lunedì 29 settembre 2014

IL VOLO di Maurizio Setti




 Mancava una manciata di secondi a quella che sarebbe stata l’esibizione più importante della sua vita. Il cuore di Caterina aveva preso a palpitare oramai senza sosta da circa dieci minuti, mentre si trovava dinanzi alla pedana.
 Ella sapeva che quel salto sarebbe stato assai importante e quell’attimo inevitabilmente determinante per l’inizio di una nuova avventura.  Non poteva e non doveva fallire, avrebbe però dovuto dare il massimo, concentrarsi a tal punto da non far caso neanche al più insignificante rumore.
 Doveva scrollarsi di dosso ogni minima tensione, paura, indecisione ed affrontare il numero nel migliore dei modi.
 Il momento era giunto. Si posizionò  sul nastro di partenza e cominciò a calarsi nella parte.
 Era una prassi che durava una quindicina di secondi, ma era necessaria per far trovare a Caterina la condizione psicofisica ideale ed affrontare così il salto in modo egregio.
 Non avrebbe mai desiderato trovarsi dall’altra parte della pedana, e dopo essere atterrata sul materassino rendersi conto di aver sbagliato intenzione o di aver posizionato il piede di appoggio in modo scorretto.                                       
 Era una perfezionista e questa idea non l’avrebbe proprio accettata.
 Il tempo di attesa era quasi scaduto e così pure  la sua breve elucubrazione mentale.
 Il colpo di pistola dello starter ruppe ogni indugio; la mente fresca e lucida dell’atleta incanalò tutte le energie nelle fibre muscolari chiamate in causa per l’esecuzione del numero.  Caterina cominciò la corsa in direzione della pedana e mentre il suo esile corpo prendeva velocità, la sua testa immaginava passo dopo passo il percorso da solcare. Ora si trovava coi piedi uniti sulla pedana e pareva si specchiassero l’un l’altro, era in quell’attimo che si sarebbe intravisto il suo spessore, la sua grazia, la sua anima. Il salto ebbe inizio e come una freccia che scocca dall’arco Caterina aveva ormai preso la sua direzione, niente poteva più essere cambiato. Mentre si trovava in volo,  pareva essere un angelo, la grazia del movimento e l’espressione sul suo volto confermavano questa sorta di metamorfosi.   Forse sapeva, ancor prima di atterrare di aver compiuto il salto più bello, la figura acrobatica più elegante, e come il volo  di un gabbiano raggiunse il suo apice, sparendo all’orizzonte, in attesa di un altro sogno di gloria.

venerdì 26 settembre 2014

STONES di Peppe Murro



Stanno arrivando.

Hanno offuscato le stelle con un fuoco accecante e impresso la loro orma nella polvere che mai aveva accolto impronta.

Stanno arrivando con la loro giovanile e stupida arroganza, con la baldanzosa fiducia nel loro destino di vincitori. Come hanno sempre fatto, su tutte le spiagge e in ogni frontiera, sicuri, affamati, pronti a divorare il buio in cui si muovono le loro paure.

Ci sradicheranno dalla nostra terra, ci scaveranno nel più intimo, fatti a pezzi, denudati, alla ricerca di risposte per la loro anima inquieta. Faranno scempio di ogni nostra natura, perché la conoscenza è il loro più alto valore.

Stanno arrivando, terribili, definitivi. 

Ma che ne sanno di come cantava il nostro silenzio, che ne sanno della poesia degli spazi, del magnifico orrore del vuoto ?! che ne sanno di come parlano le stelle nella nostra notte ?! 

che ne sanno di noi, pietre lunari ?! 

