giovedì 30 gennaio 2014

L’Ultimo Volo di Sauro Nieddu



Le lacrime cominciarono a cadere sull’asfalto, chiazzandolo di macchie d’umido irregolari. La donna anziana non si prese la briga di attivare lo schermo antipioggia. Staccò una mano dal deambulatore e se la portò alla fronte, per proteggere gli occhi dalla luce che, seppur diffusa dalle nubi, era piuttosto intensa. Guardò verso il cielo aspettandosi di vedere lo sciame di facce dai cui occhi sgorgavano le lacrime, ma non c’era alcun volto, lassù. Solo un velo uniforme di nuvole azzurro chiaro; una foschia celeste.
Com’era possibile che nessuno piangesse?
La donna riportò lo sguardo di fronte a sé, la mano sul deambulatore. Una lacrima cadde davvero, scivolando lungo la pelle rugosa del viso, staccandosi dal mento a ricadere sulla mano, mischiandosi alla pioggia che l’incorporò in un istante. Anche il volto ormai era coperto dalla pioggia, e non si poteva dire, ormai, se lei piangesse o fosse stata solo una lacrima isolata.
La donna era rimasta sola, ma non era stata la solitudine a innescare il pianto. Lei sapeva di aver vissuto appieno la sua vita, e niente più la spaventava, quella solitudine momentanea, in un certo senso era una preparazione a quella più lunga che l’aspettava, quella a cui nessuno poteva sfuggire. Ma si sentiva pronta perfino alla morte, anche se certo non era intenzionata a darsela. Non lei che ne capiva il senso profondo. Non fino a che non ci fosse stata costretta. La morte era la fine. Doveva esserlo, perché l’uomo è fatto per morire.
Allora la sua mente tornò ai giorni della gioventù, quando aveva lottato con tutte le sue forze per costruire un mondo migliore. Un mondo in cui le persone fossero libere e consapevoli.
Ricordò le lotte contro una religione che, con la promessa di una vita eterna, rendeva schiavi gli uomini in terra. Ripensò con amarezza a quanto era costato ottenere che le donne potessero mettere al mondo i figli nel modo che preferivano, invece di sottostare a regole costruite per controllarle. Alle battaglie per far sì che il suicidio, in ogni sua forma e motivazione, fosse lasciato alla coscienza individuale, senza ingerenze da parte della società; una scelta e non un peccato. Perché l’uso di qualunque droga anziché essere condannato, o incentivato, restasse nell’ambito della responsabilità di ogni singolo. Così, senza questa linfa a sostenerle, erano crollate le grandi organizzazioni criminali. Ricordò quando aveva lottato perché si smettesse, finalmente, di fare scempio della Terra, utilizzandone le risorse in modo sostenibile. Ricordò… ma perché ricordare, quando faceva tanto male?
Lei, assieme a tanti altri come lei, aveva vinto la battaglia per ottenere un governo razionale, forse il primo della storia. E i libri di storia riportavano la cronaca della loro vittoria. Eppure si guardava attorno e vedeva la loro sconfitta impressa a fuoco in tutto quel che la circondava. I muri riportavano scritto, in lettere fiammeggianti; “hai fallito!”, i segnali stradali la deridevano, i grandi cartelloni pubblicitari la sbeffeggiavano, perfino le piccole pozze d’acqua, che riuscivano a resistere per qualche istante all’asfalto auto-drenante, si prendevano gioco di lei, dei suoi sogni di gioventù, dei suoi compagni di lotta.
Ma com’era possibile? Che stupida domanda; era inevitabile. Il potere vince, sempre e sa sempre a chi concedere i suoi favori perché se ne faccia araldo.
E lei era rimasta sola. I suoi amici se n’erano andati da molto tempo, e oggi lo aveva fatto anche l’ultimo pezzo della sua famiglia. Elisabetta aveva appena tredici anni. E si era infilata, quasi senza pensarci, come fosse una decisione da niente, in una delle cabine che portavano a Paradiso.
Il sistema di gestione dati Paradiso era stato costruito una ventina di anni prima. E il primo proposito dei suoi creatori non era stato malvagio. Lo avevano fatto perché anche chi non desiderava più vivere in questo mondo non andasse del tutto perso. Così, prima che la scarica di micro-onde gli bruciasse il cervello, un calco elettronico della personalità veniva prelevato dall’aspirante suicida e inviato al computer centrale del sistema Paradiso. Lì, avrebbe goduto di un esistenza diversa, profondamente diversa da quella umana, ma a detta dei suoi programmatori, comunque molto varia.
Che grande idea! Avevano detto tutti. E lo era stata davvero. Ma da qualche anno Paradiso aveva lanciato una delle più grandi campagne pubblicitarie che si fossero mai viste. Aveva stipato le proprie cabine da viaggio (che bell’eufemismo!) in ogni angolo di ogni città del pianeta. E la gente aveva incominciato a credere che dentro Paradiso si potesse vivere una vita migliore che non nel mondo reale. Una vita oltre la morte; esattamente quel che promettevano le vecchie religioni, quelle che lei aveva combattuto con tutte le sue forze.
I capelli bagnati le ricadevano lungo il viso in ciocche argentee che somigliavano vagamente a cavi elettrici. La donna si fermò, staccò di nuovo la mano dal deambulatore per scostarne una che sfiorandole le ciglia le faceva vibrare una palpebra quasi avesse un tic nervoso.
 Si guardò attorno; i passanti, molto più sporadici che nel passato recente, camminavano indifferenti sotto la pioggia, protetti dagli schermi. Un ologramma pubblicitario, in forma di uccellino stilizzato, vagava dall’uno all’altro cinguettando le virtù di una qualche marca di biscotti al burro sintetico. Non vide nessun proiettore nei paraggi; doveva essere uno di quegli ologrammi auto-proiettanti di ultima generazione. Riprese la via di casa.
Nel passare di fianco a una cabina Paradiso, si voltò bruscamente dalla parte opposta.
Paradiso… non esistevano prove che i calchi mentali fossero fedeli agli originali, e nemmeno che la cosa funzionasse, e anche in quel caso restava il dubbio che effettivamente i padroni di Paradiso si prendessero la briga di inserirli nel sistema, eppure in troppi ci avevano creduto e altri continuavano a crederci. In ogni caso non c’era modo di saperlo; nessuno tornava da Paradiso. Paradiso= Fede=Religione; la donna fremette dal disgusto.
Si chiese quali fossero in realtà gli interessi che muovevano quella rapida espansione del sistema Paradiso. Era ovvio pensare che ci fossero dietro le classi più ricche, interessate, ora che la manodopera era completamente automatizzata, a riavere indietro un mondo meno popolato e più godibile. Qualcuno riteneva che il sistema sfruttasse i calchi per aumentare la propria capacità di calcolo a favore di chi poteva permettersene i frutti. Altri azzardavano l’idea che il sistema Paradiso, avendo raggiunto un grado d’intelligenza (e consapevolezza) superumana, si fosse auto-acquistato e ora, essendo padrone di se stesso, mirasse allo sterminio completo degli esseri biologici. Ma anche queste erano dispute senza senso; quel che contava erano i risultati, e i risultati…
La donna arrivò finalmente all’ingresso del suo palazzo, entrò nell’ascensore e disse, rivolta al monitor:
- Piano trecento.
I risultati… da un anno a quella parte, Paradiso aveva rivolto la sua campagna acquisti ai più giovani. E il bersaglio si era dimostrato persino più reattivo del previsto. Dopotutto si trattava di una generazione abituata a passare più tempo nella realtà virtuale che non in quella materiale. Alla promessa di vivere in un videogioco con un numero quasi infinito di opportunità, con un tempo virtualmente infinito per esplorarle, come altro avrebbero potuto reagire quei bambini? Dopotutto gli si chiedeva solo di rinunciare a quei corpi goffi e limitati. E cosi anche Elisabetta lo aveva fatto; era entrata in una di quelle dannate cabine e non ne era più venuta fuori.
L’ascensore si fermò. La donna anziana uscì nel terrazzo del grattacielo e fu quasi inebriata dall’aria rarefatta e dalla brezza sostenuta, tipici dell’alta quota. Si avvicinò al parapetto e guardare l’abisso sottostante le diede un brivido di eccitazione. La sua mente si divincolò dal corpo e si lanciò oltre la ringhiera. L’ebrezza di quel volo immaginario ‒ ma la sua immaginazione allenata sapeva essere molto efficace ‒ le diede la sensazione più vicina all’orgasmo tra quelle che poteva pretendere alla sua età, dopo aver visto troppo, vissuto troppo. Eppure, nonostante il piacere del volo, ciò che vedeva dall’alto era sconfortante quanto visto dal basso.
Si staccò dalla ringhiera e tornò verso il suo appartamento. Era davvero avanti con gli anni, e ormai, nonostante la medicina facesse quasi miracoli, non gliene restavano ancora molti da vivere. Quando la sua ora fosse stata davvero vicina, allora lo avrebbe fatto, per non rischiare che a qualcuno saltasse in mente di salvarla ficcandola in Paradiso o in qualche altra banca dati del genere. Ma era intenzionata a rinviare il più possibile quel momento.
Eppure nel suo intimo covava il terrore che davvero esistesse qualche dio, un bastardo di livello superiore, che all’ultimo momento le avrebbe sottratto l’agognato oblio per spedirla nel suo paradiso arbitrario, condannandola così a una vita d’ingiustizia eterna.

