mercoledì 18 aprile 2018

IL MATTO CHE SAPEVA VOLARE di Peppe Murro

I miei occhi scivolavano lungo pareti di un bianco che respingeva ogni sguardo; in un angolo, in alto, un buco con delle grate, troppo piccolo anche per far passare il benché minimo raggio di sole.
E mi chiedevo quale terribile persona meritasse un simile castigo; mi chiedevo per quale delitto o quale idea meritasse di stare in quell’inferno immacolato.
Un letto, una sedia: e guardavo le scarpe, stranamente incrociate, appoggiate sbilenche al pavimento; e più su le mani magre sulle ginocchia, e più su ancora quello sguardo umido di vecchio che guardava un’altra storia e un altro luogo. Volevo domandare della velleitaria guerra a Wall Street o delle illusioni sull’autoritarismo sociale. E mi chiedevo perché, e volevo parlare, ed avevo domande; chiedergli del mare di Liguria o di Pisa e delle sue passioni, chiedergli di cosa gli avesse trasmesso Dante e in quale inferno lo avesse accompagnato. Guardavo però il viso assente e provavo vergogna, e non avevo coraggio.
Non avevo coraggio, e per quel vecchio ero solo una figura nella stanza: nessuno dei due aveva parole.
Una lama di luce cadde sulle sue mani, vidi che le guardava, ma non riuscivo ad intuire i suoi pensieri. Poi guardò in alto e sembrò che il sole inondasse i suoi occhi… di quale delitto si era macchiato quel vecchio, quale fosse la colpa di chi aveva così in alto volato, mi andavo ancora domandando, e forse sapevo già la risposta, che il delitto era stato il volare, come lo è sempre, come lo è dovunque.
Finalmente mi guardò, mi sembrò che mi dicesse che non era mai stato pazzo, e che in fondo non era importante lo fosse o meno, mi sembrò che mi parlasse…. o mi sembrò soltanto.
Si girò verso il letto, quasi a nascondersi da quel fiotto di luce, non mi fece neppure un cenno di andare,
mentre ancora mi domandavo “Quale l’idea e quale il tuo delitto, Ezra ?” 
E morirono, a migliaia,
E i migliori fra quelli,
Per una vecchia puttana sdentata,
Per una civiltà rattoppata,

Fascino fiorito ridente in bocche miti,
Occhi vivi scomparsi veloci sotto la palpebra della terra,
Per qualche centinaio di statue spezzate,
Per poche migliaia di libri a brandelli
 

sabato 7 aprile 2018

VERNISSAGE di Paolo Durando

“Ma… È sicuro che è qui?”
“Certamente! Andiamo.”
Agnolo seguì Porzio verso l’antro che gli aveva indicato. Era quello, dunque, l’ingresso della galleria d’arte.
Dentro faceva molto più fresco. Le pareti di roccia erano umide, stillanti umori.
“Sgorganti confluenze parallele in alvei futuri.”
La voce di Porzio risuonò autocompiaciuta e perentoria. 
Agnolo, dall’inizio di quella giornata, come sempre, si era sforzato di assecondare il suo fausto mentore. E ora attendeva rassegnato lo scaturire, nella semioscurità, di nuove prove di forza.
Perché doveva capire. Prima capire, poi imparare. Lapalissiano. Porzio, invece, forte del suo approfondimento, sia pur nella precarietà delle sue possibilità di espressione, comprendeva tutto. Trovava in quanto vedeva più che altro delle conferme.
L’uno era un poveraccio, l’altro un Dio in Terra, o poco meno.
Agnolo arrancava pieno di buona volontà,  sbrindellato, con un cappello a larghe falde schiacciato sulla fronte da cui debordavano riccioli stantii.
“Devo imparare, devo imparare.”
L’amico era più alto e di una lungimiranza quasi estatica. Conosceva i meandri e le arguzie giuste. Le acque sante dell’arte et similia. Era abile ad ascendere e poi a ridiscendere per finta, giusto per divulgare e porre la sua firma in calce.
La mostra pareva dispiegarsi all’infinito, in quel tunnel. Nell’Italia miserrima del 2052, che si arrabattava tra problemi di sopravvivenza, non si rinunciava all’arte.
Agnolo osservava compunto le opere esposte lungo le pareti screpolate, radi coagularsi di epifanie. 
C’era ora un pollo morto su uno spiedo virtuale. Sembrava un rifiuto ma era, con ogni evidenza, “il portato raccolto di un subliminale della materialità. L’eccedenza materica che trova un riscontro nella marginalità dell’apparire, più che dell’essere.”
Porzio aveva decretato.
Le sue sentenze lo spaventavano, ma Agnolo voleva ingraziarselo, perché non c’era altra speranza per lui. Essere all’altezza di un esistere collettivo, pienamente umano, significava passare per quelle durezze della ricezione. Si trovava molto in basso, mentre l’altro era così in alto, e così inevitabilmente, quasi inconsapevolmente, felice di esserlo, che non si doveva turbarlo.
Agnolo quasi incespicò su alcune pietre sporche di sterco di gallina. Anche quelle, in verità, costituivano un manufatto. Se ne accorse perché Porzio si fermò ad osservarle, ridanciano. Vi riconosceva, come un compagno di merende di vecchia data, il supremo umorismo dell’artista, che giocava al ribasso, dimostrando concretamente come le alte vette fossero soltanto un sogno delle basse, o viceversa.
“Prigionieri di visioni reciproche, che possono risolversi soltanto nell’eso-sè artistico”.
Agnolo annuì, continuando a imparare.
In fondo al tunnel di sicuro attendeva il bel mondo, la congrega ammaliata dei critici, i giornali, forse la BBC. Quel camminamento sfidava il concetto di “galleria d’arte” in modo tale che il quasi buio che lo caratterizzava era quanto mai allusivo. Faceva credere di vedere e invece impediva la percezione del noùmeno, delegando all’esterno, nella quotidianità assolata del surriscaldamento globale, l’abbagliante certezza dei confini.
L’odore di pollaio era un’altra decontestualizzazione, spiegava Porzio. Il riappropriarsi dei materiali, dei colori e degli odori della realtà consentiva il salutare distacco dai limiti della gerarchizzazione dei valori, estetici e non. C’era da essere profondamente certi del passo avanti che quella mostra permetteva.
Poi arrivarono di fronte ad alcune uova nella cornice di triangoli di pan carré. Una era rotta e lo sporco sull’asfalto pareva muco rappreso. Le altre erano invece intatte. Le macchie sulla parete facevano pensare a una recente colluttazione con lancio di uova in quantità. Era una composizione eterogenea. Il combinato scultoreo-pittorico esprimeva il ritorno indefettibile dell’eterno dilemma dell’uovo e della gallina. E, nello stesso tempo, ne dimostrava l’ineffabilità, quindi l’inconsistenza.
“Vedi… l’uovo rotto. L’inattingibilità del costrutto naturale, ovvero l’impossibilità di svolgere logiche convincenti, nelle diramazioni che dall’istante del Big Bang pervengano all’attuale cristallizzazione.”
Agnolo lo guardò ammirato. Ammazza, pure il Big Bang. Del resto era lui che non aveva saputo vedere, cogliere.
Si erano alzati di buon’ora per recarsi in quel luogo, per assorbirne le valenze, le illuminazioni, le quintessenze. Lui era lì per imparare, ancora e ancora. Quando mai si era mobilitato per un obiettivo più reale, più nobile di questo? Porzio gli sorrise assolutorio. Era proprio un bel momento della loro unione solidale. Un’esaltante tappa di un’improvvisata, forse incongrua, amicizia.
Poi uscirono dal tunnel. Agnolo annaspava con lo sguardo. Guardava, di nuovo pronto ad immedesimarsi.
Ma a quel punto qualcosa non tornava.
Non c’era nulla di quanto si era aspettato e l’altro si mostrava più spiazzato di lui, anzi, incapace nascondere la collera improvvisa.
Stretti, accaldati attorno ad uno spiazzo, si vedeva una massa di uomini privi di sorriso,  che si  spintonavano e insultavano  l’uno con l’altro. Era sabato sera. Molta gente povera, da quelle parti,  doveva anelare a tutto questo, intrepida, durante la settimana.
Erano sbucati in  una gallera.
Un luogo di terra battuta e di alberi, di aria umida e orizzonti densi. Agnolo non vide più il suo Virgilio, la cui smentita non poteva essere più incresciosa.
E quando, dopo un poco, non ancora riavutosi dallo stordimento, discostò lo sguardo, li poté osservare,  i galli. 
Precipitati piumosi di aggressività inaggirabile,  usciti dalla notte dei tempi, ignari, per scannarsi vicendevolmente, con arpioni metallici  incollati alle zampe, senza l’onore di una rivolta disperata contro il pubblico carnefice, nel frattempo intento a giocarsi la settimana, la macchina o magari la moglie.
Nel pollaio collettivo, Agnolo vide infatti una sola donna. Stava in disparte, imbarazzata, sventagliandosi. Allora si ricordò di se stesso, della maschera di inettitudine che lo aveva protetto dalla consapevolezza, quella vera.  E distolse lo sguardo, per non piangere.