mercoledì 24 settembre 2014

CONFIGURAZIONE FILIPPO di Paolo Durando



Non sapeva da quanto tempo stava camminando. Gli sfrecciavano accanto, con fragore, bagliori metallici privi di contorni.
La paura era la sua maggiore insidia, man mano che prometteva di farsi possibile, intorno, il riconoscimento delle cose.
Il contesto si definiva fino a dissolvere ogni dubbio. Autostrada, e cirri bianchi nel cielo.
Stava procedendo, a quanto pareva, sulla corsia di emergenza. Ma perché le automobili continuavano ad avere bordi sfumati? Alcune parevano fiamme, altre freschi globi di setole multicolori. Forse era per la velocità eccessiva. L'asfalto stesso aveva una consistenza vischiosa alla vista, pur dimostrandosi, sotto i piedi, quanto di più solido ci fosse.
Comunque, era in viaggio. Ciò aveva richiesto molto coraggio, anche se non avrebbe potuto evitarlo. Prima o dopo, volente o nolente, sarebbe accaduto.
Una bolla verde, pelosa e leggera, lo superò in un attimo e da lì, stavolta, fu lanciato un richiamo. Un nome esplose nell'aria. Una voce maschile, ferma, aveva pronunciato “Filippo!” Non si trattava del nome che non ricordava, ma quello che corrispondeva alla sua mutazione. L'appello non era stato affettuoso, anzi. Più camminava, più il suo corpo, stretto in camicia e jeans,  infradito ai piedi, diventava pesante, mentre le automobili erano proprio automobili, inequivocabilmente Simca, Fiat Brava, BMW. Facevano parte del suo mondo. Filippo dava automaticamente un nome anche alle cose che non aveva mai visto. Riconosceva l'ambiente in cui si stava muovendo, lasciandosi alle spalle tutto quanto era stato. Temeva di essere investito. Sentiva vibrare le gambe ad ogni fragore.  Era faticoso con gli infradito. Il cielo, nel frattempo,  era divenuto uniformente azzurro,  i cirri si erano dissolti, ma all'orizzonte permaneva una debole foschia. Iniziavano a profilarsi filari di alberi e, lontane quanto evanescenti, delle colline.
Si delineò poi una costruzione che scavalcava a ponte l'autostrada. Filippo sapeva leggere e pronunciò, mentalmente,  “Autogrill”. Si diresse verso il parcheggio, quasi tutto occupato. Non si notavano esseri umani. Entrò e vide molti oggetti esposti, cibi di ogni genere, tutto era ben definito, solido, anche al tatto. Si mise a toccare le merci che lo attiravano: peluches, libri, scatole di dolciumi, un maiale di gomma che, se schiacciato, produceva il suo caratteristico verso. Quando alzò lo sguardo, c'erano delle persone che si aggiravano nei pressi ed altre ne arrivavano, rilasciate dal nulla.  Non si sentì affatto confortato, erano evidenti  l'indifferenza e il fastidio nei suoi confronti. Una donna dal viso segnato, in parte coperto dai capelli neri, lo guardò insistentemente, con doloroso disprezzo. Un uomo pelato e mezzo nudo, con vistosi tatuaggi, gli rivolse un sorrisetto incredulo, come se avesse infranto un tabù con la sua sola presenza. Di nuovo, quindi, ebbe paura. Quella paura di sottofondo che non lo aveva mai abbandonato e che  poteva solo riacutizzarsi.
Si allontanò silenzioso e raggiunse la toilette. Si avvicinò all'orinatoio. Seguiva un copione di gesti naturali, profondamente impressi nella sua natura. Sentì il rumore del getto, prima di rilassarsi. Si avvide che l'orina era scura, quasi nera e lo prese lo sgomento. Cercò di allontanarsi e all'improvviso venne aggredito. Una lunga, sottile proboscide era sbucata dallo scarico, avventandosi sul suo sesso. Gridando, la afferrò con due mani e cercò di staccarla. Non ci riuscì e, continuando a tirare, andò all'indietro. Vide fuoriuscire una testa grigia, due piccoli occhi frivoli,  un ventre grasso. Provava un'ombra di piacere, ma il terrore e il disgusto erano più forti. Si gettò per terra, tra le scarpe dei presenti, che commentavano la situazione con voci gutturali, in lingue incomprensibili. Ovunque sperasse di incontrare un afflato di solidarietà gli arrivava il più netto rifiuto.  Invece di aiutarlo a liberarsi da quella bestia,  presero a sputargli addosso, a dargli calci.
Due ragazzine cominciarono a  montargli sopra. Qualcuno gli tirò  un oggetto. Fece attenzione ai volti che lo circondavano, recependo un odio indifeso. Non avrebbero voluto trattarlo così, ma era inevitabile. Alcuni piangevano di rammarico. Anche le adolescenti che lo calpestavano lo facevano perchè dovevano anteporre se stesse a lui, tristemente, senza potere immaginare un'altra soluzione.
Non potè trovare di meglio che radunare tutte le sue estreme forze e dimenarsi nel tentativo disperato di alzarsi e darsi alla fuga. Il risultato fu che tutto il suo corpo fu risucchiato all'interno della bestia. Attraverso le sue viscere, si ritrovò steso di schiena, in un'oscurità viscida. Si alzò a fatica e si mise a correre all'impazzata. Era un cunicolo buio, ma una vaga luminescenza marrone gli segnalava, di lì a poco,  un progressivo allargarsi delle pareti, che diventavano quelle di un vero e proprio tunnel. Ecco ancora l'autostrada. Dentro una galleria, però, dove doveva camminare lungo un bordo sottile, mentre le automobili, noncuranti, sfrecciavano numerose.
Tra lui e i suoi simili non c'erano vie di contatto. Veniva dalla guerra, dall'odio. Era partito per andare verso qualcosa di meglio, chissà, oppure per  confermare la sua condanna.
Stava a galla, sopra abissi che ignorava, la visione amputata per necessità e per scelta. Era stato marchiato e indirizzato. Che fosse stato proprio lui a chiederlo o lo avessero, in realtà,  deciso altri, assieme o contro di lui, poco importava. Era lì e doveva andare avanti, senza ripensamenti.
Quando la galleria terminò, si trovò in un paesaggio straordinariamente definito. Era il mondo visto da quel vacuo mostro, che poi era lui stesso. Una vista acutissima, che scandagliava le pianure, distinguendo fiori e ginestre, pietre e salvia. La saliva che ingurgitava era amara, nel pulsare, ancestralmente animale, delle sue mucose.
Quando un'automobile si fermò al suo fianco e venne fermamente invitato a salire dietro, obbedì senza meravigliarsi. Al volante sedeva un uomo brizzolato, corpulento, accanto ad una donna stempiata, con gli zigomi forti, gli occhi tondi e sporgenti. Promanava da lei un'energia intensissima e, soprattutto, una straordinaria mancanza di benevolenza.
Filippo cercò di richiamare la loro attenzione, ma inutilmente. Gli venne da piangere. Era un bambino di forse cinque, sei anni. Non sapeva quando e in che modo fosse avvenuta la metamorfosi, ma gli sembrava del tutto ovvia. Piangeva sommessamente e continuativamente, del tutto trascurato, con la sua voce di adulto. Infine la macchina accostava in prossimità di una piazzola di sosta.
Fermatosi, l'uomo gli ingiunse di scendere, con gli occhi velati di collera.
“La smetti o non la smetti?” Minacciò. Avrebbe voluto obbedire, ma la paura era troppo grande. Le mani gli tremavano e dalla sua bocca uscivano, suo malgrado, lamenti cavernosi, amplificati da un'inaspettata eco.  Arrivò la prima sberla,  la seconda.  Poi iniziò a picchiarlo anche la donna. Tra la nebbia delle  lacrime la guardava incamerare aria, ululando per lo scandalo che lui rappresentava ai suoi occhi; schiaffeggiandolo, il suo sguardo lo sfuggiva, quasi fosse impegnata in  uno scongiuro e agisse per un eccesso di sorpresa e di indignazione.  Le sue unghie affilate gli scavarono nelle guance. Finì per terra sanguinando dal naso.  Lui lo sollevò tirandolo per i capelli. Vide i suoi piedi penzoloni sul vuoto e chiazze rosse che macchiavano l'asfalto. Venne sbattuto in malo modo sul sedile posteriore e il viaggio proseguì. I due parlavano velocemente tra loro, borbottavano minacce tra i denti, progettavano punizioni. Filippo dovette dar di stomaco. Vide il suo vomito sul sedile e sul tappetino. A quel punto l'uomo accostò di nuovo. Si voltò.  Aveva il volto pieno,  arrossato. Le pupille erano dilatate. Carne della sua carne, sangue del suo sangue, gli afferrò il collo con una mano e strinse, strinse sempre di più. Poco a poco tutto veniva meno. In realtà, la presa si allentò a un attimo dalla fine. L'uomo lo trasse fuori dalla macchina, afferrò una corda dal bagagliaio e lo legò meticolosamente al guardrail. Braccia e bacino. Dopodichè lo abbandonarono.
