lunedì 27 novembre 2017

ZOGOMORF di Marco Viggi

Era domenica pomeriggio. La TV trasmetteva programmi contenitore per anziani soli.
D'un tratto tutte le reti mostrarono il volto di un cronista inquadrato di fretta, sullo sfondo il cielo grigio sopra il parcheggio di un centro commerciale.
Si aggiustava ancora l'auricolare mentre guardava nella telecamera con un sorriso tirato: "Buona domenica, siamo qui per una notizia straordinaria. Ci è stato appena comunicato che..."
Un lampo di luce squarciò le nuvole, il cronista abbassò la testa, l’inquadratura traballò. Nel cielo apparve un oggetto argenteo, a forma di salsiccia, con tanti oblò e fasci di luce che illuminavano il terreno.
Scese con un sibilo assordante e folate di vento. Tutto tremò, il cronista parlò ma non si sentì molto: "Alieni... Zogomorf... messaggio di pace... doni... autorità..."
Nel piazzale intanto arrivarono auto della polizia; due elicotteri militari apparvero ma rimasero lontani. L'UFO si abbassò, uscirono sei gambe snodate e si posò molleggiando sugli arti.
Vento e rumore cessarono. Il cronista tentò di dare forma al ciuffo ribelle: "L'evento è epocale. Gli alieni sono atterrati sulla Terra. Da mesi i governi mondiali hanno preso contatti con loro, nel massimo riserbo per evitare disordini. Sono una popolazione pacifica, a quanto appurato dalle autorità, e non c'è alcun motivo di temere, anzi, la loro venuta è definita propizia."
Dalla nave un portello si aprì. Nella luce si stagliavano alcune figure. Una passerella si allungò fino a terra. Quattro profili umanoidi si incamminarono a percorrerla. Erano alti e sottili, in una tuta gonfia con un casco. I volti erano di colore verde lattiginoso, allungati e affilati, senza naso e dagli occhi enormi, neri e lucidi.
Intanto un’auto della polizia si era portata davanti alla passerella, erano scesi due agenti e dietro un uomo in nero che venne inquadrato dalla telecamera: “Ecco, vedete, il presidente delle Nazioni Unite è stato incaricato di accogliere i nostri ospiti.”
Gli alieni si fermarono a metà passerella.
Uno era più avanti, la tuta verde. Gli altri tre avevano tute azzurre.
Il primo alzò una mano. Uno dietro operò con le dita sull’interno dell’avambraccio. L’alieno davanti mosse la bocca e l’astronave amplificò la sua voce: “Terrestri, noi siamo gli Zogomorf. Vi portiamo il saluto del nostro pianeta.” Poi guardò l’uomo in nero: “Egregio emissario, può parlarci nella sua lingua, il nostro sistema di conversione idiomica ci permette di comprendervi.”
Il terrestre alzò la mano: “Salve a voi viaggiatori dello spazio. L’intero nostro pianeta vi saluta. Ordunque parlate: ci avete avvisato di avere una comunicazione della massima urgenza per noi.”
L’alieno capo alzò la mano: “Terrestri! La nostra civiltà è molto avanzata. Non conosciamo guerre, criminalità, malattie e sofferenze.” Poi venne un suono che fece tin ti-ting! L’alieno riprese con un tono più acuto e parole serrate: “Ma soprattutto abbiamo la Gabrintcha!” Gli altri dietro estrassero dai tasconi nelle tute dei barattoli trasparenti, contenenti una sostanza gelatinosa fucsia punteggiata di brillantini. Il capo continuò: “Gabrintcha è la bevanda adatta ai tuoi viaggi interstellari, come a dissetare in qualunque momento della giornata, dai palati più fini a quelli più golosi.” Uno dietro allungò in avanti il barattolo, il capo lo indicò con le mani, girandosi di lato: “Assaggiate Gabrintcha, non potrete più farne a meno! Gabrintcha, a soli sei Pshik al bicchiere. Ma, per questo viaggio promozionale, il primo miliardo di assaggi è gratis! Scendete in strada, non fatevi scappare il vero piacere dell’altro mondo!” Tin ti-ting!
L’immagine nella TV rimase immobile e silente per lunghi secondi. Intanto la passerella rientrava, gli alieni tornarono nell’astronave, che decollò e uscì dall'inquadratura.
La telecamera puntò di nuovo il cronista, che guardava in cielo e biascicò: “Andiamo bene.” Poi abbassò la testa, quando caddero dall’alto sfere gommose trasparenti, dotate di beccuccio, piene di gel fucsia coi brillantini. Ne raccolse una e la guardò: “Bella cagata.” Ma la portò alla bocca.

