lunedì 30 ottobre 2017

ARIA di Giuseppe Novellino

-  Domani devo andare a Tirano, con il carro – annunciò Giacomo.
- In te, non ci andrei – disse Dino.
- Perché?
- Perché domani passa il Pippo.
- Ma è passato ieri.
- No, ti sbagli: l’altro ieri.
Giacomo divenne pensieroso, estrasse dalla logora giacca un sacchetto di tabacco e le cartine. Silenziosamente si preparò una sigaretta, mentre l’amico guardava nel bicchiere semivuoto che teneva fra le mani. Solo due lampadine illuminavano il locale. Nella piccola osteria, quella sera di novembre, non c’erano che loro due, come avventori.
La Carla, una ragazzetta di dodici o tredici anni, stava al banco e asciugava pigramente dei bicchieri. Dopo l’ora di cena ci sarebbe stato più movimento. Il coprifuoco non interessava un paesino come Stazzona. 
- Ma! – fece Giacomo, dopo avere acceso la sigaretta. – A pensarci bene, che cosa me ne frega del Pippo?
Dino vuotò il fondo del bicchiere, fece schioccare la lingua e disse:
- Ah, certo, non sei un obiettivo militare, ma con quello non si può mai sapere.
Giacomo scrollò il capo. - Un carro trainato da un cavallo che sta in piedi per pietà e misericordia…
- Ma il Pippo mitraglia tutto quello che si muove.
- Solo quando gli gira, però.
Dino strinse le labbra, dubbioso.
- La settimana scorsa – disse ancora Giacomo dopo un prolungato silenzio, - è passato e ripassato sopra il treno, dalle parti di Chiuro, ma… niente.
- Forse non aveva più munizioni.
- O si è limitato a fotografare.
- Beh, può essere. Infatti dicono che è un ricognitore.
- Parte dalla Toscana, o giù di lì. E viene a rompere le scatole qui da noi.
- Probabilmente deve tenere sotto controllo questa zona di confine
- E all'occasione dare man forte ai partigiani del Mortirolo.
Giacomo portò alle labbra il suo bicchiere che non era stato ancora intaccato. Mandò giù un sorso di vinello e aspirò un’avida boccata di fumo.
 - Io a Tirano ci devo proprio andare – disse. – È un bel carico di legna che devo consegnare ai due vecchi Gosatti, altrimenti moriranno di freddo, quest’inverno. È già bella e pronta per essere messa nel fuoco. E i soldi che mi daranno in cambio servono per il vestiario, a me, alla mia Maria e alle mie figlie.
 - Gosatti, il professore? – volle sapere l’amico.
- Sì, è il Gosatti Pietro, professore alle Magistrali, in pensione. Adesso scrive libri, dei bei libroni sulla storia di Bormio e di Tirano.
- Ah, sì, un cervellone! – sentenzia Dino.
- Conosce mia moglie, perché anche lei è di Tirano… ed è una sua lontana parente.
- E tu gli fornisci la legna.
- Della mia selva lungo l'Adda. Poca roba, ma buona – assicurò Giacomo.
- Ah, ti credo: robinie e castagni.
Giacomo spense il mozzicone nel logoro portacenere e si mise le mani in tasca.
Sbuffò.
Dino si era messo a giocherellare con il bicchiere vuoto.
***
Il mattino dopo, faceva un freddo cane. La brina imbiancava i prati. Dai tetti delle case uscivano pennacchi di fumo azzurrognolo. Un sottile banco di nebbia avvolgeva il paesello.
- Ti ho preparato il chiscio - disse Maria, vedendo entrare il marito nell'ampio locale affumicato che faceva da cucina e da soggiorno. Nell'angolo c'era un vecchio e nero camino, con un fuoco che scoppiettava allegramente.
Giacomo si sfregava le mani, stringendosi nelle spalle, tutto infreddolito. - Brava, Maria, sento l'odore.
- Tutto a posto?
- Sì, ho attaccato il cavallo. Fra mezz'ora, al più tardi, mi metterò sulla strada.   
Maria stava scodellando la tonda frittella di grano saraceno, cotta nel grasso di maiale. Mandava un buon odore, grazie alle croste di formaggio che si erano abbrustolite in superficie.
- Mi ci vuole, questa mattina - fece Giacomo, sedendosi. Dedicò a Maria uno sguardo di riconoscenza.
Sua moglie era diventata magra come una saracca, ma possedeva due gambe muscolose che reggevano un corpo ancora flessuoso. Le era affezionato, la chiamava scherzosamente "la mia vecchia ciabatta"; e se lei fingeva di offendersi, la prendeva per un braccio e le appioppava una bella pacca sul culo ancora sodo.
Giacomo cominciò a mangiare il chiscio, rompendolo a pezzettini con la forchetta. Era buono e lui masticava con gusto.
- Elisabetta dorme ancora? – domandò con la bocca piena. Era la figlia preferita, una graziosa ragazza di diciassette anni, la più piccola.
- Sì - rispose Maria. – È ancora a letto con la nonna.
L'altra, Gabriella, una ventenne già fidanzata, si era alzata da un pezzo. Lui l'aveva vista nel pollaio, pochi minuti prima. Gli aveva sempre fatto una certa soggezione, con quel suo fare serio e scontroso. Non vedeva l'ora che si maritasse.
- È buono questo chiscio.
- L'ho fatto con la farina avanzata nel sacco bianco - disse lei, aprendo il rubinetto del lavandino.
Lui smise di masticare e rimase con il boccone in bocca. - Non avrai preso quella farina di segale andata a male, spero. È in un sacco bianco, appunto.
Maria non rispose subito. Guidava con il palmo della mano il getto d'acqua per sciacquare il lavandino. Poi si girò - No, stai tranquillo, ho preso la farina giusta. - Ma a lui parve di vedere sul volto della donna un'ombra di dubbio, subito fugata.