lunedì 26 marzo 2018

NEON E LA VIPERA di Adriana Alarco

"Fate attenzione ai serpenti!" dice un ragazzo che cammina a piedi nudi lungo il sentiero in mezzo al bosco di eucalipto.
La valle fertile con terrazze coltivate e campi verdi e gialli può essere vista tra i cespugli in lontananza. L'altopiano dove si costruisce la diga è circondato da montagne che nascondono le loro cime sotto le nuvole peregrine. Ha piovuto da poco e la strada è fangosa. Lui mi sorride quando vede i miei capelli serpeggianti che ballano col vento. Con la mia infinita curiosità femminile, lo guardo con gentilezza. Deve avere un nome.
Mi chiamo Neon perché sono nato sotto la luce al neon che avevano appena portato al villaggio la settimana di Natale di otto anni fa, secondo quello che racconta mio babbo."
Lo ascolto, divertita. Mi sembra quasi impossibile quella sua vita che immagino ingenua ed innocente. Intanto, lui sceglie un bastone di eucalipto e lo pulisce con il suo coltello. Poi me lo dà:
“Così non inciampi negli arbusti e, soprattutto, tieni lontano le bisce. Sai, bisogna stare attenti, mordono anche ai loro parenti!  E guarda sempre dove metti i piedi. Io vedo dove vado soprattutto per le mie capre, che si spaventano a causa delle serpi. Le porto a bere tenendole d’occhio perché sai, anche il fiume è infido, a volte si alza così tanto che porta via tutto con la corrente”.
Certamente, l’acqua limpida del fiume è essenziale per la vita di tutti. Dopo un po’, scopro il villaggio vicino con le sue case di adobe essiccato al sole, circondate da fiori gialli e aloes che si arrampicano su per il pendio.
"Da quando sono arrivate quelle macchine che fanno tanto rumore come i draghi, le capre si spaventano e scappano. Devo continuare a correrle dietro. Mi piaceva questo posto quando non c'era nessuno perché era così bello e così tranquillo ma, soprattutto, perché tutto ciò che vedevo era mio. Ora, invece, non riesco a scendere giù a valle con le capre perché gli uomini che lavorano con quei draghi meccanici iniziano ad urlare e mi dicono di andare via. Le mie caprette si offendono".
È un cantiere pericoloso ed anche le ruspe, se ti avvicini, e io lo so.  Non lasciano avvicinare neanche a me. Neon sembra un ragazzo senza paura, ma dovrebbe essere più responsabile. Non bisogna passeggiare vicino al cantiere di lavoro. Possono scappare e rotolare delle rocce enormi. Dove avrà conosciuto i draghi?
Se te lo dico mi devi credere. Guardo le nuvole e alle volte prendono le forme di esseri mostruosi.  Anche di draghi con le code e che sputano fuoco.
Penso che è sempre in giro con i suoi animaletti, su e giù per le colline, ma sempre senza scarpe.  Io guardo i miei stivaletti e mi sento protetta.
"D'altra parte, io non sto così male adesso perché ora ho le scarpe. Stai guardando i miei piedi nudi? Il fatto è che io ho le scarpe anche se non le indosso tutti i giorni. Solo le metto con altri pantaloni senza buchi, quando il babbo mi porta al paese. Perché se mi vedono con i buchi e senza scarpe possono dire che sono figlio di nessuno. Mia mamma è morta a Natale, otto anni fa e non la ricordo. Mio padre è buono e ogni tanto mi porta fino al paese per fare di me un uomo e mi compera mezzo bicchiere di bibita e i tamales di mais."
Deve avere una bella vita, tranquilla e felice in questo posto sotto il cielo limpido e alte montagne col cappello di neve.
"Cosa vuoi che faccia tutto il giorno? Accudisco gli animali e aiuto il babbo as coltivare patate.  Ne abbiamo una infinità, di varietà diverse e tutte buone.  Patate e formaggio sono una delizia da mangiare. Però, comunque, se si va in giro bisogna stare attenti alle vipere... anche se loro nascono dai nostri stessi capelli.”
Ha troppa immaginazione, mi sembra.
“Il babbo le caccia con un bastone a doppie punte e vende il loro veleno alla farmacia del paese. Ma io ho troppa paura e non mi avvicino.  Credo che possono anche volare...”
Mi sa che vede draghi dappertutto.
“Una volta ho incontrato un serpente… mi si avvicinò minaccioso ma io riuscì a fuggire. Ho urlato perché avevo paura quando fischiava con la sua lingua nera fuori della bocca.  Forse mi ha riconosciuto e sapeva che ero io perché sicuramente era nato da un mio capello."
Intanto, io ascolto farfugliare il ragazzo di come mette i suoi capelli nelle pozzanghere ed il giorno dopo ci sono dentro le vipere.  Immagino che sia una idea tutta sua di fare allevamento di serpenti, vedendo i miei capelli ondulati guizzare e sballottare con il vento.  Il fatto è che non saprei se queste vipere delle pozzanghere riconoscano le persone e sappiano chi sono.
"Credi che non sia possibile che mi abbia riconosciuto? Non sai quindi che ogni serpente è un capello? Non ridere, perché io non lo credevo fino a quando ho visto quella maledetta biscia che mi guardava fischiettando. Un serpente nella pozza d’acqua, nato dai miei capelli! Da questi miei capelli! Così gli ho dato un nome: Neon di Viper."
 Da qualche parte dovrò trovare questa biscia con l’incredibile nome di Neon di Viper. Deve essere una nuova specie di rettile, così come questo ragazzo Neon è una nuova specie di ragazzo andino cresciuto aggrappato alle nuvole, circondato da draghi e con una grande e vivace fantasia.
"Giuro che il serpe mi ha riconosciuto ed ho allontanato le mie caprette. Ma ora dovrei tornare al campo, dal babbo, perché devo aiutarlo a seminare.  Intanto ti saluto e mi raccomando: stai attenta perché ogni tanto queste vipere mordono anche i loro parenti!”
Saluto il simpatico Neon che corre su per la montagna dietro le sue capre. 
Nella prima pozzanghera fangosa che trovo nel tragitto verso il cantiere, entro con gli scarponi e muovo tutto per vedere se viene fuori Neon di Viper, ma non si vede.
Prendo una manciata dei miei capelli e li butto nell’ acqua.  Poco dopo vedo uscire la testolina di un piccolo serpe che muove la sua linguetta biforcuta.  Allora, il ragazzino aveva proprio ragione! Questo è un paese di draghi e miracoli!
Torno al cantiere per raccontare al mio compagno e agli altri lavoratori la nuova esperienza che ho vissuto in questi mondi aspri, ma puliti e semplici, così lontani dai nostri macchinari, schermi e laboratori scientifici.
Sento che ridono sotto i baffi e il mio compagno mi suggerisce di togliermi il fango di dosso. Nessuno crede che quella vipera della pozzanghera fangosa sia nata dai miei capelli!
In camera, mi guardo allo specchio.  Vedo i miei capelli aggrovigliati di Medusa che svolazzano intorno alla mia testa.  Qualcosa è nata da questa mia essenza serpeggiante e sono felice di aver procreato un essere in questo mondo lontano, diverso, puro e divertente dove abita un ragazzo chiamato Neon, nato una settimana prima di Natale sotto la luce al neon e che vede draghi dappertutto, e dove si trova anche un serpe di nome Neon di Viper, in una qualche pozzanghera di acqua piovana.