venerdì 24 novembre 2017

I CANINI SULLA GIUGULARE (Introduzione)

(Di recente pubblicazione il nuovo libro del nostro collaboratore Fabio Calabrese – I CANINI SULLA GIUGULARE, Scudo Edizioni, Bologna)
 
E' stato osservato che la narrativa horror nella sua forma più classica in definitiva riguarda solo cinque tipi di soggetti: fantasmi, lupi mannari, vampiri, zombi e streghe.
In un'esperienza di autore nel campo del fantastico che ha ormai superato il mezzo secolo, posso dire di aver quanto meno sfiorato più volte almeno quattro di queste tematiche: di fantasmi e presenze spettrali di vario genere mi sono occupato più volte, e le antologie pubblicate dalle Edizioni Scudo, Incubi e prodigi e Terrori e magie offrono non pochi esempi a questo riguardo. Della licantropia non mi sono occupato altrettanto spesso, ma ne è un esempio Stirpe delle tenebre, racconto che compare nell'antologia Sulle orme di Alhazred pubblicata dalla Dagon Press, racconto che è un'ideale continuazione de Il figlio della notte di Jack Williamson, ma se prendete ad esempio Incubi e prodigi, molto simile a un licantropo è ad esempio il Liomo del racconto omonimo, e sicuramente un richiamo a questa tematica c'è anche in Plenilunio, dove però mi sono soprattutto divertito a porvi una domanda forse ancor più inquietante: se “l'omino dei lupini” dei vecchi cinema altro non fosse che “l'uomo dei lupi” di cui si era occupato Sigmund Freud?
Sulle streghe, il discorso è diverso: in tutta franchezza, non mi riesce di vederle come figure diaboliche o negative: molto spesso erano donne che attraverso “la stregoneria” esprimevano semplicemente la ribellione nei confronti di un mondo sfacciatamente maschilista. E' una tematica di cui mi sono occupato piuttosto in storie di heroic fantasy che di horror; ne sono esempi Mab nell'antologia Il risveglio della spada e Sangue di strega in Primavera sacra e altri incantesimi.
Quattro tematiche su cinque, vi dicevo: una non è finora comparsa nelle mie storie e penso che non vi comparirà mai, quella degli zombi. Quella che generalmente chiamiamo narrativa di horror si può distinguere in due sottogeneri ben distinti: da un lato c'è il weird, l'orrore soprannaturale, l'inquietudine legata al trascendente e al mistero, dall'altra lo splatter (un'onomatopea che ricorda lo sprizzare del sangue). Qui l'elemento soprannaturale o trascendente in genere manca del tutto, e l'orrore non assume nessuna forma di inquietudine cosmica, ma è dato unicamente dal raccapriccio di scene sanguinarie e truculente. Lo splatter è presente soprattutto nella cinematografia di serie B. Gli zombi rientrano precisamente in questo ambito, e per quanto mi riguarda, non ho alcuna intenzione di occuparmene.
Rimangono i vampiri, personaggi ben più interessanti, soprattutto – bisogna dire – grazie a Bram Stoker che ha diffuso il modello del vampiro come perverso aristocratico, anche se non bisogna dimenticare che in questo era stato preceduto da William Polidori che nelle sembianze del suo Vampiro sembra aver riprodotto nientemeno che lord Byron.
Il problema che si presenta tutte le volte che ci si occupa di queste tematiche, è sempre lo stesso: come riuscire a dire qualcosa di nuovo e di originale in tematiche che sono state ampiamente sfruttate da oltre due secoli?
A parte dunque un utilizzo ormai bisecolare di questi temi da parte di una tradizione letteraria ben consolidata, c'è anche da fare i conti con le tendenze cinematografiche televisive e cinematografiche più recenti, che hanno “riciclato” vampirismo e licantropia in versione romantico-adolescenziale, quasi una sorta di versioni halloween di West Side Story.
Come rinnovare dunque queste tematiche fin troppo usurate? Una via è senza dubbio quella dell'ironia, che ho profuso in racconti come La piramide, L'insegna, L'ospite, Dimmi con chi vai e anche quella breve raccolta di epigrammi e battute che ho chiamato Frammenti di canini rimasti sulla giugulare. Negli ultimi due racconti la storia è narrata dal punto di vista del vampiro, e vi devo confessare che una figura che mi ha affascinato una volta che mi è uscita dalla penna e a cui mi riprometto di dedicare qualche scritto di maggiore spazio, è quella del dottor Niemeyer, uno studioso di scienze occulte a cui la condizione di vampiro e la quasi inimmaginabile longevità che ne consegue, ha permesso di portare avanti i suoi studi esoterici come a nessuno prima di lui, ma anche L'insegna, un divertissement che lega le vicende del conte Dracula a quelle delle Edizioni Scudo.