- Quella può essere segale cornuta… fa male - disse lui - devo  ricordarmi di buttarla via.
Maria si strinse nelle spalle. - Mia nonna diceva che fa solo vedere cose che non ci sono.
Lui inforcò un altro boccone. Lo rigirò sulla forchetta, poi se lo ficcò in bocca.
- Comunque è una delizia… e con questo freddo è un buon mangiare.
- Tornerai per mezzogiorno? – volle sapere Maria.
- Penso proprio di sì. Devo consegnare la legna al Gosatti e… via, me ne torno subito a casa.
- Di questi tempi non è bello stare troppo in giro.
- Puoi ben dirlo, Maria.
- Magari passano i fascisti e ti scambiano per un partigiano.
- Con il carretto?
- Quelli non vanno tanto per il sottile e se vedono uno che non gli va a genio…
- Ma io ti sembro uno sospetto?
La donna sorrise. - No, tu no. Ma torna a casa subito, hai capito?
- Ho capito, ho capito.
Giacomo addentò l'ultimo boccone.
***
- Giornata fredda, eh! - lo apostrofò Pino, un vecchietto che abitava nell'ultima casa del paese. Portava un secchio con del mangime per le galline.
- Ormai stiamo andando verso il peggio - rispose Giacomo dal carro. Teneva le redini in mano e cercava di spronare il suo ronzino, che quella mattina sembrava più pigro del solito. - Le giornate si stanno accorciando e la brina non ci lascerà più.
- Vai a Tirano? – domandò l’anziano.
- Sì, devo consegnare questo carico di legna.
- Buona, a quanto vedo.
- Sicuro: robinia e castagno.
Pino gli fece un gesto di saluto.
- Buona giornata anche a te.
Solo quattro chilometri e mezzo, ma con quel carretto era sempre una bella passeggiata, andata e ritorno. Ma ce l'avrebbe fatta in mattinata. Lo aveva promesso alla sua Maria.
Si mise sulla stretta carreggiata in terra battuta che costeggiava l'Adda. Il carro procedeva lentamente, traballando qua e là su ciottoli e avvallamenti del terreno. Ogni tanto sembrava scivolare di lato per avere messo le ruote nei solchi induriti, prodotti dai traini del giorno prima. Su quella stradicciola non passavano automobili, solo carretti, persone a piedi o qualche animale. Alcuni giorni prima, in quel punto, era transitata una motocicletta della Tot. Il soldato tedesco che la montava aveva occhialoni scuri e sembrava divertirsi a correre sul terreno accidentato.
Giacomo procedeva lentamente da circa dieci minuti, quando si accorse di provare una strana sonnolenza. Forse era il ritmo monotono dell’andatura, o forse l'ondeggiare della coda dell'animale che produceva una specie di ipnosi; fatto sta che lui si trovò ben presto a lottare contro una voglia impellente di chiudere gli occhi.
Eppure quella notte aveva dormito bene, otto ore filate.
La testa gli cadde sulle spalle. Subito si riscosse, rendendosi conto che non riusciva più a resistere al sonno.
Cullato dal monotono cigolio del carro, pensò che forse era tutta colpa del chiscio che gli aveva preparato la sua Maria. Qualcuno poteva non digerire, di buon mattino, quella tipica frittela di grano saraceno con croste di formaggio, fritta nello strutto. Ma lui era abituato.
Stava proprio per arrendersi alla sonnolenza, quando udì, alle sue spalle, un rumore assordante. Sembrava il ruggito di un grosso animale delle foreste africane.
Si riscosse dal torpore. Tenendo le redini con una mano sola si girò e guardò in alto, nel cielo.
Un enorme uccello stava planando su di lui. Sembrava una creatura uscita dalle pagine di una storia fantastica, l'orrida bestia volante creata dalla mente di uno scrittore pazzo.
Passò veloce sopra di lui, sibilando. Poi riprese quota, sopra le prime case di Tirano.  Per un momento Giacomo, impietrito, ebbe la sensazione che l'uccello virasse di lato per riabbassarsi su di lui, ghermirlo con quegli artigli terrificanti che riverberavano al sole. Ma fu solo una fuggevole impressione. Il mostro, sbattendo due enormi ali di pipistrello, continuava a prendere quota verso il massiccio del Mortirolo.
- Ehi, del carro!
La voce veniva dal greto del fiume. Apparve una figura di uomo con un cappellaccio a larghe tese. In mano teneva quella che sembrava una canna da pesca. Era apparso da dietro un cespuglio di sambuco.
Il carro intanto si era arrestato. Il pescatore si avvicinò.
- Per un momento ho avuto paura, sapete? – disse il pescatore.
Giacomo era ancora stordito. Emise una specie di grugnito. - Cos’era?
- Il Pippo. L'ho visto arrivare, d’improvviso. Ho pensato che mitragliasse. Dicono che a volte tira su tutto quello che si muove.
- Ma siete sicuro… Era proprio il P-Pippo?
- E cosa se no.
- Sbatteva le ali…
Come un uccello… Avete le traveggole?
- Chi, io?
- Siete bianco come un morto. E lo credo! L'avete scampata bella. Sapete cosa vi dico?
- Che cosa?
- Toglietevi dalla strada – lo consigliò il pescatore. - Quello può tornare, e magari…
- Avete ragione.
 Spinto da una nuova energia spronò il ronzino e cercò di percorrere il più velocemente possibile il tratto che gli rimaneva prima di entrare nella cittadina. Nello stomaco gli danzavano i resti mal digeriti del chiscio.
Che la moglie avesse usato farina guasta? La segale cornuta?
Scacciò il pensiero e si concentrò sulla strada.

