sabato 22 ottobre 2016

UN NUOVO BLOG DI FANTASCIENZA


Carissimi amici (lettori e collaboratori),
con questa brevissima nota informiamo che Pegasus, dopo quattr’anni di pubblicazioni fantastiche, chiude, come suol dirsi, i battenti, pur restando online, perché validissimo patrimonio letterario.
Ma dalle ceneri del glorioso Pegasus nasce, oggi, un nuovo blog (si spera con gli stessi e altri collaboratori, con gli stessi e altri lettori da ogni parte del mondo) di racconti esclusivamente fantascientifici, come tali erano, inizialmente, i racconti pubblicati da Pegasus.
Soltanto racconti di fantascienza, lo ribadiamo, in modo che quanti hanno finora collaborato a Pegasus, con scritti fantastici in generale, possono continuare a farlo cimentandosi esclusivamente con la science fiction.
Un nuovo blog dunque, il cui titolo è:
ASIMOV - Racconti italiani e stranieri di SF.
Speriamo di poter continuare a vivere, attraverso ASIMOV, la stupenda avventura letteraria iniziata con Pegasus.
Ecco, di seguito, il link

mercoledì 19 ottobre 2016

SENZA TITOLO di Paolo Secondini

Si ritrovarono, all’improvviso, in un vasto spiazzo bianco e privo di rilievo.
Erano lì, ferme, come cadute dall’alto.
«Che senso abbiamo?» domandò, sbigottita, l’una all’altra.
«Non so… non riesco a capirlo… Forse siamo l’aborto di un raglio?»
«Una cosa è evidente: così vicine e per l’aspetto che abbiamo potrebbero scambiarci per due elle minuscole,» rispose la i maiuscola alla propria gemella.

sabato 8 ottobre 2016

OSSA DI ZUCCHERO di Frank Bernardi

 
Non veder, non sentir m’è gran ventura
Michelangelo

 
Gli abeti, non pochi, erano però assai spelacchiati, paurosi, come colpiti da qualche virus.
“Non li ricordavo – dissi a mia madre accanto a me in macchina – così brutti”.
“Cosa?”, chiese lei da sotto le spesse lenti affumicate. Non aveva capito a cosa mi riferissi.
“Gli abeti, mamma”, precisai, “gli abeti sono spelacchiati”.
“Davvero, Gianna? Non ci avevo mai fatto gran caso...”.
“Forse, mamma, sono sempre stati così”.
“Boh!”, concluse e la vidi addormentarsi in pochi attimi. Russava.
Sette chilometri ancora fino al passo, poi una bella discesa e saremmo giunte al paese.
E sinceramente continuavo a chiedermi per quale motivo mi fossi offerta di accompagnare mia madre Alda al paese. Erano ormai svariati anni che mi rifiutavo di partecipare a quella delirante cerimonia sulla quale nessuno pareva avere niente da ridire o commentare. Questa volta una molla del cervello era malauguratamente saltata: di mia sponte, quasi con inspiegabile entusiasmo – che aveva in qualche misura sorpreso anche una donna semianestetizzata come mia madre - avevo aderito alla paurosa iniziativa, del tutto inutile nonché demenziale comunque si rigirasse la cosa. Già vedevo la porta antica che s’avanzava, l’unico rudere decente del nostro paesello insieme alle vecchie mura. La vettura con figlia e madre la stava attraversando a velocità assai moderata. Facile figurarsi che quell’arco fosse soprattutto la porta di un inferno custodito con cura.
