufologia. Ciò che la riguarda è tutto rigorosamente documentabile, ma nulla minimamente dimostrabile. Il tedio più totale, insomma.
     Ho letto la notizia e ho sbadigliato. E, da buon valtellinese, ci ho bevuto sopra un bicchiere di “Inferno”.
     La bella stagione sta finendo, nei mesi prossimi non se ne parlerà più.
     Fino alla prossima estate…
    
  

RICORDO DI ROBERTA RAMBELLI

Roberta Rambelli – il cui vero nome era Jole Pollini (Cremona, 1928 - 1996) – è stata, senza dubbio, una delle prime e più importanti scrittrici italiane di fantascienza.
Utilizzando diversi pseudonimi, tra cui Robert Rainbell,
Rocky Docson, Hunk Hanover, Joe C. Karpati, Jgor Latychev, John Rainbell, ha pubblicato molti romanzi e racconti che, sicuramente, hanno contribuito a diffondere il genere fantascientifico nel nostro Paese.
Tra le sue opere più notevoli ricordiamo
Oltre il domani, Senza orizzonte, Alla deriva nello spazio.

giovedì 22 agosto 2013

CACCIA GROSSA di Matteo Bigarella




A certe cose non ci si abitua mai, pensò il Monco.
Faceva il disinfestatore da trent'anni, e ancora non sopportava il caldo del deserto.
Accucciato dietro a un grande masso sulla sommità del crinale, il Monco afferrò la borraccia che gli pendeva dal collo e bevve una lunga sorsata avida.
Poi lo vide.
Un Obbrobrio caracollava per la pietraia, la testa bassa come un cane che fiuta. Doveva essere un maschio, a giudicare dalla stazza. Difficile stabilirlo, sotto tutte quelle piaghe e quegli stracci laceri.
Dannato mangiacarogne, ringhiò il Monco. Si guardò la mano sinistra. Era stato uno di quei cosi a strappargli in un morso medio e anulare, durante una delle sue prime battute di caccia. Da allora, aveva un conto aperto con gli Obbrobri.
Lasciò che si avvicinasse ancora qualche metro, poi impugnò il fucile a raggi.
Quando la testa deforme del mutante fu all'interno del mirino, il Monco sparò. L'Obbrobrio mandò un gemito più di sorpresa che di dolore, e cadde all'indietro scalciando.
Il Monco si alzò con uno scrocchio di ginocchia. Discese lentamente il crinale, sollevando una nuvola di polvere rossa.
L'Obbrobrio ormai era immobile. Il Monco gli sparò comunque un altro colpo in mezzo agli occhi. Meglio non rischiare.
Adesso veniva la parte peggiore.
Il Monco impugnò con la mano buona il bisturi laser. Trattenendo un brivido di disgusto, si inginocchiò a fianco dell'Obbrobrio e iniziò a tagliargli la testa. Nell'aria si alzò un lezzo di carne bruciata.
Anche se non gli piaceva, quello era l'unico modo per farsi pagare dai Signori delle Città.
Quando gli Obbrobri diventavano troppo aggressivi, o semplicemente troppo numerosi, e si avvicinavano alle loro cittadelle, i Signori correvano a rivolgersi a quelli come lui, i disinfestatori.
Quando però andava a riscuotere il suo compenso, ecco che tiravano sul prezzo, o accampavano scuse. Come faccio a sapere che lei ha davvero ucciso quei mostri? gli dicevano.
Il Monco allora aveva cominciato a tagliare le teste degli Obbrobri e a portarle ai suoi clienti. Ecco le teste, diceva, se volete contarle.
I Signori delle Città non tiravano più sul prezzo. Pagavano il compenso pattuito, e anche qualcosa in più, pur di levarselo di torno.
In pochi minuti completò la dissezione. La testa si staccò con un ultimo sciacquio molliccio. Lo squarcio, cauterizzato dal laser, quasi non sanguinava. Il Monco estrasse un sacco dallo zainetto e ci mise dentro la testa.
A passi lenti e pesanti, prese ad arrampicarsi sulla cresta rocciosa.
Il corpo lo lasciò là. Gli sarebbe servito più tardi da esca.
Gli Obbrobri non erano solo brutti, erano anche stupidi. Attratti dal cadavere in decomposizione del loro compagno, sarebbero accorsi in massa sul posto. E il Monco, al riparo sul crinale, li avrebbe sterminati uno dopo l'altro.
Un lavoretto facile e ben pagato.
Bisognava solo avere pazienza. E sopportare quel caldo fottuto.
Il Monco si asciugò il sudore da una guancia cotta dal sole e sospirò.
Pensare che quella una volta era terra fertile. Pianura Padana, la chiamavano gli antichi.