martedì 28 gennaio 2014

IL COBRA E LA TIGRE di Annalisa Seveso



Un fruscio appena percettibile. Rapidi movimenti in mezzo ai cespugli. Pochi istanti e fu di nuovo silenzio.
Dal folto della foresta le movenze flessuose del grande serpente di giada raggiunsero il ruscello. L’animale vi si immerse e, al pallore della luna, ecco fuoriuscire l’imperatrice Wu della dinastia T’ang.
La donna aveva barattato l’anima in cambio del potere e, per tutti i demoni, lei era la donna più potente e temuta di sempre. Sotto la sua guida la Cina aveva raggiunto lo splendore, la gloria e non avrebbe consentito a nessuno di fermarla. Da diversi mesi però qualche incubo era giunto a tormentarla. Inizialmente aveva pensato che fosse solo frutto della sua eccessiva prudenza, o forse sarebbe stato meglio dire diffidenza. Lei non si fidava di nessuno, chiunque poteva rappresentare un nemico a corte. Anziché calmarsi, col trascorrere dei giorni aveva sentito l’ansia crescerle dentro e scavare come un topo che cerca di costruirsi la tana. Dalle sue visioni notturne aveva compreso che il nemico sarebbe arrivato presto, troppo presto. Era uscita a caccia, poiché la sua parte demoniaca aveva bisogno di essere rigenerata, nutrita e rinvigorita. Non riusciva ancora a capacitarsi di come tutto fosse cambiato nel giro di pochi giorni, e non poteva credere che la sua sorte stava per compiersi a causa della scelleratezza della sua stessa carne e del suo stesso sangue.
Quel rammollito di suo nipote Liu Sheng aveva annunciato di aver finalmente scelto una moglie.  Quello stesso giorno, una giovane donna dall’aspetto innocente, dallo sguardo candido come quello di un cerbiatto, ma dall’espressione intensa della tigre, era stata condotta a corte e presentata all’imperatrice madre.
Non appena Wu aveva sentito il nome della ragazza, Yung-T’ai, cioè pace, aveva iniziato a tremare in maniera impercettibile, poi aveva posato lo sguardo su di lei e tutto era stato chiaro: lei era la ragazza della leggenda, quella venuta per distruggerla e strapparle il trono.
Contravvenendo a tutte le regole di corte, Wu si era immediatamente alzata, non aveva detto nemmeno una parola a quella ragazza e si era ritirata nei suoi appartamenti. Aveva passato il tempo a pregare, a meditare, aveva invocato il demone serpente e alla fine era giunta la risposta ai suoi tormenti; doveva condurre la giovane nel bosco e, dopo aver assunto le sembianze del cobra di giada doveva strangolare la ragazza e immergere il suo cadavere nell’aceto per impedire alla sua anima di uscire dal corpo e passare a un altro essere umano. Nessun problema, pensò Wu passandosi la lingua sulle labbra tese. Non era la prima volta che uccideva per non perdere il trono, e probabilmente non sarebbe stata l’ultima.