Quella che poi segue è una galleria di vampiri alquanto eterodossi. Un caso che non esce poi tanto dai binari del genere, è la storia dell'Ultima recita di un attore estremamente convincente nella parte di un vampiro che nella Francia occupata della seconda guerra mondiale collabora con i tedeschi per tenere la gente lontana da certe installazioni segrete. E se lo stesso conte Dracula non fosse stato esattamente un vampiro come perlopiù l'intendiamo, e i suoi poteri e la sua immortalità fossero dovuti al possesso di un certo Anello?
L'efficacia dei mezzi per combattere il vampirismo, forse non dipende tanto dallo strumento in sé, ma dal fatto che su di esso è concentrata l'energia positiva di milioni di persone che vedono in esso un simbolo sacro, questo vale per la croce, simbolo della religione cristiana, e per l'aglio il cui fiore è simile al giglio, universalmente visto come emblema di purezza. L'arma della fede è un racconto che scrissi negli anni '70 e risente del clima di quel momento storico, nel quale sembrava che il verbo marxista stesse per soppiantare per ogni dove le fedi tradizionali, poi le cose andarono in tutt'altra maniera, e abbiamo assistito alla caduta dell'Unione Sovietica e dell'impero comunista.(1).
C'è un retroscena di questo racconto, una “storia nella (o della) storia” che vale la pena di raccontare. Luciano Comida è stato un carissimo amico scomparso anni fa in seguito a una malattia lunga e dolorosa. All'epoca, questo racconto, che doveva essere pubblicato sulla fanzine del fantastico “Il re in giallo” curata da Giuseppe Lippi e da me, e che gli feci leggere in anteprima, gli piacque tantissimo, e si spinse al punto di recensirlo quando era ancora inedito, sulle pagine della sua “Konrad” (Luciano Comida era una persona dai vasti interessi intellettuali, che spaziavano dalla fantascienza al teatro dialettale, all'ecologia, e aveva creato questa pubblicazione ecologista – ma aperta a una varietà di opzioni culturali - “Konrad”, il cui nome s'ispirava al grande Konrad Lorenz). Poi successe che “Il re in giallo”, per vicende che ora non occorre rievocare, cessò le pubblicazioni prima che il racconto fosse pubblicato, e finora non ha ancora avuto occasione di vedere la luce. La sua comparsa oggi in questa antologia vuole essere anche un omaggio alla memoria di Luciano.
Altri vampiri sono ancor più eterodossi. Il Wendigo, figura leggendaria presente nelle tradizioni dei nativi americani, ha molti tratti in comune con il vampiro, anche se è piuttosto un mangiatore di carne umana che un succhiatore di sangue, ma similmente ai vampiri europei, è altrettanto letale e inafferrabile. Nel racconto che gli ho dedicato, chi è realmente La preda e chi il predatore?
L'idea di un vampiro vegetale non è un'originalità assoluta. Ricordo molti anni fa di aver letto molti anni fa sulle pagine di una fanzine un divertente racconto umoristico su di un vampiro vegetale, Oprimav, che alla fine veniva eliminato seppellendolo con una bistecca piantata nel cuore, purtroppo non ricordo chi fosse l'autore. Né tra i vampiri vegetali si può ignorare il Cuore di ghiaccio del romanzo omonimo di Donato Altomare, davvero un autore che ha pochi concorrenti in fatto di fantasia macabra.
Qui di vampiri vegetali ne trovate più di uno. Di uno, potete sentir parlare andando A pranzo dagli zii, di un altro, un incauto marine se ne porta a casa i semi sotto forma di Bottino di guerra. Il primo ha le sue origini negli esperimenti di manipolazione genetica, mentre quelle del secondo, che risalgono all'antica Babilonia, rimangono misteriose. Un vampiro vegetale si può considerare, in ultima analisi, anche L'angelo di legno, un'inquietante statua lignea che di angelico ha ben poco.
Palolo è forse il caso più paradossale della nostra inquietante casistica, un caso, potremmo dire, di auto-vampirismo. Dentro di noi ci portiamo sempre un bambino mai cresciuto, ci dicono alcuni, dal fanciullino di Giovanni Pascoli, al “bambino che è in noi” e di cui dobbiamo prenderci cura secondo certa filosofia new age, ma se il nostro “fanciullino” non fosse per nulla animato da buone intenzioni nei nostri confronti?
Il fine di questi racconti è l'intrattenimento. Una notte serena se avrete seguito alcune semplici precauzioni: aver evitato di invitare a casa sconosciuti, aver sbarrato porte e finestre, aver appeso in giro festoni di aglio, tenere un crocifisso sulla testiera del letto e uno appeso al collo.  
 

