lunedì 12 febbraio 2018

Il GATTO di Pierre Jean Brouillaud

 
Enorme, quel felino! Gigantesco!Intagliato nella montagna.In verità, la scultura è l’intera montagna. Trecento metri d’altezza.Un gatto seduto.I suoi occhi, mostruose agate gialle con fessure nere striate di filamenti dorati. Giorno e notte, fissi, aperti. Essi vi attraggono, faro che segnala una riva sconosciuta, pista illuminata in attesa dell’atterraggio.
Secondo i dati disponibili, i baffi del “gatto” servirebbero da antenne. Le orecchie, triangolari, come nell’originale, si orientano secondo il rumore prodotto. Capterebbero il minimo suono emesso entro un centinaio di chilometri.
Eravamo in orbita. Altitudine: 4OO km. In ottanta minuti si faceva il giro del pianeta fino a tornare al Gatto.
Dietro al plexiglass, osservavamo, affascinati.
Ci lasciammo sedurre per un po’. E ci saremmo gettati sulla bestia, finendo per schiantarci tra le sue gambe.
Ferma! Ferma!
Inutile dire che l’abbiamo fermato. Cosa? Il sistema di atterraggio automatico.
All’ultimo istante.
Poi, la luminosità di quegli occhi si è indebolita. Sembrava che ESSI avessero capito che questa volta la loro trappola non aveva funzionato.
Almeno, non funzionato come previsto. Come ESSI l’avevano previsto. Di LORO non sapevamo tutto, eravamo lontani da questo. Eravamo venuti per controllare, perché il rapporto redatto da quelli dell’astronave Alpha aveva dei buchi. Parecchi buchi.
Da cos’era motivata la nostra azione: ESSI si comportavano come pirati, come quei sabotatori che una volta pareva accendevano fuochi sulla riva per ingannare le barche. Così coloro che si avvicinavano alla riva si fracassavano sugli scogli, offrendo il loro carico ai ladri.
Il Monte stava in agguato su una via che in teoria avrebbe anche potuto essere molto frequentata.
I nostri Astrocargo minerari spesso scomparivano. Avevamo scoperto sulle pendici del Gatto dei detriti di veicoli abbattuti e saccheggiati.
Tutt’intorno a quel sistema solare erano sorte stazioni che sono praticamente dei mini-pianeti nei quali si esercitano molte attività spesso lucrative e talvolta illegali. Dove proliferano racket di ogni tipo e ove si aggira ogni sorta di avventuriero.
Il Gatto e i pianeti. Una storia lunga.
Tra i “passeggeri” delle nuove missioni che hanno seguito quelle di colonizzazione del sistema solare c’erano anche dei gatti. Persino il nostro Capitano Alcott ne ha uno.
Come si erano comportati quegli animali?
Si erano perfettamente adattati e riprodotti. Erano divenuti non solo delle mascotte, ma, soprattutto, unimmagine, un simbolo della vita sul pianeta madre, un animale molto popolare anche tra i terrestri installati nelle basi più recentemente create.
Purtroppo un focolaio di peste felina, probabilmente venuto dallo spazio (in quanto non è un male dilagante sulla Terra) avrebbe presto causato l’estinzione della specie su Venere.
Il che ha lasciato un profondo rammarico tra quei coloni.
Bisogna anche dire che in numero crescente costoro sono ora impegnati in pratiche sempre più assimilabili alla pirateria. Così limmagine stessa di questa nostalgia per un animale divenuto mitico ispirò probabilmente la trasformazione di quello che sarebbe diventato il Monte Gatto.
Ed eccoci qua!
Ora avevamo a bordo un commando del DIP, la dogana interplanetaria, che ci avevano raggiunto con una speciale navetta, sempre pronti a intervenire e fare la pulizia necessaria. Avevamo anche un passeggero considerato “volontario”, in realtà un criminale pentito che conosceva i segreti del Monte Gatto, quelli che ne controllano l’accesso, nonché la rete interna, un vero labirinto. In effetti, la montagna è vuota. Nei passaggi e cavità, che sono le interiora del Gatto, viene stivato il bottino dei pirati che poi lo vendono a prezzi elevati nel mercato nero delle stazioni e delle colonie. Si può ancora parlare di “mercato nero”, tanto questa pratica è comune e considerata da molti come “normale”?
È giunto il momento! Nella pancia del Gatto si nasconde il centro che comanda tutta la rete. È il posto giusto per colpire.
Come entrarvi?
Ecco che arriva Mabick, il “pentito”.
Il punto debole della “Fortezza” è un accesso nascosto su uno dei fianchi della montagna. Mabick conosce il codice.Proviamo. Tre volte.Hanno cambiato il codice!
Cosa fare?
Il pentito crede di ricordarsi che spesso ESSI abbiano la tendenza a mantenere lo stesso insieme di numeri scambiandoli.
Quante combinazioni?
Idiota! Non è così...
Ma Mabick insiste. Se provassimo... Un bagliore. La porta si muove...Il diaframma si apre!
Il commando dei marine è sul piede di guerra. Ora tocca a loro.
Monte Gatto scompare. Solo un orecchio esce dalla nebbia, di cui si avvolge il pianeta.
Ora sapete tutto, quasi tutto del ruolo che abbiamo giocato laggiù.
Il commando ha compiuto la sua missione. Anche noi. La prossima missione ci attende.
(Traduzione : Giorgio Sangiorgi)