Yung-T’ai era salita sul terrazzo più alto del palazzo. Da lì poteva osservare la valle in cui era nata e cresciuta e dove suo nonno Man-chi, una volta guerriero di palazzo, l’aveva addestrata per combattere e uccidere la malefica Wu.
Suo nonno era stato un uomo saggio, una guida per le truppe e un uomo d’onore. Anche adesso che non c’era più, verso di lui tutti provavano un rispetto reverenziale. Man-chi era stato anche una delle poche persone in grado di resistere al potere ipnotico della regina. La donna non era riuscita a piegarlo ai suoi comandi, né a scalfire la sua anima pura di guerriero.
Considerandolo comunque troppo vecchio per rappresentare una vera minaccia, Wu gli aveva risparmiato la vita e si era limitata a cacciarlo dalla corte. Erano passati diversi anni, il figlio di Man-chi era partito per la guerra e lui stava perdendo ogni speranza di poter distruggere la regina immortale. Solo quando aveva visto nascere sua nipote Yung-T’ai, aveva compreso che lei sarebbe riuscita a spezzare la maledizione e a uccidere l’imperatrice, così aveva trascorso il resto della vita a renderla una guerriera saggia e forte.
Pochi giorni prima Yung-T’ai, andando al mercato con la madre, aveva incontrato il giovane principe Liu Sheng, tanto timido quanto bello. Era bastato uno sguardo per capire che avrebbero passato la vita insieme, ma quello per Yung-T’ai era anche il segnale; il suo momento era arrivato e, tra lei e la felicità c’era Wu da uccidere. 
Dalla terrazza Yung-T’ai aveva anche potuto vedere Wu mentre cacciava, studiare le sue mosse. Sapeva che la battaglia era imminente e che la vecchia regina avrebbe cercato di colpirla quando meno se l’aspettava, ma lei avrebbe tenuto gli occhi ben aperti e l’avrebbe presa in contropiede quella notte stessa. La leggenda narrava che il boa avrebbe dovuto nutrirsi per cinque notti prima di sconfiggere la tigre, ma Yung-T’ai sapeva già che una delle due creature non avrebbe visto il sorgere del sole. Aveva paura, ma sapeva che quello era il suo dovere e non sarebbe venuta meno alla promessa fatta alla sua famiglia.
- Che fai qui fuori? – le domandò Liu Sheng posandole sulle spalle la sua mantella.
- Stavo solo ammirando il panorama – mentì. Non poteva certo dirgli chi era realmente, non ancora.
Lui le sfiorò la fronte con la punta dell’indice, scese lungo il naso e le disegnò il contorno delle labbra e del collo. Fu in quell’istante che notò il ciondolo d’avorio intagliato che la fidanzata portava al collo. Aveva la forma di una piccola lancia. Il gancio aveva la forma di un cuore ed era di oro purissimo, con una giada incastonata nel mezzo.
- È un dono di mio nonno – lo precedette lei e subito sul viso le si dipinse il dolore. – Mio padre è morto quando ero piccola, anzi è più giusto dire che non mi ha neppure mai visto. Era un soldato ed è stato ucciso durante una battaglia contro l’esercito del califfo Muawyya. Io non ero ancora nata quando è partito per il fronte. Aveva promesso a mia mamma che sarebbe tornato presto, ma la vita non va’ mai come uno si aspetta – sussurrò asciugandosi una lacrima. Poi tornò a guardare il fidanzato con aria più serena. -  Mia madre e mio nonno erano tutto il mio mondo, fino a quando sei arrivato tu.
Rientrarono e si augurarono la buona notte.
Quando Liu Sheng le disse: - A domani – lei si limitò a sorridergli. Non sapeva ancora se ci sarebbe stato un domani, anche se era quello che sperava con tutta se stessa.
Una volta nella sua stanza Yung-T’ai si spogliò, si immerse nella tinozza d’acqua tiepida e dopo essersi lavata accuratamente si cosparse di olio alla peonia. Raccolse i lunghi capelli, indossò il kimono nero di suo nonno, quello con i cinque kamon sul petto e si truccò il viso. Strinse forte il medaglione e pregò gli antenati di andare in suo aiuto.
La foschia del mattino stava salendo e Wu, dopo aver mangiato era pronta a fare ritorno alla reggia, ma lei non glielo avrebbe permesso.
Con passo rapido e sicuro raggiunse l’inizio della foresta. Il cuore le batteva come un tamburo, ma doveva riuscire a tenere la paura sotto controllo, poiché sapeva che Wu era in grado di fiutarla.
Non appena Wu la vide piegò il capo e diede il via alla trasformazione. Yung-T’ai corse a perdifiato impugnando saldamente l’amuleto. All’interno c’era un piccolo pugnale costruito con le ossa della leggendaria tigre dell’arcobaleno. La ragazza sapeva di non avere tempo da perdere, Wu doveva essere colpita a morte in un preciso attimo della trasformazione o tutto sarebbe stato perduto. Aveva un solo colpo e non poteva sbagliare.
Wu si innalzò maestosa, il suo volto era ancora umano, ma il corpo aveva già assunto quasi del tutto le sembianze del grande serpente. Una frazione di secondo e Yung-T’ai riuscì a piante il pugnale all’altezza del cuore. Un urlo assordante!
Wu si contrasse bruscamente sbalzando la giovane a terra. Il pugnale non era penetrato abbastanza in profondità e adesso l’imperatrice, ancora metà donna e metà boa, stava scattando con ferocia verso Yung-T’ai. Non aveva tempo per pensare, istintivamente Yung-T’ai prese la mira, allungò la gamba e quando Wu le fu quasi addosso, con violenza diede un calcio al pugnale facendolo penetrare nella carne della regina. Il corpo esanime di Wu le crollò sopra. Yung-T’ai tentava di liberarsi dal peso del mostro, mentre il sangue iniziava a fuoriuscire copioso e si mescolava a un liquido bianco e viscido. Yung-T’ai aveva il viso, i capelli, gli indumenti impregnati dal sangue del mostro.
Quando orami pensava che non sarebbe riuscita a liberarsi sentì il peso diminuire. Wu era tornata ad essere la piccola ed esile donna che era stata prima di vendere la sua anima al demone, mentre la sagoma del serpente volteggiava sopra di lei. I suoi occhi si incrociarono con quelli del mostro e Yung-T’ai comprese che era perduta.
Si tolse velocemente gli indumenti e corse verso il ruscello sperando di riuscire a lavare via la maledizione, ma quando ne emerse si stava già trasformando in un boa di giada.
Ebbe appena il tempo di guardare un’ultima volta verso la reggia. Sentì una lacrima che le scendeva lungo la guancia ormai ricoperta di squame prima di scappare verso il folto del bosco per non fare mai più ritorno. Aveva vinto la sua battaglia, ma aveva perso tutto.

