domenica 29 marzo 2015

LA DISERZIONE di Giuseppe Novellino




Quando Joe Summers arrivò a Parsons, non sapeva che il posto si chiamava così. Ma lo scoprì ben presto, leggendo la targhetta su quella che doveva essere l’abitazione del sindaco.
Non c’era anima viva, quel tardo pomeriggio, mentre il sole si faceva basso all’orizzonte. Le viuzze deserte si intersecavano separando bassi edifici, alcuni dei quali avevano un giardinetto davanti all’ingresso, circondato da una staccionata. Sopra di essi spiccava il campanile di una chiesetta.
L’afa era insopportabile. Quelle giornate di fine agosto rappresentavano l’ultimo capitolo di un’estate caldissima. La prima estate di guerra. Ma questo a Joe non interessava più. Lui aveva disertato, era riuscito a cambiare i connotati fisici, se non altro indossando abiti civili che aveva rubato in un emporio dalle parti di Woodstock. Era entrato con la sua uniforme blu di soldato dell’Unione e senza mezzi termini aveva detto al negoziante che doveva requisire degli indumenti per conto dell’esercito. Quello naturalmente non ci aveva creduto e allora lui gli aveva puntato contro la canna della sua carabina, dicendo di non fare tante storie.
Legò il cavallo a un tronco di betulla e si incamminò a piedi verso quello che gli sembrava il centro del villaggio. Gocce di sudore imperlavano il suo volto dalla incolta barba nera. Si tolse il cappello e asciugò la fronte con un fazzoletto lurido.
Capì che era finito in un fetentissimo buco sulle colline boscose del West Virginia, ma il fatto di non vedere anima viva gli sembrava assurdo. Passò davanti a un emporio, poi vide, in lontananza, quello che sembrava un locale dove farsi mescere una bella birra fresca. Vi si diresse con passo deciso, ma rimase deluso. La locanda non dava segni di vita, anzi era chiusa, porta e finestre sbarrate come se il proprietario se ne fosse andato in capo al mondo.
Cominciò ad avere paura. Si appoggiò a una staccionata decrepita ma non posò a terra il calcio del fucile. Tenne l’arma ben salda tra le mani, pronto a fare fuoco al minimo segnale di pericolo. Allora gli venne in mente l’idea di un’imboscata. Possibile che gli abitanti se ne fossero andati per lasciare le case a una compagnia di soldati del generale Tyler, pronti a uscire all’improvviso e ad abbrancarlo come un animale selvatico? Sorrise. Gli sembrava improbabile. Il caporale Joe Summers non meritava un tale schieramento di forze. E poi, dopo un mese dalla sua diserzione, aveva certamente fatto perdere le sue tracce.
In quel momento vide la donna. Chissà da quale casa o da quale angolo era sbucata. Fatto sta che adesso camminava nel centro della strada polverosa… e veniva verso di lui.
Joe si irrigidì. Il sole era tramontato dietro la collina e la luce si era notevolmente affievolita. Per questo l’ex soldato non riuscì a vedere bene i lineamenti di lei, ma gli sembrava giovane e aveva un bel portamento. Poi, avvicinatasi, notò che era bella, straordinariamente bella. Aveva due occhi grandi, luminosi, una carnagione eburnea e splendidi capelli corvini, tenuti legati sopra la nuca in un modo piuttosto disordinato.
- Chi sei? – domandò.
Lei non rispose. Si avvicinò con passo fermo e calmo e gli piantò addosso quei suoi occhioni, ornati da lunghe ciglia.
- Dove sono gli abitanti del villaggio?
Ancora lei non rispose. Lo guardava con uno strano sorriso.
Joe appoggiò il fucile a terra.
- Non ti serve – disse lei. Aveva una voce flautata. Allungò una mano verso di lui, come se volesse toccarlo. – Se ne sono andati tutti. Sono rimasti solo quelli che giacciono sotto le croci di legno, nel boschetto di betulle, oltre la… chiesa.
- E tu perché non te ne sei andata?
- Io sono arrivata da poco. A me piace stare qui. C’è molta pace e passa sempre qualcuno che va verso ovest. Come te.
- Come fai a sapere dove vado? – domandò lui, diffidente.
- L’ho indovinato.
- Tu non me la racconti giusta.
- Io dico sempre la verità. – Gli mise una mano sulla spalla.
Joe si sentì turbato. Aveva davanti a sé una donna bellissima, in carne ed ossa, ma gli sembrava un sogno.
- Sono tutta per te. Se ti va.
- Cosa intendi dire?
La donna gli dedicò ancora quel sorriso enigmatico. – Dai che lo sai. Dovrai pure passare la notte, prima di riprendere il viaggio. Ti ospito a casa mia, dove troverai un piatto di minestra calda e un buon letto.
- Bè, devo dire che la cosa mi alletta. E posso fare anche un buon bagno?
Lei annuì.

