sabato 30 dicembre 2017

IL GIORNO CHE INCENDIARONO LA SCUOLA di Paolo Secondini

Il giorno che incendiarono la scuola è un romanzo breve, incentrato sulle esperienze di un insegnante di italiano e storia alle prese, quotidianamente, con i propri alunni.
Quest’ultimi appaiono poco disposti (salvo eccezioni, ovviamente) allo studio e al lavoro scolastico, poco motivati ad ascoltare le lezioni e a trarne profitto; molto propensi, invece, a interessi a volte bizzarri, stravaganti, ma certamente più veri e consoni al loro animo.
Ispirato a fatti del tutto veri, accaduti in vari istituti di istruzione secondaria di II grado (nei quali l’autore ha insegnato per anni), il romanzo narra vicende ora drammatiche, ora allegre, ora tristi, ora assurde, ora bizzarre, ora impossibili… ma sempre soffuse di una sottile ironia; vicende che hanno unicamente come scenario la scuola e, in particolare, l’aula con i banchi, le carte geografiche, la cattedra e, soprattutto, le pareti imbrattate di scritte, disegni, graffiti.
I nomi degli alunni sono fittizi; reali, invece, i loro comportamenti, le loro manie, il loro modo di essere… le loro piccole grandi storie.

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domenica 24 dicembre 2017

QUEI GIORNI DEL MESE di Laura Silvestri

Carlo accostò meglio i lembi del cappotto: il freddo di novembre iniziava a farsi pungente e, tanto per cambiare, Gianni si stava facendo aspettare. Era già da venti minuti che l’uomo se ne stava immobile sul marciapiede ad attendere il collega, sempre l’ultimo a lasciare l’ufficio. “Che carrierista”, pensò infilando le mani nelle tasche, ma non c’era asprezza in quella considerazione: dopotutto Gianni era giovane e scapolo, e aveva tutto il diritto di preoccuparsi solo del lavoro e delle ragazze. Quella notte, però, sarebbe stata fra uomini: soltanto tre amici, qualche birra e la partita di campionato… sempre che il loro ospite si fosse deciso a staccare la lingua dal fondoschiena del capo.
Le macchine sfrecciavano accanto ai marciapiedi di Trastevere, i fari illuminavano per un istante il buio della sera e si allontanavano nel traffico romano. Mentre fissava la pallida luna piena che faceva capolino oltre il profilo di alberi e palazzi, una voce che chiamava il suo nome lo fece voltare. Eccolo lì, il terzo invitato alla serata sportiva: Duilio, anche lui impiegato nella società pubblicitaria per cui lavorava Carlo, anch’egli deciso a sfuggire alla routine familiare.
“Ehilà!”, Duilio lo apostrofò, battendogli una pacca sulla spalla. “Tutto a posto per stasera? Il padrone di casa dove si è cacciato?”
“E dove vuoi che sia? Impelagato in qualche riunione che ci farà perdere l’inizio della partita”.
“Se anche fosse, non mi lamenterei”, Duilio sghignazzò. “Mi basta non stare a casa mia stasera. Hai presente cosa intendo, no?”, concluse con uno sguardo allusivo.
Carlo lo sapeva eccome. Del resto, sebbene non lo avessero mai detto a Gianni, lui e Duilio si organizzavano ormai da un anno a quella parte per passare in compagnia dell’amico scapolo, nel suo bell’appartamento tranquillo, proprio certe serate del mese. “E come potrei non capirti? Lo sai che anche mia moglie è in quei giorni, e Dio solo sa se non sia meglio starsene da un’altra parte. Senza contare che da poco anche mia figlia maggiore è diventata… be’, ci siamo capiti. E due insieme proprio non si sopportano”.
“Già, le ragazzine sono tremende”. Duilio si strinse nelle spalle.  “Intrattabili, comunicano a ringhi. E non si può dire che odorino di fiori”.
“Ah, le adolescenti sono il supplizio di ogni padre”. Carlo scosse la testa. “E da quando anche Mia è tutta un subbuglio di ormoni, Linda non risulta certo più piacevole. Sarà che si stuzzicano a vicenda,  con questa cosa che poi finiscono per sincronizzarsi. Davvero, beati gli scapoli.”
“Hai proprio ragione. Chissà perché, poi, se la prendono sempre con noi poveracci che le abbiamo sposate”. Duilio si passò una mano sul cranio calvo, sentendo la prima goccia di pioggia bagnargli la testa. “Ah, a proposito di scapoli, guarda là.”
Gianni faceva in quel momento la sua comparsa fuori del massiccio portone di bronzo, scendendo i gradini in gran fretta, con la ventiquattrore stretta fra le mani e l’aria mortificata. I due lo videro avanzare con lunghi passi atletici nella loro direzione. “Scusatemi, non sono riuscito a liberarmi prima!”, li apostrofò sistemando il ciuffo di capelli neri sulla fronte. “Accidenti, che giornata. Sono veramente a pezzi”.
Carlo si lasciò scappare un sorriso. “Ti stressi troppo. Fra lavoro e ragazze, tra un po’ non ti reggerai più in piedi!”
Duilio salutò a sua volta l’ultimo arrivato. “Non dargli retta. È invidioso perché lui ormai è dimenticato nello stanzino delle fotocopie e ha una moglie che lo comanda a bacchetta!”
“Ah, che vitaccia”, Gianni concordò con una risata. “Avanti, andiamo. La mia macchina è qui dietro, e fra un quarto d’ora dovrebbe arrivare il ragazzo delle consegne con la pizza.”
Il tragitto fu breve, immerso in un confortevole silenzio, e Carlo iniziò a rilassarsi. Abituato com’era alle cene in famiglia, quelle due o tre serate fuori lo aiutavano a sopravvivere alla routine. Prima di scendere dall’auto, si affrettò a controllare che non vi fossero chiamate di sua moglie sul cellulare: per fortuna, tutto taceva. In verità, aveva fatto in modo di prendersi uno stacco considerevole dalla famiglia, e lo aveva fatto con una piccola bugia: aveva detto che sarebbe stato in trasferta a Firenze per un paio di giorni. Non aveva avuto molta scelta: Linda mal tollerava che si assentasse di proposito, proprio in certi giorni. A dirla tutta, la cosa la mandava in bestia. TuttaviaCarlo si sentiva compreso e spalleggiato in quelle serate fra uomini: anche un padre di famiglia aveva bisogno dei suoi spazi, e dopotutto non facevano niente di male.
Gianni lo scorse rimettere il cellulare in tasca e gli rivolse uno sguardo malandrino, intanto che si avviavano verso il portone. “Sei in pensiero che la tua signora si faccia viva, eh?”
“No, ma che vai a pensare”, Carlo si schernì con un sorriso imbarazzato.
Attraversarono un immacolato pianerottolo e raggiunsero l’appartamento di Gianni che, oramai, si poteva dire conoscessero come le proprie tasche.  “Fai presto a canzonare tu”, Carlo non resistette all’impulso di precisare, prima che il ragazzo li facesse accomodare oltre il portoncino di legno restaurato ad arte. “Le donne le frequenti… quanto? Un paio di sere, prima di scaricarle? Ti godi solo il bello del genere femminile”.
“Puoi dirlo forte”, Gianni rispose con un sorriso. “Ed è una buona abitudine che non voglio certo abbandonare”.