 

lunedì 23 ottobre 2017

NEL PAESE DEGLI URSO SAPIENS E DEI CANGUINI di Pierre Jean Brouillaud


Del sorbetto alla fragola. Il sole nascente arrossava la banchisa, i ghiacci, i crepacci e le cime del pianeta.
Cinque figure impacciate ci attendevano. Parevano esitare o, almeno, prepararsi all’incontro.
Uno di loro si staccò dal gruppo, avanzò ondeggiando. Paffuto, piuttosto panciuto, un po’ pesante, ma comunque piacevole. Ancora tutto rosa. Tutti e cinque indossavano un perizoma, o piuttosto una sorta di gonna, su una “pelliccia” che subito virava verso il color miele, mentre tutt’intorno il pianeta riacquistava il suo candore polare.
Un orsacchiotto. L’immagine, che subito mi si impose. Un orsacchiotto sintetico trovato dalla mia prozia in un locale situato sotto il tetto e da lei chiamato “soffitta”. Un giocattolo che, a giudicare dal suo stato, aveva recato gioia a molte generazioni di bambini.
Il mio secondo, Walker, ha sentito o creduto di sentire che avevo ceduto ad una sorta di tenerezza, una di quelle debolezze che può suscitare il ricordo: «Ha un bel faccino, ma attenzione comunque.»
L’orso è venuto da me mentre i suoi quattro compari facevano un passo avanti. L’orso si fermò a pochi metri da noi, dondolando di nuovo, sul posto. Il suo modo di salutarci? O avvertirci? Nel mio “interlocutore” nessun segno di aggressività. A mala pena, nei suoi occhi giallastri, un po’ glauchi, come un interrogativo.
I cinque personaggi bruscamente caddero in ginocchio. D’una sola voce sorprendentemente sottile per esseri così massicci avevano iniziato a salmodiare... qualcosa.
Abner mi ha suggerito di usare il TC, il Transcosm. Ed è ciò che ho fatto. Con mia grande sorpresa, questa nuova attrezzatura, spesso capricciosa e inaffidabile, ha dato una versione comprensibile della frase rituale che l’“orso” ripeteva come una litania:
«Onore agli inviati del Grande Orecchio che ci ascolta e giudica, giorno e notte, onore agli inviati del Grande Occhio che ci osserva e giudica, giorno e notte.» Questo è quello che ho capito.
Dunque ci siamo inchinati, a braccia aperte. Le cinque figure scattarono in piedi come per il rilascio di una molla.L’“orso si avvicinò ancora. Eravamo distanziati solo dalla lunghezza di un braccio.Sospettavo che Abner sarebbe divenuto un po nervoso.Il nostro compagno, il professor Boris Paradine, non perdeva mai un momento di battezzare ogni “nuova” creatura. Li aveva quindi già “classificati”, gli Urso Sapiens.
Arrivò un gruppo di loro compagni in piedi su una slitta trainata da animali potenti che avevano qualcosa del pinguino e del canide. Per spostarsi approfittano di una colata di ghiaccio bluastro tra le rocce. Ci fecero cenno di prender posto, di sederci sulla slitta che, appena ci fummo sistemati, prese il volo, sostenuta dalle potenti ali di queste creature che Boris, molto eccitato, aveva subito battezzato Canguini.
Ecco gli astronauti trattati come turisti ai quali gli autoctoni offrirebbero un battesimo dell’aria. Comico. Voliamo tra i pennacchi sibilanti dei geyser che formano come una guardia d’onore.
Il Professore, felice, comodamente seduto, ne approfitta per disegnare sul suo taccuino (ha ancora un debole per la carta) la sagoma di un canguino. Sorvolammo così un paesaggio di ghiaccio e fuoco. Fino ad una grotta nella quale venimmo depositati.
Era la casa dei nostri ospiti.
Stalattiti sontuose offrivano tutte le sfumature del rosso e marrone a causa dell’acqua che filtrava attraverso gli strati del terreno. Abbracciavano il letto d’un fiume dalle acque leggermente fosforescenti dove apparivano lampi argentei che in verità erano pesci.
Allora si attivarono le loro “donne” che non si distinguono che per il rosa chiaro e bruno dei loro capezzoli. Ci accolsero con una sorta di riverenza.
Sul fondo di quella che ricordava la conchiglia di una capansanta ci si offrì una “cucchiaiata” di qualcosa che aveva il gusto e l’aspetto del miele. E che è pertanto dello stesso colore del pelo dei nostri ospiti.
Non siamo riusciti a pronunciare correttamente il nome locale del nostro ospite. Così tra di noi, l’abbiamo chiamato Teddy in ricordo di come noi anglosassoni chiamavamo l’orsacchiotto, Teddy Bear.
Mentre oziavamo nella grotta, im- provvisamente, Teddy tuffò la mano, acchiappò un pesce e con un colpo di denti, gli staccò la testa che poi degustò, prima di ributtare il resto del corpo nei flutti dove venne subito divorato dai suoi simili. Ci invitò ad imitarlo. Cortesemente, declinammo la sua offerta. Sembrò sorpreso.
Una delle loro specialità è quella di sgranocchiare un grande “gambero” che pescano in bacini d’acqua fumante e assaporano senza lasciarlo raffreddare. La sostanza che ha il sapore di miele proviene, come da noi la resina, da un albero che cresce nelle regioni più temperate del pianeta. È perciò raro e apprezzato.
Vedemmo presto che il miele ceb’nol tende, soprattutto in quelli che non sono preparati, a disturbare un po’ la psiche. Sembra abbassare le difese. Vi porta a considerare che niente sia davvero importante, a lasciarvi andare. Questo potrebbe spiegare il comportamento dei nostri ospiti. È così che presso questo popolo, già buono per natura, la nostra presenza sembrava essere già entrata nell’ordine delle cose.
Certo, gli Ursi Sapiens ci avevano adottato.
Abbiamo avuto anche un sacco di successo con le loro donne. Sono pronte a tutte le esperienze e attente ad ogni nostro capriccio. Hanno un temperamento tranquillo. Poca passione, molta dedizione.
Una di loro ha detto di aspettare un bambino per me.
Quale creatura più o meno mostruosa potremmo generare? Non mi sembra sia possibile. Ma resta da vedere. E se dovessimo tornare? Infine, se tornassimo.... Naturalmente, glie l’ho promesso. Ho mentito.
Ma se questo ritorno fosse possibile, sarei pronto. Non dimenticherò mai l’emozione della sua pelliccia, come la seta sotto la mia mano.
Da quanto tempo eravamo ospiti degli Urso Sapiens? Conquistati dall’atmosfera, ci eravamo lasciati andare.
Le indagini condotte all’inizio del nostro soggiorno avevano dimostrato che gli altri due continenti del pianeta sono coperti da una specie di permafrost ed ospitano alcuni animali curiosi e probabilmente amichevoli come i Canguini. Ma, per la disperazione di Boris, le nostre istruzioni non ci impongono di esplorare ulteriormente questi territori. E noi non ci proponiamo di condurre ulteriori ricerche.
Senza remore, ci lasciammo semplicemente vivere fino al momento in cui Raimon dalla nostra nave Omega ci richiamò all’ordine: «Ma cosa state facendo laggiù, in mezzo dei vostri orsacchiotti e cani volanti? Siete ritornati bambini? Preparatevi per la nuova missione! Vi invierò istruzioni.»
Così sapemmo già la nostra nuova destinazione. Ma che mi stava succedendo? Abbiamo un’intera galassia da esplorare metodicamente e poco tempo da perdere.
«Perché dovete andar via? Restate con noi,» dissero i nostri ospiti. «Dove starete meglio che qui? Cosa state cercando? Un posto ove vivere bene. Quale posto migliore di questo?» Abbiamo faticato per condurli ad accettare che avremmo dovuto partire. In realtà, non l’hanno mai capito.
Come veri amici, ci siamo abbracciati. Gli Urso Sapiens odoravano di miele. Un profumo che indugiava nei nostri caschi.
I reattori erano accesi...
Un pianeta che rimarrà per i bambini cresciuti che siamo “la terra degli orsacchiotti”... Gli orsacchiotti? Hum! Beh, perché no?
(Traduzione e adattamentodi Giorgio Sangiorgi)