Passò il tempo e sopraggiunsero la fame e la sete. Morbidamente, mellifluamente, svariate creature gli furono, infatti,  attorno, garbate, discrete statuine di cera, dalla forma di ballerina  in tutù o di libellula cangiante. Gli si appressavano, prima di immobilizzarsi. Forme e colori  cristallizzavano davanti a lui, restando gentili, perchè di fatto sarebbe bastato mangiare e bere perchè si allontanassero immediatamente. La fame e la sete non erano nemiche, erano una circostanza materiale, risolvibilissima. Non per il bambino che era, che continuava a singhiozzare, non facendosi consolare da quei sorrisi delicati, quasi amichevoli, confidenti in una concretezza a venire, gravida di piaceri. Di solito era così, per chi si trovava nella situazione giusta. Lui cosa avrebbe potuto aspettarsi? Quali piaceri? Sentì il suo sesso inturgidirsi, non era più bambino, ma restava legato e impotente. I  piedi erano scorticati negli infradito. 
Un'altra auto rallentò, con stridore di freni. Dal finestrino una mano candida gli gettò del cibo. Lui protese il viso, ma restava legato, per cui vide spargersi per terra noccioline e cioccolatini. Il conducente mise meglio a fuoco la sua condizione e si fermò poco oltre. La portiera si aprì e ne uscì un tipo alto dalla pelle bianca e la veste nera,  le sopracciglia inarcate. Gli arrivò tutto il portato della sua estrema vanità. Era totalmente preso da se stesso, eppure lo slegò dal guardrail,  con studiata dolcezza.  E  prese ad accarezzarlo sulla testa, mentre lui, finalmente libero, si gettava carponi tra i golosi doni, annaspando con la bocca. L'altro lo osservava misurando la distanza tra loro, provando tutto il piacere possibile dal divario esaltato dalle mani curate.
“Filippo,” disse, “Caro Filippo...”  La sua soddisfazione si localizzò sulla punta della lingua, con cui prese a umettarsi le labbra. Sorrise, ma non era un sorriso amichevole. Poi mugolò, come se stesse venendo. Si concentrò sui suoi spasimi, con gemiti che esprimevano la consapevolezza dell'eccesso, di qualcosa che debordava drasticamente dall'armonia, dalla giustizia, da quanto si poteva ritenere dotato di senso. Il suo godimento era una resa incondizionata. Non era lui ad avere voluto che Filippo fosse in quello stato. Era il destino, una legge di cui non poteva ritenersi responsabile. Eiaculava del tutto privo di sensi di colpa. Restava il fatto che lo aveva salvato. Le strade della misericordia sono molte e imprevedibili. Avevano di sicuro avuto reciprocamente a che fare in passato e, soprattutto, avrebbero dovuto incontrarsi di nuovo. Solo in un futuro indefinibile i conti sarebbero stati pareggiati. Era rassicurante questa intima certezza. Ma non bastava a cancellare umiliazione e disillusione.
Dopo l'orgasmo, il trionfatore si rivolse ad una donna giovane, irruente  su tacchi a spillo, sopraggiunta in quel momento. Questa gli porse un braccio perchè la seguisse.  Andarono via insieme, a piedi. Filippo continuò a vederli marciare pieni di sicurezza. Non cessava, seguendoli,  di guardare i selvaggi capelli biondi della ragazza che ondeggiavano per il passo e per il vento.  Li perse di vista, ma li ritrovò più avanti, mentre riposavano sotto un albero. Concentrato su se stesso, irretito dalla consapevolezza sdegnosa del piacere, l'uomo stava disteso tra le braccia di lei, che gli accarezzava il viso e gli asciugava la saliva ai lati della bocca.
Filippo passò oltre. E vide  nuove pianure desolate, poi alberi tra remoti villaggi sparsi, di nuovo alberi, infine colline. Le automobili, non molto frequenti, schizzavano a velocità incredibile e talvolta lo sfioravano, ma di nuovo non ne coglieva né forma, né colore, nè dimensioni.
Resisteva e, man mano che il tempo passava, si sentiva sempre di più se stesso, si riconosceva pienamente. Coglieva, in sintesi,  il compito che lo attendeva, senza poterlo volgere in parole. Questo potenziamento avrebbe trovato corrispondenza, di lì a poco, anche all'esterno. Lo presagiva arrivando in una grande città, i cui palazzoni periferici erano a ridosso dell'autostrada. Enormi condomini gravavano sulle tre corsie. Poteva percepire lo sguardo di molte persone che si stavano affacciando alle finestre. Ne sbirciò le minuscole teste, lontane macchie nere in controluce. Una donna si sporse sul davanzale, indicandolo: “E lui!” gridò. E subito dopo, da altre finestre, dei volti si agitavano e presero a urlare: “E' lui, è lui!”. Protendendosi verso l'alto vedeva uomini di ogni età, smunti, paffuti, calvi o con parrucchini e, soprattutto, molte donne anziane, dall'espressione preoccupata. “E' lui!”. “E' Filippo!” E altre finestre ancora, invece, si chiusero. Una dopo l'altra, numerose tapparelle furono abbassate, molte teste si eclissarono. Il riconoscimento non era stato affettuoso. Lo ricordavano per il disprezzo di cui era universalmente oggetto. In quelle grida, in quelle fronti corrugate non traspariva la minima solidarietà nei suoi confronti. Andava incontro all'odio profondo di molti suoi simili e all'indifferenza totale degli altri. Quello che avrebbe subito sarebbe stato terribile, ma nessuno avrebbe mosso un dito per aiutarlo. Non avrebbe avuto un consiglio, un aiuto, neppure una parola buona. Era quello che lo aspettava e non sarebbe stato nè il primo né l'ultimo. Era capitato e sarebbe capitato a molti altri reietti, in quanto parti di un meccanismo implacabile di cause ed effetti. Sapeva solo che non poteva che accettare la sua parte, passare sotto quei palazzi pieni di avversione. Il cielo si era fatto limaccioso. Soffiava aria fresca, rabbrividì.  Vide  un gruppo di uomini scuri, malvestiti, che correvano dai campi verso di lui.  Scavalcato il guardrail, lo catturarono avvolgendolo in una coperta, per impedirgli di vedere dove lo avrebbero portato. Lo spinsero lungo una discesa. Sentì un rumore come di una saracinesca che si alzava. Gli tolsero di dosso la coperta. Potè così vedere dove si trovava, una vasta stanza disadorna. Intorno, molta gente cenciosa lo contemplava, seduta a terra presso le pareti.  Parlavano tra loro in lingue sconosciute. Se lo indicavano l'uno all'altro, scambiandosi informazioni od opinioni.
Una ragazza in divisa, berretto a visiera,  gli si avvicinò con aria di sfida. Si arrestò a poca distanza da lui, fissandolo in viso.
“Cosa può confarsi a siffatto errore, in questo imporsi di follia e resipiscenza della provocazione? Cosa potrebbe essere inferto al principio per cui mortifere esalazioni di soprastanti falsi allori, guastano impunemente gli evolventi siti?  Urge combattere, al cospetto del coro dei più.”
Da una parete una voce sofferente pose una domanda: “Perchè mai il liberato apice non ostacola il fisico espandersi dell'ingannevole, rosata tenebra?”
Si fece silenzio, tutti si aspettavano un suo cenno, una  parola. Pareva un processo.
“Non sono sicuro” rispose, allora, “Che non sapendo quali risorse smarrii espandendomi, fossi di buon grado capace di dispersioni malvage. In fondo,  nel conflitto di opposti vettori e interposti quesiti, altro non fu che l'inconsapevolezza mia querula  a  non modellizzare solide intenzioni.”
Non era convincente, lo sapeva bene. In fondo, però, non importava. Avrebbe voluto molto, ma poteva poco. Il suo stesso corpo era lì a dimostrarlo. Non era il corpo che avrebbe immaginato di avere. I piedi nell'infradito erano “alla greca”, cioè con il secondo dito più lungo dell'alluce. Non li avrebbe voluti così.
A quel punto la ragazza sorrise con scherno. Il suo volto ambrato era scosso da piccoli interni sussulti, nel momento stesso in cui scacciava Filippo dalla sua mente. Così, a poco a poco, anche gli altri si misero a ridere, uno dopo l'altro, nella pienezza di un'irrisione profonda, che nasceva da un rifiuto radicale per ciò che lui prometteva di essere, corpo e mente.
Capì che doveva tentare di fuggire. Il processo non era dunque neppure iniziato. La colpevolezza era scontata, come se fosse stato colto in fragrante. Scappando, era attorniato dappertutto da porte metalliche. In alto le facciate dei palazzi parevano sul punto di rovinare, per cancellarlo definitivamente. Gli lanciarono dietro dei cani. Un paio lo raggiunsero subito, azzannandolo ai fianchi. Si divincolò, ne afferrò uno, riuscì ad avere ragione della sua forza, abbrancandolo al collo e spappolandolo con le mani, con una potenza che non pensava di avere, mentre l'animale si dibatteva e ruggiva.  E così fece con gli esseri umani che gli saltavano addosso da ogni parte. Colpiva alla cieca, rompeva costole, cavava occhi, infilava dita in gola. Perdeva ogni cognizione della vita di quei corpi, considerandoli come cose, nient'altro che cose. Le urla, i pianti, i conati non gli sembravano che esiti meccanici di un'impostura. Lui stesso si sarebbe aperto con le sue mani. Fu quello che fece, fermando così l'attenzione di chi lo inseguiva. Davanti a loro si strappò il ventre, esibì le interiora. E continuava a correre, ritrovando l'autostrada, seminando sangue e budella. Cos'altro era, se non uno schifoso impasto? Non poteva credere in Filippo, così come nello scempio che di lui aveva appena fatto. Infatti, lasciandosi alle spalle la città,  con gli ultimi palazzi frementi di vita, ritrovava l'integrità del corpo e della meta. Una sola cosa poteva e doveva fare: andare avanti, sempre più avanti, eroicamente.