Durante la cena si parlò quasi esclusivamente di lui. Joe Summers avrebbe voluto sapere qualcosa di quella donna affascinante, invece si ritrovò a spiattellarle quasi tutta la sua trentennale esistenza. Le raccontò di come aveva vissuto miseramente nei quartieri poveri di Boston, di come era rimasto orfano in tenera età, di come aveva vissuto infelicemente con una donna che l’aveva lasciato dopo soli sei mesi di matrimonio. Ma soprattutto le parlò del suo spirito di avventura, che lo aveva portato ad arruolarsi; ma anche del nuovo desiderio di andate all’ovest in cerca di fortuna. Aveva disertato dopo la battaglia di Bull Run, il 21 luglio.
- I confederati hanno fatto letteralmente a pezzi la divisione del generale Tyler. Io mi sono salvato per miracolo, cogliendo una buona opportunità. Me la sono svignata. Dicono che sulle montagne, oltre le grandi pianure, si può trovare l’oro.
La donna ascoltava con aria dolce e ingenuamente rapita. Disse di chiamarsi Giada e questa fu l’unica informazione che si lasciò scappare.
Dopo un lungo silenzio, mentre stava sorseggiando un caffè squisito, Joe domandò ancora una volta:
- Ma perché se ne è andata la gente di questo paese?
- La guerra – rispose lei. – Quando c’è un conflitto, succedono le cose più strane. – E fu tutto.
Joe annuì. – Certo, la guerra. Ho paura che durerà a lungo. Mi hanno detto, strada facendo, che anche il Kentucky ha dovuto rinunciare alla neutralità. Sulle sponde del Bull Run, i confederati ce le hanno suonate di santa ragione. È stato un macello… Ho visto un ragazzo con il ventre squarciato che piangeva e chiamava la mamma. Quello mi ha fatto capire che la guerra non è per me. Si ammazzino pure, io me ne sono tirato fuori.
A un certo punto Giada allungò la sua mano e l’appoggiò su quella di Joe. – Sei un disertore. Se ti prendono, ti fucileranno.
C’era una nota di rammarico nella voce di lei. Joe sentì qualcosa muoversi dentro.
- Ti piacerebbe venire a letto con me? – domandò la donna.

Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte. Nudo accanto a lei, nuda.
Un raggio di luna filtrava dalla finestra e illuminava il volto bianco di Giada. Sembrava il volto di un cadavere ricomposto, ma era molto grazioso.
Joe non ricordava cosa l’avesse svegliato, tuttavia c’era dentro di lui la sensazione spiacevole che fosse qualcosa di terribile, una specie di incubo. Eppure l’esperienza era stata incantevole. L’aveva posseduta due volte. Lei lo aveva ricambiato con una passione davvero notevole. Aveva dimostrato di saperla lunga in fatto di sesso, ma nello stesso tempo si era comportata come una deliziosa e candida fanciulla.
Un cane guaì, accompagnando il canto dei grilli. Un po’ di fresco entrava dalle imposte spalancate, insieme a un odore di erbe e terra umida.
Desiderò svegliarla, ma non ci provò. Fu allora che si accorse di qualcosa di umido sul lato del collo. Si toccò e le dita si arrossarono un poco del suo sangue.

Quando si svegliò, la mattina, lei non c’era nel letto. Aguzzò l’udito per accertarsi che fosse nell’altro locale a preparare la colazione. Niente, nessun rumore, nessun odore.
Si alzò e andò allo specchio. Gli tornò in mente la strana ferita sul collo e si guardò. Non c’era più sangue, solo una sbavatura rossastra sulla pelle e due piccole punture.
- Insetti – disse a voce alta. Dalla finestra aperta dovevano essere entrate delle zanzare e l’avevano punto. Era facile in una notte estiva come quella.
Cercò la donna dappertutto ma non la trovò. La casa era in perfetto ordine come se lei l’avesse lasciata per un breve lasso di tempo. E così Joe Summers trascorse una strana giornata di torpore, pensando a lei. Sarebbe tornata, ne era sicuro. Ma intanto si chiedeva il perché di quello strano comportamento.
Nel tardo pomeriggio disperò di poterla rivedere e pensò di andarsene, di riprendere la sua fuga verso ovest. Ma non lo fece: era tardi e una forte debolezza lo opprimeva.
Poi sull’imbrunire, dopo che il sole era tramontato dietro la boscosa collina, la rivide. Camminava nel centro della strada polverosa e veniva verso la veranda sulla quale lui se ne stava seduto.
Joe ebbe un tuffo al cuore. Si alzò lentamente e le andò incontro.