L’appartamento era tirato a lucido, segno che quel mattino fosse passata la signora delle pulizie: ci si poteva specchiare nel mobile all’ingresso, il divano di pelle profumava di nuovo e neppure una traccia di polvere adombrava il televisore. Una punta di invidia si affacciava ogni volta nella testa di Carlo, quando metteva piede in quel paradiso di pace, ma si affrettava a scacciarla via. Anche la sua vita aveva molti aspetti positivi: solamente, era più difficile ricordarli in settimane come quella. Un lieve brivido gli corse per la schiena al pensiero di quanto detestasse mentire a Linda, ma tutto sommato non era il primo al mondo a fare una cosa del genere.
Intanto che lasciava il cappotto sull’appendiabiti, lanciò un’occhiata al cielo ormai nero e alla bellissima luna, sferica e bianca, che rischiarava la via antistante il palazzo. Doveva smetterla di angosciarsi, si ripeté, e godersi quella notte.
Anche Duilio non pareva mai del tutto a proprio agio durante i primi minuti di quelle occasioni, ma poi finiva per rilassarsi alla svelta. Aveva una decina d’anni più di Carlo, e sapeva prendere le cose con filosofia.
Come avevano temuto, la partita era cominciata ormai da una decina di minuti. Il campanello annunciò l’arrivo del ragazzo delle consegne. Mentre Gianni si affrettava ad andargli ad aprire, Carlo e Duilio si davano da fare per sistemare il salotto: mentre il primo serrava la finestra sulla strada con il blocco di sicurezza, l’altro ricontrollava quelle della cucina e del piccolo bagno di servizio. “Ricordati di mettere il catenaccio al portone”, Carlo rammentò per l’ennesima volta al giovane collega, quando lo sentì ritornare con i cartoni della cena. La prudenza, lo sapeva bene, non era mai troppa.
“Fatto, paparino”, Gianni ribatté con un ghigno. “E’ tutto sotto controllo”.
Questa volta, Duilio si inserì nel discorso con un’espressione grave. “Non prendere le cose troppo alla leggera, giovincello”, sentenziò prendendo posto alla sinistra del divano, come da sua abitudine. “Con quella tua testa fra le nuvole… hai chiuso bene anche la camera da letto?”
Il ragazzoannuì con noncuranza, sistemando la pizza sul basso tavolo davanti alla tv e impugnando il telecomando per regolare il volume. “Fatela finita, voi due. È fatta. Diamo inizio alla serata sportiva”.
Il tintinnare dei bicchieri suggellò quell’accordo. Mentre Duilio sprofondava al suo posto, e Gianni iniziava a borbottare la sua personale telecronaca, Carlo si sforzò di rilassarsi. Affondò i denti in una fetta di pizza, avendo cura di non sporcare gli eleganti pantaloni del completo, e lasciò cadere la testa contro il cuscino di pelle. Forse avrebbe dovuto fare una telefonata a casa, giusto per controllare che Linda e Mia non avessero bisogno di niente. In fondo sarebbe stato il suo dovere di capofamiglia. “Oh, ma a chi vuoi darla a bere”, lo ammonì la voce della coscienza, “ti stai solo cacando sotto al pensiero che scoprano la tua bravata”.
Ma non sarebbe accaduto, si rassicurò. Dopotutto, era quasi un anno che si concedeva serate fra uomini tutti i mesi. Rimuginarci su così a lungo era poco dignitoso. Non passavano forse, tutti gli ammogliati del mondo, le sue stesse tribolazioni? Però, non tutti avevano una figlia appena adolescente che trasudava aggressività da ogni poro ed era in aperta ribellione con la figura paterna. Erano cose che potevano togliere il sangue freddo anche al più equilibrato dei padri. Un nuovo brivido gli attraversò la schiena, mentre la fronte si imperlava di sudore. Carlo si concesse una lunga sorsata di birra. Aveva smesso di piovere.
La notte, fuori dalla finestra, gli pareva cupa, vuota di stelle, e la figura della luna rifulgeva quasi sinistra, spuntando fra rade nubi che il vento stava portando via. “Linda è a casa”, ripeté per l’ennesima volta a se stesso, come uno sciocco mantra. “Non mi verrà a cercare”.
La loro squadra stava perdendo. Duilio borbottava qualcosa fra un boccone e l’altro, mentre Gianni inveiva contro il televisore. Carlo sentiva il battito del proprio cuore farsi sempre più forte, come l’eco di un presentimento. Riguardò la finestra, che aveva serrato soltanto pochi minuti prima, e si costrinse a respirare.
Il tonfo che riecheggiò contro il portoncino d’ingresso lo fece sobbalzare con tale violenza da fargli rovesciare la birra sul divano. Gianni imprecò, e Duilio gli lanciò subito un’occhiata preoccupata.
“Hai chiuso bene, vero? Anche la catenella?”, Carlo si ritrovò a domandare con un filo di voce, ma conosceva già la risposta. Non avrebbe fatto differenza se l’altro avesse preso sul serio le sue raccomandazioni. Non se lei fosse stata davvero arrabbiata.
Seguì un secondo tonfo, più forte, seguito da un altro ancora che fece tremare il cristallo del tavolino. Carlo si alzò dal divano, le gambe che lo reggevano a malapena. “Merda, lo sapevo”, ripeté nella sua testa. Avrebbe dovuto fare quella telefonata, tranquillizzare le sue donne prima che potessero fare qualcosa di irrazionale, ma adesso era troppo tardi.
Se non voleva perdere la faccia davanti ai suoi colleghi, non gli restava che affrontare la situazione da uomo.
E da solo.
Si avviò per il corridoio, mentre Duilio e Gianni ben si guardavano dal seguirlo. Il portone d’epoca dell’appartamento iniziava a scricchiolare, mentre una nuova sequenza di colpi lo scuoteva. “Linda, amore, sei tu?”, Carlo chiese con quel poco fiato che gli restava in gola.
Gli rispose soltanto un verso rabbioso, mentre il colpo successivo faceva venire giù polvere d’intonaco dal muro. L’uomo chiuse gli occhi, cercando di recuperare il sangue freddo.
“Tesoro, posso spiegarti tutto. Perché adesso non torni a casa? Ne parliamo domattina a mente fredda”. Nessuna risposta, a parte un tonfo furioso e un altro ringhio, più acuto del precedente.  Carlo dovette appoggiarsi al mobile per non cadere. “C’è anche Mia lì con te? Avanti, siate ragionevoli. Tornate a casa”.
Ma come poteva sperare che due donne in pieno ciclo gli dessero retta?
Fu forse una spallata a far cedere il portoncino: la catenella saltò, divelta, e il battente si spalancò di netto, andando a cozzare contro la parete e spargendo ovunque schegge di legno pregiato. Carlo si ritrovò a indietreggiare suo malgrado.
Le fauci spalancate e sbavanti di sua moglie, gli occhi rossi e il fitto pelo fulvo lo investirono in pochi secondi. Dietro di leila sagoma più minuta, ma altrettanto animalesca, di Mia, col manto irto e nero dall’odore acre di giovinetta e i lunghi artigli tesi nella propria, personale, dimostrazione di ribellione adolescenziale.
“Linda, andiamo amore. Lasciami spiegare…”, provò a farfugliare, mentre cadeva in terra e lacrime di terrore iniziavano a rigargli il viso. Ma non c’era più nulla che potesse fare: il muso di sua moglie era ormai al suo collo, mentre gli occhi rosseggiavano del furore di donna tradita. E come si poteva ragionare, in quelle condizioni? Erano così irrazionali, le donne. Incomprensibili.
Carlo chiuse gli occhi e si preparò all’inevitabile. La luna, bianca e distante, da sempre simbolo del mondo femminile, pareva sbeffeggiarlo, fuori dalla finestra.
“Dannazione”, fu il suo ultimo pensiero.
Per quanto l’avesse sempre amata, detestava davvero Linda in quei giorni del mese.