Fino al traguardo, fino ai supposti, inimmaginabili, caselli d'uscita.
Ad un certo punto, all'orizzonte, si intuì un subbuglio, un tumulto grandioso. C'era sicuramente, laggiù, la stazione d'arrivo. Si sentiva un rumore incessante, simile a un tuono,  e si indovinava uno scintillio di gocce d'acqua, sullo sfondo, che si sollevava imbiancando il cielo.
La prossimità dell'uscita venne annunciata anche dal moltiplicarsi delle presenze, dei pellegrini. Notò un viandante sciancato, perso nella sua solitudine, bambini soli e in gruppo,  due donne che si tenevano per mano.  Procedevano lungo il guardrail, evitando di sporgersi troppo verso la strada, col rischio di essere investiti. Erano sempre di più, una fila sterminata di gente  decisa ad esserci, ciascuno con la certezza ormai consolidata della propria identità.  Avevano tutti il loro nome e non si stupivano a sentirlo risuonare nei recessi della propria storia. C'era Agata, c'era Marcello. E c'era lui, Filippo. Erano pienamente individuati. La cosa non piaceva a nessuno,  nonostante ci fosse chi andava incontro al futuro con evidente più serenità, con maggiori e meritate garanzie. Si guardava le mani e le vedeva secche, asciutte. Disse, forte: “Filippo!”. Si chiese perché si trovasse in quelle condizioni. La domanda aveva una risposta che non gli era accessibile. Ormai era del tutto sradicato. Si chiese fino a che punto lo fosse allo stesso grado delle donne che si tenevano per mano, ad esempio. Loro, almeno, erano in due, si facevano compagnia. Si erano guadagnate un sostegno, da qualche parte, in qualche tempo. Siamo quello che abbiamo voluto essere. O no? Nuovi dubbi gli frullavano nel cervello, le domande si affastellavano più confuse e più stanche. In verità, si stava arrendendo. Si avvicinava poco per volta ad una rassegnata attesa. Non restava  che questo, che lasciarsi andare docilmente.
Si cominciò  ad intravedere la lunga fila dei caselli. Erano pedoni, ma in qualche modo ci si sarebbe presi cura di loro. Chi viaggiava in automobile aveva vantaggi e protezioni  impensabili. Loro invece erano i reietti. Sogghignò, guardando di sottecchi i colleghi che lo precedevano. Poi si volse alle spalle e vide che la processione non aveva fine. Piegò istintivamente le labbra in una smorfia di disprezzo.
Man mano che si avvicinavano erano  più numerosi e più a stretto contatto. Faticavano a mantenersi compatti, col rischio di esporsi pericolosamente. Così avvenne, infatti, per una creatura esile, che pareva non avesse mai respirato pienamente. Filippo aveva già intravisto il suo volto emaciato. La giovane sbandò uscendo di qualche passo dalla linea. Venne investita in pieno da un pulmann carico di viaggiatori impassibili, che continuò verso la stazione senza rallentare. Lei giacque a terra e la si vide ridursi lentamente in poltiglia. Si liquefaceva, via via raggrumandosi. Divenne una bolla instabile, sorta di grosso tuorlo che si gonfiava, facendosi trasparente, fino a scoppiare. Rimasero solo poche gocce sull'asfalto, a ricordare una delle reiette, a questo punto non più tale, viaggiatrice senza meta, sventurata senza sventura. Affacciatasi appena alla sua missione, senza sapere che era solo uno sbaglio, forse uno scherzo. In ogni caso, una necessità. 
I caselli ormai erano vicini. Si sentiva gridare, singhiozzare. Una risata maschile, offensiva, si stagliò nel clamore. Qualcuno bestemmiava. Una religiosa vestita di nero intonava un inno con voce acuta. Filippo volle guardarla in viso, conoscerla. Le arrivò alle spalle e la toccò. Lei si voltò spaventata, scorgendolo da una distanza incommensurabile. Le labbra violacee si strinsero serratamente. Era forte, sapeva quello che la aspettava, ma era pronta.
“Cosa vuoi?” Gli chiese, freddamente.
“Voglio vedere la faccia di chi è nelle mie condizioni, o quasi.”
“Merda,” fece lei e si voltò nuovamente, riprendendo a cantare energicamente.
La meta era prossima. La successione dei caselli si estendeva all'infinito e le automobili rallentavano formando  interminabili code. C'erano auto nuove scintillanti e altre vecchie e  scassate, con cofani piegati, portiere distrutte. C'erano quelle di lusso, lunghe e le spider. Dentro si intravedevano visi  inespressivi, gaudenti, disperati, celati dai vetri oscurati, in una corazza invincibile.
Alcuni dietro cantavano, forse per farsi coraggio, si sentì ancora esplodere la tracotante risata maschile. Una donna con un bambino, probabilmente madre e figlio,  si abbracciavano continuamente e piangevano, cercando inutilmente di sostenersi a vicenda. La paura segnava i loro volti,  nella debolezza e nel dolore. Un casello era ormai a pochi passi. Si vedevano delle braccia tendersi di volta in volta e ritirare il pedaggio, sotto forma di oboli estratti dalle bocche, dall'ano. Uno alla volta, spontaneamente, tutti tiravano fuori dal proprio corpo valori colorati, profumati, puzzolenti, splendenti. Se li sfilavano dalla gola, da sotto le ascelle. Con le mani scavavano dentro se stessi per estrarre quel bolo di doni e di scarti. A ritirarli ci pensava il signore in divisa dentro la cabina, corpulento, aiutato da un mingherlino dal pizzo grigio, che presiedeva ad una macchina miscelatrice dove la materia veniva gettata. Dal quel crogiolo provenivano odori e gorgoglii. Venivano poi riempiti  sacchi che degli inservienti trasportavano altrove, probabilmente in un magazzino nelle vicinanze.
Finalmente toccò a Filippo, tra rassegnazione e  sollievo.
Vide che dentro, in un angolo, sedeva una grossa donna nera, con un alto coloratissimo turbante. Si sventagliava per il caldo. E accadde qualcosa. La guardò supplichevole e lei ricambiò con un'espressione che lo rese incredulo. Per la prima volta, non si trattava di uno sguardo ostile. Anzi, poteva essere sicuro che quegli occhi comunicavano comprensione, dolcezza, nonché una vaga apprensione, forse una promessa di soccorso, una concessione fatta di nascosto. Era una donna autorevole, antica, che  aveva senz'altro conosciuto, ma non ricordava nulla.
Infilandosi le mani nel ventre dall'ombelico, anche lui ne estrasse rotoli di filamenti pastosi, cordame, matasse schiumose. Rovistò a lungo e c'era sempre ancora qualcosa da grattare via, da consegnare.
L'ometto dal pizzo grigio buttò tutto nella miscelatrice, con impazienza.
Passando oltre, sapeva che non avrebbe più rivisto l'austera, clemente donna nera.  Gli restava però dentro la sua muta consolazione.
Ora sarebbe uscito dall'autostrada. Si ritrovò in mezzo ad una folla divenuta silenziosa, col respiro stentato, in un'attesa sfinita. Nella foschia, al di là della volta biancastra del cielo, indovinava qualcosa, come l'ombra immensa di una o più teste, le mosse volubili di chi, scrutandoli,  armeggiasse tra i suoi giochi.  E in un lampo gli parve di riconoscere, con assoluto sconcerto, se stesso.
Quindi vide il mare. Non era molto distante, un mare terroso, mefitico, che tracimava. L'acqua stava avanzando furiosamente. Alcuni compagni furono subito trascinati via, Filippo li vide annaspare, divincolarsi in un ultimo tentativo di ribellione. La donna e il figlioletto vennero divisi da un'onda e tentarono invano di ricongiungersi. La risata volgare dell'uomo alle spalle finì col spegnersi in un gorgoglio d'annegato. Anche lui venne travolto. Era un'acqua tiepida, densa, avvolgente. Nel buio e nel calore finì di arrendersi. Ebbe la sensazione di chiudere gli occhi per sempre.
Si risvegliò sin troppo presto, al colmo del terrore. Il liquido stava defluendo intorno e dentro di lui. Non provava alcun senso di liberazione, ma un'angoscia intollerabile. E quella luce violenta... Iniziò allora a gridare con tutte le forze, in un pianto che si ripercuoteva nel passato e nel futuro, nella  sbigottita  confidenza con la  sua voce, una voce assai diversa, adesso, assai più acuta. Una voce sottile. Un vagito.
Infine, era al mondo.