lunedì 5 febbraio 2018

CANI AGILI di Paolo Durando

 
Si vedeva il mare, vasto e accecante, dall'acropoli. Ci si chiedeva perché occorressero tutte quelle anfore. La giovane donna era sul punto di scendere le scale, portandosene via un paio. Borbottava qualcosa, si poterono cogliere alcune parole, che avevano a che fare con “il decoro di una dovuta accoglienza”. Ma noi non volevamo che restasse a piedi scalzi sui gradini di pietra.
“Lo sai,” le abbiamo detto, “noi non crediamo che tu debba ancora servirci!”. Ci mettemmo a scrivere su una parete scabra. C'era un'allieva di Antistene che ci guardava, con le mani appiccicose. Ci si ricordava bene di tutte le acciughe che aveva cucinato. C'era molta luce, l'aria era tersa. Ci venne in mente che, venendo da lontano, avremmo passato lì la notte. E domani avremmo ripreso la nostra vita randagia. Io stessa, l'acronica, scrissi, con attenzione: ”autarchia”, ma in quel momento arrivarono mia madre e un cugino che non vedevo da vent'anni.
Quella delle anfore era scomparsa e noi decidemmo di raggiungerla giù per le scale. Doveva capire che non era più una schiava. Che era nato un nuovo concetto, quello dell'uguaglianza vera, sostanziale. Mio cugino estrasse dal chitone un pezzo di pane all'anice, dapprima senza forma, poi vagamente umano. 
“È Socrate,” mi disse, protendendo le labbra leziosamente: “Tieni, mangiatelo, ché è buono, Socrate.”
 

mercoledì 24 gennaio 2018

REINSERIMENTO SOCIALE di Fernando Sorrentino


Alla memoria del mio idolatrato K.