martedì 17 ottobre 2017

BOTTINO DI GUERRA di Fabio Calabrese

Ian McDowell smosse la terra in modo da ricoprire i semi che aveva piantato nel terreno. Non era un agricoltore esperto, non si era occupato mai molto nemmeno di giardinaggio, ma quel lavoro gli toccava. Doveva farlo. Prese l'annaffiatoio e bagnò la terra smossa.
Su questo punto aveva avuto una discussione con il professor Wilson. Quelli erano semi che venivano dal deserto, ma secondo il professore, l'ultima volta che le piante di quella specie erano germogliate, la regione non era affatto desertica, e quei semi avevano bisogno di acqua.
L'uomo non si soffermò a contemplare il proprio lavoro, si avviò verso il fondo del giardino, dove aveva legato Wolf alla cancellata metallica. Il grosso pastore tedesco aveva il pelo ritto ed emetteva un ringhio sommesso.
Da quando Ian era tornato, l'animale si comportava in modo strano. L'uomo lo guardò: aveva il pelo ritto e non smetteva di emettere un ringhio sommesso come se si trovasse di fronte a una minaccia.
McDowell si mise a carezzarlo lentamente sotto la gola e a parlargli con dolcezza. L'animale parve calmarsi.
“Forse Monique manca anche a te”, disse l'uomo.
Prese Wolf per il guinzaglio e rientrò in casa, nella casa che gli parve spaventosamente silenziosa e vuota.
Varcata la soglia dell'edificio, il cane ritornò tranquillo, ma non prima di essersi irrigidito ed aver lanciato un ringhio rabbioso quando erano passati vicino al punto dove Ian aveva piantato i semi.
Facendo una rapida stima dei suoi averi e della sua vita, venne da pensare a Ian McDowell mentre si sedeva sul divano del salotto davanti al televisore e il cane si accoccolava sul tappeto vicino a lui, gli uni e l'altra si riducevano al congedo dai marines dopo il servizio in Irak, un po' di incubi assortiti lasciati dalla sua esperienza in quello che dopotutto era un teatro di guerra, una casa vuota e una vita vuota. Sapeva che smessa l'uniforme avrebbe dovuto guardarsi in giro per cercare un lavoro, costruirsi una nuova vita, ma non c'era una fretta estrema, per il momento aveva un po' di soldi da parte.
Era peggio quel che era successo alla sua vita affettiva durante quel periodo di servizio dall'altra parte del mondo. Monique a un certo punto aveva smesso di rispondere alle sue lettere e si negava al telefono, poi un giorno la posta aveva portato un biglietto dal tono estremamente brusco in cui lei gli annunciava di essersi innamorata di un tizio più danaroso di quanto Ian potesse mai sperare di diventare, e che non si trovava in Medio Oriente con l'uniforme dei marines addosso, ma a due isolati da casa. Non erano sposati, non si erano mai preoccupati di regolarizzare la loro posizione, quindi arrivederci e grazie. Per fortuna, si era almeno ricordata di affidare Wolf ai vicini di casa in attesa del suo ritorno.
Era stato poco dopo aver letto il biglietto di Monique che girando in libera uscita per le strade di Baghdad, Ian si era imbattuto in quel ragazzino arabo che gli aveva venduto quella strana anfora per quelli che per l'americano erano pochi spiccioli, ma coi quali il furbetto levantino poteva far campare la famiglia per una settimana.
Ian si era subito conto che l'oggetto era antico, doveva provenire da qualche scavo archeologico abusivo o magari essere stato sottratto a qualche museo. Normalmente l'avrebbe consegnato ai propri superiori, ma in quel momento, dopo essere stato scaricato da Monique a quel modo, aveva la sensazione che la vita gli dovesse qualcosa: quell'anfora, decise, era il bottino della sua esperienza militare, la sua personale preda bellica. L'aveva contrabbandata negli Stati Uniti al suo ritorno a casa, fidando che i bagagli di un veterano al ritorno in patria non sarebbero stati sottoposti a un esame troppo approfondito.
Tornato a casa, Ian si era rivolto al professor Wilson, l'insegnante delle scuole medie, l'uomo più colto che conoscesse, chiedendogli se a suo parere aveva messo le mani su qualcosa di valore oppure no.
Aveva fatto venire l'insegnante a casa sua per mostrargli l'anfora e l'uomo si era precipitato, gli brillavano gli occhi per l'eccitazione da appassionato di cose antiche. Tuttavia, a guastargli la festa, Ian dovette notare lo strano comportamento di Wolf che si mise a ringhiare furiosamente contro l'anfora. Dovette chiuderlo nello stanzino.
Il professore aveva esaminato l'oggetto attentamente.
“Intanto questa non è un'anfora”, aveva sentenziato.
“Ah, no?”, aveva chiesto Ian, “E che cos'è?”
“Beh”, aveva risposto Wilson, “Semplicemente un contenitore, un vaso, un orcio. Noi tendiamo a chiamare anfora qualsiasi coccio antico, ma le vere anfore, quelle che si usavano ad esempio per il trasporto del vino, erano molto più grandi e ingombranti, certo non saresti riuscito a metterne una in valigia”.