sabato 25 gennaio 2014

IL BROKER di Antonio Ognibene



Un guizzo di luce e Andrea Okka si materializzò nella stanza del teletrasporto.
─ Anche stavolta è andata. ─ disse.
L'astrocamper aziendale della Lavinia Assicurazioni lasciò l'orbita di Blaned, specchiandosi sui frammenti di ghiaccio che componevano il Grande Anello del pianeta.
Okka appoggiò in terra la valigetta e fischiò.
Dalla palestra di fronte, sentì uno strepitio di unghie sul pavimento.
─ Ciao Rolf ─ disse tendendo le braccia ─ hai fatto il bravo?
Era rimasto chiuso nella palestra per tutto il giorno. Okka lo teneva sempre lì quando si teletrasportava nei vari mondi per lavoro. Aveva paura che andando in giro per l'astrocamper, potesse danneggiare qualche apparecchiatura di bordo.
Il pastore tedesco gli abbaiò due volte e gli si appoggiò sulla pancia con le zampe anteriori.
Okka prese di tasca un biscotto e glielo porse, accarezzandogli la testa.
─ Cuccia adesso, tra poco si cena.
Andrea Okka si tolse la cravatta, si slacciò il bottone del colletto, e si sedette davanti alla scrivania.
Accese il portatile e scaricò i dati delle quietanze dell'ultima settimana, poi inviò un rapporto all’agenzia sulla Terra.
Sorseggiò dell'orzo caldo e iniziò a spogliarsi.
Programmò la temperatura dell'acqua sui trentuno gradi, poi entrò nel box doccia e si insaponò, fischiettando un antico pezzo degli AC/DC.
Il box profumava di un miscuglio di bagnoschiuma e shampoo dalle fragranze silvestri. Si stava lavando via tutta la tensione della giornata e quella del breve viaggio di ritorno sull’astrocamper.
Infilatosi un accappatoio azzurro, con i piedi nudi ancora bagnati si diresse verso la plancia di comando.
Il locale s’illuminò al suo ingresso, mentre si stava asciugando il collo con un asciugamano.
Rolf lo seguì scodinzolante, accucciandosi in un angolo sotto lo schermo visivo esterno.
Okka si sedette sulla poltrona di comando e impartì alcuni ordini vocali.
─ Rotta 547.99.
─ Rotta 547.99. ─ ripeté una passionale voce femminile ─ Rientro stimato: un anno e ventuno giorni.
Uscì dalla plancia salutato dalla voce calda del computer, e seguito da Rolf.
─ Buon ipersonno, signore.
─ ‘Notte Lisa.
Okka si avvicinò alla camera di Animazione Sospesa e digitò su uno schermo touchscreen la data dichiarata dal computer.
Si tolse l'accappatoio e s’infilò un paio di boxer rossi con sottili righe bianche e una canottiera blu con il logo della Lavinia sul petto.
─ Ultimo viaggio, vecchio mio. ─ disse al cane, poi lo fece entrare nel compartimento di sospensione e lo baciò sulla testa. Rolf si raggomitolò con il muso sotto la coda, e la calotta di plexiglass si chiuse in automatico sopra di lui.
A sua volta Okka entrò nel proprio comparto aspettando un attimo prima di stendersi. Diede un'ultima occhiata al cane poi si sdraiò.
La calotta si chiuse con un sibilo smorzato.
Sentì subito il tepore che lo avrebbe accompagnato verso uno stato di assopimento, prima che il sistema lo avesse trasformato in un pezzo di ghiaccio.
Okka pensò alla casetta in collina sulla Terra, vicino al torrente e al bosco di pini. Pensò a Rolf, e al tempo che avrebbero trascorso insieme, lui a pescare e l'altro a inseguire rane. Okka pensò alla pensione che lo aspettava.
Voltò la faccia verso il monitor. Mancavano circa trenta minuti prima che il sistema di crioconservazione si attivasse.
Prese il tablet dalla tasca interna del comparto e navigò in rete, guardando le ultime notizie su quello che stava accadendo sulla Terra.
“Hanno finito di darsele” pensò. “era ora.”
Sul monitor c'era la foto del dittatore sudamericano Mezcal che stringeva la mano al collega, sotto il titolo ‘Pace tra Papaguay del nord e Papaguay del sud.’
Sfogliò le pagine virtuali leggendo altre notizie.
‘Ancora problemi con le nuove cabine di teletrasporto. Gravissimo un altro operatore.’
Okka si destò per un momento dal torpore e si concentrò sull’articolo. Anni fa il fratello era morto proprio in simili circostanze.
─ Basta. ─ disse ─ Non ci voglio nemmeno pensare.
Chiuse il browser e aprì l’applicazione del libro elettronico.
Lesse tre capitoli del romanzo che aveva iniziato prima di scendere su Blaned. Poco dopo, il sistema si mise in moto con una lieve vibrazione del comparto di sospensione.
Nel compartimento entrarono degli spifferi di aria calda, mescolati a una sostanza narcotizzante dall'odore di mentolo. Le palpebre iniziarono a calargli sugli occhi.
Rimise il tablet nella tasca e si preparò al lungo letargo.
Le orecchie gli si tapparono, e prima di cadere nell'oblio poteva sentire il proprio petto che andava su e giù sempre più piano.
─ Notte Rolf.
L'astrocamper doppiò i pianeti Spelta e Triticum, ultimi baluardi della galassia di Andromeda, prima di entrare nella Via Lattea.

***

Okka fu svegliato dalla voce del computer di bordo e da una leggera vibrazione sotto il corpo.
Allungò le gambe tirando un lungo sospiro. Stirò la bocca e inarcò le labbra in un sorriso.
Guardò il monitor. Tra otto minuti il sistema avrebbe sbloccato la calotta.
─ Sono a casa. ─ pensò. Sentiva lo stomaco pieno di farfalle.
Si stropicciò gli occhi, poi con l’unghia del mignolo si tolse le caccole dagli angoli.
Portò le mani dietro la nuca e osservò il soffitto bianco della stanza. Schioccò la lingua. Sentiva un sapore amarognolo in bocca.
“Cos'avrò mangiato a cena?” pensò, riferendosi al pasto di oltre un anno prima.
Mentre ci pensava fischiettando un vecchio riff dei Van Halen, un forte colpo sulla calotta di plexiglass gli fece fare un sobbalzo. Il cuore gli batteva forte, fino a fargli male al petto.
─ Rolf? ─ disse.
“Come diavolo ha fatto a uscire prima di me?” pensò.
Ogni volta che il cane appoggiava le zampe sulla calotta, Okka sentiva il comparto tremare.
Il cane andava e veniva. Quando gironzolava per la stanza, Okka poteva vederne solo la punta della coda dimenarsi a destra e a sinistra.
Un altro forte colpo.
─ Basta Rolf. ─ gridò ─ Giù, a cuccia.
Guardò il display. Quattro minuti e dieci secondi all'apertura.
Vide la coda del cane che usciva dalla stanza.
─ Rolf, torna qua. ─ ordinò. Temeva che potesse andare a far danni sul ponte di comando.

Flashforward

Rolf scodinzolò fino in plancia e mise le zampe sul pannello di controllo dell’astrocamper. Guardava il pianeta Terra dal display e gli abbaiava contro, pestando una serie di pulsanti.
“Rotta revocata. Prego inserire nuovi dati.” disse la voce sintetica ma calda di Lisa.
Ancora latrati.
“Problemi di coordinate. Inserito pilota automatico di emergenza.”
“Nuova rotta ignota.”
Rooolf!