 

lunedì 20 novembre 2017

UOMINI E ROBOT


 
UOMINI E ROBOT è un’antologia piuttosto snella, agile, di fantascienza italiana e straniera. Essa comprende tredici racconti dei seguenti autori: Paolo Durando, Paolo Secondini, Pierre Jean Brouillaud, Danilo Concas, Fabio Lastrucci, Peppe Murro; racconti piacevoli, interessanti per stile narrativo, per tematiche affrontate.

 

venerdì 17 novembre 2017

L’ALTRO PAESE di Paolo Durando

Sono passati molti anni da allora. Se è davvero questione di anni.
In certi momenti di fissazione, la Remigia del negozio di alimentari ripete ancora: “Era un uomo. Io l’avevo visto bene.”
Ma anche questo non è veritiero. Se prova a domandarsi chi avrebbe potuto essere, in alternativa, si accorge del dubbio. Una donna? O forse dei bambini? Che tutte e tre le eventualità siano pertinenti lo sanno bene lei, Remigia, e ogni altro abitante del paese, pur non volendolo mai ammettere.
L’unica cosa certa è che quella era stata la prima volta in cui si era visto qualcuno la cui incongruenza con la nostra comunità era, per così dire, tangibile. Non sconosciuti qualsiasi, come un parente o un amico in visita, ma proprio dei veri  estranei, con altri orizzonti e altre storie.
E dopo così tanto tempo, tutto si confonde ulteriormente. La memoria slabbra i contorni, conferma l’incertezza di allora e di sempre.
Fatto sta che, quando i carabinieri circondarono la casa, e dopo tutto quello che era accaduto, le grida, i botti, alcuni avrebbero riferito al vicino di casa, al benzinaio, che effettivamente erano dei bambini. Ma altri avrebbero giurato che era un “lui”. Quinto, il nerd che non usciva quasi mai dalla stessa cameretta sudata dell'infanzia, lo descrisse: un uomo lungo che  “pareva il conte Dracula,” osò con Flavio il barbiere, accostando la mano vicino alla bocca, come se gli facesse una confidenza speciale, mentre Oreste, il giornalaio all'angolo di via Gramsci, avendolo saputo, rivelò ad alcuni clienti, con una certa sorpresa, di non ricordare alcun presunto conte Dracula, ma semmai, una signora straordinariamente avvenente.
“Di un’eleganza incredibile. Ha degnato appena di uno sguardo i carabinieri e si è lasciata portare via senza alcuna protesta.” Su questo ci fu la conferma dell’assessore alla cultura, che comprava sempre il giornale a quell’edicola.
“Un’eleganza demodée. Non aveva forse un cappellino?”
“Il cappellino non lo ricordo,” ammise Oreste. “Ma era vestita di scuro. Un tailleur. E scarpe col tacco alto.”
“I capelli erano biondi, arricciati come negli anni ’30.”
“Dici?” Il giornalaio si smarriva un attimo, perché forse stava per dire qualcosa di diverso in merito ai capelli. Ma rinunciò.
Per Clara, la studentessa, che ogni sera tornava a casa dall’università carica di libri e di speranze, non ci fu mai un vero dubbio sul fatto che fossero dei bambini. Lo disse subito, con estrema naturalezza. Allora, del resto, era una bambina anche lei (o non lo era?) e ancora adesso, se capita di parlarne, ricorda un maschietto, un po’ più grande, e la sorellina che camminava appena, che furono portati via dai carabinieri con delicatezza e premura. Di fatto, a parlare dei bambini era una minoranza, ma nel paese, ogni tanto, ne sbucava fuori qualcuno che di quella versione aveva fatto una certezza.