domenica 17 dicembre 2017

AMORE INCONFESSATO di Paolo Secondini


«Non mi ha mai dimostrato la sua simpatia, né la sua benevolenza, signorina Luisa. E pensare che io l’amavo immensamente, seppure in segreto… Non ha mai compreso il mio sentimento inconfessato; né dal mio sguardo, dalla mia compostezza, dalla mia attenzione, dal mio silenzio ha colto quello che in ogni momento provavo per lei. Oh, l’amavo! Sì! Io l’amavo! Non so dirle con esattezza che cosa di lei mi avesse colpito: se gli occhi azzurri, grandi, se le labbra rosse e carnose, se i lunghi capelli sciolti sulle spalle. Può darsi sia stato l’insieme del suo aspetto grazioso, gentile, ad avere esercitato su di me un fascino irresistibile… Pendevo dalle sue labbra quando, seduta dietro la cattedra, lei parlava di letteratura, di storia, di geografia. Le sue lezioni erano interessanti, piacevoli, rese tali anche dalla sua voce calda e vellutata – appena un sussurro –, che lambiva il mio cuore come una dolce carezza… Oh, signorina Luisa! Che bei ricordi e che nostalgia delle sue ore di lezione! Sedevo in fondo alla classe – ricorda? –, da solo nel banco. Ero il più alto e grande perché ripetente. Avevo quindici anni, allora: pochi, purtroppo, per dichiararle il mio amore – sognavo di farlo stringendo la sua mano tra le mie –, per sposarla, per abbracciarla, per baciarla… Saremmo stati felici insieme, ne sono sicuro… Ma lei, ripeto, non ha mai compreso i miei sentimenti nei suoi confronti o, probabilmente, li ha sempre ignorati in modo deliberato. A volte pensavo che mi detestasse – non so per quale ragione –, che mi odiasse. Sì, sì, non poteva essere diversamente, specie quando mi guardava con un’espressione un po’ dura, arcigna, che non le era abituale… Sono io, ora, che detesto lei, che la odio dal profondo del cuore; ora che sono un uomo di più di trent’anni e lei una donna di oltre sessanta. La detesto, sì, la odio, per avermi lasciato soffrire… Spero che adesso, guardando i miei occhi, mentre stringo con le mie mani il suo collo sottile, lei comprenda il male che le voglio... E dire che l’amavo, signorina Luisa! Sì, l’amav… Ma che succede? Come è possibile? Il suo collo resiste alla pressione delle mie dita robuste, si ingrossa, si indurisce… Non riesco a stringerlo, per quanto mi sforzi. Non ce la faccio. Ma… ma… chi è lei? Che cos’è? Non un essere umano. No, no… Non può esserlo. Le sue fattezze sono di colpo mutate… sono terribili, spaventose, irreali… Un mostro… un mostro… Lei… lei è un mostro raccapricciante…»
«Un mostro? No! Mi considero semplicemente un hectoniano sotto mentite spoglie,» disse infine l’anziana Luisa, interrompendo il soliloquio dell’ex alunno, «venuto su Terra per conoscere i suoi abitanti, per studiarli, per capirli… E capivo perfettamente che provavi per me quello che voi terrestri chiamate amore. L’ho provato anch’io per te – dovevo sperimentare ogni cosa: pensare, sentire, agire… calarmi completamente in voi, per sembrare in tutto e per tutto simile a voi – ma non potevo dimostrartelo. No! Per diversi motivi: innanzitutto – e questo è già di per sé sufficiente – perché ero la tua insegnante… Ma l’ho provato, e abbastanza forte, credo, tanto è vero che, contrariamente ad alcuni ragazzi scomparsi nella tua città e dintorni, ti ho risparmiato.»
Un’espressione stupita sostituì quella di orrore sul viso dell’uomo.
«Che cosa vuol dire che mi ha risparmiato?» domandò.
«Non ti ho ucciso, non ti ho fatto a pezzi, non ti ho divorato, come avrei dovuto per un impellente bisogno naturale, e come mi accingo a fare adesso.»
«No, no, no! Non può, signorina Luisa. Lei… lei ha detto… di amarmi…»
«Un tempo, certo! Cose del tutto passate, mio caro! Ma ora basta parlare. Basta!» urlò con voce stentorea, gracchiante, del tutto inumana.
Poi l’anziana Luisa emise una risata sonora, terribile. Si avvinghiò, con le braccia lunghe e nere come tentacoli, al corpo tremante dell’uomo, che non tentò alcuna difesa di se stesso. Infine, con un morso della sua bocca enorme e irta di denti acuminati, gli staccò la testa dal busto.
Per un po’ si udì solamente il sinistro rumore di ossa maciullate.
 