Okka scosse la testa per scacciare via il pensiero. Era così tanta la voglia di tornare a casa, che nella testa gli arrivavano improvvisi flash negativi.
─ Rolf. Rolf.
Un guaito provenne dall'ingresso della stanza.
─ Vieni qua, Rolf. ─ ordinò.
Il cane arrivò scodinzolando e si appoggiò con le zampe sulla calotta.
─ A cuccia là. A cuccia là. ─ disse perentorio.
Il cane andò in un angolo e con un mugolio si mise a sedere. Okka poteva vedere la testa e metà busto.
─ A cuccia giù. ─ disse.
Vide la testa abbassarsi.
─ Rimani lì, capito? .
Okka gonfiò il petto e buttò fuori un bel po' d'aria.
─ Cavolo.
Chiuse gli occhi e inspirò un paio di volte.
Guardò il monitor. Dieci secondi all'apertura automatica. Nove, otto, sette...
Il cuore di Okka sembrava voler sfondare lo sterno. Guardava il monitor con i numeri rossi che cambiavano forma. I capelli sudati avevano formato una chiazza bagnata sul cuscino.
Tre, due, uno. Cla-clack.
La calotta non si sbloccò.
Okka trattenne il respiro.
Guardò di nuovo il monitor. C’erano una sfilza di zero che lampeggiavano. Si sarebbe dovuta aprire.
Appoggiò i palmi delle mani sulla calotta di plexiglass e provò a farla scorrere a mano.
Non si muoveva. Okka la fissò con la bocca spalancata e gli occhi stravolti che gli uscivano quasi dalle orbite.
─ No. Non è possibile. No. No.
Un avviso acustico precedette la voce di Lisa.
“Sistema in attesa di disposizioni.”
Okka sbatté i pugni sulla plastica infrangibile, poi si passò le dita nei capelli.
─ Così non va, Andrea ─ disse a se stesso ─ così peggiori solo le cose.
Aveva un vago sapore metallico in bocca.
"Dev'essere stato Rolf col suo peso." pensò.
─ Computer. ─ gridò. ─ sperando che il sistema potesse captare la sua voce anche da quella distanza.
─ Computer. Maledizione.
Ancora l’avviso acustico.
“Sistema in attesa di disposizioni.”
─ Inutile ─ disse ─ il computer non può sentirmi da qui.
Osservava la pulsantiera di apertura e chiusura della calotta sulla paratia di fronte a lui.
Aggrottò le sopracciglia e imprecò contro l'ingegnere che aveva progettato quello stupido sistema di sblocco.
─ Perché solo fuori? Perché non dentro, anche? ─ ringhiò ─ Maledetto figlio…
Rolf si rimise a sedere e guaì.
Okka spostò la testa avanti e indietro, in su e in giù alla ricerca di qualche possibile soluzione. Poi si girò verso Rolf, che lo guardava con la lingua fuori e la testa piegata da un lato.
─ Rolf, bello.
Il cane drizzò le orecchie e ritirò la lingua.
Quello che aveva in mente Okka era pazzesco, ma che altro poteva fare?
L’uomo poteva vedere sopra la punta dei suoi piedi, il pannello del compartimento inserito nella paratia di fronte a lui. Era un sistema semplicissimo: un pulsante rettangolare verde per sbloccare le calotte e uno giallo per chiuderle. Ce n’era uno di fronte a ogni comparto di sospensione.
“Come posso farglielo capire?” si domandò Okka, stropicciandosi la bocca con la mano.
Non c’era molto tempo; sapeva che l’astrocamper non era entrato nell’orbita terrestre, e senza nuovi dati sarebbe andato alla deriva nello spazio.
─ Rolf ─ disse ─ spingi il pulsante verde.
Cercava di fare dei segni con le dita.
─ Quello là, Rolf. Appoggiati sopra.
“Inutile” pensò “non può capire.”
Il pastore tedesco tirò di nuovo fuori la lingua.
Okka si stropicciò la faccia con le mani.
─ Niente. Niente.
Batté un pugno sul lato del plexiglass.
─ Come posso…? ─ aspirò con la lingua appoggiata contro denti ─ Appoggia la zampa sul pulsante verde. ─ scandì.
Rolf rimase fermo al proprio posto e rispose con un latrato.
─ Spingi quel pulsante, idiota. ─ gridò.
Il pastore tedesco si alzò. Okka vide la punta della coda passare sotto la pulsantiera.
─ Dai bello, dai.
 La oltrepassò e si avvicinò a una porta scorrevole chiusa.
Okka la vide aprirsi e poi richiudersi dopo che il cane vi entrò.
è andato a pisciare. ─ disse.
Rooolf.
Okka urlando prese a pugni la calotta.
─ Così è peggio, così è peggio. ─ disse rimproverandosi.
Avviso acustico.
“Attenzione. Il sistema ha bisogno di nuove coordinate per l’avvicinamento all’atmosfera terrestre.”
Urlò ancora contro il cane, ma il tono della voce non era più forte come prima. Gli bruciava la gola.
La porta del bagno si aprì e Okka vide la punta della coda dondolare a destra e a sinistra. Rolf andò ad annusare qualcosa in palestra, poi tornò in plancia.
─ Vieni qua. ─ gridò con voce rauca.
Il cane passò proprio nel punto dove i sensori si incrociavano.
“Buongiorno, signore.”
Okka iniziò a fischiare verso l’animale.
─ Vieni Rolf, vieni. ─ Questa volta non gridò.
Non vide nessuna coda.
─ Rolf Rolf Rolf ─ disse ─ Rooolf.
Iniziò di nuovo a prendere a pugni la calotta, ma questa volta usò anche le ginocchia e i piedi.
─ Apriti carogna schifosa.
Okka si fermò. Grondava di sudore. Guardò il pulsante di sblocco lì a due passi, e lui prigioniero dentro quella bara.
─ Inutile ─ farfugliò sottovoce.
Segnale acustico.
“Box liberi. La decompressione antibatterica inizierà tra cinque minuti.”
La faccia di Okka si fece pallida come se gli avessero succhiato litri di sangue. I comparti si auto-pulivano quando il periodo di ibernazione era stato completato. Quegli urti dovevano aver danneggiato i sensori interni. Il computer pensava che il compartimento di sospensione fosse vuoto.
Presto sarebbe mancata l'aria lì dentro.
─ Rolf, dannazione. ─ disse con voce rauca ─ Vieni qui. Rooolf.
La punta della coda comparve alla sinistra del box e sparì dietro la testa di Okka, per ricomparire alla sua destra. Il cane tornò nell’angolo e si sedette guardando il padrone.

Flashforward

─ Rolf, per l’amor del cielo, metti le zampe su quel bottone. . ─ disse indicando con entrambi gli indici la pulsantiera.
Il cane si alzò e andò ad appoggiare le zampe sulla calotta. Okka poteva vedere i cuscinetti scuri sopra il plexiglass.
─ Metti le zampe là. . ─ Sbatteva i piedi contro la calotta, in direzione della maledetta pulsantiera.
Rolf scese. La punta della coda andò verso la paratia, poi si fermò.
Il cane lupo si alzò su due zampe, con quelle anteriori che andarono ad appoggiarsi sul pulsante verde. La calotta scorse indietro quando mancavano dieci secondi alla decompressione.
Le mani di Okka si aggrapparono ai bordi.
─ Bravo cane. ─ gridò ─ Bravo cane.

Gli sarebbe piaciuto. E invece.
 “Decompressione box in corso.”
Okka iniziò a sentire l’aria sempre più rarefatta.
Prese di nuovo a pugni e calci il plexiglass, e mentre si dimenava urlava.
Rolf, vedendo il padrone in quelle condizioni, iniziò a mugolare e girare su se stesso. Corse in plancia, poi in bagno e ancora di nuovo in plancia.
“Buongiorno, signore.”
“Buongiorno, signore.”
Ritornò abbaiando nella sala di Animazione Sospesa. Salì con le zampe sulla calotta di plexiglass e abbaiò al padrone.
Il volto di Okka era diventato livido, con le labbra viola. Con una mano si teneva la gola, mentre con la bocca cercava il respiro, come facevano i pesci che tirava fuori dall’acqua.
Ancora pugni e calci contro il plexiglass, ma ormai avevano perso l’energia di poco prima; sembrava che si agitasse al rallentatore.
Le mani di Okka premettero in alto contro la plastica appannata dal proprio fiato, poi scivolarono giù.

L’astrocamper con le insegne della Lavinia Assicurazioni, prese la traiettoria del Quadrante diciannove. Il Pianeta Azzurro diventò una sfera sempre più piccola.
A bordo, Rolf non aveva ancora smesso di correre. Passava da una stanza all’altra della cosmonave. Andava e veniva dal ponte di comando.
“Buongiorno, signore.”
“Buongiorno, signore.”
Okka aveva il volto sfigurato in una smorfia orribile, con gli occhi fuori dalle orbite e velati da una patina grigia. La bocca era aperta con il mento che toccava il petto. Le unghie delle dita affondavano nel materassino ergonomico, e le gambe erano contratte in posizione fetale, tutte storte rispetto al resto del corpo.
Avviso acustico.
“Si attendono ancora disposizioni per la nuova rotta.” disse la voce vellutata di Lisa “Il signore ha intenzione di intraprendere un nuovo viaggio intergalattico?”
Rolf le abbaiava contro, come per chiederle aiuto.
“Prego ripetere nuove disposizioni. Riconoscimento vocale non identificato.”
Il cane correva e saltava da tutte la parti.
“Resto in attesa di ulteriori delibere.”
Rolf continuava a saltare facendo cadere alcuni oggetti dentro la stanza. Saltava e correva. Una delle zampe del pastore tedesco finì per caso sul bottone verde della pulsantiera. La calotta scorse con un cigolio sulle guide del comparto
Rolf si affacciò prima sul comparto poi vi balzò dentro iniziando a leccare la faccia del padrone. Una faccia fredda.