 

domenica 18 marzo 2018

FLOWERS di Teresa Regna

I have ever loved flowers. Behind my house there is a little garden in which I grow roses and petunias, carnations and tulips, daisies and violets. I have only one orchid, a rare and precious variety of orchid, which blooms once a year.
I water flowers every day, I cut the withered branches and leaves, I manure the ground at the beginning of every season. I use the best ground I can find for my flowers: they have to grow luxuriant, sweet-scented, with bright colours. In one word: perfect.
I am not sure to love them now. I like flowers, of course. But my present situation is a bit strange: I am imprisoned in the powerful spires of a giant dionaea, which is crushing me slowly. I think I will be its morning breakfast.
I have ever liked flowers. And now I know that flowers like me too.

domenica 11 marzo 2018

LO SCRITTORE di Fabio Calabrese

Il vecchio respirava a fatica, una sorta di sordo dolore chi si era solo in parte abituato, gli gravava sul petto. Sapeva che non c'era niente da fare. L'età, semplicemente l'età. Un essere umano non è fatto di acciaio, e a un certo punto, inevitabilmente, il suo organismo si logora. Il medico continuava a dire:
“Oggi ti vedo bene, ti riprenderai presto”.
Ma l'uomo sapeva che si trattava di una pietosa bugia. Tutte le cose prima o poi devono finire, e presto sarebbe toccato a lui. Stranamente, l'idea della cessazione della sua esistenza non gli incuteva paura, e non provava neppure un senso di risentimento, solo una placida rassegnazione. Poteva ritenersi soddisfatto: aveva vissuto una vita lunga e piena, quasi sempre in salute, non gli erano mancate le soddisfazioni né gli interessi da coltivare, aveva impiegato bene il suo tempo.
“Annie”, chiamò.
“Si, caro, sono qui”, rispose la moglie, “Cosa posso fare per te?”
“Niente di speciale”, rispose lui, “Vorrei solo che mi tenessi la mano”.
La donna allungò il braccio verso il capezzale del letto, fino a stringere la mano del marito.
“Robert, Vanda, Edward”.
I tre figli risposero all'unisono. Robert, il maggiore, venne da pensare al vecchio, era ormai sessantenne. Vanda, “la ragazza” aveva un paio di anni di meno, ed Edward, “il piccolino” aveva ormai anche lui varcato la soglia del mezzo secolo. Il marito di Vanda e la moglie di Edward non erano nella camera, erano di là in salotto a tenere a bada la turbolenta schiera dei nipoti.
Aveva una moglie devota con la quale aveva costruito un rapporto solido negli anni, tre splendidi figli che gli avevano dato molte soddisfazioni e qualche trascurabile grattacapo, e una congerie di nipoti vivaci e schiamazzanti che contribuivano a tenerlo in attivo dopo il pensionamento, e a farlo sentire vivo.
Per molti anni l'uomo aveva lavorato in un ufficio governativo dove era entrato dopo poco aver completato gli studi. Col tempo aveva fatto carriera, non una di quelle carriere esaltanti e fulminee, ma una progressione solida nelle responsabilità e anche nei miglioramenti economici, nel corso della quale non gli erano mancate né la stima dei superiori né l'amicizia dei colleghi.
La fonte principale della stima che aveva ricevuto, anche se non delle soddisfazioni economiche, però derivava da un'altra fonte, la sua attività di scrittore, di scrittore di fantascienza per la precisione.
Ricordava come era cominciato tutto, in una maniera per la verità alquanto singolare: tanti anni prima, si era trovato nella casa dei nonni in vacanza, e rovistando fra le vecchie cose in soffitta, aveva trovato dentro un baule un quaderno le cui pagine erano scritte con la grafia corsiva elegante di epoche passate, aveva l'apparenza di un diario, ma la storia che raccontava era davvero singolare.
Narrava di una spaventosa epidemia che anni prima avrebbe falcidiato la razza umana, riducendo l'umanità da miliardi di persone che popolavano il pianeta, a un gruppo sparuto di superstiti.
Ricordava di aver sbattuto le palpebre per l'incredulità: quella storia non corrispondeva per nulla a ciò che vedeva intorno a sé; poi capì, o gli parve di aver capito: suo nonno o chiunque fosse stato l'autore del diario, aveva voluto probabilmente scrivere un romanzo fantastico.
Si era immerso nella lettura della storia e ne era rimasto affascinato. I pochi superstiti si erano ritrovati a vivere in un'atmosfera di disfacimento e di decadenza, al punto tale che fra molti di loro, incapaci di vivere in un mondo così desolato, si erano verificati diversi casi di suicidio. Qualcuno a questo punto aveva avuto un'idea brillante: era stato costruito un super-computer che proiettava in tutto il mondo una realtà fatta di ologrammi che lo ripopolava di oggetti, animali, piante, persone, soprattutto persone, simulando il mondo che esisteva prima dell'epidemia.
In quel momento sentì una punta di scetticismo. Una storia del genere aveva qualche elemento di verosimiglianza, si poteva davvero scambiare un ologramma per un oggetto o, a maggior ragione una persona reale? Beh, qui l'ignoto autore aveva mostrato una punta di genialità.
Gli oggetti che noi riteniamo solidi, spiegava, sono in realtà composti in grandissima parte di vuoto, vuoto fra le molecole, fra gli atomi e, all'interno di essi, fra il nucleo e gli elettroni che li compongono. Ciò che ci dà l'impressione della solidità e l'impenetrabilità dei corpi, è solo una questione di repulsione elettrostatica. Ottenere lo stesso effetto con degli ologrammi non presentava particolari difficoltà.
Il computer era anche abbastanza potente e complesso da controllare il comportamento di miliardi di simulazioni olografiche in modo che non vi fosse una differenza riscontrabile con quello dei veri esseri umani. In questo modo, la riproduzione del mondo che era stato, si era sostituita alla tragica realtà.
Lo sconosciuto autore però avvertiva: la fine dell'umanità era solo rinviata: se un uomo o una donna senza saperlo si accoppiavano con una simulazione olografica, da un simile rapporto non potevano nascere figli, al massimo il computer poteva generare delle simulazioni olografiche che sarebbero passate per figli della coppia, modificandole nel tempo in modo da simulare la crescita di un essere umano. Allo stesso modo, poteva produrre in una donna la simulazione dei sintomi della gravidanza. In pratica con questo programma, invece di una fine in tempi brevi in un mondo atroce e squallido, spiegava l'autore, la nostra specie aveva scelto una più lunga, inconsapevole, serena agonia.
La trama della storia gli era parsa ottima, avvincente; con pochi ritocchi per renderla più letteraria, ne sarebbe venuto fuori uno splendido romanzo di fantascienza, e così fece, poi mandò il testo a un editore specializzato. Il romanzo fu pubblicato ed ebbe un discreto successo. Si sentì in colpa, perché si rendeva conto di aver commesso tutto sommato un plagio, anche se altrimenti quella bella trama sarebbe rimasta forse per sempre ad ammuffire nel fondo di un baule, così iniziò a scrivere altre storie, romanzi e racconti che furono più o meno tutti regolarmente pubblicati.
Cominciò a farsi un nome, ricevette diversi premi, fu ospite d'onore a diverse conventions di fantascienza, comparve più di una volta in televisione, concesse interviste, firmò autografi.
Ogni tanto lo tormentava un dubbio: e se quello che aveva scritto fosse stato semplicemente reale? Se quel che aveva trovato in quel vecchio baule fosse stato davvero un diario col resoconto di eventi passati di cui si era voluta cancellare la memoria?
In fondo, si chiedeva, incontrando una qualsiasi persona, come facciamo a sapere se dietro la sua fronte c'è davvero una soggettività simile alla nostra, o invece solo il programma di un computer in grado di far replicare a quella simulazione i comportamenti umani?
Ma un conto sono i dubbi metafisici, e un altro conto è la vita concreta, una vita che procedeva serena e regolare, e che era stata ricca e longeva.
Si rivolse alla moglie.
“Mia cara”, disse, “ti prego, fai entrare tutti!”
Annie chiamò dentro la stanza il genero, la nuora e i nipoti.
Il vecchio passò lo sguardo in giro, abbracciando con esso tutti quanti.
“Miei cari”, disse, “vi voglio bene”.
Poi chiuse gli occhi abbandonando la testa sul guanciale e lasciandosi andare.
Il computer centrale prese una decisione: ora che l'ultimo essere umano era morto, il programma non serviva più.
Di colpo, miliardi di simulazioni di esseri umani scomparvero, lasciando un pianeta deserto e silenzioso.     

 

sabato 3 marzo 2018

UNO SFOGO COMPRENSIBILE di Paolo Secondini

«Ecco – maledizione! –, non riesco a capire perché ogni volta dobbiate gridare o ribellarvi o implorare o maledire (perfino insultare e sputare), quando sono sul punto di svolgere il mio lavoro… Mi vedete voi ribellarmi, o mi sentite gridare, implorare, maledire e altro ancora, allorché siete intenti alle vostre occupazioni? Svolgete quanto dovete nel modo più attento, più silenzioso, più concentrato possibile (ed è più che normale, prima che io giunga da voi). Ma se mi accingo alla mia attività, ecco che accade quanto dicevo: sbraitate, urlate, vi agitate come forsennati (è raro che qualcuno di voi assista – finché gli è possibile – al mio lavoro, senza dire una sola parola). Quasi mai, infatti, ottengo rispetto né comprensione da parte vostra. Non che io li pretenda, per carità! Ma detto sinceramente, mi dà sui nervi quel vostro modo di fare, del tutto irriverente e molesto a uno che lavora. Vorrei vi metteste nei miei panni!» disse il killer… poi premette, impassibile, il grilletto della pistola.