domenica 21 settembre 2014

SOLITUDINE di Eduardo Poggi



La lugubre abitazione era illuminata dalla debole luce di una candela. Egli poggiò il candelabro sul pavimento, spostò, trascinandolo, il letto, e chiuse la porta. Depose gli strumenti per cacciare i fantasmi vicino alla candela. Si chinò su di questa e soffiò. La fiamma si spense ed egli riuscì a vedere la punta rossa dello stoppino e il fumo denso trasformarsi in una figura fosforescente emanante un odore di sostanza grassa. Temette gli incubi di sempre. Si coricò. Le spalle rivolte al vuoto della stanza, provò le stesse paure di quando era bambino: qualcosa che si nascondeva sotto il letto; una mano che cercava di toccargli la testa; un respiro freddo sul collo; un odore nauseabondo; qualcuno che lo scopriva bruscamente. Mezzo assonnato, sentì che lo stavano chiamando. Dischiuse le palpebre e vide che la figura fosforescente lo assorbiva, con la stessa forza con cui è risucchiato il genio di una lampada.

(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

giovedì 18 settembre 2014

MORTE ROSSA di Adriana Alarco



La diffusione di nuovi batteri letali, attraverso i condotti dell'ossigeno, è immediata. I moribondi alzano le braccia freneticamente, cercando di sollevarsi e di respirare, aggrappati alla vita. Si agitano, gridano a voce alta, hanno le membra insanguinate, gli occhi fuori dell’orbite. Gli getto sopra pietre e rocce. Alla fine, l’ultimo è sepolto sotto un cumulo di rocce metalliche che brillano alla luce di cinque lune. Un monumento al Disastro.
Fu Poe che inventò la Morte Rossa? E.T. è un giocattolo o un essere malvagio e manipolatore di un’altra galassia? Non posso saperlo. Sono l’unica superstite umana – che respira ossigeno – della Colonia Symca… E restiamo soltanto io e lui.

                 (Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

martedì 16 settembre 2014

INCIDENTE PITTORICO di Sergio Gaut vel Hartman




Era l'unico, autentico ladro di quadri, l'unico vero, capace di entrare nelle grandi opere per rubare fagiani, mandolini, carte e perfino sorrisi. Il guaio è che poche volte trovava cose preziose e troppo si perdeva negli sconcertanti paesaggi dei quadri di Dalí o Van Gogh, quando non restava agganciato agli spigoli dei Picasso o Duchamp. Comunque, la cosa peggiore accadde il giorno che cercò di entrare in un Kandinsky. Trasformato in un punto su un piano, fu inseguito da un branco di trangoli e rombi che subito lo raggiunsero e divorarono senza pietà.

(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

sabato 13 settembre 2014

L’UOMO DAL GUANTO di Paolo Secondini


       
                                                                                            a Pierre Jean Brouillaud

Il rumore improvviso, nel Museo del Louvre, allarmò uno dei tanti custodi che, di notte, vi si aggirano accorti e muniti di torcia elettrica.
Il rumore sembrava essere giunto dalla sala attigua a quella in cui il custode si trovava.
Con non poca apprensione, egli s’incamminò in quella direzione: poteva trattarsi di un ladro o, comunque, di un malvivente.
Quando fu nella sala, volse intorno il fascio di luce della torcia. Non scorse nessuno, né gli parve vi fosse qualcosa d’insolito…
No, un momento!
Tornò a illuminare il quadro dipinto da Tiziano Vecellio: l’uomo dal guanto, e notò, con grande stupore, che il soggetto ritratto era sparito.
Proprio così!
Il quadro era lì, con la preziosa cornice e la tela, in cui campeggiavano solo lo sfondo e il blocco di marmo sul quale l’uomo dal guanto avrebbe dovuto poggiare il suo braccio. Ma dell’uomo in questione nessuna traccia: sembrava svanito nel nulla.
Il custode si tolse il berretto; si grattò freneticamente tra i capelli.
Non riusciva a capire che cosa fosse accaduto.
Di colpo i suoi occhi furono attratti da alcune macchie sul pavimento: a tutta prima gli parvero impronte di piedi.
Incredulo, si chinò, toccò con la punta di un dito una delle macchie, fece luce con la torcia, annusò…
Vernice.
Si drizzò nella figura e, circospetto, si diede a seguire le impronte che lo condussero a un’altra sala del Louvre, dove era esposta la Gioconda di Leonardo da Vinci.
Proprio davanti a questo famoso dipinto, egli vide l’uomo dal guanto, in ginocchio, le braccia protese verso Monna Lisa…

* * *

Il custode fu preso per pazzo quando, in seguito, riferì di avere sentito pronunciare dall’uomo le seguenti parole:
«Oh, io vi amo… vi amo immensamente, mia dolce Signora! Presto! Presto!... Scendete anche voi dal quadro e abbracciatemi, baciatemi. Ve ne prego! Vi supplico!... Un bacio… Uno solo…»

giovedì 11 settembre 2014

DIMMI CON CHI VAI di Fabio Calabrese



Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. (Detto popolare)