“Ah si”, aveva replicato l'ex marine per nulla impressionato dallo sfoggio di erudizione, “E quanto pensa che possa valere?”
“Questo è difficile da dire”, rispose il professore, “Vede, si tratta di un tipo di vaso, di orcio molto comune, del tipo che nella regione è stato usato per millenni, e non presenta decorazioni particolari, certo, se lo avesse ritrovato in situ invece che averlo acquistato da un tombarolo, sarebbe diverso, almeno vi sarebbe stata maggiore probabilità di poterlo datare con una certa sicurezza”.
Ian provò un po' di delusione.
“Ha provato a esaminare il contenuto?”, chiese il professor Wilson.
L'ex marine scosse il capo.
“No, guardi”, disse, “Dal peso, ci deve essere qualcosa dentro, ma l'imboccatura è come cementata”.
L'insegnante tornò ad esaminare il vaso.
“No”, disse, “Quello che chiude l'imboccatura mi pare che sia solo un tappo di cera molto, molto vecchio. Se lei è d'accordo, potremmo rompere il tappo e vedere cosa c'è all'interno”.
Ian aveva sgombrato un tavolo, vi aveva messo sopra una tovaglia di plastica, poi il professore si era messo al lavoro: aveva rotto il tappo con un coltello, poi con l'aiuto di uno spazzolino, si era messo a vuotare metodicamente il vaso del suo contenuto.
Nel momento preciso in cui Wilson ruppe l'antico sigillo di cera, dallo stanzino dove Wolf era rinchiuso, giunse un ringhio furibondo, che sembrò diventare l'ululato di una bestia selvaggia, per poi scemare in qualcosa di simile a un guaito di paura.
Man mano che il professore procedeva con il lavoro, Ian McDowell sentiva crescere la delusione, gli sembrava che dal vaso uscisse soltanto terriccio.
“C'è solo sporcizia!”, commentò.
“Ma no”, disse il professore, “guardi qui, questi sono dei semi”.
“E allora?”
“Questo oggetto viene da Baghdad, giusto?” replicò Wilson, “Lei certamente sa che Baghdad si trova a due passi dalle rovine dell'antica Babilonia, è probabile che il vaso e il suo contenuto provengano da lì. Vede, nell'antichità Babilonia era famosa per i giardini pensili, considerati una delle meraviglie del mondo. Pensile, come sa, vuol dire appeso, quindi letteralmente “giardini appesi”. Storici, archeologi, scienziati stanno discutendo da generazioni per capire di che cosa si trattasse. Sarebbe un colpo di fortuna incredibile poter risolvere il mistero”.
Ian indicò uno scaffale a muro. Era stato concepito per essere adibito a libreria, ma ospitava dei DVD e alcuni soprammobili, non era che la lettura fosse una delle massime passioni del padrone di casa.
“Quello è un pensile”, disse, “E non vedo cosa ci sia di tanto eccezionale”.
Il professore sorrise con aria divertita.
"Mio caro”, commentò, “Nell'elenco delle sette meraviglie del mondo antico c'era anche la piramide di Cheope, che è l'unica che è giunta fino a noi. Le faccio notare che però nell'elenco non sono state incluse le altre due piramidi della piana di Giza, quelle di Chefren e di Micerino, e neppure la sfinge. Crede proprio che si sarebbero disturbati a includere nell'elenco i giardini babilonesi se fossero stati delle semplici terrazze fiorite? C'è qualcosa che ci sfugge. Forse “pensili” è un errore di traduzione, e la parola aveva un altro significato. Io purtroppo non conosco abbastanza le lingue antiche per condurre ricerche in merito”.
“Tutto questo è molto interessante, professore”, aveva risposto Ian, “Ma cosa ha a che vedere con noi?”
“Beh, è probabile che questi semi vengano da piante che si trovavano in questi giardini. Capire che piante fossero ci aiuterebbe a risolvere il mistero”.
“Ma sono semi vecchi di migliaia di anni”, aveva replicato Ian,
“Ebbene, mio caro”, aveva risposto il professore, “E' sorprendente quanto a lungo i semi possano conservare la loro vitalità, forse saprà che sono stati seminati dei chicchi di grano ritrovati nelle tombe egizie, e sono germogliati. Io proverei senz'altro a seminarli e a vedere cosa spunta fuori”.
E si mise a parlare con aria ispirata di una monografia che avrebbe mandato a “Scientific American” e a “Nature”, naturalmente facendo il nome di Ian McDowell. Gli orti botanici di tutto il Paese si sarebbero contesi le piante nate da quei semi a suon di mazzette di dollari, ci sarebbero stati fama e denaro per entrambi.
Questo era un argomento che toccava direttamente il cuore di Ian, non era molto interessato alle questioni scientifiche, ma ai dollari si, eccome!
Tutto questo era avvenuto il giorno prima. Ian si era procurato un manuale di giardinaggio, del concime e degli attrezzi, e aveva piantato gli strani semi in un angolo del giardino davanti alla casa, giardino di cui fino ad allora non si era occupato molto, se non per tosare l'erba quando minacciava di diventare troppo alta e troppo fitta, ma ora era il momento di farsi venire il pollice verde, verde dollaro, sperava.