mercoledì 21 febbraio 2018

ORGASMO DEL MOTO A LUOGO di Giuseppe Novellino

A Lucia si è guastato il condizionatore ed è costretta a tenere la finestra spalancata. La sera di luglio è caldissima, ma adesso s’intrufola un dolce venticello che riesce ad asciugare il sudore.
Un rombo d’aereo copre la voce dell’amica. Le pare, comunque, di avere inteso la domanda.
– Vuoi proprio sapere che cosa sta facendo il mio maritino? – dice Lucia, comodamente abbandonata sul divano, davanti allo schermo del videotelefono.
– Se non sono indiscreta.
– Legge.
– Legge!? E che cosa, di grazia?
– Un libro intitolato “Il giro del mondo in ottanta giorni”.
– Un libro di viaggi, a quanto pare.
– Già. Dice che viaggiare con le pagine di un libro gli fa provare qualcosa di nuovo.
– Incredibile!
– Ma vero.
Nel salotto c’è anche il televisore acceso, con l’audio al minimo. Copre quasi tutta la parete e produce un gioco di luci a seconda delle immagini che proietta.
– Visto che stiamo parlando di Luca, ti confido una cosa, Rachele.
– Dimmi – la incoraggia l’amica.
– Mi sembra che stia diventando un po’ strano.
– Davvero?
– Sì. Siamo tornati da ben due settimane e non ne vuole saperne di fare un nuovo viaggio.
– Hai ragione, Lucia. È preoccupante.
– Ho paura che ci possa andare di mezzo anch’io.
– Puoi ben dirlo – fa Rachele. – Il Comitato potrebbe insospettirsi e mandarvi qualche avviso di mobilità. – La sua faccia, sullo schermo ha assunto un’espressione di sincera partecipazione.
Altri due sibili di reattore, uno dietro l’altro. Quella sera, comunque, non c’è molto traffico aereo.
– Come puoi notare ho la finestra aperta. Mi si è rotto il condizionatore. Ma ho già provveduto. Domani mattina vengono ad istallarne uno nuovo.
– Infatti, mi sono accorta che fai un po’ fatica a cogliere le mie parole.
– Tutti quegli aerei…
– Sono un po’ fastidiosi, convengo. Ma rappresentano la nostra felicità.
Lucia sorride beata. – Certo, cara. Pensa come doveva essere triste la vita, quando si prendeva l’aereo solo quattro o cinque volte all’anno… E ci si limitava a fare il viaggio annuale a New York o la vacanza alle Maldive.
– Poveracci quei nostri genitori! – esclama Rachele, scuotendo il caschetto argentato.
Un rombo lontano, poi un altro, più fastidioso. Doveva essere decollato da Linate 7/B.
– Per dove partirete, domani? – chiede Lucia dopo un momento di silenzio.
Rachele distoglie lo sguardo dalle unghie che sta esaminando e risponde.
– A Londra, per il fine settimana. È la novantaduesima volta che ci vado, ma è sempre emozionante.
– Oh sì! – fa Lucia, battendo le mani. – Il Big Ben, il Tamigi…
– E tutto il resto, certo. E voi?
– Te l’ho detto, se riesco a smuovere quel pigrone di mio marito, vorrei andare a visitare per la diciassettesima volta la Muraglia Cinese.
– Grande! Io ci sono stata il mese scorso.
– E poi avrei in mente le isole Figi, Madrid, Città del Capo e i castelli della Loira. È da un po’ che non li visito, quelli. Sai… un mio amore di gioventù. Tutto per il mese prossimo.
– Caspita! Vi beccherete un premio dal Comitato.
– È quello che spero. Sempre che quella lumaca di mio marito si dia una mossa.
– E vacci da sola, no?
– Alla più disperata. Sta il fatto che di lui sono ancora innamorata e mi va di condividere le bellezze del mondo e il benessere che ti procura il viaggiare.
– Capisco.
Un altro rombo d’aeroplano.
Accanto alla faccia di Rachele, appare quella di un uomo che fa l’occhiolino a Lucia. – Cucù!
– Ciao Gustavo!
– Sai dove ce ne andremo, Rachele ed io, il mese prossimo? Oh, intendiamoci, è una sorpresa anche per lei. – Ammicca di nuovo e dà un bacio al caschetto argentato della consorte. – L’ho saputo cinque minuti fa.
Lucia spalanca tanto d’occhi, come davanti alla scena madre di un thriller.
– Sulla Luna.
– Oooh! – fa Lucia.
Rachele emette un gridolino di gioia e salta sulla sedia.
– Siamo stati scelti dal Comitato fra i cento migliori viaggiatori della nostra città – annuncia Gustavo.
– Immagino che siate contenti – dice Lucia, senza nascondere un moto di invidia.
Rachele batte i pugni contro le guance. – Altro che contenti. Felicissimi!
– Beh, devo lasciarvi – annuncia Lucia. Non può più contenere il livore e preferisce interrompere la comunicazione.
Intanto Rachele e Gustavo si sono abbracciati e poi sono scomparsi dal campo visivo dello schermo.
“Faranno l’amore, lì’ sul tappeto… per festeggiare la notizia” pensa Lucia.
In quel momento entra Luca. Getta il libro sul divano e si stiracchia soddisfatto.
Ha il viso leggermente arrossato.
Il rombo che viene dalla finestra è più forte del solito.
Lucia va a chiudere le imposte.

lunedì 12 febbraio 2018

Il GATTO di Pierre Jean Brouillaud

 
Enorme, quel felino! Gigantesco!Intagliato nella montagna.In verità, la scultura è l’intera montagna. Trecento metri d’altezza.Un gatto seduto.I suoi occhi, mostruose agate gialle con fessure nere striate di filamenti dorati. Giorno e notte, fissi, aperti. Essi vi attraggono, faro che segnala una riva sconosciuta, pista illuminata in attesa dell’atterraggio.
Secondo i dati disponibili, i baffi del “gatto” servirebbero da antenne. Le orecchie, triangolari, come nell’originale, si orientano secondo il rumore prodotto. Capterebbero il minimo suono emesso entro un centinaio di chilometri.
Eravamo in orbita. Altitudine: 4OO km. In ottanta minuti si faceva il giro del pianeta fino a tornare al Gatto.
Dietro al plexiglass, osservavamo, affascinati.
Ci lasciammo sedurre per un po’. E ci saremmo gettati sulla bestia, finendo per schiantarci tra le sue gambe.
Ferma! Ferma!
Inutile dire che l’abbiamo fermato. Cosa? Il sistema di atterraggio automatico.
All’ultimo istante.
Poi, la luminosità di quegli occhi si è indebolita. Sembrava che ESSI avessero capito che questa volta la loro trappola non aveva funzionato.
Almeno, non funzionato come previsto. Come ESSI l’avevano previsto. Di LORO non sapevamo tutto, eravamo lontani da questo. Eravamo venuti per controllare, perché il rapporto redatto da quelli dell’astronave Alpha aveva dei buchi. Parecchi buchi.
Da cos’era motivata la nostra azione: ESSI si comportavano come pirati, come quei sabotatori che una volta pareva accendevano fuochi sulla riva per ingannare le barche. Così coloro che si avvicinavano alla riva si fracassavano sugli scogli, offrendo il loro carico ai ladri.
Il Monte stava in agguato su una via che in teoria avrebbe anche potuto essere molto frequentata.
I nostri Astrocargo minerari spesso scomparivano. Avevamo scoperto sulle pendici del Gatto dei detriti di veicoli abbattuti e saccheggiati.
Tutt’intorno a quel sistema solare erano sorte stazioni che sono praticamente dei mini-pianeti nei quali si esercitano molte attività spesso lucrative e talvolta illegali. Dove proliferano racket di ogni tipo e ove si aggira ogni sorta di avventuriero.
Il Gatto e i pianeti. Una storia lunga.
Tra i “passeggeri” delle nuove missioni che hanno seguito quelle di colonizzazione del sistema solare c’erano anche dei gatti. Persino il nostro Capitano Alcott ne ha uno.
Come si erano comportati quegli animali?
Si erano perfettamente adattati e riprodotti. Erano divenuti non solo delle mascotte, ma, soprattutto, unimmagine, un simbolo della vita sul pianeta madre, un animale molto popolare anche tra i terrestri installati nelle basi più recentemente create.
Purtroppo un focolaio di peste felina, probabilmente venuto dallo spazio (in quanto non è un male dilagante sulla Terra) avrebbe presto causato l’estinzione della specie su Venere.
Il che ha lasciato un profondo rammarico tra quei coloni.
Bisogna anche dire che in numero crescente costoro sono ora impegnati in pratiche sempre più assimilabili alla pirateria. Così limmagine stessa di questa nostalgia per un animale divenuto mitico ispirò probabilmente la trasformazione di quello che sarebbe diventato il Monte Gatto.
Ed eccoci qua!
Ora avevamo a bordo un commando del DIP, la dogana interplanetaria, che ci avevano raggiunto con una speciale navetta, sempre pronti a intervenire e fare la pulizia necessaria. Avevamo anche un passeggero considerato “volontario”, in realtà un criminale pentito che conosceva i segreti del Monte Gatto, quelli che ne controllano l’accesso, nonché la rete interna, un vero labirinto. In effetti, la montagna è vuota. Nei passaggi e cavità, che sono le interiora del Gatto, viene stivato il bottino dei pirati che poi lo vendono a prezzi elevati nel mercato nero delle stazioni e delle colonie. Si può ancora parlare di “mercato nero”, tanto questa pratica è comune e considerata da molti come “normale”?
È giunto il momento! Nella pancia del Gatto si nasconde il centro che comanda tutta la rete. È il posto giusto per colpire.
Come entrarvi?
Ecco che arriva Mabick, il “pentito”.
Il punto debole della “Fortezza” è un accesso nascosto su uno dei fianchi della montagna. Mabick conosce il codice.Proviamo. Tre volte.Hanno cambiato il codice!
Cosa fare?
Il pentito crede di ricordarsi che spesso ESSI abbiano la tendenza a mantenere lo stesso insieme di numeri scambiandoli.
Quante combinazioni?
Idiota! Non è così...
Ma Mabick insiste. Se provassimo... Un bagliore. La porta si muove...Il diaframma si apre!
Il commando dei marine è sul piede di guerra. Ora tocca a loro.
Monte Gatto scompare. Solo un orecchio esce dalla nebbia, di cui si avvolge il pianeta.
Ora sapete tutto, quasi tutto del ruolo che abbiamo giocato laggiù.
Il commando ha compiuto la sua missione. Anche noi. La prossima missione ci attende.
(Traduzione : Giorgio Sangiorgi)