martedì 20 agosto 2013

IL LIBRO di Peppe Murro


                   
…ed alla fine, in quella forma che aveva traversato e sofferto tutti i cicli astrali, riconobbe se stesso.
FINE.

Rialzò la testa, sospirò di sollievo: era contento di aver finito quel romanzo…in quelle pagine aveva riversato tutto se stesso, la sua vita, i suoi pensieri, le sue emozioni.
Incrociò le mani dietro la nuca rialzando le spalle… era soddisfatto… sentì una strana spossatezza, quasi avesse temuto di non finire il libro, ma ora era tutto passato. Ed era importante averlo fatto! Si sentì felice come di fronte a un’opera d’arte…
Che strano dare tanta importanza a uno strumento del passato…! Già, ora di libri se ne vedevano ben pochi, ma gli piaceva l’idea di essere diverso e di aver scritto, come una volta si usava, una storia… di fantascienza, per giunta. Magari oggi di fantascienza ne restava poca, da quando avevano inventato i globi a propulsione gravitazionale e tutti i viaggi erano diventati più facili, tutte le avventure possibili… ma lo scritto era interamente suo, e questo gli bastava.
Ripassò con la mente le pagine che gli sembravano migliori, carezzò con leggerezza la punteggiatura, le pause, persino i margini bianchi: e chissà perché ritoccava con insistenza la sua avventura nel terzo pianeta di quel sistema marginale della galassia… un viaggio di archeologia planetaria, si disse, in quel luogo che le leggende raccontavano come l’origine di ogni cosa.
Difficile credere che quell’ammasso cupo di deserti e CO2 un tempo avesse contenuto vita e intelligenza, e che da lì fosse avvenuto il Grande Esodo… eppure le storie raccontavano che lì c’erano stati colori e stagioni, e uomini dalla diversa pelle e con lingue diverse e qualcuno si avventurava a parlare persino di musica e poesia… storie, fantasie che si liberano ancora nelle lunghe notti astrali o sogni che si coltivano durante le ibernazioni... come quello che da tempo occupava le sue notti, quel volto di donna dallo sguardo cupo che sembrava rovistargli l’anima senza lasciargli neppure l’amarezza di un sorriso mancato…
Un sogno, solo un sogno… o forse un incubo perfetto…!  pensò.
E ricordò, di sfuggita e  con una strana meraviglia, la leggenda del sogno di un uomo, che aveva sognato di Solaris, un pianeta misterioso che rendeva vivi i propri pensieri e i fantasmi interiori… bel sogno, bella storia… e si chiese, con una citazione, who knows where Solaris  revolves silent ?
Ma era tempo di prepararsi: la sua meta, il nono pianeta di Rigel A, si avvicinava e doveva pensare alla discesa. Tutto andava alla perfezione, il computer di navigazione lo aveva rassicurato, fra poco si sarebbe posato in quel mondo bluastro e strano da cui sperava di attingere nuove conoscenze o più semplicemente nuove sensazioni. Già, nuove sensazioni…perché il difficile era vincere la noia in questo tempo dove tutti potevano tutto o quasi, dove non esisteva altra regola che il proprio  ciclo  vitale da penetrare a fondo…
Forse per questo, si disse con una sarcastica saggezza che trovò subito ridicola, era diventato difficile l’amore, o l’amicizia, o la semplice conversazione fra conoscenti: sembrava che tutti fossero il centro di qualcosa, anche se tutti poi andavano spersi alla ricerca del cosa…ma erano riflessioni inutili e le scacciò con fastidio. Doveva prepararsi.
Mentre si sistemava nella gabbia pressurizzata e quella gigante blu rischiarava di strani riflessi d’alba il suo casco, canticchiò nella mente who knows where Solaris revolves silent?
Fu allora che improvvisamente capì o forse ricordò…
…ricordò che non si era salvato dal nono pianeta di Rigel, ricordò che era morto, che non aveva mai abbracciato quello sguardo, che non aveva mai finito il suo libro…  