Nessuno di noi si aspettava fatti strani. A maggior ragione a quel tempo, quando non era stata completata l’autostrada e le donne, in maggioranza, facevano ancora la pasta in casa. Allora c’era un patto di ferro tra cose e persone, sguardo e memoria. La realtà atavica della provincia italiana forniva a ciascuno una protezione che, nel rotolio degli anni, delle vicissitudini individuali e collettive, rendeva stabili psicologie, abitudini, radici. E così avremmo voluto che continuasse.
Va detto, però,  che qualcosa era già avvenuto, da tempo. Quella casa aveva iniziato a sottrarsi alla nostra strenua difesa dello status quo, e questo era stato fonte di occasionale stupore. 
In via Sturzo, tra le palazzine d’inizio novecento,  di tre o quattro piani, essa era di per sé, con i suoi soli due piani, una stonatura. C’era chi criticava l’anomalia  che, col suo sdrucito giardinetto davanti, costituiva nell’insieme della via. Altri sostenevano che si dovesse senz’altro abbatterla. Vi aveva abitato la vedova Decca al pianterreno e suo figlio, quasi sempre in viaggio, stava al piano superiore. Morta la madre, l’uomo si era definitivamente trasferito altrove. Per anni gli appartamenti erano stati disabitati. La facciata scrostata dalle persiane chiuse era un monito sull’incombere della solitudine, dell’abbandono. Si credeva spesso di indovinare ancora, dietro le ante, la vedova Decca che preparava una delle sue tisane mentre la televisione era accesa, a tutto volume, su qualche varietà dozzinale. Un’occasione ghiotta per meditare sulle miserie della provincia. Ma poi si tirava diritti, verso una vita che si dava per scontato essere migliore, più evoluta e magari proiettata altrove, nella metropoli a trenta chilometri di distanza, vicina e remota al contempo, invitante e inquietante come tutte le esperienze tentatrici.
Ed erano cominciate le luci. Chi adesso si sofferma a ricordare la vicenda, magari nella fase postprandiale della domenica, concedendosi una sigaretta, è facilmente portato ad amplificare il fatto. Racconta di  guizzi vario colore, lampeggi nelle stanze. Alfredo dell’associazione Buongiorno, il pittore, aveva visto una luce dello stesso colore del cielo al crepuscolo, in un’onda vibrante, estenuata, che stentava ad emanciparsi dal buio. Aveva provato a dipingerla. Tipi più spicci, di indole pratica, parlavano semplicemente di effetti di ciò che restava dell’impianto elettrico. Ma sul fatto che la casa fosse davvero disabitata, erano cominciati proprio allora i primi dubbi. Sempre più persone, soprattutto bambini (e da qui la presenza di bambini, prima e dopo i fatti, iniziò a farsi insistente) dicevano di vedere una sagoma dietro i vetri, un uomo incappucciato, ma su questo punto, altri erano stati quanto mai decisi: c’era anche una donna, e nessuno dei due era incappucciato. Doveva trattarsi di una coppia di amanti, che si intrufolavano in qualche modo, nottetempo, nella casa, per fare i loro porci comodi.  La stessa Remigia degli alimentari confermava, in parte, ma precisava che erano tutti e due uomini.
“Due froci” concludeva, tornando a tagliare il prosciutto.
Una volta l’anziana maestra Ventre, sua fedele cliente, l'aveva guardata scandalizzata: “Ma quali froci? La casa è stata comprata. E’ una coppia sposata di amici di mia figlia. Hanno cominciato a metterla a posto.” Per un po’ di tempo la maestra era stata subissata di richieste di informazione e anche sua figlia, invano, non solo perché la casa riappariva rigorosamente disabitata, ma perché entrambe parevano intenzionate a non dire nulla di più di quanto già avevano detto. Poi le cose erano di nuovo cambiate. Non si era trattato più di luci, di ombre più o meno ricche di dettagli, ma di rumori, di lamenti, di schiocchi come di sconosciuti animali.