Vetrine e vetrinette, le stesse. Io, la stessa. Mia madre, la stessa. Tutto è lo stesso, malgrado il tempo, tutto è sottratto al tempo. Io, la donna più brutta del quartiere e forse anche della città intera, o perlomeno fra le più brutte. Si comincia dalla faccia, che ha l’indubbio monopolio su tutto il resto, viso malamente scolpito, non finito. O, più in dettaglio: viso da criceta, forse da topa di fogna o magari topa da esperimento. Con fila di denti superiori mai coperti dalle troppo sottili labbra, talvolta violacee talvolta verdi e quasi trasparenti. Dipende da come cade la luce, se è artificiale o solare. Dipende. Con mento che si salda mollemente al busto, escludendo la possibilità di collo. Corpo da scricciolo, sottosviluppato, facile da stritolare. Con esili braccia, che magari ogni tanto si mettono a tremare. Con mani minuscole. Con unghiette piccole e ben curate, almeno quello. Con capelli perennemente unti e calanti (ma perché?). Con gobba. Non così pronunziata, certo, ma comunque un dettaglio, di cui non c’era bisogno, che si somma ad un quadro generale già spaventoso di suo. Non si può inoltre tacere della voce, anzi vocina, piccola, minuscola, tutta frequenze alte, altissime, sgraziate, tanto da muovere al riso l’ascoltatore. Tutto sembra un cartone animato, ma in realtà sono io, la più sgraziata e disgraziata delle donne, dotata non di voce ma di disco che si ode dalle viscere di una bambola Furga.
Poi, come accennavo, ho le ossa di zucchero, graziosissime da frantumare. Forse faranno, ove maciullate, un rumore da scheletro di quaglia d’allevamento, pigolante e prigioniera nel pugno dello chef boia. Una stretta più forte e decisa: e io reclinerò il collo in avanti, docile e cadavere. Cosa che in realtà non mi è tanto facile realizzare da sola nel mondo degli uomini, un po’ per rabbia mia profonda, un po’ per costrizioni oggettive. In altri termini: non m’ammazzo perché spero di vendicarmi, di rifarmi, di avere giustizia. E perché c’è mia madre, l’odiata. “Non puoi darle anche questo dispiacere”. Tutti i giorni, domenica esclusa, salva la messa centrale, fuori casa con codesta per la passeggiata di rito, entro la quale si fa rientrare anche la cerimonia della spesa e dell’irrisione celata - nei miei confronti - da parte dei negozianti. Alcuni bottegai sono ormai morti: li ho conosciuti sin da quando ero bambina e già brutta come oggi, e mia madre, triste sempre, colpevole sempre, mi portava nei fondi bui e impregnati di spezie, incatramati, ove mi spettava una sottile fettina di mortadella da assaggio. Guai se la mortadella non ci fosse stata; trattavasi di una sorta di compensazione. All’inizio perché ero piccola, poi per il mio stato mostruoso. Dalla bottega fino ai neon di supermercati ove l’esposizione agli sguardi del pubblico è massima e ove occorre un robusto allenamento psicologico per non soccombere, sebbene ciò che la gente pensa sia sempre la stessa cosa: guarda che mostro, giriamoci dall’altra parte. “Guarda che orrore, poveraccia, ma certo sarà abituata ad essere osservata”. “Come, del resto, si può evitare di guardarla”. Come, del resto, si può evitare di guardarmi? Vorrebbe dire essere privi della vista. E poi c’è al solito mia madre, non bella ma neppure un mostro come me: tollerabile, in fondo. Coi suoi baffi da vecchia, ma questo è quasi nulla. Mia madre che cammina dietro di me, mai davanti. Una bella coppietta, dunque, anche se risulta poco chiaro se io sia la guardiana di mia madre oppure ella la mia tutrice, l’angelo badante, del resto responsabile della mia venuta al mondo. La quale genitrice, credo io, non si renda perfettamente conto del tipo di gravame che mi ha consegnato dandomi alla luce. O meglio: sente, come un animale, di aver fatto un grave sbaglio, percepisce la colpa su di sé, ma sa anche come ridurre la questione, nel suo intimo, ad un nulla. Il tutto le viene naturale e insieme le conviene.