lunedì 19 agosto 2013

L’ULTIMA CONQUISTA di Marco Viggi



                                         
Il pianeta 7-RO5 giace sotto i suoi piedi, conquistato. Despo scende dall’astronave con il petto gonfio di orgoglio furente, il cipiglio beffardo, il sorriso tirato. Trattiene smorfie di dolore: sul suo corpo centinaia di ferite aperte, tra i suoi arti ancora brandelli di tessuto di materia aliena.
Il generale in capo di tutte le forze armate dell’universo si ferma di fronte a noi soldati. L’esercito, schierato davanti a lui, si apre. Milioni di guerrieri robotizzati, macchine biologiche e androidi. Despo si vede avanzare, attraverso i nostri occhi, che sono anche i suoi.
Nell’Omnielaboratore un processo si attiva: - Processo Numero 1753921, resoconto finale guerra 7-RO5. Archiviazione dati della battaglia in corso. -
Dolori, emozioni, sentimenti, processi condivisi da tutti insieme. Ogni nostra coscienza è una piccola porzione dell’Omnielaboratore, Despo è tutto il genere umano, tutti noi siamo Despo.
- PN 1753921, registrazione post battaglia. Pianeta 7-RO5 sottomesso... -
Despo guarda negli occhi dei suoi soldati, si vede attraverso i nostri occhi.
- … Aggiornamento dati. Risorse consumate: 1,8x10^8. Risorse prodotte: 3,7x10^7. Sistema umano non autosufficiente. Sviluppo sostenibile dichiarato puerile dopo le ecoguerre del XXV secolo. Necessaria espansione... -
Despo parla. Non sarebbe necessario, ma l’umanità ha mantenuto questa abitudine per continuare ad avere processi emozionali: “Mio esercito, anche questo mondo è stato conquistato!”
Lanciamo un’ovazione che stenta a spegnersi. Despo solleva una mano ed è di nuovo silenzio.
“So quanto avete sofferto, questo assalto è stato un massacro, non lo nego. Ma ora la gloria dell’Impero Umano è totale. L’universo doveva essere reso il più efficiente possibile, per il suo bene. Adesso anche questo mondo vivrà secondo il nostro stile di vita, il migliore.”
- … Ricerca nuovi mondi da predare: fallita. Nessun nuovo mondo, tutto l’universo è in mano all’Impero Terrestre... -
“Soldati, sopravvissuti: oggi è un giorno che passerà alla storia. Tutti voi passerete alla storia. Io passerò alla storia!”
Alzo l’arma al cielo e sparo un colpo in aria. È uno spreco ma bisogna celebrare. “Despo, Despo...” comincio. Uno, due, dieci, mille mi seguono. Despo allarga il sorriso e gonfia il petto.
- … Sistema umano destinato al collasso e impossibilitato all’espansione. Unica soluzione per il bene dell’universo: spegnimento immediato. -
Su 7-RO5 come nel resto dell’universo il grande burattinaio smette di tirare i fili: tutto si affloscia, freddo, immobile. L’universo è di nuovo libero, pulito, sereno e morto.