L’astrocamper continuò ad andare alla deriva nello spazio, portandosi dietro gli echi dei latrati di Rolf.

giovedì 23 gennaio 2014

DADA UMPAAARRGH ! Di Fabio Calabrese



Terry Brunetti si avviò mollemente per la strada camminando con un’andatura flessuosa che faceva oscillare le rotondità dei glutei in un altalenare ritmico. Tra l’orlo della minigonna, a due spanne dal peritoneo ed i piedi infilati in due zatteroni dalla zeppa altissima, c’era un paio di gambe vertiginose e statuarie inguainate in un collant fumé. La minigonna e la camicetta di pizzo nero, anch’essa corta ed aderente che sfiorava appena l’ombelico, mettevano in evidenza i fianchi larghi e la vita sottile. I seni, ai quali pure il passo imponeva una lieve danza ritmica, erano due provocanti emisferi ben torniti che sporgevano dalla cassa toracica come un perentorio richiamo, guardando con un po’ di attenzione, neppure troppa, si potevano scorgere sotto il pizzo della camicetta i grossi capezzoli che sporgevano da essi con decisione. Sopra un collo sottile ed allungato che avrebbe fatto l’invidia delle  modelle di Modigliani, il viso rivelava una bocca dalle labbra carnose che sporgevano sensualmente, ed un paio di occhi grandi e neri sottolineati da ciglia la cui lunghezza poteva misurarsi in unità astronomiche.
Incontrando Terry, chiunque appartenesse sia pure vagamente al sesso maschile, non poteva fare a meno di voltarsi, e chiunque non fosse del tutto digiuno di cultura cinematografica avrebbe notato la somiglianza con Jessica Rabbit, tranne che per i capelli che scendevano fin quasi alla vita e che invece di essere rossi e solo lievemente ondulati, erano neri e ricciuti.
Terry, giunta alla fine di un viottolo, estrasse un bigliettino dalla borsa a sacco che portava a tracolla, e lo confrontò con l’iscrizione della targa sul cancello che chiudeva la via e delimitava l’accesso ad un’elegante villa a due piani immersa nel verde e nella tranquillità di un giardino all’inglese che si estendeva subito al di là di esso. Sì, era quella la clinica del dottor Gilez per cui era stata caldamente raccomandata. Suonò con decisione il campanello.
“Chi è?”, chiese al citofono una voce maschile lievemente assonnata.
“Porca miseria che sventola!”, sentì aggiungere poco dopo in tono lievemente più basso, e le venne aperto prima ancora che si presentasse, era chiaro che la portineria disponeva di una telecamera a circuito chiuso.
Percorse rapidamente il vialetto che separava il cancello dall’ingresso della clinica, aprì la porta e si trovò davanti al banco dell’accettazione. Dall’altra parte era seduto un giovanotto in camice. Terry lo valutò rapidamente, era un tipo abbastanza comune anche se non brutto, con l’aria da dottorino fresco di laurea.
“Buon, buon gi...giorno”, balbettò lui senza staccarle un secondo gli occhi di dosso. “Io sono Angeli, il me...medico di guardia, con chi ho il piacere?”
Terry gli mise sotto il naso le sue referenze, ma lui non le degnò di un’occhiata, il suo sguardo era perso nella scollatura di lei.
“Sono la nuova infermiera”, disse. “Brunetti, Maria Teresa Brunetti, però per piacere mi chiami Terry, lo fanno tutti!”
“Co...come preferisce”, farfugliò lui, poi parve ritrovare un minimo di lucidità ed aggiunse: “Un momento, avviso subito il dottor Gilez”. Schiacciò il pulsante del citofono e disse qualcosa, poi aggiunse: “Si accomodi, il dottore l’aspetta”.
Terry entrò nell’anticamera dello studio, l’ambiente elegantemente ammobiliato non mancava di una certa pretenziosità. Si soffermò ad osservare la libreria alla parete, i titoli dei volumi che vi erano esposti erano tutti classici della psicanalisi: Psicopatologia della vita quotidiana e L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud, Psicopatologia dei sogni e L’interpretazione della vita quotidiana di Leonard Gilez, Il caso di Leonard Zelig, il camaleonte umano di W. Allen, Moby Dick di Hermann Melville, Moby Dick di Michele Santoro.
“Afanti!”, disse una voce leggermente nasale da oltre la porta interna dello studio.
“Si accomodi, sig.norina (con la “g” dura) ”, disse il dottor Gilez a Terry che era entrata, indicandole la poltrona davanti alla sua scrivania, parlava l’italiano con l’accento tedesco fasullo di un ebreo moravo.
Terry vide che il dottor Gilez era un uomo attempato ma non vecchio, con i capelli grigi, una semicalvizie, un paio di occhiali dalle lenti spesse, i baffi ed il pizzetto, somigliava moltissimo alle foto che aveva visto di Sigmund Freud. Non le piacque però il suo sguardo freddo: non che il dottore non avesse un atteggiamento cordiale, ma non vi si coglievano segni d’interesse sessuale. Terry sapeva di piacere agli uomini, e piacere agli uomini le piaceva. Il solo maschio di età inferiore agli ottant’anni che non la degnasse di considerazione sotto questo punto di vista, per quanto ne sapeva, era un giovanotto che aveva avuto come vicino di casa, ma certamente c’entrava il fatto che questo ragazzo si guadagnasse da vivere passeggiando la sera lungo i viali in minigonna, tacchi alti e parrucca platinata, e si facesse chiamare Vanda.
“Molto pene, sig.norina Brunetti”, disse il dottor Gilez, “Fedo che ha un curriculum eccellente. Posso chiedere perché ha lasciato la casa di cura dove lavorava prima per fenire in una clinica per malattie nerfose?”
“Pare”, rispose Terry, “che la mia presenza fosse controindicata per i cardiopatici”.
“Cià, cià, io capisce”.