lunedì 5 febbraio 2018

CANI AGILI di Paolo Durando

 
Si vedeva il mare, vasto e accecante, dall'acropoli. Ci si chiedeva perché occorressero tutte quelle anfore. La giovane donna era sul punto di scendere le scale, portandosene via un paio. Borbottava qualcosa, si poterono cogliere alcune parole, che avevano a che fare con “il decoro di una dovuta accoglienza”. Ma noi non volevamo che restasse a piedi scalzi sui gradini di pietra.
“Lo sai,” le abbiamo detto, “noi non crediamo che tu debba ancora servirci!”. Ci mettemmo a scrivere su una parete scabra. C'era un'allieva di Antistene che ci guardava, con le mani appiccicose. Ci si ricordava bene di tutte le acciughe che aveva cucinato. C'era molta luce, l'aria era tersa. Ci venne in mente che, venendo da lontano, avremmo passato lì la notte. E domani avremmo ripreso la nostra vita randagia. Io stessa, l'acronica, scrissi, con attenzione: ”autarchia”, ma in quel momento arrivarono mia madre e un cugino che non vedevo da vent'anni.
Quella delle anfore era scomparsa e noi decidemmo di raggiungerla giù per le scale. Doveva capire che non era più una schiava. Che era nato un nuovo concetto, quello dell'uguaglianza vera, sostanziale. Mio cugino estrasse dal chitone un pezzo di pane all'anice, dapprima senza forma, poi vagamente umano. 
“È Socrate,” mi disse, protendendo le labbra leziosamente: “Tieni, mangiatelo, ché è buono, Socrate.”
 

mercoledì 24 gennaio 2018

REINSERIMENTO SOCIALE di Fernando Sorrentino


Alla memoria del mio idolatrato K.