sabato 17 agosto 2013

NEL LUOGO E NEL POSTO SBAGLIATI di Antonio Ognibene

                              
L'oggetto volante ruotava su di un lato, era bombato nella parte superiore e piatto sotto, privo di giunture, sembrava fosse stato modellato come un vaso di creta. Nel perimetro attorno al disco arancione c'era una striscia di luci colorate e intermittenti che emettevano un suono tipo i canti delle balene.
Duyenoh era solo a bordo, un esploratore cymruiano alla ricerca di nuovi mondi, una specie di apripista per i coloni.
Entrò nell'orbita di un pianeta dalle caratteristiche simili a quelle stabilite dalla delibera del Gran Consiglio di Espansione e Sviluppo.
Duyenoh aveva già visionato altri tre pianeti prima, ma erano risultati inadeguati alle caratteristiche fisiche del suo popolo. Questo invece aveva tutte le caratteristiche per essere abitato: un'atmosfera adeguata, gravità alta e forte campo magnetico, proprio come su Cymru.
- Vediamo un po' gli abitanti. - disse fra sé l'alieno.
Il computer biologico di bordo rivelò che la razza dominatrice era di fisionomia molto simile agli abitanti di Cymru, ma di tecnologia molto meno evoluta, quasi nulla a dire il vero. Il computer rivelò inoltre, che la popolazione era composta da circa un miliardo e duecentomila individui.
- Non dovrebbero esserci troppi problemi a sottometterli, sono ancora abbastanza primitivi.
Duyenoh comunicò i dati alla nave madre in orbita attorno a Stramuss 24.
Con la navicella percorse un giro attorno alla traiettoria del pianeta, poi scese con l'intenzione di prelevare dei campioni d'aria.
Poco dopo l'ingresso nella Termosfera, una vibrazione fece tremare l'intero cockpit. Il computer emise forti segnali acustici intermittenti, segnalando sul display un problema al sistema di propulsione ad antimateria. Il cyber-elmo non rispondeva ai comandi encefalici, e nemmeno quelli manuali sembravano funzionare. La gravità del pianeta iniziò ad attirare a sé il veicolo spaziale.
- Per Ylifu! - imprecò.
Il disco volante entrò nell'atmosfera e per l'attrito con l'aria si surriscaldò, trascinandosi dietro una scia di fuoco e fumo scuro. Lo pancia dello scafo arrivò a toccare anche millecinquecento gradi centigradi e oltre. Il disco aveva preso una traiettoria di discesa molto ripida e precipitava come un sasso.
Con il dispositivo anti-accelerazione messo fuori uso, il corpo di Duyenoh fu soggetto a un terribile aumento di velocità. Anche la tuta anti-G faticava a impedire alla pressione del sangue di venire spinto dal cervello verso le parti basse.
L'alieno era schiacciato sul proprio sedile con la pelle del volto che gli si increspava. Nei pugni che stringevano le due cloche avvertì delle scosse. Forse c'era ancora la speranza che i due joystick avessero ripreso a comandare il sistema manuale.
Aveva ancora qualche possibilità di poter rallentare il veicolo e portarlo nel giusto percorso per tentare un atterraggio di fortuna. Uno dei due propulsori funzionava ancora, anche se a regime limitato.
Sul KY4.4, il tipo di disco in dotazione ai perlustratori cymruniani, non c'erano vetri, come del resto in nessun'altra nave cosmica di quarta generazione del pianeta Cymru. I materiali speciali del disco riproducevano una realtà virtuale immersiva, per cui il pilota aveva una visione a trecentosessanta gradi dell'esterno, ed era al tempo stesso protetto dal solido involucro del mezzo contro i meteoriti.
La sotto tuta di Duyenoh era umida per la tensione. I muscoli contratti del volto gli provocavano dolore e affaticamento e stringeva i denti tanto da sentirli scricchiolare.
Aveva ormai attraversato quasi tutti gli strati dell'atmosfera del pianeta e adesso poteva vedere il mare e la costa, sempre più vicini.
L'altimetro era preciso e inesorabile: 9,8 chilometri all'impatto.
Duyenoh tirò indietro entrambe le leve. Un fumo rossastro fuoriuscì da delle fessure poste sotto la pancia del velivolo. Il disco entrò in vite un paio di volte, poi alzò il muso.
L'alto carico a cui era stata sottoposta la tuta anti-G ruppe lo strato inferiore dello speciale indumento, permettendo al liquido di fuoriuscire. Al pilota gli si oscurò la vista e avvertì uno strano sapore di amaro in bocca. I muscoli contratti si rilassarono, le mani lasciarono le leve e caddero sui fianchi del corpo, la testa gli si piegò in avanti con il mento appoggiato al petto.