La luna, una luna quasi piena, era uscita da dietro le nubi, e ora spandeva nella notte la sua spettrale luminosità.
Il sentiero si stendeva nitido davanti a noi, perché il chiarore lunare faceva risaltare e quasi brillare i ciottoli di ghiaia biancastra che ne costellavano il fondo, ma ai due lati l'intrico di alberi e cespugli inselvatichiti che costituivano quasi una vera e propria foresta, risultava più cupo e minaccioso che mai.
“Dottor Niemeyer”, disse Silas al mio fianco, “è proprio sicuro di voler andare? È ancora in tempo per ritirarsi, se vuole”.
“Andiamo!”, risposi seccamente.
Ci avviammo lungo il sentiero, Silas e io. Procedevamo affiancati e silenziosi come due spettri.
Naturalmente non c'era in giro nessuno, ma penso che se qualcuno ci avesse visti, avrebbe pensato che formavamo un ben strano contrasto.
Vi sono alcuni esseri umani, un gruppo scelto e limitato: artisti, studiosi, persone molto intelligenti, che frequento disinteressatamente per il puro piacere della loro compagnia. Costoro hanno in genere la bontà di elogiarmi per il mio aspetto elegante, dicono che sembro un gentiluomo di altre epoche, e non sanno quanto abbiano ragione.
Silas era vestito con abiti laceri e non troppo puliti, ma anche se avesse indossato un elegante smoking o una marsina, avrebbe avuto ugualmente l'aspetto di uno spaventapasseri: alto, di una magrezza scheletrica, con gli occhi profondamente infossati nelle orbite. Aveva i capelli troppo lunghi e arruffati, la pelle butterata, picchiettata di un'ispida ombra di barba, uno sguardo torvo con un che di animalesco.
Mentre ci inoltravamo, la luce lunare sembrava trarre forme mostruose dalle ombre ai lati del sentiero. Ogni tanto si udiva qualche verso lontano di un uccello notturno o un pipistrello ci svolazzava attorno. Silas mi osservava con attenzione aspettando di vedermi trasalire. Beh, credo che lo delusi.
Il sentiero terminava contro un basso muretto su cui si ergevano le sbarre di una cancellata; era in tutta evidenza un cimitero.
Trovammo senza difficoltà l'ingresso. Silas si muoveva con disinvoltura, era chiaro che quella strada gli era familiare.
Il cancello non era chiuso. Silas spostò l'anta della cancellata, ma mi bloccò tendendo una mano verso di me.
“Dottor Niemeyer”, disse, “è proprio sicuro di non voler aspettare l'alba? Andare a caccia di vampiri è più sicuro quando il sole è sorto”.
Feci un gesto di diniego.
“Prima facciamo, meglio è”, risposi brusco.
Oltrepassammo il cancello ed entrammo nel cimitero incamminandoci per i vialetti fra le tombe. Silas si muoveva con sicurezza, una sicurezza certamente dettata dall'abitudine, sapeva esattamente dove voleva portarmi.
Un cimitero di notte sotto la luna, un luogo infestato da una presenza soprannaturale, un luogo che chiunque avrebbe trovato minaccioso e tetro. Di nuovo ebbi l'impressione che Silas mi spiasse per cogliere qualche mio trasalimento, e di nuovo dovetti deluderlo.
Arrivammo davanti a una cappella di marmo bianco, ma sporco e trascurato, aveva la forma classica delle cripte di famiglia.
La porta metallica della cripta era appena accostata. Silas la aprì e mi rivolse uno strano sogghigno.
“Dopo di lei, dottore”, disse.
Dentro era buio, tranne che per la luce lunare che entrava dall'ingresso, ma la cosa non pareva disturbare Silas e di certo non disturbava me.
C'erano alle pareti una serie di loculi che dovevano contenere le ossa e le ceneri di antiche inumazioni, e al centro c'era un unico grosso avello di pietra che doveva ospitare la sola sepoltura recente.
Appoggiai da un lato il mantello e la giacca e mi accinsi ad aiutare Silas.
In due, io da una parte, Silas dall'altra, spostammo il coperchio marmoreo del catafalco in maniera abbastanza agevole, sebbene fosse alquanto pesante.
Dentro il sarcofago non c'era nulla, era vuoto.
Silas m'interpellò in modo sarcastico.
“Ancora non ha capito, vero dottore?”
“Lei voleva incontrare il vampiro”, proseguì, “ebbene, eccolo qui davanti a lei, il vampiro sono io”.
Gli risposi con un'occhiata indifferente che mi ricambiò con uno sguardo folle. Spalancò la bocca mettendo in mostra i canini di lunghezza anomala.
“Che mi dice ora, dottore”, disse ancora, “il dottor Niemeyer, il grande studioso delle scienze occulte e dei fenomeni paranormali?”
Arretrò di un mezzo passo, sconcertato forse dal fatto di non leggere in me alcun segno del terrore che pensava d'incutermi.
In quel momento provavo, come mi accade altre volte, una curiosa sensazione di sdoppiamento: una parte di me era lì nella cripta, ben presente e vigile, un'altra era invece mille miglia lontana da lì e da quella creatura miserabile che non m'ispirava altro che disprezzo.
Qualcuno fra gli umani che conosco, di quei pochi che frequento disinteressatamente, ha paragonato l'espressione che assumo in quei momenti a una scogliera dirupata a picco sul mare: non si può cogliere l'emozione che esprime, ma fa un'impressione di grandiosa estraneità.
Prima di andarmene rimisi a posto il coperchio dell'avello. Ora non era più vuoto, e quel che conteneva non si sarebbe mai più mosso di propria volontà.
Silas, un bifolco che qualche sciocco invece di finire aveva per errore trasformato in uno di noi. Non aveva nessuna possibilità di competere con un maestro con un'esperienza di secoli. 