Il lavoro non era troppo difficile, bastava distribuire in giro tranquillanti, antidepressivi e sonniferi, occorreva solo ricordarsi di non dare antidepressivi ai pazienti in fase maniacale. Quella sera, Terry aveva il turno di guardia notturno assieme al dottor Angeli. Per sicurezza, aveva dato doppia dose di sonniferi a tutti, anche ai catatonici. Il dottor Angeli non era la reincarnazione del dio Apollo, ma era pur sempre il maschio più presentabile e più appetibile che ci fosse nelle vicinanze, e Terry aveva una gran voglia di sentire la carne di un uomo dentro la sua.
Alberto Angeli sedeva al banco dell’accettazione/pronto soccorso con aria annoiata.
“È molto calma, questa sera”, commentò.
“Ho preparato il caffè, Alberto”, disse Terry dirigendosi ancheggiando verso di lui con in mano un vassoio che reggeva una caffettiera e due tazze, aveva già sbottonato il camice, e sotto di esso indossava una minigonna molto mini ed una camicetta molto, mooolto scollata.
Il dottor Angeli la guardò con ammirazione: c’era da chiedersi come facesse a mantenere in equilibrio un vassoio muovendosi con un passo così elastico. Terry posò la caffettiera sul banco stando bene attenta a mettere i suoi seni proprio contro la faccia di lui. Il respiro del dottore si fece ansante e gli occhiali gli si appannarono. Lei strofinò la guancia contro la sua, le piaceva sentire un’epidermide maschile resa ruvida dall’ombra di barba.
“Dai, Angeli”, mormorò con voce roca, “tira fuori il diavolo che c’è in te”.
Il bello di lavorare in un ospedale, è che è un luogo dove i letti davvero non mancano. Terry ed Angeli si ritrovarono su uno di quelli dell’astanteria quasi senza rendersi conto di come ci erano arrivati. Lei gli sbottonò di prepotenza la camicia, mettendosi a mordicchiare i piccoli capezzoli sperduti nella pelosità del torace, poi le sue mani erano corse a sentir crescere e fiorire fra i palmi il membro di lui, e mentre Angeli l’assecondava con un’aria di inebetita soddisfazione, con un unico movimento rapido che pareva il gesto di un prestigiatore, si liberò di zoccoli, collant e mutandine e si avvinghiò all’uomo stringendogli il bacino con le gambe in modo che l’asta di lui penetrasse il suo pube, poi si mise a dondolare ritmicamente con il corpo dell’uomo sotto di sé, con tutta la carne attraversata da ondate pulsanti di piacere, fino a quando le sembrò che il suo cervello esplodesse in una paradisiaca detonazione.


“Che curioso bambolotto! Che cos’è?”, chiese Terry.
Sulla scrivania del dottor Gilez era poggiato un pupazzo alto una sessantina di centimetri che riproduceva le sembianze di un uomo dai capelli neri con una semicalvizie e la faccia incorniciata da baffi e pizzetto neri, vestito con un abito nero composto di pantaloni, giacca a doppio petto e panciotto; l’impressione d’insieme era di uno straordinario realismo.
“Qvesto non è bambolotto, qvesto è pogo”, rispose il dottor Gilez nel suo pessimo italiano. “Lei, sig.norina sa cosa è pogo?”
“Non sono quei bastoni a molla che usano i ragazzi per saltare?”, chiese Terry.
“Ia, ma pogo è anche fumetto che era una volta, mi ha sembrato nome ideale per qvesti pupazzi molto speziali da me inventati per curare sindrome di Zelig. Lei conosce sindrome di Zelig? È sindrome che soggetto imita persone a lui vicine cambiando aspetto e identità come camaleonte, ia, caso più famoso, da che nome, Leonard Zelig, camaleonte umano studiato da grande psichiatra Woody Allen. Lei conosce? Pogo dà possibilità a soggetto di scegliere e conservare un’identità permanente. Oggi aspettiamo per visita di controllo due pazienti molto speziali e grandi amici che seguo molti anni or sono. Luigi Ma Chi? e Silvio Sosia, sentito mai parlare?”
“No”, rispose Terry, “mai sentiti”.
“Strano, loro direttori Telos, grande rivista fantascienza on line, se tu ha Internet, meglio che TV sorrisi e canzoni. Fatti incontrati io. Se tu ha sindrome di Zelig, meglio se è due, si aiuta a vicenda a rimanere stabili, si difende meglio da influenze esterne, e poi un pogo in due si risparmia!”
Il dottor Gilez era così eccitato da sembrare quasi umano.
Nel pomeriggio una grossa automobile di colore grigio metallizzato si fermò davanti al cancello della clinica. Il dottore corse di persona ad aprire il cancello in preda all’entusiasmo. Dalla macchina uscirono due uomini dai capelli neri con una semicalvizie e la faccia incorniciata da baffi e pizzetto neri, vestiti con abiti neri composti da giacca, pantaloni e panciotto.
“Luigi, Silvio, fenite”, disse il dottore, “Ah, tu non è Silvio e tu Luigi? Tu è Luigi e tu è Silvio? Io distratto!”
“Fostro nuovo pogo qvasi pronto”, proseguì ilare il dottor Gilez, “Intanto noi fa tutti soliti controlli. Domani tutto fatto. Allora io ricorda. Importante leggere tutti i giorni qvalche pagina Moby Dick. Se qvesto non possibile, gvardare trasmissione Moby Dick di Michele Santoro, se neppure qvesto possibile, fissare per un poco di tempo modellino di balena, meglio se bianco”.
Il dottore fece strada ai due nuovi arrivati fino al suo studio, mentre Terry li guardava divertita, constatando con sorpresa non solo la somiglianza reciproca nei lineamenti, nel modo di fare, nell’abbigliamento, ma anche la somiglianza con il pogo che aveva visto sulla scrivania del suo datore di lavoro.
“Pogo nuovo qvasi pronto”, disse il dottor Gilez. “Io intanto dà pogo provvisori, se volete foi divertire, io presta qvesti”.
Estrasse dall’armadietto accanto alla scrivania due pogo, uno era una figura femminile che avrebbe potuto passare per una bambola tranne per il fatto che era perfetta in tutti i particolari anatomici, l’altro era una specie di Big Jim.
“Allora”, Terry sentì Luigi dire a Silvio (o Silvio dire a Luigi), “chi prende il pogo maschile e chi quello femminile?”
“Decidiamo nel solito modo”.
“Ambarabaciccicocò”.
Terry pensò che fosse giunto il momento di smettere di origliare con discrezione, e di tornare discretamente alle proprie incombenze.