* * *

Rattlesnake Town, Mississippi. 1849.

Il vecchio Morlee Bisset, un uomo dai lineamenti del viso forti e ben marcati, vide una sfera infuocata lasciarsi dietro una scia obliqua, che tagliava quasi in due la notte stellata. L'oggetto precipitò nel bosco dei Pappert, dietro il Big Black River.
- Dannazione, che il diavolo ti porti!
Aveva ancora la patta della ruvida calzamaglia aperta. Mentre osservava quella traccia luminosa cadere dal cielo, non si era accorto di essersi bagnato di urina la parte inferiore dell'indumento.
Fece un gesto di stizza con la mano, prese il vecchio fucile Kentucky e tornò a dormire nella baracca di legno sulla collina.


* * *

Poco prima di perdere conoscenza, Duyenoh era riuscito ad attivare il sistema autofrenante e la schermatura anticollisione che aveva permesso al disco di “schiantarsi con grazia.” Una speciale bolla aveva protetto l'abitacolo e il pilota dalle violente scosse causate dall'impatto. Era un sistema di sicurezza adottato dai caccia incursori e, per fortuna, da poco installati anche sui veicoli esploratori.
Il disco aveva lasciato un solco lungo un centinaio di metri, abbattendo parecchi alberi e finendo la corsa contro un Salice a pochi metri dalla sponda destra del Big Black River.
Le luci perimetrali erano spente, la parte anteriore dell'esploratore era coperta di terriccio e foglie. Una condensa saliva dalla parte superiore del guscio ancora bollente.
Del vapore bianco sfiatò da sopra la parte centrale e convessa dell'oggetto venuto dallo spazio. Le lamelle disposte a raggiera del portellone d'ingresso si ritirarono, mostrando un'apertura circolare e buia.
Un essere alto e dinoccolato uscì dall'abitacolo toccandosi la nuca.
- Per Ylifu e Tehutel, che botta.
Si tastò il fianco destro ed estrasse un'arma simile a un tirapugno. Lo rimise nella custodia.
- Sono precipitato su un pianeta abitato dalle caratteristiche di tipo 8. - disse, parlando da un auricolare trasparente.
- Lascio accesa la connessione affinché possiate localizzarmi. - Lo sguardo gli cadde sull'asta curva appoggiata alla guancia sinistra.
- Oh, no!
Il congegno di comunicazione non era illuminato di azzurro come al solito.
- Si dev'essere danneggiato durante lo schianto. - mormorò con sgomento.
Si portò le mani sui capelli a spazzola e fissò il buio davanti a sé.
- E adesso?
La prima cosa da fare che gli venne in mente era nascondere il disco. Per metà era già interrato, ma dovette impiegare un paio d'ore per coprire il resto.
Mentre finì di occultare la parte inferiore con le ultime fronde, udì delle grida in lontananza mescolate a latrati di cani.
Si avvicinò al Salice e iniziò ad arrampicarsi. Durante la salita gli cadde l'arma.
- Perfetto!
Il gruppo di persone emettevano forti grida di eccitazione e passarono a circa una ventina di metri da lui sparendo poi nella fitta boscaglia senza luce. Erano sagome scure di esseri piuttosto bassi e con strani copricapi.
- Devono essere proprio in uno stato tecnologico poco evoluto. - osservò Duyenoh dopo aver visto che per illuminare il sentiero si servivano di lanterne a olio.
Scese dall'albero facendo più fatica di quando vi era salito.
Una volta a terra, si mise a carponi e cercò la sua arma tra l'erba alta.
- Dove diavolo sei? - ringhiò - Saranno anche primitivi, ma averlo adesso uno di quegli aggeggi luminosi.
Si arrestò con lo sguardo fisso su un paio di stivali infangati. Alzò la testa con prudenza. Man mano che spostava il capo verso l'alto, vide in successione un paio di calzoni logori color castano chiaro e una camicia giallastra dalle maniche strappate. Poi distinse solo una fila di denti bianchi immersi nel buio.
- Aaahhh! - gridò gettandosi di lato.
Ma anche l'essere di fronte a lui, quasi più alto dell'alieno, gridò di paura e corse via verso l'argine.
- Ehi, aspetta. - urlò Duyenoh.
Si alzò e lo rincorse.
- Anche l'altro gridava, ma erano frasi incomprensibili per Duyenoh.
L'extraterrestre arrivò a un metro dall'uomo. Quello si voltò con un lamento, coprendosi il volto con le braccia.
- Calma, calma. - ripeteva Duyenoh, ma l'altro sentiva solo dei suoni senza senso: - Auoaee, Auoaee.
L'uomo indietreggiò con le spalle rivolte al fiume, e mise un piede in una parte di terreno friabile che smottò sotto il suo peso.