martedì 9 settembre 2014

UNA BAMBOLA SPECIALE di Annalisa Seveso



     Alison giocherellò con le dita mentre, guardando fuori dal finestrino del taxi, si rese conto che la casa di sua cugina ormai distava solo una manciata di minuti.
Lei e Cora non si erano mai sopportate. Dall’adolescenza in poi avevano sempre cercato di convivere pacificamente, se non altro per evitare le ramanzine delle rispettive madri che erano sorelle. Alison però, a volte, rimpiangeva quell’età in cui la ragione non è ancora giunta, o questo almeno era quello che pensavano gli adulti, così lei poteva infierire sulla cugina coetanea con graffi, schiaffi e tutto ciò che la sua perversa mente infantile le suggeriva. Qualche volta ne era uscita vittoriosa, altre invece aveva avuto la peggio. Ad ogni modo era liberatorio poter sfogare i sentimenti in maniera così aperta, sospirò lasciandosi andare a un sorrisetto nostalgico.
La grande casa in stile vittoriano di zia Mary le si parò davanti, altezzosa e sfacciata esattamente come le due donne che la abitavano. Fece un lungo sospiro pensando alla lunga giornata che l’attendeva. Fosse stato per lei avrebbe passato la domenica a casa o in un pub con qualche amica, ma non poteva proprio evitare di presenziare a quel rituale. Ogni anno, in occasione del compleanno di zia Mary, la donna organizzava una cena e invitava tutti gli amici e i parenti e Alison, nonostante avesse cercato di convincere sua madre a dispensarla da quella incombenza almeno per quella volta, alla fine era stata costretta a partecipare.
-Si tratta solo di una domenica nell’arco di un anno – l’aveva rimproverata sua madre quando si erano sentite per telefono qualche giorno prima.
-Lo so, ma…
-Niente scuse, Alison, per favore. Sai che voglio bene a mia sorella. Mi rendo conto che a volte ha degli atteggiamenti un po’ strani, però le voglio bene.
-Capisco – confermò atterrita sapendo che nulla di ciò che avrebbe detto sarebbe stato sufficiente per far cambiare idea alla sua mamma. Tra l’altro a tutti i parenti era abbastanza evidente che le due cugine si sopportavano a stento ma, per il bene della famiglia, Alison avrebbe partecipato, sorriso, stretto mani, baciato guance, mangiato l’orrenda torta al limone di zia Mary e poi, verso le undici, sarebbe stata autorizzata a fuggire per non rimettervi piede fino all’anno successo.
-Facciamoci coraggio – si disse pagando il tassista e decidendosi a scendere.
Quando Alison entrò vide immediatamente qualcosa che non andava. Tutti parenti erano seduti in soggiorno, ma nessuno di loro parlava, né la degnarono di uno sguardo o di un saluto. Erano fermi, immobili, con lo sguardo vacuo che fissavano lo schermo della Tv con l’espressione da ebeti.
-Mamma…. Zia Mary… – chiamò vedendo che in salotto erano le uniche persone che mancavano. Raggiunse la cucina, guardò fuori dalla finestra e le vide insieme, sedute sul dondolo in giardino. Si tenevano per mano, ma anche loro, come tutti i parenti che c’erano in soggiorno erano in silenzio e con lo sguardo spento.
-Ma che diav….
Quando sentì che qualcuno le posava una mano sulla spalla Alison sobbalzò, si voltò e vide Cora che la guardava con un’espressione malvagia.
- Era ora che arrivassi. Stavamo giusto aspettando te per iniziare i festeggiamenti.
- Che cosa è capitato agli ospiti? – domandò sentendo che il battiti stavano accelerando.
- Perché? Stanno benissimo, non trovi? Tu sei l’unica che hai bisogno di rallentare i ritmi e rilassarsi. Vuoi qualcosa da bere?
Alison la osservò con  sospetto. Per esperienza sapeva che non c’era nulla di cui stare tranquille quando Cora usava quel tono mellifluo e quel sorriso palesemente fasullo.
- No, grazie, sto bene così.
- Ho fatto delle modifiche nella mia stanza. Ti va’ di venire di sopra con me, così potrai vedere con i tuoi occhi che bel lavoro ha fatto l’architetto che ha chiamato mamma.
- Io… a dire la verità… preferirei andare ad assicurarmi che mia madre stia bene.
- Non te la starai facendo sotto dalla paura? – le domandò Cora con aria volutamente sprezzante.
Alison si rese conto che la cugina la stava provocando, ma non le avrebbe dato soddisfazione.
- Ovviamente no – le rispose guardandosi attorno con circospezione. C’era qualcosa di molto strano e Alison doveva trovare qualcosa con cui, all’occorrenza, difendersi alla cugina così, non appena Cora le voltò le spalle per precederla al piano di sopra, Alison afferrò velocemente le uniche due cose che forse le sarebbero potute tornare utili: l’accendigas a fiamma e un coltello sporco che era stato dimenticato sul piano della cucina.
Alison seguì in silenzio Cora e quando la ragazza aprì la porta della sua stanza non vide nulla di terrificante, così fece un lungo sospiro e si rilassò dandosi della sciocca. Forse si era preoccupata per nulla, pensò voltandosi e solo allora il suo sguardo si paralizzò. In un angolo della camera c’era uno spazio adibito a una specie di grosso manichino dall’espressione inquietante.
- E quella? – domandò indicando con l’indice l’angolo della camera.
- Non ti ricordi di lei? È Amina, la mia bambola.
- Non dire stupidaggini. La tua bambola era circa trenta centimetri di plastica, quella è alta quasi quanto me.
- Perché è cresciuta. Le ho dato tutto il mio amore, le mie attenzioni e adesso è diventata grande e per questo ha bisogno di nutrirsi di più – rispose e con un rapido movimento chiuse a chiave la porta della camera, mentre sulle labbra le si dipingeva un sorriso diabolico. – Lo sai qual è il suo piatto preferito? Il cervello.
- Cora piantala! – le intimò Alison cercando di mostrarsi calma anche se dentro sentiva il cuore che le batteva come un tamburo. – Se è uno scherzo non mi fa ridere.
- Non sto scherzando. Tu sei una ragazza intelligente, lo sei sempre stata e così ho deciso che oggi la mia piccolina meritava un regalo speciale. Avanti Amina, va a prendere il tuo premio – disse con voce dolce sorridendo al quella specie di  mostro.
La bambola cominciò a muovere le gambe e le braccia e dopo essersi sgranchita si incamminò verso la sua preda.
Alison si guardò attorno disperata. Erano al primo piano. Forse saltando dalla finestra avrebbe potuto salvarsi. Certo si sarebbe rotta una gamba, un braccio, ma sempre meglio che offrire il suo cervello come dessert a quella specie di bambola demonica. Si frugò in tasca e si punse con la punta del coltello. Si mise a riflettere e si rese conto che quel manichino aveva una consistenza troppo dura per poter essere trafitto.
- So a cosa stai pensando, Alison – le disse la cugina con un sorriso. –Se vuoi scappare fallo pure, comunque devi sapere che ti faresti molto male precipitando nel cortile. Inoltre, tutti i parenti che ci sono al piano di sotto sono stati drogati e così, se non ti offrirai come pasto per la mia Amina, sarò costretta a farle mangiare il cranio di tua madre e poi anche quello di tutti gli altri invitati.
Alison iniziò a muoversi all’indietro fino a quando raggiunse la finestra.
- Pensa bene a quello che ti ho detto – le ricordò Cora scuotendo il capo. –Non costringermi a fare del male a tua madre.
- Sei una psicopatica!
- No, sono solo una madre apprensiva. Tu non sai cosa vuol dire voler bene al prossimo, non l’hai mai saputo perché sei sempre stata un’egoista.
Mentre Cora parlava la bambola le era sempre più vicina. Quando allungò una delle sue fredde mani di plastica e le afferrò una ciocca di capelli Alison sentì che quello era il momento: prese dalla tasca l’accendigas, lo accese e iniziò a far ondeggiare la fiammella davanti agli occhi inanimati della bambola.
- Che cosa le vuoi fare? – gridò Cora terrorizzata al pensiero che qualcuno potesse fare del male ad Amina.
Alison non la degnò di risposta, piuttosto si concentrò sulla bambola.
- Mi senti? – le domandò e Amina iniziò a muovere il capo in segno d’assenso. –Bene. Hai  paura del fuoco? Lo sai che è pericoloso? - La bambola annuì di nuovo. -Allora se non vuoi che ti faccia del male, d’ora in poi dovrai ubbidire a me, siamo d’accordo? – altro cenno d’assenso. – Vuoi bene alla tua mamma? – sì. –La vuoi avere sempre con te? – annuì. –Allora mangiala. Mangia il suo cervello, così potrete stare sempre insieme.
Sul volto di Cora si dipinse il terrore, mentre Amina le si avvicinava e con una rapida mossa l’afferrava per la nuca e si avventava su di lei.
Alison rimase immobile, terrorizzata, disgustata, mentre davanti ai suoi occhi si consumava quella scena raccapricciante.
Ora Cora era distesa sul pavimento priva di vita, ma con una strana espressione di felicità. Alison scosse il capo, mentre sentiva che il suo stomaco faceva le capriole, poi quando vide che tutto era finito si avvicinò alla bambola e le incendiò i capelli. La vide agitarsi e dibattersi mentre il fuoco la avvolgeva completamente e quando sul pavimento non rimase che una grossa macchia di plastica fusa, ricominciò a respirare. 
Aveva sempre odiato le bambole, pensò lasciandosi cadere stremata sul pavimento.