“Attenta, tu lustra pafimento con tua faccia!”
Terry sollevò lo sguardo imbronciato ad incontrare il volto ilare del dottor Gilez.
“Forse io sa tuo problema e può aiutare”, disse lo psichiatra, “tu ha fatto zin-zin con dottor Angeli, non è vero?”
“Come lo sa?”, chiese Terry. “Gliel’ha detto?”
“Certo che no, ma l’altra mattina tu ha faccia di una che ha fatto zin-zin sera prima. Con me, io so che no, con altre infermiere non sembri tipo, resta Angeli, elementare, Watson. Niente di male fare zin-zin con dottor Angeli, io so che lui bravo ragazzo, ma ora tua faccia dice che foi provato di nuofo ieri sera e nisba, buca, lui fatto cilecca, n’est pas?
Terry annuì tristemente.
“Io sa perché e può aiutare”, disse il dottore. “Tu troppo sensuale, aggressifa, tu piace a uomini, ma anche li spafenta. Prima volta andato tutto pene perché preso Angeli alla sprovvista, seconda volta uccellino troppo nervoso per volare. Madonna complex, vecchia storia”.
“Allora, cosa devo fare?”
“Cara ragazza, essere un pochino più tranquilla, più rilassata, moderare i tuoi istinti, zin-zin è difertimento, non maratona di New York, ed io può aiutare, tu segue me in mio studio”.
Nello studio, il dottor Gilez aprì l’armadietto dei pogo e ne tolse uno in abiti monacali.
Terry guardò il manichino – suora dall’espressione arcigna con ribrezzo.
“Cosa?”, disse con un moto di disgusto. “E dovrei trasformarmi in una monaca?”
“No, certo che no”, disse il dottore, “Se tu non ha sindrome di Zelig, pogo non ha effetto fino a qvesto punto, solo modera un poco tuoi istinti”.
Terry si recò nella sua stanza e cercò di concentrarsi sul pogo come le aveva spiegato il dottor Gilez. Non era per nulla facile entrare in sintonia con quell’arcigno pupazzo, si sforzò di rievocare i ricordi dell’infanzia, di quando aveva fatto il catechismo e la prima comunione, poi d’immaginarsi con l’abito monacale, di evocare sentimenti mistici, e lentamente finì per provare una specie di senso di fusione...una sensazione di contentezza le attraversò la mente: stava per arrivare un’infornata di novizie, e già pregustava il contatto con le loro carni tenere e bianche. Con sforzo, si strappò da quella visione.
“Che schifo”, pensò. “Che schifo!”
Era incredibile la quantità di porcherie che si facevano entro le mura dei conventi, e poi le ci voleva proprio di diventare lesbica, pensò nauseata.
Con rabbia, scagliò il pogo in un angolo, poi, per essere sicura che non potesse avere ulteriore influenza su di lei, lo raccolse e l’andò a gettare nell’inceneritore di rifiuti della clinica.
“Non c’è niente in me che non vada”, pensò. “Il problema è di Alberto”.
Ma come lo si poteva aiutare? Una dose di valium l’avrebbe lasciato calmo e rilassato, ma ugualmente con l’asta pendula. Si ricordò dei due pogo che il dottor Gilez aveva dato a Silvio Sosia e Luigi Ma Chi? Al momento, i due direttori di Telos non erano nella clinica, essendo più ospiti che pazienti, erano andati a fare una passeggiata o forse acquisti in centro città. Il pogo maschile, pensò, sarebbe servito a rafforzare la momentaneamente inceppata virilità di Alberto Angeli. Si recò nella camera che il dottor Gilez aveva fatto assegnare ai due: i pogo erano poggiati sui comodini ai lati dei letti, prese senza esitare il Big Jim.
Terry non era ancora riuscita a vedere il dottor Angeli per dargli il pogo. Alberto era stato impegnato nel consueto giro di viste, poi era uscito dalla clinica per sbrigare una faccenda urgente. In quel momento, Maria Teresa Brunetti sedeva al computer per registrare le variazioni su alcune cartelle cliniche. Ad un tratto lo schermo cambiò, emettendo una luce verdastra abbagliante, e ne emerse una specie di ectoplasma verdastro che l’avvolse tutta, tenendola bloccata alla poltrona, incapace di muoversi. La schermata sul monitor venne sostituita da una scritta:
“RESTITUISCI IL POGO CHE HAI RUBATO!”
Sosia e Ma Chi?, erano certamente loro, si era dimenticata che erano degli esperti in diavolerie elettroniche!
Terry sapeva di essersi comportata male, e sarebbe stata più che disposta a chiedere scusa ed a restituire il maltolto se soltanto glielo avessero chiesto nelle dovute forme, ma non sopportava la maleducazione.
“Neanche per sogno!”, rispose decisa.
La scritta lampeggiò.
“AVANTI!, DOVE È IL POGO?”
“Cercatelo da soli, e andate a farvi fottere, ma quello lo fate già!”
“È LA TUA ULTIMA PAROLA?”
“Si”.
Dallo schermo uscì un nuovo ectoplasma elettronico, più denso dell’altro, sembrava una specie di grande lingua verdastra, che prese a passare su ogni parte del suo corpo, strappandole brividi e gemiti, eppure non era una sensazione spiacevole, non era affatto spiacevole, e questa era in un certo senso la cosa peggiore, poi l’ectoplasma, in tutto simile ad un pene etereo ma stranamente consistente, si aprì la strada fra le sue cosce e poi all’interno del suo corpo, con insistenza eppure con delicatezza, su e giù, fino a farla urlare come non le era mai avvenuto con nessun uomo, e poi ritrarsi lasciandola inebetita.
Quando si riebbe dallo stordimento, Terry si accorse che l’intensità dell’orgasmo mitigava appena la rabbia per essere stata vittima di uno stupro elettronico. Non aveva mai permesso a nessun uomo di trattarla così, né l’avrebbe mai permesso. Quei due la dovevano pagare!
In pochi istanti architettò la sua vendetta, e decise di porla in essere senza perdere tempo.
Per prima cosa, telefonò alla radio – taxi. Doveva esserci un taxi pronto ad aspettarla fuori dalla clinica non appena avesse finito, quindi si procurò un sacco di quelli che si usavano per la biancheria sporca e si recò nello studio del dottor Gilez che in quel momento era deserto. Aveva fortuna, il pogo di Sosia e Ma Chi? era ancora sulla scrivania, l’agguantò e lo scaraventò nel sacco, ma sapeva che non bastava. L’armadietto dei pogo era chiuso, ma si trattava di una semplice chiusura a combinazione, nulla che potesse resistere ad una buona limetta per unghie e ad una donna infuriata, lo scassinò e ne vuotò il contenuto dentro il sacco. Un pogo che le capitò fra le mani era la riproduzione perfetta in ogni minimo dettaglio di Sigmund Freud: capì, il dottor Gilez era lui stesso uno dei suoi pazienti. Per un istante fu tentata di rimetterlo a posto, ma questo avrebbe significato rinunciare alla sua vendetta.
“Al diavolo!” pensò. “Quel vecchio saccente e impotente merita anche lui una lezione”.
Corse fuori dalla clinica, balzò sul taxi che l’aspettava, disse all’autista di portarla fuori di città alla massima velocità possibile e si lasciò la clinica alle spalle. L’ultima notizia che abbiamo di lei ci è stata riferita dall’autista del taxi che la vide gettare oltre la spalletta di un canale d’irrigazione il grosso sacco che aveva con sé.
Il dottor Gilez era appena rientrato nella clinica quando si accorse che qualcosa non andava. Le sue mani stavano assumendo il colore e il disegno della tappezzeria.
“Non ci sono più...pogo”, riuscì a mormorare con un filo di voce rivolto a Sosia e Ma Chi? che erano chini sul loro personal portatile e sembravano intenti a qualche misteriosa alchimia, poi il suo corpo cominciò a fondersi come cera, a liquefarsi, a confondersi con l’ambiente. Silvio e Luigi compresero che non c’era un istante da perdere, dovevano trovare subito un surrogato di pogo: un pupazzo, un bambolotto, una figurina Panini!
Su quello che accadde subito dopo, c’è una grande incertezza: la polizia ha raccolto la testimonianza di una ragazzina ricoverata nella clinica per anoressia, che ha dichiarato di aver visto qualcosa di simile ad una figura umana che sembrava fatta di cera che colava introdursi nella sua camera e rubare la sua bambola Barbie. Questa testimonianza è in genere considerata un sogno od un’allucinazione prodotta dalla febbre.
I dati certi di cui disponiamo sono questi: Maria Teresa Brunetti è scomparsa senza dare notizie di sé, attualmente è ricercata per furto con scasso. Neppure del dottor Gilez si hanno notizie, la sua clinica è diventata la clinica Angeli per malattie nervose. Anche Silvio Sosia e Luigi Ma Chi? sono scomparsi dalla circolazione. La rivista elettronica Telos ha sospeso le pubblicazioni. Da qualche tempo, due ballerine bionde con un’aria vagamente da Barbie stanno furoreggiando sulle reti locali, e si prevede che approdino presto alla televisione nazionale.

Dada Umpa, Dada Umpa!
Dada Umpa, Dada Umpa!
Umpa!