Duyenoh protese un braccio in avanti per cercare di afferrarlo, ma quello era già caduto nelle acque scure. La corrente non era forte ma l'uomo si dimenava, andava sott'acqua, risaliva sputando e gorgogliando frasi incomprensibili e finiva ancora sott'acqua, fintanto che i flutti lo inghiottirono.
L'alieno si sedette, ansimava e sudava. Non aveva mai visto morire nessuno prima d'ora. Anche se si trattava di un essere di un pianeta diverso dal proprio, era sempre una vita umana.
Corse verso il disco, deciso a farlo funzionare, ma poi si fermò.
Aveva la testa abbassata e la mani sui fianchi.
- Non sono un tecnico, non ci capisco niente di fissione spontanea, di acceleratori, di... Sono un esploratore, dannazione!
Raccolse una zolla di terriccio e la lanciò contro un tronco.
- Voglio andare via da qui! - gridò.
Il bosco iniziò ad assumere una tinta arancio-giallo oro.
Duyenoh aveva un piano. Di fisionomia era uguale a quella dei terrestri, forse era un tantino più alto ma le eccezioni esistono dappertutto. Perciò avrebbe dovuto procurarsi degli abiti di quella gente per mescolarsi tra loro e non destare sospetti. Per ovviare il problema della la lingua, si sarebbe fatto passare per sordomuto. La sua attuale priorità era cibarsi per sopravvivere in attesa dei soccorsi. Il disco era comunque fatto di un metallo inesistente nella natura di questo pianeta. Prima o poi lo avrebbero localizzato. Sarebbe stata solo questione di tempo.
Fece quasi un chilometro nascosto nella boscaglia, ma tenendo sempre d'occhio il fiume. Ne seguiva la corrente.
Si fermò attratto da qualcosa che spuntava da un canneto immerso nell'acqua torbida. Si avvicinò fino a immergere i piedi nella fanghiglia. Con una mano si reggeva a un arbusto secco per evitare di finire in acqua.
- Per Ylifu! È il tizio di stanotte.
Impigliato nelle canne, giaceva il cadavere dell'uomo che Duyenoh aveva visto annegare.
L'alieno strinse la mano libera al mento per riflettere. Osservava il corpo inerte, metà sommerso.
Uscì un paio d'ore dopo dal fitto bosco con indosso i vestiti del morto, li aveva asciugati al sole prima di indossarli. Adesso sembrava uno di loro.
Una stradina sterrata divideva la vegetazione da una piana di terreno incolto. Si deterse il sudore che gli colava sulla fronte e, non sapendo quale direzione prendere, andò a destra.
Durante il tragitto incrociò un calesse con due anziani signori, forse erano marito e moglie. Duyenoh sorrise e li salutò con la mano.
- Mio Dio, che schifo. - mormorò la donna.
Il marito frustò il cavallo in modo che accelerasse la corsa.
L'alieno notò lo sguardo ostile di quei due nei suoi confronti, e si era pure accorto che portavano abiti più belli e più puliti dei suoi.
Annusò il colletto della camicia e fece una smorfia.
- Puzza di pelo bagnato di Osupabe.
Era un pezzo che camminava, i piedi gli facevano male dentro quelle scomode calzature. Aveva marciato su quel percorso sconnesso ormai da due ore. Si passava la mano sulla fronte madida di sudore e sui capelli fradici.
Arrivò davanti a un cartello. Si fermò e tentò di leggere. Ma erano solo brutti sgorbi incomprensibili per lui e lo oltrepassò.
Il cartello diceva: «Benvenuti nello Stato del Mississippi. Benvenuti a Rattlesnake Town.» E a un centinaio di metri notò delle abitazioni.
A pochi passi da lui vide una ragazzina che stava attingendo acqua da una pompa, riempiendo un secchio di legno.
Duyenoh si avvicinò e le fece segno di aver sete.
La ragazza si mise a strillare come se avesse visto il Demonio e fuggì verso la città.
Non riesco proprio a capire.” Pensò Duyenoh.
Si specchiò nell'acqua del secchio e apprese di aver commesso un grave errore.
- I miei capelli. - gridò. - L'uomo di stanotte li aveva bianchi, quei due su quello strano mezzo li avevano uno giallo e l'altra neri. Questa femmina li aveva marroni. Per forza sto dando nell'occhio, i miei sono metà azzurri e metà verdi.
Su Cymru le mostrine che contraddistinguono i reparti militari di volo interplanetario sono i colori dei capelli.
I piloti di caccia li hanno blu, quelli degli intercettori, rossi con una croce nera e via dicendo. I piloti esploratori li tingono di azzurro con una ics verde. E lo stesso discorso valeva per le sopracciglia.
Devo esserle sembrato un mostro.” Pensò.
Mentre rimuginava su come poter rimediare, la ragazzina tornò accompagnata da alcuni uomini armati e dalle intenzioni poco amichevoli. Non si trattava certo di un comitato di accoglienza.