Aveva notato con curiosità anche il cambiamento nel comportamento del cane: ora Wolf ignorava l'anfora od orcio o che diavolo fosse, a cui aveva trovato una collocazione come soprammobile in salotto, e riservava tutta la sua ostilità all'angolo del giardino dove Ian aveva piantato i semi.
Ian aveva atteso con impazienza diversi giorni per vedere se qualcosa sarebbe spuntato, e che cosa. Finalmente notò un germoglio, una sorta di gemma verde che usciva dal suolo. Almeno uno dei semi aveva attecchito, ma era difficile capire di che cosa si trattasse, bisognava pazientare.
Ian dedicò nei giorni seguenti tutte le sue attenzioni alla piccola pianta che si stava sviluppando. L'unica cosa che lo lasciava perplesso era il fatto che Wolf evitava accuratamente di avvicinarsi a quell'angolo del giardino.
Il piccolo germoglio verde si schiuse, dipanando una raggiera di foglie lunghe e sottili che a Ian parvero simili a quelle di un'agave in miniatura, tranne per il fatto che apparivano molto più flessibili, come dei tentacoli di un minuscolo polipo vegetale.
Continuò a innaffiare e concimare la piantina che – gli parve – cresceva a un ritmo veloce, come una pianta di zucca.
"Ancora un poco”, pensava, pregustava già il momento in cui avrebbe chiamato i giornalisti a fotografare quella strana cosa che cresceva nel suo giardino.
Lo notò qualche giorno più tardi: un grosso insetto, un moscone si era posato su una delle foglie, e ora si divincolava nel tentativo di staccarsene senza riuscirci, come se la superficie verde fosse diventata all'improvviso appiccicosa, poi la raggiera di foglie si richiuse sull'insetto inglobandolo.
“Una pianta carnivora”, pensò, ma l'idea non gli dispiaceva, con tutti gli insetti che c'erano nel giardino!
La pianta cresceva in fretta, forse troppo. Qualche giorno più tardi, Ian trovò nei pressi della pianta, in quello che doveva essere un cumulo di resti non digeriti sputati dal mostriciattolo vegetale, qualcosa che gli parve lo scheletro tutto rotto e schiacciato di una lucertola.
La signora Blake era furente. A Ian non era mai piaciuta quella donna, una vedova anziana e acida che abitava dirimpetto alla casa dell'ex marine, una che sembrava essere infastidita dai bambini che giocavano nei cortili, dai ragazzi che il sabato sera si scambiavano effusioni negli androni bui, oppure tenevano la musica un po' alta, una che quando era halloween sbarrava porte e finestre, che pareva occuparsi solo dell'interminabile serie di centrini e lavori all'uncinetto di cui riempiva casa sua, e pareva provare affetto solo per Odile (che nome ridicolo), il suo gatto persiano grasso grosso e peloso.
“L'ho visto chiaramente”, stava dicendo la donna, “Ieri sera ho visto Odile che entrava nel suo giardino, e da allora non l'ho più visto, ed è un animale che torna sempre a casa quando è ora di cena”.
“Signora”, replicò Ian per l'ennesima volta, “Non l'ho visto, non ne so nulla”.
“Stia attento”, rispose lei, “Se gli è successo qualcosa, gliela farò pagare!”
Congedata bene o male la vicina sempre furente, Ian McDowell scese in giardino.
Come immaginava, vicino alla pianta che era cresciuta un bel po', trovò i resti del gatto: le ossa tutte disarticolate e schiacciate, e matasse di pelo arruffate che erano quanto rimaneva del lungo manto dell'animale.
Il giorno dopo, Ian McDowell lo trascorse per quasi tutta la giornata nella città vicina, dove aveva due incontri per un posto di lavoro. Rientrato mentre già imbruniva, chiamò Wolf che aveva lasciato libero in giardino.
“Wolf, bello, vieni qui, bello!”
Contrariamente al solito, non ottenne alcuna risposta.
Di colpo ebbe un sospetto atroce, come se una mano gelida gli avesse all'improvviso stretto il cuore.
Corse nell'angolo dove c'era la pianta esotica nata da un seme venuto dall'antica Babilonia. La pianta era stretta a bocciolo con tutte le foglie serrate. Da quel cumulo vegetale sporgeva una zampa di Wolf. Nonostante tutta la sua diffidenza, l'animale doveva essere passato troppo vicino a quell'orrore verde.
Era troppo!
Che il professor Wilson dicesse quello che voleva, quella cosa doveva essere distrutta, e subito!
Andò in garage e prese l'ascia, deciso a fare a pezzi quella mostruosità vegetale. Si avvicinò alla pianta.
La mostruosità verde parve reagire alla sua presenza, sembrò che sputasse la carcassa del povero Wolf, poi le foglie simili a tentacoli scattarono attorcigliandosi attorno alle gambe di Ian.
Era come cercare di liberarsi dalle spire di un pitone, stringevano ed erano terribilmente forti. Diavolo, l'ascia sembrava inutile per tagliare le foglie-tentacoli, era come se la lama fosse fatta di gomma.
D'un tratto capì: il professor Wilson dopotutto aveva ragione, doveva esserci stato un errore di traduzione, quelli babilonesi non dovevano essere giardini pensili, ma giardini prensili.
Le foglie-tentacoli gli si avvolsero attorno al busto e al capo, schiacciandolo e soffocandolo.