Un gruppo di uomini della via, all’insaputa delle mogli, si era appostato un pomeriggio oltre la cancellata, e dopo avere inutilmente atteso un segnale dell’infestazione, avevano sfondato la porta, solo per scoprire che dentro era tutto morto, freddo, inutile. La porta era restata a lungo così, aperta, senza che nessuno la aggiustasse. Qualcuno si era impadronito dei mobili, delle suppellettili, senza conseguenze.
Poi c'era stato il gruppo degli ufologi. Si era già, a quel punto, nei primi anni di Internet, e la notizia di una casa frequentata dagli extraterrestri si era diffusa in modo insolitamente virale per quei tempi. Erano stati organizzati curiosi raduni, veglie movimentate da canti e grigliate improvvisate, con grande fastidio degli abitanti della via. Ma gli incontri ravvicinati sperati non si erano verificati e anche gli ufologi si erano stancati.
Tutto così era tornato silenzioso e inerte.
Fino alla frattura di quel giorno memorabile. 
Ci sono dei momenti, nella vita di un piccolo centro, in cui si intuisce che esiste davvero qualcos’altro, di più, oltre alle quattro palizzate dell’abituale comprendonio in cui ci imbozzoliamo. E da questo, è ovvio, si tende ad allontanarsi, disturbati. Non che manchino le giustificazioni, in questo atteggiamento, ma se è vero che l’esperienza è necessaria, è indubbio che questa esperienza in particolare ci abbia insegnato qualcosa e, soprattutto, segnato.
Dopo le grida, l’acqua che stillava dagli stipiti lungo i gradini, e le sacche membranose squarciate che furono trovate dappertutto nella casa, sia al piano inferiore che superiore, si pensò di essere arrivati a un punto di non ritorno. 
Vennero chiamati i carabinieri subito dopo le prima grida strazianti e chi lo avesse fatto nessuno lo avrebbe mai saputo. E così lui o lei, o chi altro, fu preso nel pieno di un torrenziale e incomprensibile delirio e portato via sotto gli occhi dei numerosi che erano scesi in strada, allibiti e spaventati. I suoi occhi balenavano scintille, si disse. Erano quelli di un uomo alto e magro che assomigliava al conte Dracula, o di una bellissima giovane signora dall’eleganza antica o della coppia di bambini.
Di lì a pochi giorni, tutte le reti televisive parlarono di una tragedia senza nomi. Si trattava di due bambini violentati e uccisi in una cittadina piuttosto lontana da lì. In base alle foto, alcuni testimoni di quella notte furono certi di riconoscerli. Quinto il nerd dichiarò di sapere, dopo appassionate ricerche in Rete, che anche il signore draculeo e la dama fatale corrispondevano a personaggi reali. All'inizio del secolo scorso, il primo era morto sulle Dolomiti precipitando in un dirupo, forse suicida,  la seconda, raffinata frequentatrice di certi salotti della capitale, accoltellata da un marito geloso. Inutile aggiungere che i carabinieri e gli addetti all'obitorio, a riguardo, non ebbero nulla da smentire o confermare. Loro avevano fatto solamente il loro dovere.
E dopo quella notte, nel corso degli anni (sono davvero anni?), si  moltiplicarono le comparse.
Mirca, la pazza solitaria, appariva galvanizzata. I suoi occhi accesi bucavano le ciocche spioventi dei capelli grigi, incontravano i consueti sguardi perplessi, ma anche insolitamente solidali.