martedì 24 marzo 2015

FOGLIE di Paolo Secondini





Le foglie si staccano dai rami una dopo l’altra, in questa grigia giornata autunnale. Volteggiano in aria come farfalle prima di posarsi sul terreno, dove restano inerti.
Lungo il viale, che s’inerpica dritto sul fianco del colle, vi è come un tappeto arancione che fruscia a ogni passo.
Le mani congiunte dietro la schiena, osservo le foglie e penso al tempo che scorre inesorabilmente, senza che nessuno possa fermarlo né, tantomeno, rallentarlo.
Per un istante, mi rivedo ragazzo mentre cammino in quel lungo viale, su fruscianti tappeti di foglie avvizzite. Rammento la gioia che provavo sollevando coi piedi quante più foglie potevo, che ricadevano in parte nel punto di prima, in parte più in là o più in qua. Ma qualsiasi luogo, a destra o a sinistra, era per esse un cimitero, dove in breve sarebbero marcite a causa del gelo, della neve, della pioggia, o da dove il vento le avrebbe sospinte in chissà quali tumuli, più o meno lontani.
Uomini e cose accomunati dallo stesso destino! penso d’un tratto amaramente. Niente possiamo per impedire il verificarsi degli eventi. Anche noi ci staccheremo, come foglie, dai rami della vita!

* * *

Percorro il viale per salire sul colle (o anche per discenderne), dove sorge la villa dei miei genitori, che fu dei miei nonni e, prima ancora, dei miei antenati.
Più che antica, essa mi appare vecchissima, anzi decrepita, coi muri scrostati, grigi, con le grosse colonne annerite dalle intemperie, con gli archi, i fregi e i cornicioni sbreccati.
Per secoli, nella villa hanno risuonato risa, pianti, sospiri e grida di gente felice o addolorata: uomini, donne, bambini. È la gente da cui io discendo, alla quale appartengo e che, in gran parte, ho conosciuto attraverso i ritratti che pendono, impolverati e scuri, dalle pareti del salone, da quelle del salotto, della biblioteca, dei corridoi; ritratti di vari periodi: Seicento, Settecento, Ottocento, Novecento. Quattro secoli riconoscibili dalla foggia diversa dei mobili, dei tappeti, dei tendaggi, degli stucchi, degli arazzi, delle sculture, dei vasi, dei vari oggetti.

* * *

In certi momenti,  specialmente di notte,  mi pare di udire sussurri, rumori leggeri – talvolta appena percettibili –, parole che sembrano perdersi, come un fruscio lamentoso, nelle alte volte delle stanze. Sono i miei antenati, non c’è dubbio: i loro fantasmi che cercano di comunicare con me, non certo di atterrirmi. Almeno credo.
Del resto, perché dovrebbero?
Eppure ogni volta mi sveglio di soprassalto, il cuore che pulsa all’impazzata, e volgo, ansimante, lo sguardo intorno…
Non vedo nessuno.
Soltanto mistero e solitudine regnano nell’antica villa.
Fuori, invece, ci sono le foglie, tantissime. Sono nel vasto giardino e laggiù, lungo il viale che sale, dolcemente, per il pendio del colle. Foglie di querce che si stagliano immani, contro il cielo, come giganti possenti; querce che si ergono ai margini opposti della strada, quasi a guardarsi negli occhi, a sfidarsi o, semplicemente, a bisbigliarsi parole, quando soffia il vento; querce che formano, in estate, una fresca galleria di chiome rigogliose e, in autunno, quel grande tappeto di foglie arancioni che cadono da secoli; foglie calpestate da uomini a piedi o a cavallo, in carrozza o in auto; foglie che nascono, crescono, muoiono come sempre.

lunedì 23 marzo 2015

NUOVO SITO LETTERARIO



Pegasus ha il piacere di segnalare ai propri lettori un sito letterario amico, sorto da poco tempo:

GIALLO CLUB
Passione per il giallo, noir, poliziesco

 http://gialloclub.altervista.org/

venerdì 20 marzo 2015

FRAMMENTI APOCRIFI DEL SIGNORE DEGLI ANELLI di Fabio Calabrese



A GRAN BURRONE
“Siamo stati crudelmente ingannati. Colui che credevamo fosse Saruman il Bianco, era invece il conte Dracula. Ma ora, mio caro Frodo, qui a Rivendell sei in buone mani, ti lascio alle cure dell'agente Smith”, disse Gandalf.
Che in realtà era Magneto.