domenica 7 settembre 2014

LADRO DI LUCE di Fabio Lastrucci



Le foglie dei platani fuori alla finestra proiettavano sagome in movimento sui muri della cameretta. Erano ombre amichevoli, che piacevano a Matteo, come le silhouette delle tapparelle ritagliate dai lampioni notturni. Certo, ci voleva fantasia per figurarsi che quei trafori fossero la pellicola di un film, ma al ragazzo l’immaginazione non mancava. Anche quando pensava che a tarda notte venisse a vegliarlo un enorme lupo su due zampe, per controllare che dormisse dal lato giusto del letto.
Il pomeriggio illuminava di una tonalità dorata la collina di Posillipo. Un tramonto particolarmente lungo stava indugiando dietro le facciate delle case, come se si fosse impigliato nelle antenne che coprivano i tetti.
«Merenda! Me-ren-da!» urlò Matteo steso tra i giocattoli sparsi sul tappeto.
Al terzo imperativo, la mamma entrò nella stanza facendogli cenno con un dito di abbassare la voce.
«Guarda, che se continui a starnazzare così, porto via il televisore nuovo e dico al papà di rimetterlo nella stanza da pranzo. Ricevuto?»
 Il ragazzo si alzò in piedi e si fece strada tra i soldatini e gli albi di Mandrake.
«Posso vedere la tivù?»
«Hmm. E in cambio?»
Patteggiarono per una riordinata della stanza e una mezz’ora di studio dopo il telefilm. Italiano e geografia. Matteo raccattò svogliatamente il suo esercito, qualche 45 giri dello Zecchino d’Oro e i due Stanlio e Ollio di gomma (orfani di bombetta) per gettare il tutto nel baule di vimini dei giochi. Nascose poi sotto al letto il mangiadischi insieme ai giornalini e i sacchetti di patatine Pai. Infine tirò alla meglio il copriletto su un giacimento di calzini.
L’elenco dei compiti a casa, occultato da parecchie cancellature fatte ad arte, stava ben conservato in cartella tra le pagine del diario Vitt.
Gli esercizi di grammatica potevano aspettare.
Alle cinque e mezza aveva acceso il televisore e aspettava che il nuovissimo schermo si riscaldasse riempiendosi di immagini in bianco e nero. 
Quel massiccio “S-M 2000” lo entusiasmava, essendo il modello più avveniristico e invidiato del palazzo, forse di tutto il quartiere. Era apparso ai genitori la mattina di qualche giorno prima, inattesa vittoria di un concorso non bene precisato. Appena dopo la consegna, aveva finito con lo spodestare il valvolare Philco relegandolo giù in cantina.
Ora spiccava in cameretta con quel suo incasso in legno chiaro e bakelite innervata di rilevi cromati. Per gli adulti era giusto un bel mobile. Matteo invece ne aveva un idea diversa. Per lui quello schermo rappresentava qualcosa in più che un semplice nuovo elettrodomestico.
Era il futuro.
Mentre la sorellina piccola dormiva, Matteo con una fetta di pane e burro tra le mani ed il nuovo episodio de "La Frontiera" che stava per andare in onda, lasciava che il mondo quotidiano iniziasse a retrocedere
Se la caveranno, sicuro.
Se la cavano sempre, no?
Perché non dovrebbero proprio ora…?
Quello che più piaceva della Star-Wolf a tutti gli spettatori dai sei ai dodici anni era che il suo equipaggio uscisse sempre illeso dalle situazioni più assurde.
Non questa volta, però. Andava male, pensava Matteo. Molto male.
E non pareva neanche l’unica novità dell’ultima puntata.
L’azione era partita in quarta un attimo dopo la sigla del programma. Un vero pugno nello stomaco.
Giusto il tempo di fare scorrere i titoli di testa, che nello spazio profondo de "La Frontiera" era schizzata un’astronave grigio scuro mai vista prima. Non era né Kluster, né Ohigon e pareva avvolta da una rete di luce che crepitava, tallonata a uno sputo di distanza dalla Star Wolf in pieno assetto di guerra.
Forte!
Chi potevano essere quegli inseguiti, messi così male in arnese? Non di certo una delle razze che si contendevano con la Lega Galattica il dominio della Frontiera. I Kluster col loro cranio bitorzoluto avevano navi diverse, così pure gli Ohigon e i loro stormi di bianche Libellule metalliche.
Il Commodoro Stark, apparve sul ponte di comando mentre abbaiava una gran quantità di ordini nell’interfono.
Intorno, regnava un’agitazione insolita mentre il personale di bordo si dava da fare intorno ai quadri di comando. C’erano pochi dialoghi, il pezzo forte della produzione, molte di più invece le riprese esterne con spericolati movimenti di camera.
Matteo non aveva mai visto niente del genere. Si sentiva elettrizzato, aveva la pelle d’oca. Il suo pane e burro gli era scivolato di mano per finire sul tappeto.
Dalla sala macchine, l’ingegnere capo Ross sudava macchiando la tuta attillata con grosse chiazze scure.
Insolito.
Per la prima volta, si vedeva una panoramica dei suoi famosi “motori Pentatomici”, in genere soltanto nominati. Era una distesa inquietante di centinaia di prismi e fasci di cavi e grosse turbine schermate. Su tutto aleggiava una luminescenza pulsante, simile a quella vista sulle paratie della nave sconosciuta.
Ross chiedeva tempo al Commodoro per contenere le perdite di energia con una doppia griglia di protezione. Questo avrebbe sottratto velocità alla Star-Wolf.
Un ghigno aveva solcato il viso di Stark, solitamente una maschera inespressiva.
«Questo è l’ultimo dei nostri problemi…» aveva detto. «Con Shademaster  che sta per interferire col nostro piano di realtà, siamo nella merda fino al collo…»
Matteo fece un salto sulla sedia. La panoramica vertiginosa che scivolava dalla fiancata dell’astronave fino allo spazio lo strabiliò, non era il solito modellino ripreso in campo lunghissimo. Assai più sconvolgente fu sentire il Commodoro parlare con quel  linguaggio.
Nessuno si era mai espresso così in televisione.

Dalla cucina, la mamma stava tendendo l’orecchio con discrezione. Nessun fracasso, nessun cozzare di macchinine. Bisognava dire che quel video aveva potere ipnotico. Un vero e proprio silenziatore, come lo chiamava suo marito. I bambini non dovevano restarci troppo attaccati, però.
«Matteo, appena finito il tuo filmino, vai a fare i compiti! Mi raccomando…»
Ovviamente, silenzio assoluto. Tutto normale.
La signora Nina non poteva immaginare che il figlio stesse aggrappato al tappeto, perso nel vortice delle inquadrature acrobatiche. Stava sudando freddo, in una condizione incerta tra il panico e l’euforia.
Quel che sembrava un inseguimento, era stato in realtà un salvataggio. Finito male, per giunta. La Star-Wolf non ce l’aveva fatta e dentro la plancia l’equipaggio, come impazzito, scorreva dati sui monitor, digitava comandi. Urlava cose incomprensibili.
Il dottor Wasp, l’uomo di Vesu 2, si strofinava la testa a punta bestemmiando tra i denti.
Parolacce!  Pensò Matteo, Wow!
«Ho qui un rapporto del computer di bordo, Commodoro. La falla dimensionale si sta allargando. E’ colpa di Shademaster . Non lo conteniamo più.»
«Maledetto bastardo! I raggi beta-D?»
«Negativo, signore, guardi lei stesso…»
I due ufficiali, si avvicinarono ad uno schermo. Mostrava una complessa figura geometrica, una sorta di reticolato, che sprofondava in sé stesso inghiottendosi.
Il grigio-perla della rete aveva assunto un’impossibile tonalità verdastra.
Contemporaneamente, le foglie dei platani in strada persero tutte di colore, ingrigendo di colpo.
Un primissimo piano si strinse fino a mostrare il taglio degli occhi socchiusi di Stark, mentre mormorava qualcosa di simile a una preghiera. Quando li riaprì lentamente, il suo secondo ufficiale, insieme a Matteo, mandarono un gemito di sorpresa.
Gli occhiali della mamma s’infransero a terra scivolandole improvvisamente dalle mani. La donna, colta da un capogiro, si puntellò contro un mobile e prese a strofinarsi gli occhi.
Il cuore le batteva fortissimo nel l’andare alla finestra a guardare il cielo.
Azzurri come due zaffiri, gli occhi del Commodoro Stark spiccavano sullo schermo dai toni cinerei. Guizzando nervosi, si fermarono sul viso alieno di Wasp.
«Il nemico è troppo forte,» disse asciutto.
Nei meandri nascosti del televisore brillò una targhetta di metallo fino a illuminare i complessi circuiti interni.
Sulla superficie della placca, l’iscrizione in rilievo “SHADEMASTER – modello S-M 2000” divenne di un vittorioso rosso incandescente.
Dal video, entrambi gli ufficiali osservarono gli ambienti della sala comando colorarsi uno a uno.
«Abbiamo perso, signore.»
«Già. La nostra dimensione verrà alterata, Wasp, e noi non possiamo impedirlo…»
Sempre più appiccicato al televisore rutilante di colori, Matteo tremava. Lo spettacolo era straordinario. Non si rese conto intanto di essersi trasformato.
Intorno a sé, il cielo, la terra, gli oggetti e le persone (compresa la mamma vacillante nel corridoio), erano mutati in un mondo uguale a se stesso eppure molto diverso.
Tutto era diventato bianco e nero.