Passammo la nostra luna di miele a Bariloche. La sera di un sabato tornammo a Buenos Aires desiderosi di inaugurare il nostro bilocale.
In camera da letto trovammo una gabbia.
Era identica, seppure più grande, alle gabbie per pappagalli. Aveva una base circolare di circa tre metri di diametro e sbarre verticali che, come meridiani, si andavano riunendo in alto fino a culminare in un vertice acuto che sfiorava il soffitto
Per fare spazio alla gabbia avevano spostato il letto e i comodini nel settore pranzo e avevano compresso contro una parete la tavola e le quattro sedie. Ostruite dal letto sarebbe stato difficile aprire gli armadi. Mobili, pavimento e pareti mostravano colpi e strisciate.
Dentro la gabbia c’era un uomo pallido dai capelli rossicci. Dava l’impressione di estrema accuratezza, anche un po’ anacronistica. Vestiva un doppiopetto nero, con fini righe grigie, camicia bianca inamidata, cravatta scura; scarpe nere ben lucidate; sulle ginocchia teneva un cappello grigio, altrettanto pulito, altrettanto antiquato e altrettanto nuovo come il resto della sua persona. Questi elementi di un’altra epoca che parevano appena prodotti mi ispirarono una idea molesta di utensileria, di mascheramento, di ricostruzione archeologica.
Tutto questo lo riscontrammo più tardi. Da principio Susana ed io rimanemmo turbati. L’uomo attese che ci calmassimo e disse con tono monotono:
— Non vi aspettavo oggi. Secondo le mia informazioni — consultò un libretto — avreste dovuto tornare domani notte. Il cronogramma è ben chiaro: “venerdì 12, installazione del tutelato; sabato 13, giornata di adattamento fisico e psicologico; domenica 14 arrivo dei tutori”. E oggi, se non sbaglio, è sabato 13.
— Certamente — risposi — abbiamo anticipato il ritorno. È sgradevole tornare poche ore prima di dover riprendere il lavoro.
— È più spiacevole ricevere gente prima del previsto. Al signor Rocchi non piacciono queste mancanze di formalità che, peraltro, disturbano i miei progetti per questa notte.
— Il signor Rocchi? Il proprietario dall’azienda immobiliare?
— Chi se no? Lui personalmente si è occupato di effettuare le pratiche necessarie. Sono faccende non semplici né rapide. Però il signor Rocchi sostiene che tutti i cittadini debbano impegnarsi col massimo zelo per applicare e far applicare le leggi.
Decisi di rimettere le cose a posto.
— Leggi? Che leggi sono queste? E da quando questo Rocchi, un semplice commerciante, ha il potere di far applicare le leggi?
L’uomo continuò, sempre con tono monotono:
— Lei è una persona che ancora non conosce la vita. Inoltre le nozze le hanno impedito di rendersi conto di certi cambiamenti introdotti nella legislazione relative agli immobili. Per esempio il signor Rocchi è adesso un magistrato. E anche lei è, entro certi limiti, un magistrato.
— Io un magistrato? — tentai una risata incredula.
— Non proprio: piuttosto una specie di ausiliario dei magistrati.
— Dunque un ausiliario del signor Rocchi?
— Sarei imprudente nell’anticipare le decisioni delle autorità. Tuttavia — abbassò la voce — può prendere questa informazione come strettamente confidenziale.
— E perché mi fa questa confidenza?
— La mia regola d’oro, signore, è saper convivere. Dal momento che passeremo abbastanza tempo sotto lo stesso tetto…
— Abbastanza tempo sotto lo stesso tetto!
— Così è, signore. Io sono più vecchio di lei: trent’anni, o forse più. Ho progredito poco; mi trovo nel gradino più basso della scala carceraria: sono solo un prigioniero. In cambio lei è ancora un uomo libero e ha già raggiunto il primo livello nella carriera carceraria: il grado di ausiliario.
Allora esplose Susana:
— Mai nella mia vita ho sentito tante stupidaggini tutte assieme! Il problema principale è: cosa diavolo sta facendo quest’uomo con la sua orribile gabbia nella nostra camera da letto? E inoltre: chi e perché ha spostato il letto e i comodini in camera da pranzo? Chi pagherà i danni che sono stati prodotti con il trasloco?
— Mia giovane signora, non posso approvare i toni, un po’ aspri, della sua preoccupazione. Vi sono questioni di ordine pratico. Lo spostamento del letto è stato inevitabile perché, in caso contrario, non si sarebbe potuto sistemare la gabbia in modo regolamentare. Chi pagherà i danni? Le autorità progettano di creare squadre di operai delle diverse specializzazioni, che, per una modica spesa, rimetteranno in ottimo stato i mobili e le pareti. Però lei prima ha domandato cosa diavolo faccio io con la mia orribile gabbia nella sua camera da letto. A mia volta le chiedo: crede che io mi trovi qui per mia propria volontà? Pensa che mi faccia piacere essere un tutelato?
— Ma a me non interessa se lei si trova qui per sua propria o per altrui volontà. Ciò che non posso sopportare è la sua gabbia nella nostra camera da letto.
— Non è una gabbia: questo termine ha la sgradevole connotazione di animali in cattività, idea opposta allo spirito umanitario che guida le nostre autorità. Nemmeno si può dire cella o carcere. Il suo nome tecnico è “ricettacolo di reinserimento”.
Questa rettifica irritò ancor più Susana:
— Perché nella nostra camera da letto? Perché nella nostra camera da letto? Perché nella nostra camera da letto? Perché? Perché? Perché?