Passammo la nostra luna di miele a Bariloche. La sera di un sabato tornammo a Buenos Aires desiderosi di inaugurare il nostro bilocale.
In camera da letto trovammo una gabbia.
Era identica, seppure più grande, alle gabbie per pappagalli. Aveva una base circolare di circa tre metri di diametro e sbarre verticali che, come meridiani, si andavano riunendo in alto fino a culminare in un vertice acuto che sfiorava il soffitto
Per fare spazio alla gabbia avevano spostato il letto e i comodini nel settore pranzo e avevano compresso contro una parete la tavola e le quattro sedie. Ostruite dal letto sarebbe stato difficile aprire gli armadi. Mobili, pavimento e pareti mostravano colpi e strisciate.
Dentro la gabbia c’era un uomo pallido dai capelli rossicci. Dava l’impressione di estrema accuratezza, anche un po’ anacronistica. Vestiva un doppiopetto nero, con fini righe grigie, camicia bianca inamidata, cravatta scura; scarpe nere ben lucidate; sulle ginocchia teneva un cappello grigio, altrettanto pulito, altrettanto antiquato e altrettanto nuovo come il resto della sua persona. Questi elementi di un’altra epoca che parevano appena prodotti mi ispirarono una idea molesta di utensileria, di mascheramento, di ricostruzione archeologica.
Tutto questo lo riscontrammo più tardi. Da principio Susana ed io rimanemmo turbati. L’uomo attese che ci calmassimo e disse con tono monotono:
— Non vi aspettavo oggi. Secondo le mia informazioni — consultò un libretto — avreste dovuto tornare domani notte. Il cronogramma è ben chiaro: “venerdì 12, installazione del tutelato; sabato 13, giornata di adattamento fisico e psicologico; domenica 14 arrivo dei tutori”. E oggi, se non sbaglio, è sabato 13.
— Certamente — risposi — abbiamo anticipato il ritorno. È sgradevole tornare poche ore prima di dover riprendere il lavoro.
— È più spiacevole ricevere gente prima del previsto. Al signor Rocchi non piacciono queste mancanze di formalità che, peraltro, disturbano i miei progetti per questa notte.
— Il signor Rocchi? Il proprietario dall’azienda immobiliare?
— Chi se no? Lui personalmente si è occupato di effettuare le pratiche necessarie. Sono faccende non semplici né rapide. Però il signor Rocchi sostiene che tutti i cittadini debbano impegnarsi col massimo zelo per applicare e far applicare le leggi.
Decisi di rimettere le cose a posto.
— Leggi? Che leggi sono queste? E da quando questo Rocchi, un semplice commerciante, ha il potere di far applicare le leggi?
L’uomo continuò, sempre con tono monotono:
— Lei è una persona che ancora non conosce la vita. Inoltre le nozze le hanno impedito di rendersi conto di certi cambiamenti introdotti nella legislazione relative agli immobili. Per esempio il signor Rocchi è adesso un magistrato. E anche lei è, entro certi limiti, un magistrato.
— Io un magistrato? — tentai una risata incredula.
— Non proprio: piuttosto una specie di ausiliario dei magistrati.
— Dunque un ausiliario del signor Rocchi?
— Sarei imprudente nell’anticipare le decisioni delle autorità. Tuttavia — abbassò la voce — può prendere questa informazione come strettamente confidenziale.
— E perché mi fa questa confidenza?
— La mia regola d’oro, signore, è saper convivere. Dal momento che passeremo abbastanza tempo sotto lo stesso tetto…
— Abbastanza tempo sotto lo stesso tetto!
— Così è, signore. Io sono più vecchio di lei: trent’anni, o forse più. Ho progredito poco; mi trovo nel gradino più basso della scala carceraria: sono solo un prigioniero. In cambio lei è ancora un uomo libero e ha già raggiunto il primo livello nella carriera carceraria: il grado di ausiliario.
Allora esplose Susana:
— Mai nella mia vita ho sentito tante stupidaggini tutte assieme! Il problema principale è: cosa diavolo sta facendo quest’uomo con la sua orribile gabbia nella nostra camera da letto? E inoltre: chi e perché ha spostato il letto e i comodini in camera da pranzo? Chi pagherà i danni che sono stati prodotti con il trasloco?
— Mia giovane signora, non posso approvare i toni, un po’ aspri, della sua preoccupazione. Vi sono questioni di ordine pratico. Lo spostamento del letto è stato inevitabile perché, in caso contrario, non si sarebbe potuto sistemare la gabbia in modo regolamentare. Chi pagherà i danni? Le autorità progettano di creare squadre di operai delle diverse specializzazioni, che, per una modica spesa, rimetteranno in ottimo stato i mobili e le pareti. Però lei prima ha domandato cosa diavolo faccio io con la mia orribile gabbia nella sua camera da letto. A mia volta le chiedo: crede che io mi trovi qui per mia propria volontà? Pensa che mi faccia piacere essere un tutelato?
— Ma a me non interessa se lei si trova qui per sua propria o per altrui volontà. Ciò che non posso sopportare è la sua gabbia nella nostra camera da letto.
— Non è una gabbia: questo termine ha la sgradevole connotazione di animali in cattività, idea opposta allo spirito umanitario che guida le nostre autorità. Nemmeno si può dire cella o carcere. Il suo nome tecnico è “ricettacolo di reinserimento”.
Questa rettifica irritò ancor più Susana:
— Perché nella nostra camera da letto? Perché nella nostra camera da letto? Perché nella nostra camera da letto? Perché? Perché? Perché?
— I deputati e senatori argentini sono persone intelligenti, colte, laboriose, austere e altruiste. In virtù di queste qualità hanno promulgato nuove leggi il cui insieme è stato denominato Regime di Reinserimento Sociale e che…
— Vuole farmi credere — lo interruppi — che lei si trova nella nostra camera da letto in virtù di queste nuove leggi?
Mise il cappello sull’indice sinistro e, prendendolo per l’ala con la mano destra, lo fece girare, mentre scuoteva la testa:
— Io sono solo un recluso: all’interno del sistema carcerario compio la funzione più umile. Voi godete del grado immediatamente superiore al mio. Dovreste conoscere la materia meglio di me. Però, in pratica, questo non succede mai, poiché io appartengo al sistema già da molti anni, mentre voi siete stati appena ammessi. Dovreste provar gioia per questa ammissione, ma non la provate: questo fenomeno, benché sia lontano dall’essere maggioritario, si presenta sempre. Quando conoscerete il testo delle nuove leggi, proverete non solo allegria, ma anche orgoglio:
Susana stringeva i pugni.
— Se mi permettono — aggiunse l’uomo — vi potrei fornire alcune informazioni sopra il Regolamento di Reinserimento Sociale…
— Sono ansioso di sentirle — la sua flemma mi risultava insopportabile.