NAZGUL
Secondo le ultime notizie appena giunte da Mordor, i Cavalieri Neri hanno dovuto pagare una multa salatissima, perché si è scoperto che erano dediti alla caccia di Frodo.

IL FOSSO DI HELM
Nell'armeria di Rohan, Aragorn notò una grossa mazza.
“Che cos'è?”, chiese.
“Un rompicapo”, gli dissero.
“E che cosa c'è da risolvere?”, domandò ancora.
“Da risolvere, niente. Serve per spaccare le teste”.

SUL PELENNOR
Gli uomini di Gondor e i cavalieri di Rohan hanno vinto la battaglia dei Campi del Pelennor perché di Uruk-Hai non vi hanno potuto partecipare, erano stati tutti messi a terra da un'epidemia di orchite.

URUK-HAI
Gli Uruk-Hai avevano una netta superiorità sulle altre forze combattenti della Terra di Mezzo grazie all'arma da fuoco inventata da Saruman: l'orchibugio.

ELFI (STAR TOLKIEN TREK)
“Ma gli elfi hanno le orecchie a punta?”
“Quelli vulcaniani si!”

lunedì 16 marzo 2015

IMMOTA IMMAGINE DI GIUSEPPE C. BUDETTA




  
In fondo all’orto, il vecchio albero di albicocche viveva la segreta esistenza vegetativa. Dorate iridescenze sulle folte foglie, come i capelli di selvaggia dea. Nel pomeriggio afoso, sprigionai la possente forza, animata da energia giovanile. Per noia, mi arrampicai sull’albero con larghe bracciate, tra ramo nodoso e ramo frondoso. Con la stretta delle cosce, facendo leva sui ginocchi, risalii il tronco squamoso che come cavallo domo tremolò. Ero giovane e potente. Ero la piccola vedetta lombarda nel libro Cuore di De Amicis. All’orizzonte non c’erano gli Austro-ungarici, ma il fulgore del tramonto estivo che allungava al suolo ombre a dismisura. Pesai: se cado da quest’altezza, mi rompo un osso. Potrebbe cedere il femore a frantumarsi come il vetro, o la tibia-fibula, o i legamenti crociati del ginocchio, o il calcagno, o le ossa dell’avambraccio. Se fossi caduto davvero male come un fesso, avrei potuto lussarmi la colonna vertebrale. Così oltre all’albero che muto mi sorreggeva, con quel caldo avrei scomodato il traumatologo. Un fresco venticello m’accarezzò la pelle. Su di me, il garrito delle rondini. Tra la resinosa scorza, una formica spersa. Sbadigliai: m’annoiavo pure lì. Avrei potuto chiamarti col telefonino. Saresti salita con me sull’albero d’albicocche, assecondandomi. Nel tramestio di frasche, sarebbe caduto un immaturo frutto: piccolo martire del nostro amore.
   Sul triforcuto tronco, la coscienza si sciolse come nebbia. Quasi accogliendo un segreto invito che il vecchio albero m’inoltrava, m’addormentai sia pur per poco. Ero davvero un ominide scimmiesco, nella siesta. Nel breve sonno, vidi da lontano i vecchi genitori, morti ormai da tanto, sorreggersi a vicenda ed allontanarsi per una ombrosa via. Intorno, un tremolio di foglie.