Sotto uno Stetson nero c'era la fronte ampia dello sceriffo Barret. Dietro di lui camminavano Joshua Hammer, maniscalco dal fisico massiccio e sgraziato, Dwayne “Crazy” Murray, l'addetto alla sepoltura dei morti e Tearley Widman, il proprietario del saloon, che reggeva una corda col cappio.
La ragazza indicò Duyenoh e poi cose via verso il paese.
Il gruppo avanzava, l'alieno sospettò un'azione ostile e cercò la sua arma tastandosi l'anca.
- Dannazione! - ricordò di averla smarrita nel bosco.
Gli uomini si misero in cerchio attorno a lui.
- Ne hai di fegato a far rivedere il tuo sporco muso in paese, sporca carogna.
- Spariamogli adesso, sceriffo. - disse Murray.
- No - fece Hammer - voglio vederlo soffocare attaccato a un cappio.
Duyenoh non capiva nulla di quello che si stavano dicendo quelli, decise di tralasciare l'idea di fingersi sordomuto e provare a spiegarsi in qualche modo, sia a parole che a gesti.
- Sentite, possiamo risolvere la faccenda da persone civili. - disse.
Ma a quegli uomini le sue parole risultavano incomprensibili frasi tipo: “Auouo, euaoaee. Ouooa.” Proprio come se gli mancasse davvero la lingua.
- È inutile che cerchi d'impietosirci, canaglia. - disse Hammer.
Widman sputò un grumo di tabacco ai piedi dell'alieno. - Impicchiamolo subito, allora.
Il gruppo afferrò Duyenoh e gli legarono i polsi.
- Toglietemi le mani di dosso, selvaggi primitivi! - urlò l'alieno.
Gli uomini lo portarono di fretta giù in paese.
- Devono vederti tutti appeso a una corda. - disse lo sceriffo.
- Ma perché diavolo si è tinto i capelli a quel modo? - chiese Murray ad Hammer.
- Non lo so e non m'interessa saperlo. - rispose.
- A me però non sembra mica quello di stanotte. - fece notare Murray.
- Che importanza ha? - rispose brusco Hammer.
Attraversarono la via principale del paese, tutti imprecavano contro Duyenoh e lo insultavano.
L'alieno continuava ad agitarsi e gridare nella sua lingua frasi incomprensibili a quei terrestri.
- Ti è piaciuto quando ti hanno tagliato la lingua, eh? - gli disse Hammer mentre camminavano nella polverosa Main Street. Gli parlava vicino all'orecchio, alitandogli in faccia tutto il puzzo di whisky.
Duyenoh si guardava intorno disorientato e sbigottito. Quegli edifici gli sembravano costruzioni grottesche di un incubo, e quelle persone esseri primordiali e selvaggi privi di qualsiasi etica.
Rattlesnake Town era stata edificata in poco tempo lungo i binari della ferrovia da uomini rudi e senza pretese.
L’Hotel Garraway era l'edificio principale della città, un fabbricato a due piani costruito con grosse tavole di legno e dotato di molte finestre. Si affacciava sulla polverosa strada principale. Sul retro dell'albergo stavano alcune latrine a cielo aperto.
- Cavategli gli occhi, prima. - urlò un vecchio sdentato dietro un barile vuoto, brandendo un coltello.
Accanto all'hotel stava il saloon con sopra il bordello, e di fronte l'ufficio dello sceriffo e l'emporio di Frank Goose, con padelle, lardo, pale, picconi, sacchi di patate, barili di sottaceti e merce di tutti i generi ammonticchiata alla rinfusa qua e là.