(Fine prima parte di abbozzo di stesura, estate 2016, Roma)

  

lunedì 19 settembre 2016

LA PRIGIONE PERFETTA di Peppe Murro

Ho passato la Curvatura di Nohr.
Nelle mie innumerevoli vite ho visitato pianeti inenarrabili e traversato polveri stellari. Le dimensioni dello spazio-tempo mi sono ormai familiari, la mia ricerca mi ha portato oltre ogni confine immaginabile.
Finché sono giunto qui, ed ho visto.
Miliardi di unità organiche affannate da infinite emozioni si incontrano e si scontrano nei giri del pianeta, ma non è questa la cosa importante... anche in altri posti ho visto le emozioni generare crudeltà e illusioni, pure altrove ho visto indifferenza e violenza sposarsi con tranquillità.
La cosa che ho trovato meravigliosa e definitiva è altra: queste unità organiche hanno, come tante, uno sviluppo ed una fine, ma c'è una particolarità: quando sono piccoli si comportano come se ne avessero molti di più, mentre quando sono nel pieno vigore della loro età i comportamenti degradano verso atteggiamenti infantili. Questo, da quanto mi dice il computer neutronico, non è dovuto alla loro natura, ma tutto dipende da un aggeggio che portano in mano e con cui comunicano affannosamente ogni cosa con qualsiasi altra unità. Telefonino la chiamano.
E neppure questa è la cosa strabiliante, ma il fatto che tale comunicazione avviene attraverso un programma di condivisione globale. È questo che li rende felici, è questo che annulla crescita e pensiero.
Sono felici di comunicare qualunque cosa, il più delle volte con un tasso di razionalità prossimo al nulla; e tutti sono ogni momento connessi con gli altri, a dirsi nient'altro che suoni. Ripeto, sono felici in questa loro incomprensibile attività e sembra non abbiano altri desideri, mentre si complimentano a vicenda del solo fatto di comunicare.
È la condizione perfetta e finalmente l'ho trovata.
 Certo, come da protocollo, mi sono attivato subito per eliminare ogni possibile ostacolo alla sua esistenza (solo quattro o cinque unità che si affannavano a gridare "chiudiamo facebook"): le ho semplicemente cancellate inserendole nel rumore che quel programma generava, non daranno mai alcun fastidio.
D'altronde, non potevo mica mettere in pericolo la scoperta di questa perfetta prigione, dove tutti sono istupiditi e contenti ?! da piccoli chattano il niente, da grandi cancellano se stessi gridando di esistere con la stessa stupidità... già, quale più perfetta prigione potevo trovare?
Manderemo qui i nostri criminali e li faremo contagiare con questa malattia.
Consegnerò i risultati al mio costruttore, ora posso anche smettere di rinascere.