lunedì 11 dicembre 2017

CAPRICCI di Teresa Regna


“Non mi piace!”, urlò il bambino, sbattendo con forza il cucchiaio sulla tovaglietta di plastica a righe.
Uno schizzo di minestra brodosa raggiunse la donna china sul tavolo, la cui espressione benevola si trasformò, nel giro di un istante, in un ghigno. “Guarda cosa hai combinato!”, esclamò, indicando la macchia verdastra che spiccava sul golfino di lana beige. “Ora dovrò cambiarmi. E pensare che l’avevo lavato proprio ieri”.
“Non mi piace la minestra”, ribadì, a voce più bassa, Billy. “Perciò non ho intenzione di mangiarla”.
La mamma, che si stava dirigendo verso la camera matrimoniale, si voltò a metà. “Appena tornerà, lo dirò a tuo padre”.
Il bambino riavviò il ciuffo biondo che gli copriva la fronte, e fece spallucce.
Il suo gesto noncurante non passò inosservato. Mary, indispettita, tornò indietro un attimo prima di varcare la soglia della camera da letto. “Ne ho abbastanza dei tuoi capricci”, sentenziò. “Se non finirai la minestra, per punizione non ti farò vedere la TV”.
“Sai quanto me ne importa!”, replicò Billy, mettendo il broncio.
“Va’ immediatamente in camera tua a meditare sul tuo comportamento!”, ordinò la donna. Il limite della sua pazienza era stato superato da un pezzo.
Il bambino ritenne più prudente obbedire, e si avviò, borbottando qualcosa di inintelligibile, verso la stanza accanto a quella dei genitori.
Dopo qualche minuto, si udì il rumore della porta di ingresso che si apriva. “Sono a casa”, annunciò la voce tenorile dell’uomo che si stava togliendo la giacca.
“Ciao, caro”. La moglie si precipitò nell’atrio, accogliendolo con un lieve bacio su una guancia. “Purtroppo anche stasera Billy ha fatto i capricci”.
John appese la giacca all’attaccapanni, posò la valigetta sulla cassapanca accanto a esso, e commentò “Cerca di capirlo: la nostra situazione lo indispettisce”.     
“Ci sto provando, credimi”, replicò la donna. “Ma il suo atteggiamento intransigente mi esaspera”. 
“Vado a parlargli”, concesse l’uomo. “Tienimi la cena in caldo”.
Il bambino era seduto sul letto, a gambe incrociate, e fissava la parete di fronte a lui. La sua espressione era tanto seria che sembrava molto più vecchio dei suoi sette anni.
Dopo essersi seduto accanto a lui, John gli scompigliò i capelli con affetto, e sciorinò il discorso che gli propinava ogni volta che faceva arrabbiare la mamma, aggiungendo qualche altro concetto. Anche se le varianti non lo rendevano meno noioso, Billy finse di ascoltarlo con la dovuta attenzione.
“O.K!”, disse, quando il padre ebbe terminato la lunga esposizione. “Prometto che ce la metterò tutta per obbedire alla mamma”.
“E mangerai qualsiasi cosa abbia cucinato per noi”, aggiunse l’uomo.
Billy annuì, pensieroso. “Dammi solo un minuto”.
“Te ne dò cinque”, acconsentì John. “Ti aspettiamo a tavola”.
Appena l’uomo fu uscito, il bambino aprì l’anta dell’armadio, si piazzò davanti allo specchio ed esaminò il suo aspetto. “Davvero crede che siamo più belli con questa forma?”, borbottò, a bassa voce. Un’immagine balenò nella sua mente: grossi esseri simili a lombrichi che brucavano l’erba blu elettrico sotto un cielo giallo paglierino. “Ho capito che siamo esploratori, ma stare sulla terra non mi piace”.
Sforzandosi di esibire un sorriso sull’espressione rassegnata che aveva sul viso, aprì la porta. Mentre sedeva a tavola, davanti alla minestra riscaldata, rifletté che anche i bambini avrebbero dovuto avere diritto di voto, quando si trattava di trasferirsi su un altro pianeta.

sabato 9 dicembre 2017

KAMALOKA



Pubblicato e già acquistabile su Lulu.com KAMALOKA di PAOLO DURANDO.

“Kamaloka è un racconto lungo sul desiderio, in cui il protagonista Nunzio, accorgendosi un mattino che qualcosa è cambiato, inizia, poco a poco, la scoperta del suo mondo.


 