martedì 10 ottobre 2017

NEBBIA di Paolo Secondini

Roma, autunno 1891.
Annetta Collepardi era in ritardo. Aveva indugiato davanti allo specchio ad aggiustare una ciocca di capelli che le ricadeva sulla fronte. Le dava un’aria che non le piaceva: da sciattona, mentre lei amava mostrare di sé un aspetto ordinato, impeccabile.
Dopo diversi tentativi, tra piccoli sbuffi e imprecazioni, era riuscita ad allineare la ciocca al resto della chioma, nera e fluente.
Indossato il cappello e il soprabito, si era precipitata fuori di casa e immersa nella nebbia, come ormai le accadeva ogni mattina, in quell’umido mese di novembre.
Il luogo in cui doveva recarsi, lo studio dell’avvocato Nicola Preschetti – dove lei svolgeva mansione di segretaria –, era a qualche isolato più avanti.
Benché per via della nebbia non vedesse a più di tre metri di distanza, Annetta sapeva orientarsi molto bene. Conosceva il quartiere a menadito, soprattutto l’ubicazione di uffici e negozi, tanto da percorrere via Papa San Sisto a occhi chiusi.
E infatti, per gioco, ella strinse le palpebre e, rasentando i muri delle case, brancolò come un cieco, le mani protese in avanti.
D’un tratto una voce:
«Felice di vederla, signorina!»
Annetta si fermò; dischiuse le palpebre.
«Oh, signor Romualdo!» disse al vecchio fruttivendolo il quale, con un mezzo toscano tra le labbra, se ne stava sull’uscio del proprio negozio. «Buongiorno!»
«Anche a lei, signorina!» quegli rispose, accennando un inchino. «Speriamo che questa nebbiaccia sparisca al più presto. È molto triste, non crede?… Mi raccomando, faccia attenzione. Di questi tempi è prudente tenere gli occhi ben aperti.»
Annetta avvampò di vergogna.
«Sì, sì, certo!… Ha proprio ragione, signor Romualdo… Accadono cose terribili… Buona giornata,» concluse la ragazza.
«Speriamo sia buona davvero,» augurò il fruttivendolo.
Chissà che cosa avrà immaginato il signor Romualdo vedendomi andare a quel modo? Si chiese mentalmente, allontanandosi a passi veloci. Che sono un po’ matta, senza dubbio!
Sorrise, rallentò l’andatura e strinse di nuovo le palpebre. Continuò a procedere a tentoni. Il che le sembrava divertente, per quanto infantile.
D’improvviso un grido straziante di donna, piuttosto vicino, la fece sobbalzare. Si fermò, il cuore che le pulsava violentemente nella gola, e rimase in ascolto.
Le era parso che il grido fosse venuto da sinistra, da una stradina laterale, probabilmente dal Vicoletto del Vecchio Tritone.
Benché fosse in preda allo spavento, si avviò in quella direzione, decisa a prestare soccorso a chiunque ne avesse bisogno in quel momento.
Procedette con circospezione, mentre le sue mani stringevano convulsamente sul petto i lembi del soprabito.
D’un tratto i suoi piedi inciamparono in qualcosa. Solo per poco non cadde. Abbassò lo sguardo e vide un corpo di donna bocconi sull’acciottolato.
Annetta Collepardi restò immobile. Lì per lì non seppe che fare. Poi volse la testa a destra e a sinistra in cerca di qualcuno cui chiedere aiuto, ma non scorse nessuno, tanto meno un gendarme.
Allora, dopo un profondo respiro, si chinò sulla donna e, tesa la mano, la scosse più volte per la spalla. Ma quella non si mosse, non diede alcun segno di vita. Lentamente Annetta la rigirò sulla schiena.
I suoi occhi si dilatarono per lo stupore quando nel viso della donna ravvisò le proprie sembianze.
«Oh, mio Dio!» esclamò  ritraendosi un poco. «Ma… ma come è possibile?... Sto forse sognando?... Questa poveretta mi somiglia in modo impressionante… È davvero incredibile.» Inghiottì con fatica la propria saliva.
Strinse le palpebre e scosse il capo più volte, quasi a volervi scacciare quella che forse era solo un’allucinazione. Riaperti gli occhi, tornò a osservare il viso della donna. Era in tutto identico al suo: fronte, naso, labbra, mento… anche il neo sullo zigomo destro. La donna indossava perfino vestiti simili ai suoi, compreso il cappello e la borsetta.
Annetta mandò un grido di orrore quando si accorse che il collo della poveretta era solcato da una ferita da taglio, da cui il sangue ancora sgorgava a piccoli fiotti.
Di scatto si raddrizzò nella figura e, istintivamente, si portò alla gola le mani tremanti. Vi sentì qualcosa di caldo, di viscoso. Subito le sollevò all’altezza degli occhi: erano tinte di rosso.
Sangue!
Com’era possibile?
Rimase a guardare le mani per un po’, incredula, smarrita, il cuore in subbuglio. Infine mosse le labbra senza riuscire, per l’agitazione, a pronunciare una sola parola. Dopo qualche momento, tornata padrona di se stessa:
«Il viso… la ferita… il sangue… ma allora…?» balbettò con esile voce. «La poveretta distesa per terra sono… sono…»
In preda al panico, Annetta Collepardi lasciò il Vicoletto del Vecchio Tritone e, quasi correndo, raggiunse un tratto del lungotevere, dove la nebbia già cominciava a diradarsi. Volse lo sguardo in ogni direzione, in cerca di qualcuno che potesse prestarle soccorso.
Vide, poco distante, la figura di un uomo appoggiato al parapetto di un ponte.
«Signore, signore… per carità! » gridò la ragazza convulsamente. «Mi aiuti, la prego!... Mi aiuti!»
Ma il tizio non si mosse, non si voltò.
Continuando a gridare, a chiedere aiuto, Annetta gli si avvicinò, ma quegli, che indossava abiti lisi, dimessi, e in testa un berretto sformato, pareva che non sentisse la sua voce.
Quando fu a un passo da lui, ella tese la mano per afferrargli un braccio, ma le sue dite parvero stringere aria. Sbalordita, provò di nuovo a toccarlo, a scuoterlo… ma l’uomo pareva impalpabile, immateriale.
Al culmine della disperazione, la ragazza gridò più forte che poté. Solo allora l’uomo si scosse leggermente, si girò. Il suo sguardo parve attraversare il corpo di Annetta senza vederlo.
Ella, invece, scorse nella sua destra un rasoio dalla lama scintillante, nella sinistra un pezzuola tinta di rosso. Non c’erano dubbi: era sangue.
Rabbrividì, ripensando alla gola squarciata della donna in Vicoletto del Vecchio Tritone.
La sua gola!
L’uomo finì di pulire il rasoio, lo ispezionò con molta attenzione da ambo i lati e, quando non vide più macchie di sangue, lo richiuse e gettò la pezzuola nel Tevere. Quindi, fischiettando, si allontanò nella strada, le mani nelle tasche.
Annetta lo seguì un istante con lo sguardo, poi, lentamente, si affacciò al parapetto del ponte. Nonostante la nebbia, scorse, nelle torbide acque del  fiume, la pezzuola di panno sporca di sangue, prima che si posasse sul fondo.