giovedì 12 marzo 2015

IL CONGRESSO DI ASTROFISICA di Fabio Calabrese



Byron Haskins si accomodò sulla poltrona riservata nell'auditorium, gettando appena un'occhiata distratta alla sala che si andava riempiendo. Era lievemente a disagio perché sentiva la pelle rigida e impregnata di salso oltre che cotta dal sole, tirargli sulle spalle a ogni movimento. Il guaio era che si era trattenuto troppo sulla spiaggia, e si era precipitato per partecipare alla sessione pomeridiana del congresso senza prima farsi una doccia e mettersi una crema.
Per fortuna, gli venne da pensare, non c'era nessun rischio di prendersi un fastidioso eritema, non dopo un'estate trascorsa a crogiolarsi al sole della California. Quel congresso era in effetti un supplemento di vacanze estive, si svolgeva annualmente alle Hawaii, approfittando della presenza in loco dell'osservatorio del Mauna Loa, uno dei più importanti a livello planetario, e saggiamente si era scelto ottobre come data di svolgimento, quando alle latitudini boreali comincia la cattiva stagione, mentre le Hawaii godono di un clima estivo tutto l'anno, così i congressisti passavano la maggior parte del tempo in spiaggia o a fare surf o windsurf sulla cresta delle imponenti onde che si infrangevano sulla costa, tanto in ogni caso potevano mettere l'albergo e i relativi servizi sul conto delle rispettive università.
Gettò un'occhiata al pieghevole con il programma delle conferenze. A dire il vero, non c'era nulla che lo interessasse ma, dato il suo ruolo istituzionale, non poteva mancare, la sua assenza si sarebbe notata.
Quasi con cautela, sfilò da sotto la giacca la sua copia di “Scientific American” e si mise a scorrere il sommario.
Guardò se ci fossero articoli di astronomia, astrofisica o cosmologia. Eventualmente gliene sarebbe stato bene anche uno di astrologia, pur di sottrarsi alla noia.
Si, in effetti ce n'era uno, parlava di quel satellite sonda che recentemente aveva attuato uno splash down su una cometa e raccolto campioni da analizzare. In realtà, si rese conto dopo avergli dato una rapida scorsa, era piuttosto un articolo di astronautica che di astronomia, semmai l'aspetto interessante era rappresentato dalla metodologia impiegata per far attraccare il satellite telecomandato all'elusivo corpo celeste, non la cometa in sé, che era come tutte le altre, una grossa palla di neve sporca a zonzo per il sistema solare.
Diede un'occhiata agli altri articoli: uno conteneva uno studio particolareggiato sul sistema riproduttivo degli echinodermi, e lo spinse a chiedersi come potesse non uno scienziato, ma un uomo sano di mente, interessarsi a un argomento del genere.
Un altro era poi la relazione su di uno scavo archeologico in un sito neolitico da qualche parte nella regione dell'Altaj. Forse che non lo si sapeva da un pezzo che gli uomini preistorici, sprovvisti di televisione, computer e playstation, passavano il tempo incidendo pietre e scheggiando ossa?
Saltò rapidamente alla pagina dei giochi matematici, che erano invariabilmente o troppo banali o troppo esoterici. Con un sospiro chiuse la rivista occultandola nella cartelletta portadocumenti.
Intanto, i relatori avevano iniziato a parlare. Nella successiva ora e mezza (grazie al Cielo, il toastmaster aveva insistito con ciascuno di loro che si tenessero entro i 45 minuti prescritti, Byron Haskins fece finta di sorbirsi, o meglio prestò un'attenzione sempre più distratta a due relazioni, una sul ciclo delle macchie solari, l'altra sugli ultimi risultati della ricerca di pianeti extrasolari.
Quest'ultimo argomento, che sembrava appassionare molto alcuni suoi colleghi, provocava a Byron un senso di distaccata ironia. In realtà non esiste nessun mezzo che consenta di vedere un pianeta posto ad anni luce di distanza da noi. Quello che quegli intraprendenti ragazzi misuravano, erano delle impercettibili variazioni nella luminosità di alcune stelle, che si supponevano causate da un pianeta nel momento in cui passa davanti al proprio sole e ne intercetta e occulta una microscopica frazione di luce.
Byron Haskins non poteva fare a meno di chiedersi quante di queste “scoperte” trionfalmente annunciate fossero veramente qualcosa di reale, o magari non dipendessero da qualche imperfezione del telescopio, o da un errore di rilevamento o di calcolo. Forse, se fosse stato possibile andare sul posto a vedere di persona come stavano le cose, in due casi su tre, o non si sarebbe trovato nessun pianeta, o si sarebbe vista una situazione planetaria del tutto diversa da quella immaginata da questi ricercatori.
Da quando nel 2013 era stato individuato il bosone di Higgs confermando il modello cosmologico standard, pareva che non ci fossero più novità di rilievo nella cosmologia, nella fisica, nella scienza in genere, era rimasto solo un gran lavoro di rifinitura di dettagli.
Come la scienza teorica, anche la tecnologia sembrava arrivata a un punto morto. La gente si aspettava sempre che dai laboratori degli scienziati o da quelli dei tecnici uscissero prima o poi il vaccino contro il cancro un'energia non inquinante a basso costo e disponibile in quantità illimitate, ma il cancro è si favorito in vario grado da una serie di  fattori ambientali, ma non dipende da un agente preciso, un'aggressione esterna come quella portata da un bacillo, contro la quale ci si possa vaccinare, e l'idea dell'energia illimitata a basso costo, ricordava a Byron quella della moneta magica che ritorna nel portafoglio dopo essere stata spesa.
Lui e i suoi colleghi erano, consapevolmente o meno, gli stregoni dell'età moderna, gli ecclesiastici della religione chiamata “progresso”, e allora tanto valeva approfittarne.
Dettagli, dettagli, dettagli. La terza relazione, ultima per quella sera, era  sulle rilevazioni del nuovo radiotelescopio orbitale di nuova generazione, a loro volta confrontate con i dati raccolti a suo tempo dal vecchio Hubble.
Il relatore era un giovanotto occhialuto dall'aria un po' impacciata, doveva essere uno di quelli ligi che prendevano la ricerca sul serio.
“Stando agli ultimi dati di cui disponiamo”, stava dicendo, “Possiamo stimare il raggio dell'universo in dodici miliardi di anni luce, considerevolmente meno dei quindici miliardi di anni luce stimati in precedenza. Inoltre il colore medio dell'universo sembrerebbe essere un marroncino chiaro e non, come si era pensato in precedenza, un brillante blu notte”.
“Finalmente qualcosa di interessante”, pensò Byron Haskins, “Viviamo in un universo più piccolo e scolorito di quel che eravamo abituati a pensare”.
Il suo cervello si mise in moto e gli parve di intravedere una spiegazione, ma era una cosa vaga, un barlume, quasi poco più di una sensazione. Stava meditando se andare a iscriversi agli interventi che erano previsti al termine della relazione o forse era meglio aspettare, dato che l'idea che gli era venuta in mente era ancora troppo vaga e indefinita.
In quel momento una collega gli passò davanti. Byron la conosceva di vista, era una ragazza svedese, Ingeborg Thorwaldsen, una giovane bionda dai capelli color grano, gli occhi azzurri, le guance rosse e un magnifico paio di gambe. Byron si era sempre chiesto come mai ci fossero tanti scandinavi nella tribù degli astronomi, ma la cosa non gli dispiaceva affatto, soprattutto per quanto riguardava le giovani ricercatrici scandinave.
I suoi pensieri presero tutta un'altra direzione, cominciò a pensare come abbordare Inge e chiederle quali programmi avesse per dopo cena.