Lo stesso Goose guardava la scena divertito, tormentandosi il lobo dell'orecchio destro.
Sempre dal lato dell'albergo stavano l'officina del maniscalco Joshua Hammer e l'impresa di pompe funebri del vecchio Rufus Cunningham che se la godeva.
Alcune baracche di legno e il cimitero affollato di lapidi e croci, completavano il piccolo agglomerato urbano.
Duyenoh, stremato, venne meno. Hammer e Murray lo trascinarono a forza mentre lui balbettava frasi incomprensibili anche per se stesso.
I suoi occhi vagavano tra la gente e gli edifici con i loro strani, buffi segni dipinti sul legno: “Goose General Store, Saloon, Cunningham wheelwright & undertaker, Sheriff's Office...”
- Soneyua... Dumeso... Ogawaku... dove siete?. - sussurrava tra sé.
Widman prese la corda di Murray e la lanciò su un robusto ramo di una quercia di fronte alle pompe funebri.
C'erano anche un paio di messicani, osservavano la scena contenti di non essere loro a essere presi di mira quel giorno.
Lo sceriffo aveva lasciato il gruppo a preparare la forca. Il tutore della legge andò verso una stalla, slegò uno dei due cavalli e lo portò alla quercia, sotto l'ombra del fogliame.
Minnie Carter, una delle lucciole e ballerine del saloon corse verso lo sceriffo con uno sgabello in mano e lo appoggiò proprio sotto il ramo dove pendeva il capestro.
Tutto era pronto per l'esecuzione con la folla che urlava a squarciagola tra indignazione e divertimento.
Il reverendo Gray si avvicinò a Duyenoh con una bibbia.
- Lasci perdere, questa sporca carogna non ne ha bisogno. - disse Hammer, allontanando il sacerdote con una mano.
Gli occhi dell'alieno frugarono in quelli del reverendo metodista.
- Auoaa, aaauo... - esalò in un grido soffocato Duyenoh.
- Mi dispiace figliolo. - Si passò l'indice su un occhio, cercando di reprimere una lacrima. O forse gli era solo entrato un moscerino.
La parte di corda vicina al cappio venne unta di grasso, l'altra estremità venne legata alla sella del cavallo.
Duyenoh aveva abbandonato ogni tipo di resistenza. Guardava in alto, sperando di vedere arrivare i suoi compagni a liberarlo. Il cielo era lucente, il sole alto e giallo.
Venne fatto salire senza mezzi termini sullo sgabello, lo sceriffo tirò il cavallo per la briglia e la corda si tese. Duyenoh vomitò qualcosa di giallo. Si reggeva a stento sulle punte degli stivali.
Per colpa del colore dei miei capelli.” fu il suo ultimo pensiero.
Hammer diede un paio di calci allo sgabello.
Il corpo dell'alieno rimase sospeso a contorcersi a quasi un metro e mezzo da terra.
La folla gridò entusiasta.
L'uomo venuto dallo spazio, l'esploratore cymruiano, l'apripista per i coloni del suo pianeta, penzolava con gli occhi barrati appeso a una corda scricchiolante.
La vetrata del negozio di Rufus Cunningham rifletteva il lento moto ondulatorio dell'alieno dai capelli azzurri e verdi e dalla pelle nera.