martedì 3 ottobre 2017

LURIDA BESTIA di Antonio Ognibene



Una macchia di sudore incollava la camicia su quel concentrato di grasso che era la sua schiena.
– Ah-ha, eccolo là. – esclamò il cacciatore disteso sopra una duna – È enorme. Non ho mica attraversato la galassia per niente.
Balsa Burner prese dalla tasca lo smartphone e digitò: «Prepara la griglia, amore», seguito da un emoticon a forma di maialino arrosto.
La risposta della moglie arrivò quasi subito: «Magnifico. Non ti affaticare troppo però, mi raccomando» con un cuoricino alla fine del testo.
Si asciugò il sudore dalla fronte e avvicinò l'occhio al mirino telescopico.
Sbatté la palpebra un paio di volte, per liberare la pupilla da quella fastidiosa patina.
Cacciare i sorgool non è uno scherzo. Ma quando ti trovi sul piatto una braciola cotta alla brace, o anche al forno, scopri che ne è valsa davvero la pena.
Burner avvertì un lieve bruciore al petto, e la bocca gli sembrava piena di ovatta, come se avesse fame d'aria.
"Prenderò dopo quella maledetta pastiglia" pensò.
– Bravo... così... un po' più avanti... – disse tra sé, mirando alla testa dell'animale.
Tossì un paio di volte.
– Mi hai trascinato in questo inferno, lurida bestia – ridacchiò – e io ti brucio il cervelletto.
Strinse l'arma nella mano, posò l'indice sul grilletto e...
 ***
Il corpo dell'uomo era rotolato ai piedi della duna, e ora giaceva supino sulla sabbia rovente di Ragoo.
Una schiuma rosea gli riempiva la bocca, e colava giù sotto il doppio mento. Le dita grassocce della mano, erano ancora strette al centro del petto.
I raggi orizzontali del Sole, ormai prossimo al tramonto, proiettavano le ombre del canyon sulle dune. Dietro una di esse, il sorgool continuava a strappare dal ventre del cacciatore nuovi brandelli di carne e li fagocitava grugnendo e senza masticarli.