giovedì 1 settembre 2016

NERO COME LA NEVE di Piero Persiani




Non sarebbe stato facile, questa fu la prima cosa che pensarono quando furono almeno un po' e iniziarono a discutere sul da farsi. Poi, man mano che aumentarono di numero, la soluzione si presentò da sola. Deciso s'era deciso, ma tante cose, all'inizio, non le sapevano, o almeno non sapevano di poterle fare. Poi impararono, e iniziarono a muoversi. Erano circa una cinquantina là sotto, e da allora non erano aumentati più di numero. Ma erano abbastanza. Parlavano, e sempre della stessa cosa. Dapprima non si capivano, slavi sì, ma di paesi diversi. Senza contare gli italiani, pochi, che erano stati i primi, e qualche africano, la cui apparizione aveva dato colore al gruppo. Parlavano sempre della stessa cosa. La stessa cosa. Andare via.


 

***

Fuori dalla finestra la neve, bianca, scendeva copiosa, silenziosa e morbida. Era una condizione che capitava di frequente da quelle parti, e la sua villetta, isolatissima, era proprio in uno dei punti più alti della zona, sul passo del Cimino. Non una grande altitudine, ma abbastanza. Era solo, era il tramonto, che arrivava presto nelle serate d'inverno e col cielo grigio di nubi. La luce del lampione esterno illuminava la danza dei fiocchi che cadevano irriverenti sul dietro della casa e sul casotto per gli attrezzi. Viveva solo, per tutti, ma lui solo non era. Li aveva visti. Li aveva visti tornare da dove credeva di averli definitivamente chiusi, cancellati, sepolti. E invece li aveva visti. Erano tornati. Gli avevano detto che erano state le urla a farli tornare. E con le urla il ricordo. E con il ricordo la rabbia. Ed erano tornati. Era quasi impazzito, allora. Quasi? diciamo pure la verità, era impazzito. I capelli dal terrore erano divenuti improvvisamente bianchi, bianchi come la neve. Aveva smesso la professione, era un musicista di livello, affermato. Sua moglie lo aveva abbandonato. Era ricorso alle cure di uno specialista, uno psichiatra. E questi, naturalmente incredulo di fronte al racconto dei fatti, gli aveva imposto di affrontare i suoi incubi. I suoi incubi. Così aveva fatto, e quando erano tornati, una volta, ci aveva parlato e stretto un patto. Gli aveva proposto la rinuncia alle lezioni di violino, che impartiva regolarmente soprattutto a figli di immigrati e bisognosi, e loro, in cambio, sarebbero scomparsi. Sulle prime non accettarono, volevano vendicarsi a tutti i costi. Lui ribatté, e gli chiese di pensare a quanti dei loro cari avrebbero sofferto, lui morto e venuta a galla la verità. Non molti di loro avevano parenti o familiari ancora in vita, non molti, ma alcuni sì. Avrebbero sofferto ancora. E allora acconsentirono. A patto che lui non si fosse mai allontanato da lì per continuare altrove. Scomparvero. Lui restò solo, ma solo non si sentiva. Oramai era buio già da un po' e decise di andare a dormire. La neve scendeva copiosa, ma se una cosa aveva imparato, era che nulla di bianco può coprire una coscienza nera. Fu un assopirsi. Poi la sensazione. Erano anni che la temeva, erano anni che l'aspettava. Sapeva che prima o poi, in qualche modo, in qualche maniera, sarebbero tornati. Non avrebbero mai tenuto fede al patto. E ora erano lì. Tutt'intorno al suo letto. Lo guardavano, feroci, con il loro ghigno, la loro rabbia. Trasparenti, opachi, eterei. Alcuni con ancora indosso gli indumenti laceri con cui erano morti. Quelli del giorno in cui li aveva uccisi, dopo averli sottoposti ad ogni genere di abusi e sevizie. Gli dissero che il patto era rotto, infranto. Del resto con uno come lui non si fanno patti. Solo la forza, capisce, uno come lui, ed ora erano lì per ucciderlo. Poi, gli dissero ridendo, sarebbero finalmente andati via, lontano, finalmente a suonare, come lui quel giorno gli aveva promesso, che sarebbero andati via, lontano, a suonare. Che lui gli avrebbe insegnato. Invece li aveva seviziati, uccisi e bruciato i corpi. Ma prima doveva morire. Morire. La risata invase la stanza. Gli si fecero sotto, fin sui bordi del letto, e poi sempre più vicino. Erano gelidi, vitrei, grigi. Il freddo lo invase, il suo terrore gli bloccò il respiro, il cuore, se mai ne aveva avuto uno, si fermò. Restò una stanza buia, e un vecchio morto con gli occhi, spalancati, in cui si rifletteva il terrore di una terribile punizione.