Pareva consentire a quanto stava accadendo, agitava le braccia e sorrideva a labbra strette, con aria saputa, a chi incrociava per la strada o nei bar dove da sempre si sedeva a sproloquiare. C'erano coloro che non si soffermavano, andò ripetendo, e altri che invece dovevano essere aiutati. Lei avrebbe potuto passare oltre, ma si intratteneva perché l'amore è libertà.
Nessuno capiva di cosa stesse parlando finché, all'approssimarsi di un inverno, scomparve dalla circolazione e fu dimenticata in fretta.
Non era più coinvolta soltanto  la casa.
Uomini in doppiopetto e signore ingioiellate sbucavano all’improvviso dai sentieri che si perdevano nella campagna, dai tombini o dalle canne fumarie. E non mancavano, ancora, i bambini, a due, a tre, riversi ai piedi delle saracinesche o sulle panchine dei giardinetti. 
Le forze dell'ordine accorrevano sempre al momento giusto, quando i malcapitati sbattevano gli occhi nel più totale smarrimento. Secondo alcuni testimoni i carabinieri avevano, a guardarli bene, una divisa assai insolita, di una luminescenza impossibile. La maggioranza, tuttavia, non aveva avuto la stessa impressione. E solo alcuni ricordarono, a loro volta, che uomini biancovestiti apparivano ai margini del paese, lungo le rogge, dell’umidità delle nebbie mattutine, come sentinelle silenziose. Il gruppo degli ufologi tornò a scambiarsi post trionfanti. Del resto, altri fatti strani si aggiungevano ai nuovi arrivi. Era una crepa che si stava estendendo sempre di più. Certi vedevano talvolta apparire sul bordo della strada strane bisce, con piccole antenne retrattili. Altri furono sicuri del volo di un Serafino oltre la rotonda del Centro Commerciale. Vennero organizzati incontri di preghiera e meditazione per dirimere le energie positive. Ancora di più, oggi, c’è chi individua nelle pozzanghere il riflesso di volti grifagni o sente melodie scaturire dalle fontanelle pubbliche. Ognuno si crogiola nelle proprie certezze.
Ma esiste un’altra possibilità, che insieme rinnega e supera le percezioni soggettive. Quella che Clara, la studentessa carica di libri e speranze, ha confidato a qualcuno, in un tramonto di primaverile sollievo, in cui la bellezza e semplicità della vita parevano una conquista definitiva. Una possibilità che lei, a dire il vero, pur continuando a parlare dei due bambini della prima volta, e di strani effluvi che salivano dalle pagine stesse che studiava, aveva coltivato tra le sue personali, esclusive intuizioni. Era questione di punti di vista, ancora una volta, ma in un altro senso.
Se n’era accorta prendendo il treno per andare all’università, quando, a un certo punto, questo si era arenato in piena campagna, nel più profondo silenzio.  Non era la prima volta che accadeva. Clara fu quasi convinta che, da quando tutta la storia era cominciata, non aveva mai potuto raggiungere l’università. I binari svanivano in un biancore stanco, oltre il quale, dopo un decorso sospeso di tempo, si delineavano case, chiese, strade.
Erano di nuovo quelle, del tutto familiari.
Le case, chiese e strade del loro paese.
Un paese in apparenza identico a quello che lei, e Remigia, Quinto, Alfredo, la maestra Ventre e tutti gli altri avevano ricreato a proprio uso e consumo. Quel treno non poteva tornare che dove era partito.
Fu così che Clara iniziò a raccontarci, obbedendo al richiamo del passato e della nostalgia, che forse stava trovando una risposta in se stessa.
O magari, chissà, più di una.
 