In una dimensione totalmente trascendente a tutto ciò che conosciamo, Qualcuno non era per nulla compiaciuto della propria opera. Questo Qualcuno era vagamente simile a un essere umano, poiché aveva creato gli esseri umani e gli altri esseri senzienti del Cosmo a Propria immagine e somiglianza. In un certo senso, si sarebbe potuto paragonare a un vecchio canuto di incommensurabile antichità.
Poiché era onnisciente, gli capitava molto raramente di sbagliare ma, proprio per questo, quando capitava, ciò era fonte per Lui di vivissima irritazione.
Teneva fra le mani qualcosa che, rapportato alla nostra scala, sarebbe sembrato una sorta di panno, ma se lo si fosse osservato attentamente, si sarebbe notato che la sua trama era formata da ammassi stellari, galassie, nebulose, stelle isolate.
“Si è ristretto e scolorito”, pensò, “Devo averlo lavato in modo sbagliato”.
 

domenica 8 marzo 2015

P. ed E. di Peppe Murro



Un giorno il dio del sole fece incontrare P, l'abitante di Elea, ed E., il cittadino di Efeso.
Il  perché lo avesse fatto ristagnava solo nei meandri della sua ironia infinita di dio.
Entrambi ne avevano cantato la saggezza e la luce e forse meritavano una considerazione diversa da quel sentiero polveroso in cui aveva deciso si dovessero incontrare.
 I loro sandali alzavano appena brevi volute di polvere, il loro sguardo era assorto: P. guardava la chiarità del cielo senza nubi; E. porgeva mente ed orecchio allo sciamare del vento tra le foglie.

Si videro senza riconoscersi. Non avrebbero neppure potuto. Era divertito il dio a quella che si aspettava diventasse fra loro una diatriba feroce: per questo offrì loro un linguaggio profano.
E si sedette su una roccia, aspettando.
- Chi sei? - chiese P.
- Chi sei? - chiese E.
Si guardarono con fare altero, ma erano entrambi vecchi e subito ad ognuno di loro sembrò ridicola questa alterigia.
Quasi si sorrisero a vicenda.
- Vengo da Elea - disse P.- ed ho avuto l'onore di redigerne le leggi...
- Io sono di Efeso, e mai nessuna città ho disprezzato tanto - replicò E. e, prima che P. potesse domandare, continuò: parlavo loro del tutto che divora incessante ogni cosa senza mutare mai, e loro, ciechi e stolti, non mi hanno capito.
- Anch'io ho parlato del tutto, quella realtà perfetta e immobile che resiste sovrana ad ogni mutamento- interloquì P.
- Tutto muta, - obbiettò E., - come fuoco inesting...
- Ma il tutto come tale no, - lo interruppe P. - e il fuoco è solo un'immagine
- Sono d'accordo, - asserì E., - il discorso vero è sul tutto.
- È vero, - annuì P, - sul tutto.