— Le autorità, dopo aver studiato il vecchio sistema carcerario, si sono rese conto che non corrispondeva più alle esigenze della società moderna. Per conseguenza non hanno esitato a sostituirlo con un altro informato a principi di solidarietà. Mi spiego?
— Sì, sì, avanti — agitai le mani con impazienza.
— Il Regolamento di Reinserimento Sociale si basa su due principi correlati: A e B. Mediante A, si determina il progressivo reinserimento del prigioniero nella società; mediante B, si sostituisce il vecchio sistema di unità carcerarie collettive con altre di unità carcerarie individuali. Le ditte immobiliari distribuiscono i prigionieri nelle nuove abitazioni e, grazie a questa misura, le vecchie carceri vengono demolite per far spazio a parchi e piazze.
— Ma perché nelle nuove abitazioni?
— Quelle vecchie non hanno sempre condizioni estetiche gradevoli e possono influire in maniera negativa sulla psiche del prigioniero. Al contrario, un ambito moderno adattato a prigione influisce in modo molto benefico sul suo reinserimento nella società. Inoltre custodire un recluso deve causare gran gioia nei nuovi padroni di casa: è come se…
— Allora Susana ed io siamo i suoi guardiani e lei è il nostro prigioniero?
Deluso, tornò a scuotere la testa:
— Le autorità non usano i termini guardiani e prigionieri. Utilizzano tutori e tutelati, termini che si adeguano al principio A del sistema: il progressivo reinserimento del prigioniero nella società. Non vi sembra giusto?
— Ma io vedo che tanto le autorità quanto lei utilizzano la parola prigioniero.
— Questo solo in forma di metafora poetica, affinché i tutori comprendano le loro funzioni.
— Funzioni?
— Diciamo compiti. Sono pochi e semplici. Devono solo procurarmi, in quantità e qualità adeguate, pasti, abiti, assistenza medica e psicologica, esercizi di ginnastica, condizioni basiche di igiene, eccetera… Insomma le cose materiali a cui ha diritto un essere umano in quanto tale. È anche prevista la riabilitazione spirituale del tutelato mediante lo svago e l’informazione: mi spettano riviste, libri, televisore, impianto stereo…. Due sere alla settimana, martedì e giovedì, mi vengono a far visita degli amici di una certa età, persone che amano le carte e i dadi, che devono essere serviti di pasticcini e bevande.
— E quanti sarebbero?
— Mai più di otto o dieci. Così pure non ho abbandonato le mie pratiche sessuali: la sera di ogni sabato ricevo la signorina Cuqui, una bella ragazza, affascinante e colta. Una giovane con tanti pregi non potrebbe innamorarsi di me, per cui voi dovreste anche retribuire i suoi favori. Non conosco la tariffa perché odio occuparmi di cose così triviali come il denaro. Piuttosto devo ricordare che mi piace la musica e tre volte alla settimana (lunedì, mercoledì e venerdì) prendo lezioni di batteria da un ragazzo, affezionato alla musica delicata, che suona il rock e che non ha grandi pretese per il pagamento.
— Ma — chiese Susana — come potremmo farci carico di tante spese?
— Non ho mai avuto fortuna — tornò a scuotere la testa —. Altri colleghi sono stati alloggiati presso famiglie con una solida posizione economica… A volte la vita è ingiusta… Io vi consiglierei di descrivere il problema in una lettera-documento; a questa si deve allegare una nota aggiuntiva in originale più quattro copie in carta da bollo, controfirmata da un perito contabile ed un notaio; questa nota riporterà il dettaglio dello stipendio ed altre entrate in modo che i tutori possano evidenziare un considerevole bilancio negativo. Le autorità si impegnano a risolvere i problemi creati dai tutori; è perfino possibile che vi onorino di un contributo per tutori.
Tacque facendo capire di aver esagerato nel rivelare questa condizione di favore. Dovetti domandare:
— In cosa consiste il contributo per tutori?
— Consiste in un diritto ed un dovere. Per il primo aspetto le autorità vi procureranno adatti impieghi notturni: per esempio, il signore potrà far parte delle maestranze di qualche stazione ferroviaria dei dintorni di Buenos Aires; per quanto riguarda la signora, non credo che la signorina Cuqui si negherà a iniziarla nei misteri del suo apostolato. In cambio di questi privilegi, avrete l’obbligo di seguire i Corsi Olistici di Perfezionamento per Tutori: le sue tariffe sono abbastanza ridotte e i corsi si tengono nella città di Luján.
— A Luján! — dissi stupidamente — Così lontano?
— Mi non vi è obbligo di richiedere il contributo — rispose e aggiunse, sbadigliando — È già quasi ora di cena. Non ho gusti speciali: mi va bene qualunque cosa purché sia abbondante, variata, ben condita e accompagnata da vino rosso di ottima qualità.
Susana corse in cucina.
— Faccio sempre il bagno prima di cena. Questa è la chiave della cella.
Me la passò attraverso le sbarre. Aprii la porta e l’uomo uscì. Teneva in mano una piccola borsa sportiva che contrastava con la severità dei suoi abiti. E da questo contrasto emergeva adesso una paradossale sensazione di salute, forza, benessere.
— Non è necessario che tenga la chiave. La tengo io per entrare ed uscire perché mi dispiace disturbare la gente. Signora! — gridò — Può alzare un po’ il riscaldamento, per favore? E lei — mi disse — mi passi l’asciugamano pulito e non si dimentichi, per domani, di comprarmi una confezione di shampoo speciale per capelli tinti.
Obbedii. Si mise l’asciugamano attorno al collo; uscimmo dalla camera da letto e ci trovammo di fronte al bagno.
— Oso ricordarle che oggi è sabato ed è il giorno in cui viene la signorina Cuqui. Siccome è una persona molto pudica potrebbe trovarsi a disagio incontrando degli estranei per cui, per favore, questa notte, verso le undici e trenta, lei e la sua signora mi faranno la cortesia di uscire.
Appoggiò la mano alla maniglia:
— Utilizzo la camera matrimoniale: la scomodità della cuccetta regolamentare è sfuggita alla perspicacia delle autorità. Ah… lenzuola pulite, vi prego.
— E… quanto durerà… tutto questo?
— Potete rientrare alle tre e mezza o quattro delle mattina. Suoni una volta sola; se non riceve risposta, non insista; la signorina Cuqui è molto energica e quando termina il lavoro di solito cado in un sonno tanto meritato quanto profondo: in questo caso fate un giretto e rientrate alle dieci in punto: prima di quest’ora starò ancora riposando, e non rientrate nemmeno dopo le dieci, perché sono solito fare colazione alle dieci e un quarto.
Entrò nel bagno. Riuscii a chiedergli:
— A quanti anni è stato condannato?
— All’ergastolo — rispose e le sue parole giunsero soffocate dal rumore della doccia.