lunedì 4 dicembre 2017

BERENICE di Adriana Alarco De Zadra

Attingendo ai ricordi che conservo nei cassetti della memoria, finisco sempre per imbattermi nelle vacanze in casa della nonna, che furono piene di misteri affascinanti e insoluti. Ci furono avventure incredibili e indimenticabili, ragnatele gigantesche negli angoli bui e scandali messi a tacere.
Dormivamo nella vecchia dimora, di legni scricchiolanti e di mattoni cotti e consumati, con una sala da pranzo con altissime sedie tornite e una lunga tovaglia bianca. Vicino alla nostra camera, il letto della nonna era ricoperto da un tulle contro i moscerini e altri insetti.
Due ficus centenari facevano ombra sulla verde ringhiera dell’entrata e sulle amache oziose dove gli zii passavano la siesta, lasciando i loro stivaloni infangati per terra. Non lontano, si sentiva il nitrire impaziente di Cid e di Caligula che, per via della mia statura di allora, mi sembravano cavalli grandi come cattedrali. Ci sedevamo per ore sotto quegli alberi perché era l’unico luogo fresco fuori casa, lanciando pietre contro i carrubi e gli arbusti di cotone per veder correre le lucertole.
C’erano sempre visitatori forestieri e originali, e molti arrivavano da lontanissimi luoghi e pianeti. Alle volte si perdevano in mezzo alle dune dove atterravano per studiare la fauna o la flora e probabilmente a osservare gli esseri come noi, che eravamo una colonia di nipotis terribilis come ci chiamava la nonna.
Una stanza misteriosa dove ci piaceva riunirci, quando arrivavano forestieri, era la bottega dei vini, con odore d’uva pestata senza scarpe. In quel posto fresco invecchiava il succo dell’uva in barili con strisce di legno o in giganteschi fusti, dietro i quali ci sedevamo a respirare l’odore di mosto, all’ombra, sotto il tetto coperto di stuoie e di scorie che rimanevano dopo aver sgranato l’uva negli appositi apparecchi. Il succo d’uva acerba aveva un sapore aspro ma gradevole e ce la svignavamo all’ora della siesta per provarlo di nascosto così come il vino dolce e invecchiato.
Un pomeriggio, la nonna sorprese Federico, Claudio, Pepa e me nella dispensa dei vini, mentre bevevamo liquore dal barile e cantavamo a squarciagola canzoni messicane. Ci mise tutti dentro la vasca con piedi di leone e ci spedì a letto senza mangiare, dopo averci fatto bere una tisana. Ricordo la stanza da bagno con pavimenti a quadri bianchi e blu e l’enorme tinozza di metallo smaltato che sembrava una piscina, dove ci lavavamo tutti insieme senza quella malizia che arrivò molto dopo, col passare dei fogli del calendario.
In mezzo al giardino della nonna, circondato da un corridoio con porte di vetri colorati e finestre con sedili incastrati, cresceva un gelsomino che profumava il cortile con il suo aroma penetrante. Girando intorno a quell’odore che opprimeva nei pomeriggi di calura, ci rifugiavamo nell’ultima stanza della casa, dove l’unica luce entrava dalla finestra del tetto e non illuminava mai gli angoli bui e solitari. Era un cantone misterioso che diventò, secondo le necessità, un rifugio segreto, un club in miniatura o una nube di sogni giovanili.
Era pieno di bauli impolverati, gambe tornite di tavole che avevano assistito ai banchetti coloniali, libri, riviste di mezzo secolo prima, oggetti misteriosi che si accendevano da soli o producevano suoni ritmici che ci meravigliavano. Il nostro preferito era un attrezzo per produrre arcobaleni in cielo. Lo aveva lasciato in regalo uno dei forestieri che arrivarono alla fattoria e, quando potevamo adoperarlo, ci divertivamo cercando tesori sulle dune alla fine d’ogni arco di colore.
Fra tante meraviglie scoprimmo antiche pitture magiche che davano vita agli oggetti più strani che potevamo disegnare, c’erano anche macchine che aspiravano e assorbivano l’oscurità nel recinto e che poi soffiavamo sopra qualche lucertola, lasciandola schiacciata sotto la notte buia che le cascava sopra d’improvviso. Fra gli altri tesori, esisteva un apparecchio insolito e inquietante che riproduceva immagini, chiare e precise, di persone d’altri tempi che avevano dormito in quella stanza, attraversando le dune, come se fossero fantasmi del passato in movimento, ma che poi si dissolvevano nell’aria.
L’antica tradizione di ricevere cordialmente i visitatori forestieri d’altri spazi ci aveva dato una certa ampiezza mentale per accogliere senza riserve i più sorprendenti esseri, oggetti, idee, utensili, arnesi o macchine da trasporto in quel cantuccio lontano dal resto del mondo, com’era la fattoria della nonna. Ricordo che quella estate, quando si stava già lavorando all’ultimo raccolto di cotone, mais e patate e si preparavano i campi per la successiva semina, arrivò il più straordinario e sbalorditivo forestiero che si fosse mai avvicinato alla vecchia dimora, in mezzo al deserto lambito dalle acque del Pacifico meridionale.
Era rilevante la sua chiara rassomiglianza con noi, la gente del luogo, ma ci accorgemmo subito che arrivava da un altro pianeta e che era un personaggio femminile. I suoi tratti erano umani, non aveva artigli né squame anche se non aveva nemmeno peli o capelli di alcun genere. La sua pelle era blu a righe arancioni, liscia, morbida e sinuosa.
Giunse una mattina presto, avvicinandosi dalla collina arida, mentre il riflesso la faceva apparire e sparire davanti agli occhi come se fosse un miraggio. Capivamo quello che ci riferiva, con la sua voce soave, e Federico si affiancò a lei per accarezzare la sua pelle lucida. La femmina ci osservava con curiosità e un sorriso sulla faccia, anche se non potevo dire se fosse amichevole o se si beffasse di noi. Facemmo entrare la forestiera nella grande casa e la portammo davanti alla nonna che la salutò con rispetto e le chiese di lasciare il suo pesante apparecchio per terra. Lei lo portava appeso sulla spalla e sembrava un fucile da caccia alla volpe come quella dello zio Carlo, ma poi scoprimmo, a nostre spese, per quali scopi interessanti poteva servire. Lei obbedì e disse di chiamarsi Berenice.
Quella mattina avevamo già preso la prima colazione con il latte appena munto, ma la nonna c’invitò ad accompagnarla a prendere una “seconda prima colazione,” come la chiamava Ignazia, quando volevamo fare il bis della vera ‘prima’.
Per quelle idee che si presentavano alle volte, c’eravamo alzati molto presto nella mattinata per andare di nascosto al recinto dove dormivano cavalli, puledri e la grossa mucca Yolanda. Portammo le nostre tazze e decidemmo di riempirle di latte alla fonte, prendendo la mira con i capezzoli. Intenti a mungere la mucca, Federico le tirava la coda, ridendo a crepapelle, finché i muggiti e le pedate della poveretta ci fecero desistere da tanta stupidaggine.
In mezzo a quel silenzio colpevole che si accumula alle volte riempiendo il vuoto, i cugini e io ci sedemmo nella sala da pranzo con la nonna a capotavola. Metteva sempre un piatto in più, ormai lo saprete, abituata com’era a ricevere la gente che arrivava a questo posto lontano dalla civiltà, anche se erano d’altre culture, razze o credi, perché la nonna ripeteva: “Non perché sono diversi bisogna trattarli come cittadini di seconda categoria, a maggior ragione se sono esseri di buona volontà.”
In genere si mettevano sedici posti a tavola ma quella mattina gli zii erano già fuori per il lavoro dei campi. Berenice si sedette dall’altra parte del tavolo, di fronte alla nonna e dopo un po’ sedusse tutti con la sua voce dolce e melodiosa. Federico la guardava con gli occhi mezzi chiusi e la bocca aperta dalla quale scappava ogni tanto un sospiro ansante. Mi fece rabbia e volli svegliarlo con un pizzicotto, ma non mi diede nemmeno retta. Era istupidito, sbalordito, sedotto da quella pelle blu a righe arancioni.
La bluastra rigata, come pensai di chiamarla, domandò alla nonna delle coltivazioni in mezzo alle dune, dei raccolti, delle malattie delle piante, dell’alimentazione del popolo, tutti argomenti a cui la veneranda anziana rispose con entusiasmo, alle volte con orgoglio per aver guadagnato qualche metro in più di terra coltivabile e altre lamentandosi delle infestazioni nocive sulle piante e la mancanza d’acqua nei canali. Mentre chiacchieravano, la ‘mamma grande’, come chiamavamo fra noi la nonna, bevve il caffè forte con latte appena munto mentre si scusava per non poterle offrire uova strapazzate. Le galline erano diventate un po’ pigre in quei giorni. La forestiera quasi non mangiò niente anche se noi approfittammo della distrazione dell’anziana per mangiare a cucchiaiate il miele già indurito.
Finalmente ci alzammo da tavola e la donna prese il suo utensile, lungo come un telescopio, e si mise a osservare dal corridoio, sopra la veranda verde, l’area coltivata nei dintorni. Intanto che lei guardava, muoveva la lente per mettere a fuoco, mentre si sentiva un forte sibilo. Vedemmo uscire dallo strumento una specie di fumo che volava fino alla terra rimossa e appena seminata dell’orto. Accortasi della nostra sorpresa, la forestiera spiegò alla nonna:
Voglio che i vostri prodotti crescano meglio e senza infestazioni.
Puoi fare quello con il tuo cannocchiale? domandò la veneranda.
Non è un cannocchiale, né un teleobiettivo, né un telescopio. È un biogeneratore che assorbe particelle microscopiche, le rigenera e le trasforma in microrganismi riportandoli alla terra per ottenere piante più robuste, produttive e immuni alle malattie.
Non posso affermare che non lo credo! Ho visto tante invenzioni nuove che, ormai, niente più mi meraviglia! assicurò la nonna.
Io pendevo dalle sue labbra. Sicuramente quel coccio o cianfrusaglia spaziale era qualcosa di notevole e trascendentale.