Senza forse accorgersene si erano seduti  su un tratto del sentiero chiazzato da erba malaticcia d'arsura e si stavano scrutando. Si studiavano con curiosità, senza cattiveria, come due animali estranei che si incontrassero per la prima volta: dovevano ancora decidere se tirare fuori gli artigli.
E.  di colpo tossì con violenza, tenendosi forte la pancia con una breve smorfia di dolore: lo sguardo di P. forse indicò una domanda o una piccola apprensione: fa male? 
- Abbastanza, ma ormai non è così importante - rispose E.
- Già, - fece P. di rimando, - siamo vecchi, ed alla nostra età ogni cosa diviene meno importante, salvo forse vivere per intero il tempo breve che resta.
- Già, - continuò E, - e bisogna farlo servendo la verità.
Fu a questo punto che il dio fece sentire la sua voce: quale verità? siete solo umani...
I due vecchi si guardarono negli occhi, capirono all'improvviso di aver percorso lo stesso cammino. Risposero da vecchi.

Risposero all'unisono: Quella che comprende anche te, la nostra mente e le nostre preghiere, i nostri inganni e le nostre vittorie, l'ombra e la luce. Quella che ci consente di andare oltre te, e vedere le mille facce del tutto, e il cammino del nostro pensiero mai stanco.

Si alzarono con una certa fatica, si guardarono intorno con lo sguardo di chi ha capito e si capisce.
Ripresero ad andare, lentamente, come sogliono i vecchi.

giovedì 5 marzo 2015

TERRORE NELLA NOTTE di Giuseppe Novellino


 
    Le monotone pianure a est del fiume Arkansas erano ormai un ricordo. Aveva attraversato il tortuoso corso d’acqua dalle parti di Little Rock e ora stava seguendo una pista nel paesaggio ondulato e boscoso delle Ouachita Mountains.  Aveva lasciato Memphis una settimana prima. La sua meta era il Texas, dove intendeva fare soldi prestando la sua opera nel settore bestiame. Vagheggiava la possibilità di arricchirsi con un po’ di fortuna e di intraprendenza, prima aiutando a trasferire le mandrie nei mercati del nord e poi, magari, mettendosi in proprio. Virgil Samuelson aveva voglia di lavorare. Da un bel po’ di tempo aveva messo la testa a posto e faceva di tutto per tenersi lontano dai guai.
     Quando vide la casupola, in mezzo a una radura, il sole era ormai sulla linea dell’orizzonte. L’aria autunnale era immota. Accarezzò il cavallo sudato. Sia lui che il suo fedele animale avevano bisogno di riposo.
     Sembrava un piccolo ranch, solo che non si vedevano intorno staccionate o recinti, né segni di attività agricola. Un piccolo orticello infestato dalle erbacce si trovava a ridosso della costruzione in legno. Il tutto dava una senso di abbandono.
     Virgil sapeva che la gente, da quelle parti, era diffidente, ma confidava nella sua faccia pulita e nel fatto che viaggiava solo. L’idea di scambiare quattro chiacchiere lo allettava. E avrebbe dormito anche all’esterno, stendendo il suo sacco a pelo sulla piccola veranda.
     L’uomo comparve sulla soglia. Imbracciava un lungo fucile Sharp per la caccia ai bisonti e non aveva un’aria amichevole.
     - Che volete?
     Virgil si tolse il cappello in segno di saluto e si passò una mano sulla guancia. – Non ho cattive intenzioni. Sono di passaggio… Vado in Texas.
     Il padrone di casa fece un passo avanti e il viso venne illuminato dalla luce del sole calante. Era anziano e mezzo pellerossa. Aveva capelli bianchi, l’abbigliamento tipico degli indiani. Forse un Comanche.
     - Venite dentro – disse il vecchio, guardandosi intorno con circospezione. – Il sole sta tramontando… Non è prudente trovarsi fuori con le tenebre.
     Solo più tardi Virgil venne a sapere che era di origine francese, catturato e allevato da una sopravvissuta tribù di Pawnee. Glielo raccontò davanti a un piatto di legnoso stufato con fagioli, mentre un lume a petrolio illuminava il tetro locale. Un fuoco scoppiettava nel camino, ma non riusciva a riscaldare una casa dove un uomo solo trascinava i suoi giorni in solitudine.
    - Luna d’Argento mi ha lasciato cinque anni fa.
    - Come morì?
    - Bevete – lo invitò il vecchio. E gli versò del whiskey nella tazza di alluminio.
    Qualcosa fece rumore all’esterno. Forse il vento che da poco si era levato e soffiava con uno strano lamento.
     Virgil rifece la domanda e aggiunse: - Perché vivete da solo in questo luogo sperduto?
     L’altro si strinse nelle spalle. – Nessuno mi vuole, né i bianchi, né gli indiani. Luna d’Argento era una squaw che apparteneva al nostro capo Lupo Affamato. Gliela ho portata via e sono venuto con lei a vivere tra queste colline. Ma poi loro me l’hanno uccisa.
     - Loro… chi?
     - I mostri della montagna. Da quando i bianchi hanno sventrato le pendici del Blue Mountain in cerca della pietra nera, tra questi boschi non c’è più pace, la notte. – Fece una pausa. – Si aggirano nelle tenebre, pronti a divorare chiunque non si sia riparato tra quattro mura domestiche. Ci abitano pochissime persone, in questi boschi… e sono tutte terrorizzate.
     - E i minatori, che fine hanno fatto?
     - Se ne sono andati da molto tempo. Il loro lavoro ha reso praticamente nulla. Hanno violato la natura, ridestando gli spiriti del sottosuolo.
     Il vento fece udire un lugubre gemito.