 
***

Qualche centinaio di chilometri, ma ne valeva la pena. L'ultimo tratto di strada era stato difficile in particolar modo, ingombrato com'era dalla neve, ma ce l'aveva fatta nonostante il suo furgoncino fosse vecchio e malandato, ce l'aveva fatta. Aveva aspettato il calare della notte e stava per entrare. Era assai curioso. Quella telefonata, il giorno prima, incredibile. Il suo fratellino, che poi era il suo fratello maggiore, che però lui non poteva fare a meno di ricordare come un bambino, perché erano bambini l'ultima volta che si erano visti e parlati. Erano all'orfanotrofio di Timinsoara, ed erano uniti come solo due fratelli orfani potevano esserlo. Non si dividono due fratelli in orfanotrofio, ma l'occasione era veramente importante, e se tutto fosse andato bene si sarebbero ricongiunti, anni dopo, d'accordo, ma in un Paese straniero, liberi, e forse addirittura con una casa e un lavoro. Suo fratello più grande aveva la passione per la musica, era un portento con il violino, ed era arrivato l'invito ad andare a perfezionarsi in Italia, un famoso musicista offriva ai bambini orfani di talento un'opportunità. Così lo vide partire. E poi non si seppe più nulla. Lui, dal suo canto, non aveva nessuna qualità, o forse la più importante, sapeva sopravvivere. Ed era sopravvissuto, infrangendo regole, accettando compromessi, spesso umiliazioni, e a sua volta impartendole. Era arrivato anche lui in Italia, anni prima, ma non con una borsa di studio, nel vano merci di un camion. Ed ora viveva di furti, lavori di muratura, piccoli trasporti. Come avesse fatto il suo fratellino a trovare il suo numero di cellulare, oltretutto clonato, era un mistero. Eppure quella voce era la sua, seppur così lontana, profonda, quasi cavernosa. La sua, del suo fratellino. La stessa inflessione, le stesse espressioni che solo loro, nella loro solitudine di orfani, usavano l'uno con l'altro. Gli aveva comunicato il nome di una località sperduta tra i monti cimini. Gli aveva detto che era un buon colpo, un buon bottino. Avevano riso a quel punto, lui gli aveva detto che se gli proponeva una cosa del genere un musicista di certo non era diventato. Il fratellino, tra uno scherzo e l'altro, gli aveva risposto che no, musicista non era diventato, ma che voleva suonare, a tutti i costi, e che si sarebbero incontrati lì, e lui doveva portarlo via. Era prigioniero o qualcosa del genere. Avevano di comune accordo chiuso la comunicazione, non si parlava di certe cose per telefono. E poi c'era poco da dirsi, si sapeva come andava la vita per quelli come loro. Un padroncino infame gli aveva probabilmente sequestrato il passaporto e lo costringeva a lavorare per due soldi. Ma insieme gliel'avrebbero fatta vedere loro. Gli avrebbero tolto tutto e sarebbero andati a spassarsela, uniti, come ai vecchi tempi. Non certo senza aver prima impartito una severa lezione all'infame. Scacciò pensieri e idee e scavalcò il cancello, era buio, il posto isolatissimo, il silenzio era interrotto solo dal fragrante cedere della neve sotto i suoi passi. Una breve perlustrazione, costruzione a due piani, un casotto a dire il vero molto grande per gli attrezzi, giardino curato così così, del resto era tutto coperto da uno spesso velo bianco. Restò in attesa di qualche segno di vita, per un po', ma nulla, nessun rumore. Che il fratellino gli avesse tirato un bidone? Oramai era lì e non sarebbe certo tornato indietro a mani vuote, non aveva nemmeno i soldi per la benzina del furgone. Infranse il vetro di una finestra e fu dentro. Faceva più freddo che fuori. Girò gli interruttori della corrente elettrica e la luce mostrò una casa che andava in malora. Salì al piano di sopra, quello delle stanze da letto. Sembravano abbandonate da anni, tranne una. In un letto disfatto ammuffiva il cadavere di un vecchio, gli occhi spalancati, nero per effetto del freddo, i denti in mostra da una bocca distorta, un'espressione di terrore. Doveva essere morto da giorni, forse settimane, col freddo chi poteva dire. Di sicuro morto male. Tutt'intorno al letto delle foto crudeli, orrende, insane. Un uomo che abusava di creature piccole, minuscole. Le torturava, rideva in piedi davanti a piccoli corpi esanimi. Restò immobile, mentre il disgusto gli stritolava piano lo stomaco. Lui era un duro, lui era un duro, cominciò a ripetersi per reagire, rimettersi in moto.  La finestra della stanza si aprì piano, mossa da una brezza fuori contesto in quel panorama di orrore immobile. E andò a sbattere su una custodia, che cadde. Una custodia di violino. Solo allora si mosse, aprì la custodia e trovò uno strumento antico, che sembrava di valore, anzi, era certamente di valore. La rabbia gli diede energia, prese lo strumento e lo ridusse in mille pezzi, furioso. Il cadavere cadde dal letto, con un rumore soffocato dalle lenzuola, e si fermò in una posa sconcia, di dolore. Oramai in preda all'ira, cominciò a devastare la casa in cerca di bottino, bottino, bottino. Lui era un ladro, e a parte cadavere e foto, bisognava far presto in quelle situazioni. Il respiro si calmò e si concentrò sull'efficienza delle proprie azioni. Arraffò tutto quello che sembrava aver qualche valore e dopo pochi minuti era già nel furgone. Era andata, ma poco denaro, solo oggetti, argenteria, piccoli monili, due orologi, targhe di partecipazione a concerti che forse si potevano fondere. Il silenzio, il gelo e il buio lo circondavano. Era notte fonda. E lui era un duro. Si era fatto spaventare dal cadavere e dalle foto, ma ne aveva viste e vissute di storie così, in orfanotrofio era roba quotidiana. Sorrise e scese di nuovo dal furgone, finalmente calmo. Una casa isolata, pedofili o meno, nessuno gli avrebbe impedito di vuotarla per bene e a fondo. Pochi istanti dopo stava forzando la serratura di quello che sembrava il casotto ove riporre gli attrezzi da giardino, anche se un po’ troppo grande. Aperta la porta e girato l'interruttore della luce stavolta si illuminò la stanza del tesoro. Non era un casotto per gli attrezzi, era un piccolo museo. Ai muri, appesi, decine di violini con relativa custodia. Si fregò le mani. Un attimo. Poi invece iniziò a piangere. Accanto ad ogni strumento la foto del piccolo proprietario. Foto di bambini sorridenti, ben vestiti, spesso con un violino, in posa con un adulto, probabilmente il vecchio più giovane. No, non era un museo, era un cimitero, l’orrenda sala di trofei di un mostro. Una prigione, dove erano rinchiuse le anime di quei piccoli sventurati. Cercò, e nemmeno troppo a lungo. Suo fratello gli sorrideva, dalla foto, era contento che lo avesse trovato. Allora fu certo, solo allora, e seppe con esattezza cosa doveva fare. Ripose tutti i violini nelle custodie, con la relativa foto, tranne una, che dopo aver baciato infilò nel portafoglio. Poi trasportò tutto nel furgone. Li avrebbe venduti o regalati, non importava, e avrebbero suonato ancora. Chissà dove, ma lontano da lì. Anche quello che gli era più caro. Soprattutto quello.
 