Stregonerie! bisbigliò Ignazia, e tornò in cucina, facendosi il segno della croce. Se vedesse la città al giorno d’oggi, piena di macchine, semafori, ascensori, scale mobili, porte girevoli, lavatrici, elicotteri e altre invenzioni, che cosa direbbe la vecchia cuoca? Oppure, se potesse capire che la funzione di quell’arnese della bluastra rigata non era assolutamente un fucile per cacciare la volpe, quella ladra di galline che la faceva disperare? Affermerebbe che è un attrezzo incontrollato e, perciò, intrinsecamente maligno.
Federico non toglieva gli occhi di dosso a Berenice e quell’adorazione che s’intravedeva nei suoi occhi mi stava rodendo in profondità. Pepa, Claudio e i cugini più piccoli corsero nel pollaio a fare volare le piume delle galline mentre recuperavano qualche uovo nei nidi.
Posso anche modificare le acque contaminate ascoltai, intanto, dalla rigata che lo spiegava alla nonna.
Sarebbe magnifico contare su un utensile simile per risolvere il problema dellacqua potabile! rispose lei con entusiasmo.
Provai indignazione scoprendo l’ammirazione che provava per lei pure la mamma grande, come Federico, fra i più anziani della casa. Eccetto Ignazia, naturalmente. Lei non usciva dalla cucina perché continuava a pregare bisbigliando, quando arrivavano forestieri, per non contagiarsi con la malignità e le perversioni che ci assicurava portassero.
Le scorie agricole possono diventare materiale utile come biogas, se si modificano geneticamente con il biogeneratore.
Quel gas darebbe molta più energia a questo posto lontano dalle fonti delettricità. Abbiamo soltanto un motore per lilluminazione o per tirar fuori acqua dal pozzo, quando non arriva lacqua del fiume, o per far funzionare le macchine necessarie. Il resto si fa tutto a mano.
Mentre spiegava, la nonna portò la forestiera verso la cucina per istruirla sulle nostre deficienze in fatto di sopravvivenza, mentre lei lasciava il suo aggeggio sul tavolo, sicuramente per non sporcarlo con la fuliggine di carbone che macchiava il focolaio e le pareti intorno. Ne approfittai per fare una delle mie birichinate, ma questa volta non calcolai l’effetto che avrebbe causato nella famiglia.
Appena voltarono la schiena, rubai il biogeneratore della rigata e lo portai nel pollaio della nonna, ricoperto da campanule blu. Stava proprio dietro la cucina enorme, fresca e scura d’ombre e di carbone, che era il regno della vecchia Ignazia. Sotto quella calura soffocante che faceva fumare la sabbia mentre si respirava polvere assieme al profumo del gelsomino, decisi di risolvere il problema della mancanza di uova al mattino, riproducendone meccanicamente altre più grandi, più belle e senza malattie genetiche. Mi credevo una scienziata. Ricordavo tutte le spiegazioni di Berenice perché ero stata molto attenta ad ascoltarla.
Mentre i cugini raccoglievano un paio di uova, mi guardarono con gli occhi meravigliati quando entrai nel pollaio e presi la mira col cannocchiale verso un angolo. Girai la lente e per mia gran sorpresa, la cianfrusaglia della forestiera assorbì il gallo. Non fece nessun rumore. Non si ascoltò alcun canto del gallo, soltanto qualche piuma svolazzò in aria, e cadde lentamente scivolando in aria con la brezza del mattino.
Che cosa hai fatto? urlò Federico, entrando infuriato nel pollaio proprio in quel momento. Mi resi conto che aveva seguito tutti i miei movimenti invece di andare dietro alla rigata e alla nonna come uno zombi. Feci un passo indietro e mi girai tenendo in mano il cannocchiale e muovendo la lente per metterlo meglio a fuoco. Senza frastuono, baccano o chiasso, il cugino sparì, si sfumò, svanì nell’aria.
Rimasi muta per il panico. Gli altri fanciulli lasciarono cadere le poche uova raccolte e uscirono strillando diretti verso la cucina. Disperata, lo girai, lo strinsi, lo mossi e cercai di spremere l’arnese stregato. Diedi pedate per terra e imprecai in silenzio fino a far apparire nuovamente Federico in un angolo del pollaio, ricoperto di piume rosse. Quasi mi venne un collasso. Strillai inorridita e le mie grida fecero svegliare perfino i pavoni, le oche, i galli e tutti gli animali nei dintorni che cominciarono a cantare, ringhiare, nitrire, muggire, fischiare e grugnire.
La veneranda anziana venne fuori della cucina ansimando e correndo come poteva, seguita dalla forestiera e da Ignazia. Anche lei quasi svenne vedendo il ragazzo coperto di piume, come un enorme pollo con gli occhi sgomenti, aperti come la bocca, che non emetteva alcun suono dalla paura. Ignazia urlava pulendosi le mani sul grembiale.
Non uccidete il gallo! ripeteva, perché non aveva capito niente.
La rigata, sentendosi in colpa per quanto successo per aver lasciato senza protezione il biogeneratore, non mi guardò neanche. Prese la lente e l’appoggiò al corpo di Federico. Una a una sparirono le piume del gallo. Il cugino la guardava come ipnotizzato mentre lo spiumavano. Al principio, invece di piangere, gridare o lamentarsi, Federico emise il canto del gallo e poi divenne muto ancora. Poco a poco incominciò a parlare piano, quasi bisbigliando. La nonna lo accarezzò sulla testa e gli diede il suo fazzoletto per soffiarsi il naso che gli colava, mentre continuava a tremare con quell’espressione da pollo spiumato. E io provavo compassione per lui...
Credo che sia arrivata lora di partire pronunciò con la sua voce carezzevole la donna blu. Devo arrivare alle rive delloceano per selezionare i microrganismi che risolveranno il problema della contaminazione ambientale.
La ringrazio, cara amica Berenice. Non soltanto per il suo aiuto e appoggio con questi ragazzi terribili, ma anche per i suoi validi consigli. Se qualche volta vuole tornare alla mia fattoria, sarò felice d’averla come ospite.
Mi fecero male le parole dell’anziana padrona di casa, perché, anche se ero sua nipote, non condividevo con lei l’ammirazione per la bluastra rigata, né ero d’accordo di riceverla ancora con tamburi e grancassa. In fondo, anche se mi sentivo un pochino colpevole per la mia birichinata, pensavo che la forestiera avesse stregato tutti, soprattutto Federico.
Lui non tremava più e la guardava estasiato, muto e affascinato. Non poteva dire una sola parola. Invece, guardava me come se fossi l’esecrabile mostro delle tenebre e questo mi faceva male dentro l’anima.
Berenice mosse le labbra per salutare, con il suo sorriso che sembrava una smorfia, e se ne andò com’era venuta, allontanandosi in mezzo alle dune, sparendo e apparendo come un miraggio. La nonna ci rimproverò tutti, ma ci fece promettere di nascondere quei ricordi nella cantina della memoria. Alle volte, io la osservavo con la coda dell’occhio, per sapere se mi biasimava, ma col tempo dimenticò o non volle ricordare la mia avventura col cannocchiale e io adesso sospiro con sollievo ricordando le prime paure e gelosie.
I vicini del villaggio si riunivano durante la settimana ad ascoltare nella bottega i pettegolezzi sul nipote Federico che, secondo alcuni aveva mangiato il gallo da combattimento in un boccone. In quei pomeriggi si ascoltavano le comparse folcloristiche e i gruppi di spettatori che mescolavano bisbigli proibiti con canti e odori, riempiendo la mia fertile immaginazione di ricordi pittoreschi.
Anche se sono passati gli anni, continuo a sentire la gigantesca campana della cappella della fattoria che rintoccava a qualunque ora del giorno o della notte, quando scendeva violenta l’acqua nuova dalle Ande, avvisando così di aprire le saracinesche e inondare i campi di vigne e cotone, assetati. Allora, correvamo in camicia da notte respirando il vapore dell’umidità che si alzava dalla terra calda. Quell’odore che si sente ancora in mezzo alle dune, quando piove qualche rara volta, ed è motivo di festeggiamenti.
Non dimentico neanche le passeggiate a cavallo, lungo le vigne caricate di pesanti grappoli d’uva annoiata di tanto sole che, mordendoli, lasciavano sgorgare il succo tiepido e dolce. Oppure quando raccoglievamo il cotone in ceste di canna per riempire le bambole di stoffa. Come dimenticare il cugino Federico che diventò un galletto molto combattivo! Invece, quel gallo svanito non apparve mai più nella fattoria, ma forse si rigenerò sulle rive del mare, anche se Federico, ancora oggi, quando parla molto in fretta, si lascia sfuggire un quasi impercettibile canto del gallo.
A fianco dei brutti ricordi, non posso però dimenticare che da quando passò dalla fattoria in mezzo alle dune la famosa Berenice, l’orto diventò un delizioso giardino e i campi dei paradisi fertili. Le piante sono diventate insensibili agli insetti e, poi, si autofertilizzano, producendo raccolti vari e sani, e mantenendo le coltivazioni pulite e senza contaminazioni. L’informazione genetica delle piante che si coltivano in questa zona è classificata e protetta per non propagare la crescita di erbe e cespugli nocivi, e almeno fino a ora, non si sono prodotti cambiamenti nella resistenza degli insetti che divorano le piante, piuttosto stanno scomparendo con gran soddisfazione di tutti i contadini.
Anche se sono aumentati i raccolti, le terre intorno continuano a essere dune incolte e lande desolate, deserti come steppe sterili. La nonna, invece, conserva la speranza di trasformare il deserto in terre coltivabili, se tornasse un giorno la bluastra rigata col suo biogeneratore. Anch’io aspetto il suo ritorno, per investigare quei misteri nati fra il mezzogiorno, lo spuntare dell’alba e il canto del gallo.
Intanto, il tavolo della nonna è sempre pronto e, in questo angolo del mondo, un piatto aspetta sempre il forestiero.
 