 
[Da: Los reyes de la fiesta, y otros cuentos con cierto humor, Madrid, Apache Libros, 2015, págs. 173-185. Taduzione di Alessandro Finzi]

 

martedì 16 gennaio 2018

IL GIARDINIERE di Peppe Murro

Da bambino guardavo incantato le notti stellate, avevo sempre sognato di andare lassù, da qualche parte del cosmo. Ed ora il sogno si era avverato, ma guardavo le mie mani rinsecchite, sentivo su di me il peso di anni indecifrabili. Perché? E dove, da qualche parte, c’era qualcuno con cui poter parlare, magari di quelli che avevo conosciuti… sapevo che erano pensieri sciocchi ed inutili.
Stavo lì, dentro quel globo trasparente a guardare un diverso cielo, ad osservare le due lune che splendevano a distanza, una rossa, l’altra bluastra. Stavo lì, in compagnia di quelli che avevano viaggiato con me: avevo messo i loro cadaveri nelle urne criogeniche se mai qualcuno fosse venuto ed avesse cercato di capire. E di capire pure come mai solo io fossi rimasto lì, a dispetto degli anni e dei raggi cosmici.
In questo gioco ad incastro della gravità, beffardo e misterioso, le albe ed i tramonti si susseguono come a rincorrersi in un balenio continuo di luce e tenebre: ti squassa occhi e pensieri questo balletto parossistico delle lune. Non so quali altri effetti produce su di noi, non l’ho mai saputo né voluto sapere, in fondo io dovevo fare solo il giardiniere, sia pure laureato. Sì, forse è meglio riderci sopra…
La sola cosa che mi pare importante da sottolineare è che questo aspetto del pianeta, dopo appena un mese terrestre che eravamo qui, aveva prodotto effetti devastanti: litigiosità e nervosismo, malesseri improvvisi…fino a quando si è arrivati a chiudersi ognuno nel proprio cubicolo, tralasciando ogni protocollo della missione.
E un giorno, quel giorno…
Ero uscito con grandi sforzi per la solita inutile e faticosa esplorazione della desolazione del pianeta. Quando sono tornato mi ha accolto un silenzio greve, nonostante tutte le luci fossero accese. Avvicinandomi ho visto che la porta stagna era aperta e mi sono subito allarmato; sono entrato e, in un brulicare di luci e qualche pannello fumante, ho visto chiazze di sangue dappertutto: i mie compagni erano tutti in un lago di sangue, Herman brandiva ancora nella mano un grosso tubo di ferro, Jodie era riversa a terra come una bambola spezzata, a testa in giù. In un angolo, con la faccia sfracellata c’era Sid, il più giovane di noi.
Non ricordo bene cosa ho fatto, o forse non voglio ricordare: credo d’aver chiuso la porta stagna e rimesso atmosfera nel locale,
Sì, ogni altra cosa è da dimenticare: qui fuori ci sono tre tumuli impolverati dal vento come sola testimonianza di quanto è successo. E poi ci sono io, da quanto tempo non lo so più. Le trasmissioni verso la terra sono finite da un pezzo, come pure la speranza che venga un aiuto qualsiasi.
Sono solo, Guardo le lune e do un nome alle costellazioni, come facevo da ragazzino, mentre guardavo, sognando il cielo stellato.
Sono qui. Invecchio qui, lungamente. E qui morirò.  
Tra poco aprirò la porta stagna, ed uscirò, da uomo, senza difese…io, “il giardiniere”.
Chissà se muore davvero chi sogna guardando le stelle?