 

venerdì 10 novembre 2017

DELLO SPAZIO DEI MONDI

La presente antologia di fantascienza, DELLO SPAZIO, DEI MONDI, contiene racconti – brevi e lunghi – dei seguenti autori: Pierre Jean Brouillaud, Fernando Sorrentino, Donato Altomare, Fabio Calabrese, Paolo Secondini, Enrico Teodorani, Annalisa Seveso, Sergio Gaut vel Hartman, Adriana Alarco de Zadra, Teresa Regna, Francesca Paolucci, Damiano Lotto, Laura Silvestri, Eduardo Poggi, Carlos M. Federici, Andrea Teodorani; racconti piacevoli e suggestivi, che denotano una vivace e originale creatività, uno stile narrativo fluido e accattivante.
http://www.lulu.com/shop/paolo-secondini/dello-spazio-dei-mondi/paperback/product-23403277.html

giovedì 9 novembre 2017



L’antologia FANTE GIALLO REGINA NERA comprende ventisette racconti gialli, noir e thriller dei seguenti autori: Francesca Paolucci, Teresa Regna, Annalisa Seveso, Enrico Teodorani, Sergio Gaut vel Hartman, Paolo Secondini, Michel Deforty, Andrea Teodorani. Un grazie a tutti e, soprattutto, alla loro sincera passione per la scrittura, senza la quale quest’antologia non si sarebbe potuto realizzare.

http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/fante-giallo-regina-nera/21831158

lunedì 6 novembre 2017

VERRANNO di Peppe Murro

Stava di fronte al mare, ad occhi chiusi: intuiva le sfumature del tramonto in questo novembre pigro che faceva scivolare nuvole d’ardesia sulle acque abbrunite.
Non c’erano profumi nell’aria e qualcosa di cupo ristagnava anche dentro i suoi pensieri. Aveva 90 anni, si diceva, ed era giunto il tempo. Ma sapeva che non poteva morire prima che arrivassero, non voleva.
Non contava più gli anni dell’attesa, sapeva solo che aveva più capelli, e mani più forti quando era cominciata. Sarebbero venuti, questo gli era stato detto: non avevano rivelato né da dove né quando.
Gli avevano solo ordinato di aspettare.
Ordinato, forse, non era il termine esatto; aveva sentito dentro di sé come una profezia, un consiglio, un impulso incoercibile e dolce.
Aveva abbandonato ogni cosa; si era seduto lì, aspettando. 
L’isola, non si era mai occupato di scoprirla, di sapere se altri c’erano, e se da qualche parte qualcuno stesse come lui ad aspettare.
Stava lì, di fronte a quel mare, grigio di ovatta e di silenzio: no, non era il suo Atlantico! Da bambino sedeva sul punto più alto della scogliera, a picco sulle onde, ed ascoltava le parole dell’oceano, respirando a pieni polmoni echi di naufragi e profumo di salsedine e turbolenze di tempesta, mentre la madre gli ingiungeva implorante di togliersi da quel pericolo.
Non c’era pericolo, nessun mare lo aveva mai tradito. Neppure quel mare di oggi, scuro e silenzioso che ondulava appena l’ultimo bagliore del giorno.
Sarebbero venuti!
Si accucciò nel suo nido di roccia, respirò profondamente: avrebbe voluto vento e vento, come a volare.
Respirò quasi ad allargare mente e polmoni: sentì di colpo spezzarglisi dentro qualcosa: si piegò in avanti, goffamente, come una marionetta dai fili tagliati.
Non sentì più nulla; non vide, nel suo buio di morte, una luce squarciare le nubi e posarsi dolcemente al limite dell’onda.