 
 

 

lunedì 27 novembre 2017

ZOGOMORF di Marco Viggi

Era domenica pomeriggio. La TV trasmetteva programmi contenitore per anziani soli.
D'un tratto tutte le reti mostrarono il volto di un cronista inquadrato di fretta, sullo sfondo il cielo grigio sopra il parcheggio di un centro commerciale.
Si aggiustava ancora l'auricolare mentre guardava nella telecamera con un sorriso tirato: "Buona domenica, siamo qui per una notizia straordinaria. Ci è stato appena comunicato che..."
Un lampo di luce squarciò le nuvole, il cronista abbassò la testa, l’inquadratura traballò. Nel cielo apparve un oggetto argenteo, a forma di salsiccia, con tanti oblò e fasci di luce che illuminavano il terreno.
Scese con un sibilo assordante e folate di vento. Tutto tremò, il cronista parlò ma non si sentì molto: "Alieni... Zogomorf... messaggio di pace... doni... autorità..."
Nel piazzale intanto arrivarono auto della polizia; due elicotteri militari apparvero ma rimasero lontani. L'UFO si abbassò, uscirono sei gambe snodate e si posò molleggiando sugli arti.
Vento e rumore cessarono. Il cronista tentò di dare forma al ciuffo ribelle: "L'evento è epocale. Gli alieni sono atterrati sulla Terra. Da mesi i governi mondiali hanno preso contatti con loro, nel massimo riserbo per evitare disordini. Sono una popolazione pacifica, a quanto appurato dalle autorità, e non c'è alcun motivo di temere, anzi, la loro venuta è definita propizia."
Dalla nave un portello si aprì. Nella luce si stagliavano alcune figure. Una passerella si allungò fino a terra. Quattro profili umanoidi si incamminarono a percorrerla. Erano alti e sottili, in una tuta gonfia con un casco. I volti erano di colore verde lattiginoso, allungati e affilati, senza naso e dagli occhi enormi, neri e lucidi.
Intanto un’auto della polizia si era portata davanti alla passerella, erano scesi due agenti e dietro un uomo in nero che venne inquadrato dalla telecamera: “Ecco, vedete, il presidente delle Nazioni Unite è stato incaricato di accogliere i nostri ospiti.”
Gli alieni si fermarono a metà passerella.
Uno era più avanti, la tuta verde. Gli altri tre avevano tute azzurre.
Il primo alzò una mano. Uno dietro operò con le dita sull’interno dell’avambraccio. L’alieno davanti mosse la bocca e l’astronave amplificò la sua voce: “Terrestri, noi siamo gli Zogomorf. Vi portiamo il saluto del nostro pianeta.” Poi guardò l’uomo in nero: “Egregio emissario, può parlarci nella sua lingua, il nostro sistema di conversione idiomica ci permette di comprendervi.”
Il terrestre alzò la mano: “Salve a voi viaggiatori dello spazio. L’intero nostro pianeta vi saluta. Ordunque parlate: ci avete avvisato di avere una comunicazione della massima urgenza per noi.”
L’alieno capo alzò la mano: “Terrestri! La nostra civiltà è molto avanzata. Non conosciamo guerre, criminalità, malattie e sofferenze.” Poi venne un suono che fece tin ti-ting! L’alieno riprese con un tono più acuto e parole serrate: “Ma soprattutto abbiamo la Gabrintcha!” Gli altri dietro estrassero dai tasconi nelle tute dei barattoli trasparenti, contenenti una sostanza gelatinosa fucsia punteggiata di brillantini. Il capo continuò: “Gabrintcha è la bevanda adatta ai tuoi viaggi interstellari, come a dissetare in qualunque momento della giornata, dai palati più fini a quelli più golosi.” Uno dietro allungò in avanti il barattolo, il capo lo indicò con le mani, girandosi di lato: “Assaggiate Gabrintcha, non potrete più farne a meno! Gabrintcha, a soli sei Pshik al bicchiere. Ma, per questo viaggio promozionale, il primo miliardo di assaggi è gratis! Scendete in strada, non fatevi scappare il vero piacere dell’altro mondo!” Tin ti-ting!
L’immagine nella TV rimase immobile e silente per lunghi secondi. Intanto la passerella rientrava, gli alieni tornarono nell’astronave, che decollò e uscì dall'inquadratura.
La telecamera puntò di nuovo il cronista, che guardava in cielo e biascicò: “Andiamo bene.” Poi abbassò la testa, quando caddero dall’alto sfere gommose trasparenti, dotate di beccuccio, piene di gel fucsia coi brillantini. Ne raccolse una e la guardò: “Bella cagata.” Ma la portò alla bocca.

venerdì 24 novembre 2017

I CANINI SULLA GIUGULARE (Introduzione)

(Di recente pubblicazione il nuovo libro del nostro collaboratore Fabio Calabrese – I CANINI SULLA GIUGULARE, Scudo Edizioni, Bologna)
 
E' stato osservato che la narrativa horror nella sua forma più classica in definitiva riguarda solo cinque tipi di soggetti: fantasmi, lupi mannari, vampiri, zombi e streghe.
In un'esperienza di autore nel campo del fantastico che ha ormai superato il mezzo secolo, posso dire di aver quanto meno sfiorato più volte almeno quattro di queste tematiche: di fantasmi e presenze spettrali di vario genere mi sono occupato più volte, e le antologie pubblicate dalle Edizioni Scudo, Incubi e prodigi e Terrori e magie offrono non pochi esempi a questo riguardo. Della licantropia non mi sono occupato altrettanto spesso, ma ne è un esempio Stirpe delle tenebre, racconto che compare nell'antologia Sulle orme di Alhazred pubblicata dalla Dagon Press, racconto che è un'ideale continuazione de Il figlio della notte di Jack Williamson, ma se prendete ad esempio Incubi e prodigi, molto simile a un licantropo è ad esempio il Liomo del racconto omonimo, e sicuramente un richiamo a questa tematica c'è anche in Plenilunio, dove però mi sono soprattutto divertito a porvi una domanda forse ancor più inquietante: se “l'omino dei lupini” dei vecchi cinema altro non fosse che “l'uomo dei lupi” di cui si era occupato Sigmund Freud?
Sulle streghe, il discorso è diverso: in tutta franchezza, non mi riesce di vederle come figure diaboliche o negative: molto spesso erano donne che attraverso “la stregoneria” esprimevano semplicemente la ribellione nei confronti di un mondo sfacciatamente maschilista. E' una tematica di cui mi sono occupato piuttosto in storie di heroic fantasy che di horror; ne sono esempi Mab nell'antologia Il risveglio della spada e Sangue di strega in Primavera sacra e altri incantesimi.
Quattro tematiche su cinque, vi dicevo: una non è finora comparsa nelle mie storie e penso che non vi comparirà mai, quella degli zombi. Quella che generalmente chiamiamo narrativa di horror si può distinguere in due sottogeneri ben distinti: da un lato c'è il weird, l'orrore soprannaturale, l'inquietudine legata al trascendente e al mistero, dall'altra lo splatter (un'onomatopea che ricorda lo sprizzare del sangue). Qui l'elemento soprannaturale o trascendente in genere manca del tutto, e l'orrore non assume nessuna forma di inquietudine cosmica, ma è dato unicamente dal raccapriccio di scene sanguinarie e truculente. Lo splatter è presente soprattutto nella cinematografia di serie B. Gli zombi rientrano precisamente in questo ambito, e per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di occuparmene.
Rimangono i vampiri, personaggi ben più interessanti, soprattutto – bisogna dire – grazie a Bram Stoker che ha diffuso il modello del vampiro come perverso aristocratico, anche se non bisogna dimenticare che in questo era stato preceduto da William Polidori che nelle sembianze del suo Vampiro sembra aver riprodotto nientemeno che lord Byron.
Il problema che si presenta tutte le volte che ci si occupa di queste tematiche, è sempre lo stesso: come riuscire a dire qualcosa di nuovo e di originale in tematiche che sono state ampiamente sfruttate da oltre due secoli?
A parte dunque un utilizzo ormai bisecolare di questi temi da parte di una tradizione letteraria ben consolidata, c'è anche da fare i conti con le tendenze cinematografiche televisive e cinematografiche più recenti, che hanno “riciclato” vampirismo e licantropia in versione romantico-adolescenziale, quasi una sorta di versioni halloween di West Side Story.
Come rinnovare dunque queste tematiche fin troppo usurate? Una via è senza dubbio quella dell'ironia, che ho profuso in racconti come La piramide, L'insegna, L'ospite, Dimmi con chi vai e anche quella breve raccolta di epigrammi e battute che ho chiamato Frammenti di canini rimasti sulla giugulare. Negli ultimi due racconti la storia è narrata dal punto di vista del vampiro, e vi devo confessare che una figura che mi ha affascinato una volta che mi è uscita dalla penna e a cui mi riprometto di dedicare qualche scritto di maggiore spazio, è quella del dottor Niemeyer, uno studioso di scienze occulte a cui la condizione di vampiro e la quasi inimmaginabile longevità che ne consegue, ha permesso di portare avanti i suoi studi esoterici come a nessuno prima di lui, ma anche L'insegna, un divertissement che lega le vicende del conte Dracula a quelle delle Edizioni Scudo.
Quella che poi segue è una galleria di vampiri alquanto eterodossi. Un caso che non esce poi tanto dai binari del genere, è la storia dell'Ultima recita di un attore estremamente convincente nella parte di un vampiro che nella Francia occupata della seconda guerra mondiale collabora con i tedeschi per tenere la gente lontana da certe installazioni segrete. E se lo stesso conte Dracula non fosse stato esattamente un vampiro come perlopiù l'intendiamo, e i suoi poteri e la sua immortalità fossero dovuti al possesso di un certo Anello?
L'efficacia dei mezzi per combattere il vampirismo, forse non dipende tanto dallo strumento in sé, ma dal fatto che su di esso è concentrata l'energia positiva di milioni di persone che vedono in esso un simbolo sacro, questo vale per la croce, simbolo della religione cristiana, e per l'aglio il cui fiore è simile al giglio, universalmente visto come emblema di purezza. L'arma della fede è un racconto che scrissi negli anni '70 e risente del clima di quel momento storico, nel quale sembrava che il verbo marxista stesse per soppiantare per ogni dove le fedi tradizionali, poi le cose andarono in tutt'altra maniera, e abbiamo assistito alla caduta dell'Unione Sovietica e dell'impero comunista.(1).
C'è un retroscena di questo racconto, una “storia nella (o della) storia” che vale la pena di raccontare. Luciano Comida è stato un carissimo amico scomparso anni fa in seguito a una malattia lunga e dolorosa. All'epoca, questo racconto, che doveva essere pubblicato sulla fanzine del fantastico “Il re in giallo” curata da Giuseppe Lippi e da me, e che gli feci leggere in anteprima, gli piacque tantissimo, e si spinse al punto di recensirlo quando era ancora inedito, sulle pagine della sua “Konrad” (Luciano Comida era una persona dai vasti interessi intellettuali, che spaziavano dalla fantascienza al teatro dialettale, all'ecologia, e aveva creato questa pubblicazione ecologista – ma aperta a una varietà di opzioni culturali - “Konrad”, il cui nome s'ispirava al grande Konrad Lorenz). Poi successe che “Il re in giallo”, per vicende che ora non occorre rievocare, cessò le pubblicazioni prima che il racconto fosse pubblicato, e finora non ha ancora avuto occasione di vedere la luce. La sua comparsa oggi in questa antologia vuole essere anche un omaggio alla memoria di Luciano.
Altri vampiri sono ancor più eterodossi. Il Wendigo, figura leggendaria presente nelle tradizioni dei nativi americani, ha molti tratti in comune con il vampiro, anche se è piuttosto un mangiatore di carne umana che un succhiatore di sangue, ma similmente ai vampiri europei, è altrettanto letale e inafferrabile. Nel racconto che gli ho dedicato, chi è realmente La preda e chi il predatore?
L'idea di un vampiro vegetale non è un'originalità assoluta. Ricordo molti anni fa di aver letto molti anni fa sulle pagine di una fanzine un divertente racconto umoristico su di un vampiro vegetale, Oprimav, che alla fine veniva eliminato seppellendolo con una bistecca piantata nel cuore, purtroppo non ricordo chi fosse l'autore. Né tra i vampiri vegetali si può ignorare il Cuore di ghiaccio del romanzo omonimo di Donato Altomare, davvero un autore che ha pochi concorrenti in fatto di fantasia macabra.
Qui di vampiri vegetali ne trovate più di uno. Di uno, potete sentir parlare andando A pranzo dagli zii, di un altro, un incauto marine se ne porta a casa i semi sotto forma di Bottino di guerra. Il primo ha le sue origini negli esperimenti di manipolazione genetica, mentre quelle del secondo, che risalgono all'antica Babilonia, rimangono misteriose. Un vampiro vegetale si può considerare, in ultima analisi, anche L'angelo di legno, un'inquietante statua lignea che di angelico ha ben poco.
Palolo è forse il caso più paradossale della nostra inquietante casistica, un caso, potremmo dire, di auto-vampirismo. Dentro di noi ci portiamo sempre un bambino mai cresciuto, ci dicono alcuni, dal fanciullino di Giovanni Pascoli, al “bambino che è in noi” e di cui dobbiamo prenderci cura secondo certa filosofia new age, ma se il nostro “fanciullino” non fosse per nulla animato da buone intenzioni nei nostri confronti?
Il fine di questi racconti è l'intrattenimento. Una notte serena se avrete seguito alcune semplici precauzioni: aver evitato di invitare a casa sconosciuti, aver sbarrato porte e finestre, aver appeso in giro festoni di aglio, tenere un crocifisso sulla testiera del letto e uno appeso al collo.  
 