     Il lume era spento. Solo la brace rosseggiava nel camino. Il vento si era calmato.
     Il vecchio, che si era messo a russare dietro un paravento tutto sbrindellato, ora era silenzioso. Virgil non riusciva a prendere sonno, ma non per la scomoda sistemazione.
     All’esterno si sentivano strani rumori. Al giovane cowboy la casupola sembrava sospesa sull’orlo di un baratro. Ogni tanto era percorsa da una specie di vibrazione. L’unica manifestazione di carattere domestico era l’irrequietezza del suo cavallo, rinchiuso nel locale adiacente che fungeva da deposito.
     Poi quegli strani passi… Risuonarono sulle assi sconnesse della veranda. Virgil chiamò il vecchio, ma non ottenne risposta.
     Adesso aveva paura. C’era qualcuno là fuori. Si tirò su a sedere e impugnò la pistola.
     Quello che sentì, a un certo punto, fu un sibilo sinistro. La porta venne strattonata, come se qualcuno cercasse di aprirla. Per fortuna l’unica finestra era dotata di inferiate.
     - Chi va là? – gridò, facendo scattare il cane del revolver. I rumori cessarono ed ebbe quasi la sensazione che la misteriosa entità si fosse allontanata.
     Chiamò ancora il vecchio, invano. Pensò di alzarsi e andare a svegliarlo, ma l’operazione gli sembrò superiore alle sue forze. Stranamente le gambe non volevano rispondere al suo comando. Poi nel silenzio si assopì.

     La luce filtrava dalla finestrella.
     Virgil si rese conto di avere dormito per il resto della notte. Teneva ancora in mano la pistola. Si guardò intorno e constatò l’estremo abbandono in cui si trovava il locale.  Nel camino c’erano tizzoni ormai spenti. Si alzò in piedi e andò a vedere se il vecchio era ancora coricato. Niente e nessuno si trovava dietro il logoro separé.
     Allora Virgil ebbe la sensazione di essere sempre stato solo in quella casupola tra i boschi dell’Arkansas. E quando uscì, nella luce del sole mattutino, si rese conto che il luogo era davvero abbandonato.
     Fece uscire il cavallo dalla piccola stalla improvvisata e si accinse a partire.
     Quando fu in cima alla collina, guardò verso la radura, dove la casa gli apparve per l’ultima volta. Non sembrava quel rudere che invece gli era apparso al risveglio. Anzi, gli parve di vedere una lingua di fumo azzurrognolo uscire dal camino.
     Stette un attimo a guardare laggiù, poi diede uno strattone di redini e lanciò il suo animale al galoppo. Voleva mettere maggiore distanza possibile dal quel luogo, prima che calassero di nuovo le tenebre.

domenica 1 marzo 2015

OMBRE GIALLE BRIVIDI NERI



L’Antologia Ombre gialle, brividi neri comprende ventitré racconti dei seguenti autori italiani e stranieri che hanno partecipato al Primo Concorso-Selezione di Giallo Club: Adriana Alarco De Zadra, Sandra Carresi, Gioacchino Caruso, Daniel Di Benedetto, Serena Gentilhomme, Francesca Izzi, Silvia Licetti, Eleonora Lupi, Lorena Lusetti, Andrea Masotti, Maurizio Polimeni, Teresa Regna, Roberto Ricci, Nicola Rocca, Umberto Pasqui, Paolo Secondini, Samantha Terrasi, Stefano Valente.
L'antologia è acquistabile sin da ora su Lulu.com
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