lunedì 29 agosto 2016

INTERMEZZO di Paolo Durando

Sollecito
Accoliti Spa (accoliti@ea.rth  
a: Francesca Tura                          
15 gen      8:30
Gentile prof.ssa Tura,
dopo aver tentato inutilmente di contattarla ai numeri di telefono fisso e cellulare in possesso della Accoliti Spa, speriamo che risponda a questa mail.
Da un recente controllo dei dati, risulta che mancano ancora due sue firme nella pratica che la riguarda, nonché il timbro dell’Istituto scolastico in cui insegna, che ci risulta essere il liceo Abdul Khemal.
Immaginiamo che lei sappia che, se non rimedia a queste mancanze, potrebbe andare incontro a pesanti conseguenze. Queste, ovviamente, non riguarderebbero solo lei ma anche i suoi familiari.
La preghiamo pertanto di presentarsi al più presto ai nostri uffici, gli orari di apertura: 9-12  15-18.
Cordiali Saluti
Dott. O. Sarek
Re: Sollecito
Francesca Tura (francescatura@gmail.com)
a: Accoliti Spa                                  15 gen  h 17.03
Signor Sarek, ho ricevuto la vostra mail, ma non capisco di cosa si tratta.
Io non conosco nessuna Accoliti Spa, non ho nessuna pratica in corso. Deve trattarsi di un equivoco. Quanto alle telefonate che dichiarate di avermi fatto, forse ricordo di averle ricevute. Non avevo risposto perché ho deciso di ignorare i numeri sconosciuti. Solo per sbaglio ho aperto questa mail, avendo confuso stupidamente l’oggetto per il mittente (Sollecito è il cognome di un mio caro collega). Mi riprometto in futuro di non aprire d’istinto le mail perché poi mi sento obbligata a rispondere, il che è seccante e mi porta anche via del tempo prezioso.
Francesca Tura
Re: Re: Sollecito (accoliti@ea.rth)
a: Francesca Tura                        
15 gen. 18:25    
Signora Tura,
forse è lei ad essere caduta in equivoco.
Noi sappiamo bene chi è lei, dove abita, conosciamo i suoi  progetti, che poi costituiscono il motivo per cui si è rivolta alla nostra organizzazione. Non pensiamo che abbia un problema di identità o di memoria, ma se lei continuasse a misconoscerci sarebbe quanto meno imbarazzante. Ci troveremmo costretti a presentarci al vostro domicilio e chiarire la questione in corso secondo modalità che potrebbero non essere piacevoli.
Confidiamo nel suo buon senso e aspettiamo di riceverla nella nostra sede, per discutere definitivamente la vostra posizione.
Dott. O. Sarek
Re: Re: Re: Sollecito
Francesca Tura (francescatura@gmail.com)
a: Accoliti Spa                        
16 gen  h 12:17
Signor Sarek,
La informo che sono stata alla polizia postale per sporgere denuncia. Vi intimo di non disturbarmi oltre, in quanto non ho mai avuto contatti con lei e con la Accoliti Spa.
Francesca Tura
Help!
Francesca Tura   (francescatura@gmail.com)
a: Selma Grava                                 17 gen     21:08
Carissima Selma,
non rispondi al cell, c’è qualche problema?  
Ho ricevuto telefonate ed ora anche mail inquietanti da una sedicente Accoliti Spa, per quanto io non riesca ad avere informazioni su un’azienda con questo nome. Se cerco su Internet non risulta. Ho chiesto ai colleghi e anche loro non l’hanno mai sentita nominare. Ma sembrava che fingessero…
Ho presentato una denuncia alla Polizia Postale e mi hanno detto che non potranno fare molto e che probabilmente si tratta di uno scherzo.
Non mi è mai capitata una cosa del genere e ti confesso che mi è venuta un po’ paura. Non riesco più a stare tranquilla a casa da sola. Non è che per caso domani potresti venire da me e fermarti un paio di giorni? Tra single ci siamo sempre capite… Sarà un’occasione per parlare un po’. E’ tanto che non lo facciamo, non trovi?
Re: Help!
Selma Grava (selmagra@libero.it)
a: Francesca Tura                                17 gen   00:02
Francesca?
Non ho amiche con questo nome, temo che tu abbia sbagliato indirizzo.
Mi dispiace che tu sia in difficoltà. Parli di quell’organizzazione, la Accoliti. Se ti può servire, posso confermarti che anch’io non so di cosa si tratti. Mi chiamo Selma, è vero, ma non siamo amiche, anche se magari sarebbe stato bello esserlo, e forse lo sarà.
Spiacente e comunque saluti.
Selma Grava
 Rispondimi
Francesca Tura (francescatura@gmail.com)
a: Alda Costantini                       17 gen   00:32
Cara mamma,
mi trovo in un incubo.  