 

lunedì 20 novembre 2017

UOMINI E ROBOT


 
UOMINI E ROBOT è un’antologia piuttosto snella, agile, di fantascienza italiana e straniera. Essa comprende tredici racconti dei seguenti autori: Paolo Durando, Paolo Secondini, Pierre Jean Brouillaud, Danilo Concas, Fabio Lastrucci, Peppe Murro; racconti piacevoli, interessanti per stile narrativo, per tematiche affrontate.

 

venerdì 17 novembre 2017

L’ALTRO PAESE di Paolo Durando

Sono passati molti anni da allora. Se è davvero questione di anni.
In certi momenti di fissazione, la Remigia del negozio di alimentari ripete ancora: “Era un uomo. Io l’avevo visto bene.”
Ma anche questo non è veritiero. Se prova a domandarsi chi avrebbe potuto essere, in alternativa, si accorge del dubbio. Una donna? O forse dei bambini? Che tutte e tre le eventualità siano pertinenti lo sanno bene lei, Remigia, e ogni altro abitante del paese, pur non volendolo mai ammettere.
L’unica cosa certa è che quella era stata la prima volta in cui si era visto qualcuno la cui incongruenza con la nostra comunità era, per così dire, tangibile. Non sconosciuti qualsiasi, come un parente o un amico in visita, ma proprio dei veri  estranei, con altri orizzonti e altre storie.
E dopo così tanto tempo, tutto si confonde ulteriormente. La memoria slabbra i contorni, conferma l’incertezza di allora e di sempre.
Fatto sta che, quando i carabinieri circondarono la casa, e dopo tutto quello che era accaduto, le grida, i botti, alcuni avrebbero riferito al vicino di casa, al benzinaio, che effettivamente erano dei bambini. Ma altri avrebbero giurato che era un “lui”. Quinto, il nerd che non usciva quasi mai dalla stessa cameretta sudata dell'infanzia, lo descrisse: un uomo lungo che  “pareva il conte Dracula,” osò con Flavio il barbiere, accostando la mano vicino alla bocca, come se gli facesse una confidenza speciale, mentre Oreste, il giornalaio all'angolo di via Gramsci, avendolo saputo, rivelò ad alcuni clienti, con una certa sorpresa, di non ricordare alcun presunto conte Dracula, ma semmai, una signora straordinariamente avvenente.
“Di un’eleganza incredibile. Ha degnato appena di uno sguardo i carabinieri e si è lasciata portare via senza alcuna protesta.” Su questo ci fu la conferma dell’assessore alla cultura, che comprava sempre il giornale a quell’edicola.
“Un’eleganza demodée. Non aveva forse un cappellino?”
“Il cappellino non lo ricordo,” ammise Oreste. “Ma era vestita di scuro. Un tailleur. E scarpe col tacco alto.”
“I capelli erano biondi, arricciati come negli anni ’30.”
“Dici?” Il giornalaio si smarriva un attimo, perché forse stava per dire qualcosa di diverso in merito ai capelli. Ma rinunciò.
Per Clara, la studentessa, che ogni sera tornava a casa dall’università carica di libri e di speranze, non ci fu mai un vero dubbio sul fatto che fossero dei bambini. Lo disse subito, con estrema naturalezza. Allora, del resto, era una bambina anche lei (o non lo era?) e ancora adesso, se capita di parlarne, ricorda un maschietto, un po’ più grande, e la sorellina che camminava appena, che furono portati via dai carabinieri con delicatezza e premura. Di fatto, a parlare dei bambini era una minoranza, ma nel paese, ogni tanto, ne sbucava fuori qualcuno che di quella versione aveva fatto una certezza.
Nessuno di noi si aspettava fatti strani. A maggior ragione a quel tempo, quando non era stata completata l’autostrada e le donne, in maggioranza, facevano ancora la pasta in casa. Allora c’era un patto di ferro tra cose e persone, sguardo e memoria. La realtà atavica della provincia italiana forniva a ciascuno una protezione che, nel rotolio degli anni, delle vicissitudini individuali e collettive, rendeva stabili psicologie, abitudini, radici. E così avremmo voluto che continuasse.
Va detto, però,  che qualcosa era già avvenuto, da tempo. Quella casa aveva iniziato a sottrarsi alla nostra strenua difesa dello status quo, e questo era stato fonte di occasionale stupore. 
In via Sturzo, tra le palazzine d’inizio novecento,  di tre o quattro piani, essa era di per sé, con i suoi soli due piani, una stonatura. C’era chi criticava l’anomalia  che, col suo sdrucito giardinetto davanti, costituiva nell’insieme della via. Altri sostenevano che si dovesse senz’altro abbatterla. Vi aveva abitato la vedova Decca al pianterreno e suo figlio, quasi sempre in viaggio, stava al piano superiore. Morta la madre, l’uomo si era definitivamente trasferito altrove. Per anni gli appartamenti erano stati disabitati. La facciata scrostata dalle persiane chiuse era un monito sull’incombere della solitudine, dell’abbandono. Si credeva spesso di indovinare ancora, dietro le ante, la vedova Decca che preparava una delle sue tisane mentre la televisione era accesa, a tutto volume, su qualche varietà dozzinale. Un’occasione ghiotta per meditare sulle miserie della provincia. Ma poi si tirava diritti, verso una vita che si dava per scontato essere migliore, più evoluta e magari proiettata altrove, nella metropoli a trenta chilometri di distanza, vicina e remota al contempo, invitante e inquietante come tutte le esperienze tentatrici.
Ed erano cominciate le luci. Chi adesso si sofferma a ricordare la vicenda, magari nella fase postprandiale della domenica, concedendosi una sigaretta, è facilmente portato ad amplificare il fatto. Racconta di  guizzi vario colore, lampeggi nelle stanze. Alfredo dell’associazione Buongiorno, il pittore, aveva visto una luce dello stesso colore del cielo al crepuscolo, in un’onda vibrante, estenuata, che stentava ad emanciparsi dal buio. Aveva provato a dipingerla. Tipi più spicci, di indole pratica, parlavano semplicemente di effetti di ciò che restava dell’impianto elettrico. Ma sul fatto che la casa fosse davvero disabitata, erano cominciati proprio allora i primi dubbi. Sempre più persone, soprattutto bambini (e da qui la presenza di bambini, prima e dopo i fatti, iniziò a farsi insistente) dicevano di vedere una sagoma dietro i vetri, un uomo incappucciato, ma su questo punto, altri erano stati quanto mai decisi: c’era anche una donna, e nessuno dei due era incappucciato. Doveva trattarsi di una coppia di amanti, che si intrufolavano in qualche modo, nottetempo, nella casa, per fare i loro porci comodi.  La stessa Remigia degli alimentari confermava, in parte, ma precisava che erano tutti e due uomini.
“Due froci” concludeva, tornando a tagliare il prosciutto.
Una volta l’anziana maestra Ventre, sua fedele cliente, l'aveva guardata scandalizzata: “Ma quali froci? La casa è stata comprata. E’ una coppia sposata di amici di mia figlia. Hanno cominciato a metterla a posto.” Per un po’ di tempo la maestra era stata subissata di richieste di informazione e anche sua figlia, invano, non solo perché la casa riappariva rigorosamente disabitata, ma perché entrambe parevano intenzionate a non dire nulla di più di quanto già avevano detto. Poi le cose erano di nuovo cambiate. Non si era trattato più di luci, di ombre più o meno ricche di dettagli, ma di rumori, di lamenti, di schiocchi come di sconosciuti animali.
Un gruppo di uomini della via, all’insaputa delle mogli, si era appostato un pomeriggio oltre la cancellata, e dopo avere inutilmente atteso un segnale dell’infestazione, avevano sfondato la porta, solo per scoprire che dentro era tutto morto, freddo, inutile. La porta era restata a lungo così, aperta, senza che nessuno la aggiustasse. Qualcuno si era impadronito dei mobili, delle suppellettili, senza conseguenze.
Poi c'era stato il gruppo degli ufologi. Si era già, a quel punto, nei primi anni di Internet, e la notizia di una casa frequentata dagli extraterrestri si era diffusa in modo insolitamente virale per quei tempi. Erano stati organizzati curiosi raduni, veglie movimentate da canti e grigliate improvvisate, con grande fastidio degli abitanti della via. Ma gli incontri ravvicinati sperati non si erano verificati e anche gli ufologi si erano stancati.
Tutto così era tornato silenzioso e inerte.
Fino alla frattura di quel giorno memorabile. 
Ci sono dei momenti, nella vita di un piccolo centro, in cui si intuisce che esiste davvero qualcos’altro, di più, oltre alle quattro palizzate dell’abituale comprendonio in cui ci imbozzoliamo. E da questo, è ovvio, si tende ad allontanarsi, disturbati. Non che manchino le giustificazioni, in questo atteggiamento, ma se è vero che l’esperienza è necessaria, è indubbio che questa esperienza in particolare ci abbia insegnato qualcosa e, soprattutto, segnato.
Dopo le grida, l’acqua che stillava dagli stipiti lungo i gradini, e le sacche membranose squarciate che furono trovate dappertutto nella casa, sia al piano inferiore che superiore, si pensò di essere arrivati a un punto di non ritorno. 
Vennero chiamati i carabinieri subito dopo le prima grida strazianti e chi lo avesse fatto nessuno lo avrebbe mai saputo. E così lui o lei, o chi altro, fu preso nel pieno di un torrenziale e incomprensibile delirio e portato via sotto gli occhi dei numerosi che erano scesi in strada, allibiti e spaventati. I suoi occhi balenavano scintille, si disse. Erano quelli di un uomo alto e magro che assomigliava al conte Dracula, o di una bellissima giovane signora dall’eleganza antica o della coppia di bambini.
Di lì a pochi giorni, tutte le reti televisive parlarono di una tragedia senza nomi. Si trattava di due bambini violentati e uccisi in una cittadina piuttosto lontana da lì. In base alle foto, alcuni testimoni di quella notte furono certi di riconoscerli. Quinto il nerd dichiarò di sapere, dopo appassionate ricerche in Rete, che anche il signore draculeo e la dama fatale corrispondevano a personaggi reali. All'inizio del secolo scorso, il primo era morto sulle Dolomiti precipitando in un dirupo, forse suicida,  la seconda, raffinata frequentatrice di certi salotti della capitale, accoltellata da un marito geloso. Inutile aggiungere che i carabinieri e gli addetti all'obitorio, a riguardo, non ebbero nulla da smentire o confermare. Loro avevano fatto solamente il loro dovere.
E dopo quella notte, nel corso degli anni (sono davvero anni?), si  moltiplicarono le comparse.
Mirca, la pazza solitaria, appariva galvanizzata. I suoi occhi accesi bucavano le ciocche spioventi dei capelli grigi, incontravano i consueti sguardi perplessi, ma anche insolitamente solidali.
Pareva consentire a quanto stava accadendo, agitava le braccia e sorrideva a labbra strette, con aria saputa, a chi incrociava per la strada o nei bar dove da sempre si sedeva a sproloquiare. C'erano coloro che non si soffermavano, andò ripetendo, e altri che invece dovevano essere aiutati. Lei avrebbe potuto passare oltre, ma si intratteneva perché l'amore è libertà.
Nessuno capiva di cosa stesse parlando finché, all'approssimarsi di un inverno, scomparve dalla circolazione e fu dimenticata in fretta.
Non era più coinvolta soltanto  la casa.
Uomini in doppiopetto e signore ingioiellate sbucavano all’improvviso dai sentieri che si perdevano nella campagna, dai tombini o dalle canne fumarie. E non mancavano, ancora, i bambini, a due, a tre, riversi ai piedi delle saracinesche o sulle panchine dei giardinetti. 
Le forze dell'ordine accorrevano sempre al momento giusto, quando i malcapitati sbattevano gli occhi nel più totale smarrimento. Secondo alcuni testimoni i carabinieri avevano, a guardarli bene, una divisa assai insolita, di una luminescenza impossibile. La maggioranza, tuttavia, non aveva avuto la stessa impressione. E solo alcuni ricordarono, a loro volta, che uomini biancovestiti apparivano ai margini del paese, lungo le rogge, dell’umidità delle nebbie mattutine, come sentinelle silenziose. Il gruppo degli ufologi tornò a scambiarsi post trionfanti. Del resto, altri fatti strani si aggiungevano ai nuovi arrivi. Era una crepa che si stava estendendo sempre di più. Certi vedevano talvolta apparire sul bordo della strada strane bisce, con piccole antenne retrattili. Altri furono sicuri del volo di un Serafino oltre la rotonda del Centro Commerciale. Vennero organizzati incontri di preghiera e meditazione per dirimere le energie positive. Ancora di più, oggi, c’è chi individua nelle pozzanghere il riflesso di volti grifagni o sente melodie scaturire dalle fontanelle pubbliche. Ognuno si crogiola nelle proprie certezze.
Ma esiste un’altra possibilità, che insieme rinnega e supera le percezioni soggettive. Quella che Clara, la studentessa carica di libri e speranze, ha confidato a qualcuno, in un tramonto di primaverile sollievo, in cui la bellezza e semplicità della vita parevano una conquista definitiva. Una possibilità che lei, a dire il vero, pur continuando a parlare dei due bambini della prima volta, e di strani effluvi che salivano dalle pagine stesse che studiava, aveva coltivato tra le sue personali, esclusive intuizioni. Era questione di punti di vista, ancora una volta, ma in un altro senso.
Se n’era accorta prendendo il treno per andare all’università, quando, a un certo punto, questo si era arenato in piena campagna, nel più profondo silenzio.  Non era la prima volta che accadeva. Clara fu quasi convinta che, da quando tutta la storia era cominciata, non aveva mai potuto raggiungere l’università. I binari svanivano in un biancore stanco, oltre il quale, dopo un decorso sospeso di tempo, si delineavano case, chiese, strade.
Erano di nuovo quelle, del tutto familiari.
Le case, chiese e strade del loro paese.
Un paese in apparenza identico a quello che lei, e Remigia, Quinto, Alfredo, la maestra Ventre e tutti gli altri avevano ricreato a proprio uso e consumo. Quel treno non poteva tornare che dove era partito.
Fu così che Clara iniziò a raccontarci, obbedendo al richiamo del passato e della nostalgia, che forse stava trovando una risposta in se stessa.
O magari, chissà, più di una.