Ero preoccupata per delle mail assurde ricevute da una certa Accoliti Spa, che dice di avere in corso una pratica molto importante che mi riguarda. Io non so niente e, per quanto rovisti nei ricordi degli ultimi mesi o anni, non mi torna alla mente nulla che possa riguardare questa misteriosa azienda.
Ho scritto a Selma, ma mi ha risposto un’omonima. Eppure ero convinta che l’indirizzo fosse giusto. Al telefono non risponde nessuno. E anche tu, mamma, perché non ti fai viva?
Ah se potessi venire subito da te, come se non fosse successo nulla. Come se tu non fossi ad andata ad abitare a R.  con quello stronzo! Ho provato decine di volte a chiamarti stamattina.
Sto impazzendo. Non oso provare a chiamare altri amici perché qualcosa mi dice… oh beh, insomma, forse sono un po’ fuori di testa. Rispondimi appena puoi.
!!!
Francesca Tura (francescatura@gmail.com)
a: Alda Costantini                       18 gen   13:21
Niente da fare.
Ho chiamato Luca, Roberto, Silvia. Persino Katia, che non sento da almeno otto anni. Nessuno ha risposto, nessuno! Mamma, solo tu puoi mettere ordine in questo improvviso caos. Ti prego, rispondimi presto! Sono scesa in strada, sono stata nel panificio e mi guardavano tutti in modo strano. Ho cercato di camminare, di guardarmi intorno. La giornalaia, quello del bar, persino l’imam, tutti avevano quel sorrisetto… Non so cosa avessero per la testa, qualcosa di inquietante, di terribile.
Non erano loro. Lo so che ora pensi che io sia impazzita eppure ti dico questo, che non erano loro! Erano stati sostituiti da dei sosia perfetti!
Capisco che si potrebbe ridermi in faccia eppure ne ho la certezza. Sembrano loro, i soliti abitanti di questo quartiere del cazzo di questa città di merda.
Ma non lo sono. Punto. Non lo sono.
Richiesta
Francesca Tura (francescatura@gmail.com)
a: Nuova Mente                              18 gen  19:08
Ho letto del vostro soccorso psichiatrico, vi scrivo perché non sto per niente bene.
Ho dei sintomi inequivocabili di quella che pare si chiami sindrome di Capgras.
Su wikipedia  leggo che chi ne è colpito vive nella certezza che familiari e amici siano stati rimpiazzati da  impostori a loro identici. Nel mio caso anche i semplici conoscenti! Chiedo urgentemente un colloquio. Gradirei una risposta sollecita. Vi prego. Non so più cosa fare.
Re: Richiesta di aiuto
Nuova Mente (nuovamente@ea.rth)
a: Francesca Tura                                 19 gen  10:02
Gentile signora Tura,
indubbiamente i sintomi che descrive sono preoccupanti. La sindrome a cui lei si riferisce, tuttavia, è molto rara. Per invitarla ad una riflessione che abbia uno spessore, la invitiamo a conoscere più approfonditamente il modo in cui questa sintomatologia è stata trattata. Servirà quantomeno a farla sentire meno sola. Non è l’unica, in ogni caso,  che ha avuto o creduto di avere la sindrome di Capgras.  La invitiamo, nello specifico  a scaricarsi il racconto di fantascienza “L’invasione degli ultracorpi”, di Jack Finney, da cui Don Siegel ha ricavato un famoso film negli anni ’50 del secolo scorso. Potrebbe procurarsi il dvd. Ne sono stati fatti dei remake, ma nessuno è all’altezza della prima versione.
Dopo, se vorrà, potrà riscriverci per prendere un appuntamento.
Si rilassi o, almeno, provi a farlo. È importante.
Missione codice 15299874
Accoliti Spa (accoliti@ea.rth)
A: Comitato Centrale                                 22 gen    6:24
Missione compiuta.
Il caso anomalo di Francesca Tura è stato risolto con la consueta efficienza.
Ci siamo presentati a casa sua alle 14,30 di ieri, 21/01/2020. Abbiamo constatato come lei si fosse effettivamente procurata il dvd del film che le abbiamo suggerito e l’avesse visionato. Almeno ha avuto la risposta che cercava, poveretta.
Abbiamo proceduto subito alla sostituzione, essendo il baccello maturo da tempo.
Ora abbiamo le sue due firme che mancavano e il liceo ha provveduto a fornire la dichiarazione timbrata. Da oggi Francesca Tura è dei nostri. Ordinaria amministrazione.
Quante anomalie come la sua restano da affrontare? Poche, sempre meno. Ma comunque alcune migliaia da queste parti. Gli italiani sono sempre gli ultimi, in Europa. Più diffidenti e meno solerti nel presentarsi ai nostri uffici, accumulano ritardi che inficiano l’ organigramma, obbligandoci a numerosi interventi in loco. Dobbiamo solo avere pazienza.
Il metodo l’abbiamo e dobbiamo ringraziare, per questo, Jack Finney.
Una cosa del genere, a noi, non sarebbe mai venuta in mente.

martedì 16 agosto 2016

IL VETERANO di Fabio Calabrese

Questa mattina, dopo essermi alzato, ho guardato fuori dalla finestra del mio alloggio. È una giornata limpida, senza nuvole. Il cielo è di un bell'azzurro intenso, c'è un gradevole tepore e l'aria è pregna dei profumi dell'erba fresca, dei fiori, dei pollini. La stagione sta cambiando, e ormai siamo decisamente entrati nella primavera.
Così ho deciso, mi sono vestito e sono andato a fare una camminata al parco. Le aiuole sono ricoperte dal verde tenero dell'erba nuova, e gli alberi hanno rimesso a nuovo le loro chiome dopo la pausa invernale. L'aria è piena dei richiami degli uccelli e dei brusii degli insetti.
Come mi aspettavo, ci sono bambini che giocano sulle altalene e sulle giostre sotto lo sguardo vigile dei nonni, e madri che spingono le carrozzine. Dopo aver camminato un po', mi siedo su di una panchina e mi guardo intorno assaporando, quasi bevendo tanta serenità. Pare quasi una cosa impossibile dopo le esperienze atroci della guerra.
Dopo un poco, mi passa accanto un anziano che tiene per mano il nipotino. Vedo che il bambino lancia di sottecchi un'occhiata incuriosita alla decorazione che tengo come al solito appuntata sul petto del giubbotto.
Sento che chiede bisbigliando:
“Nonno, chi è quel signore?”
“E' uno degli eroi che hanno salvato il nostro mondo”, sento che risponde l'anziano.
Scusate la vanità, ma udendo quelle parole, non posso fare a meno di provare un piacevole brivido di fierezza. Però subito dopo, ecco la stura a una lunga serie di ricordi di cose che preferirei poter dimenticare.
Vedete, prima che tutto cominciasse, non ci tenevo proprio a essere un eroe, non ci pensavo nemmeno. Le mie aspirazioni erano quelle di tutti quanti: finire gli studi, trovare un lavoro che mi appagasse e mi desse tranquillità economica, mettere su famiglia con la ragazza che amavo. Sembra passata un'enormità di tempo da allora, letteralmente un altro mondo.
Poi, quando nessuno se l'aspettava, successe. Successe quello che per decenni ci avevano assicurato che fosse diventato impossibile: un improvviso squilibrio, una rottura nelle relazioni internazionali sfuggì di mano. All'improvviso scoppiò la guerra, tutto il nostro mondo cambiò bruscamente per sempre, nulla sarebbe mai stato più la stessa cosa.
Fui richiamato alle armi, mi fu data una divisa. Dopo un mese di addestramento idiota a stare in riga, allineati e coperti, attenti-riposo, io e il mio gruppo fummo mandati al fronte a impiegare quelle armi di cui ci avevano sommariamente spiegato il funzionamento.
Eravamo nella fanteria d'assalto che operava in appoggio ai corazzati. Toccava a noi proteggerli ai fianchi e alle spalle dai cecchini con le armi anticarro, seguirli nelle loro punte offensive allargando gli sfondamenti, distruggere i nidi di mitragliatrici. Era un compito duro, ce ne rendemmo presto conto, man mano che molti di noi erano impietosamente falcidiati nei combattimenti.
Io però fui relativamente fortunato fino a quando non ci mandarono all'assalto di quel maledetto bunker che i cannoni dei nostri carri avevano danneggiato assai meno di quel che sembrava. Eravamo scattati in avanti per liquidare le ultime resistenze nemiche, o almeno così credevamo, quando fui centrato in pieno dalla granata di un obice ben mimetizzato.
Fu un lampo, un istante, feci in tempo a comprendere che per me era finita, la cosa fu così rapida che non ebbi nemmeno il tempo di provare dolore.
Stranamente, mi risvegliai alla coscienza, ma le sensazioni che percepivo erano tutte distorte, come se provenissero da qualcosa che non era il mio corpo. Impiegai del tempo a capire cosa fosse successo. Quel proiettile aveva spappolato il mio corpo, ma il cervello era rimasto intatto. Tempestivamente recuperato, ero stato inserito in un programma sperimentale per trasformare i soldati nelle mie condizioni, mutilati o peggio, in driver di corazzati o sistemi d'arma
Come lo compresi, maledissi quei dannati: prima mi avevano tolto la mia vita per la loro sporca politica, poi la mia umanità trasformandomi in una macchina, senza nemmeno lasciarmi il diritto di morire in pace.
Li maledissi, li odiai, ma poi finii per provare anche una sensazione di amaro piacere, quello di avere un corpo indistruttibile che se la rideva delle mitragliatici, sentire il terreno sotto i cingoli come sotto i piedi, di notte accendere gli infrarossi e vederci come di giorno. Sparare, caricare il potente cannone di cui ero dotato e seminare la distruzione, era semplicemente come sputare. Voglio essere sincero, nei momenti degli assalti finivo per provare una specie di ebbrezza selvaggia.
Poi successe di nuovo qualcosa che nessuno aveva previsto: era intervenuta una nuova forza a spazzare via con un pugno d'acciaio i combattenti dell'una e dell'altra parte. Fui catturato e riconvertito. In pratica mi furono cambiate le insegne e mi rimisi all'opera, tanto, a quel punto, una parte valeva l'altra.
La guerra giunse al termine con una rapidità sorprendente. Riebbi un corpo sintetico ma umano, e fui congedato, congedato CON ONORE.
Mi alzo dalla panchina e mi dirigo verso il bar. Da un lato c'è la fila dei ragazzini che acquistano gelati e dolciumi, dall'altro ci sono i tavolini della caffetteria. Vedo che a un tavolino è seduto il guardiano del parco. Non avendo in realtà molto da fare, è venuto anche lui a consumare qualcosa.
Lo saluto con un gesto della mano, siamo vecchi amici. Essendo entrambi dei cyborg, abbiamo subito solidarizzato.
“Se non l'hai già preso, ti offro un caffè”, dico.
Lui annuisce e mi ringrazia mentre vado a sedermi vicino a lui.
È anche lui un cyborg, ma con una storia molto diversa dalla mia, è un terminator, e anche di loro ne sono rimasti pochi, quelli che come lui sono stati riconvertiti come guardiani o simili, la maggior parte sono stati smantellati. Non essendoci più esseri umani, tranne che in questa riserva-memoriale del mondo scomparso, non essendoci più nessuno da terminare, erano diventati inutili.
Porto la tazzina alle labbra e assaporo il caffè lentamente.
Questo mio corpo sintetico è meraviglioso; ho quasi le stesse sensazioni gustative del mio vecchio corpo umano.
Skynet è stato generoso.