— I deputati e senatori argentini sono persone intelligenti, colte, laboriose, austere e altruiste. In virtù di queste qualità hanno promulgato nuove leggi il cui insieme è stato denominato Regime di Reinserimento Sociale e che…
— Vuole farmi credere — lo interruppi — che lei si trova nella nostra camera da letto in virtù di queste nuove leggi?
Mise il cappello sull’indice sinistro e, prendendolo per l’ala con la mano destra, lo fece girare, mentre scuoteva la testa:
— Io sono solo un recluso: all’interno del sistema carcerario compio la funzione più umile. Voi godete del grado immediatamente superiore al mio. Dovreste conoscere la materia meglio di me. Però, in pratica, questo non succede mai, poiché io appartengo al sistema già da molti anni, mentre voi siete stati appena ammessi. Dovreste provar gioia per questa ammissione, ma non la provate: questo fenomeno, benché sia lontano dall’essere maggioritario, si presenta sempre. Quando conoscerete il testo delle nuove leggi, proverete non solo allegria, ma anche orgoglio:
Susana stringeva i pugni.
— Se mi permettono — aggiunse l’uomo — vi potrei fornire alcune informazioni sopra il Regolamento di Reinserimento Sociale…
— Sono ansioso di sentirle — la sua flemma mi risultava insopportabile.
— Le autorità, dopo aver studiato il vecchio sistema carcerario, si sono rese conto che non corrispondeva più alle esigenze della società moderna. Per conseguenza non hanno esitato a sostituirlo con un altro informato a principi di solidarietà. Mi spiego?
— Sì, sì, avanti — agitai le mani con impazienza.
— Il Regolamento di Reinserimento Sociale si basa su due principi correlati: A e B. Mediante A, si determina il progressivo reinserimento del prigioniero nella società; mediante B, si sostituisce il vecchio sistema di unità carcerarie collettive con altre di unità carcerarie individuali. Le ditte immobiliari distribuiscono i prigionieri nelle nuove abitazioni e, grazie a questa misura, le vecchie carceri vengono demolite per far spazio a parchi e piazze.
— Ma perché nelle nuove abitazioni?
— Quelle vecchie non hanno sempre condizioni estetiche gradevoli e possono influire in maniera negativa sulla psiche del prigioniero. Al contrario, un ambito moderno adattato a prigione influisce in modo molto benefico sul suo reinserimento nella società. Inoltre custodire un recluso deve causare gran gioia nei nuovi padroni di casa: è come se…
— Allora Susana ed io siamo i suoi guardiani e lei è il nostro prigioniero?
Deluso, tornò a scuotere la testa:
— Le autorità non usano i termini guardiani e prigionieri. Utilizzano tutori e tutelati, termini che si adeguano al principio A del sistema: il progressivo reinserimento del prigioniero nella società. Non vi sembra giusto?
— Ma io vedo che tanto le autorità quanto lei utilizzano la parola prigioniero.
— Questo solo in forma di metafora poetica, affinché i tutori comprendano le loro funzioni.
— Funzioni?
— Diciamo compiti. Sono pochi e semplici. Devono solo procurarmi, in quantità e qualità adeguate, pasti, abiti, assistenza medica e psicologica, esercizi di ginnastica, condizioni basiche di igiene, eccetera… Insomma le cose materiali a cui ha diritto un essere umano in quanto tale. È anche prevista la riabilitazione spirituale del tutelato mediante lo svago e l’informazione: mi spettano riviste, libri, televisore, impianto stereo…. Due sere alla settimana, martedì e giovedì, mi vengono a far visita degli amici di una certa età, persone che amano le carte e i dadi, che devono essere serviti di pasticcini e bevande.
— E quanti sarebbero?
— Mai più di otto o dieci. Così pure non ho abbandonato le mie pratiche sessuali: la sera di ogni sabato ricevo la signorina Cuqui, una bella ragazza, affascinante e colta. Una giovane con tanti pregi non potrebbe innamorarsi di me, per cui voi dovreste anche retribuire i suoi favori. Non conosco la tariffa perché odio occuparmi di cose così triviali come il denaro. Piuttosto devo ricordare che mi piace la musica e tre volte alla settimana (lunedì, mercoledì e venerdì) prendo lezioni di batteria da un ragazzo, affezionato alla musica delicata, che suona il rock e che non ha grandi pretese per il pagamento.
— Ma — chiese Susana — come potremmo farci carico di tante spese?
— Non ho mai avuto fortuna — tornò a scuotere la testa —. Altri colleghi sono stati alloggiati presso famiglie con una solida posizione economica… A volte la vita è ingiusta… Io vi consiglierei di descrivere il problema in una lettera-documento; a questa si deve allegare una nota aggiuntiva in originale più quattro copie in carta da bollo, controfirmata da un perito contabile ed un notaio; questa nota riporterà il dettaglio dello stipendio ed altre entrate in modo che i tutori possano evidenziare un considerevole bilancio negativo. Le autorità si impegnano a risolvere i problemi creati dai tutori; è perfino possibile che vi onorino di un contributo per tutori.
Tacque facendo capire di aver esagerato nel rivelare questa condizione di favore. Dovetti domandare:
— In cosa consiste il contributo per tutori?
— Consiste in un diritto ed un dovere. Per il primo aspetto le autorità vi procureranno adatti impieghi notturni: per esempio, il signore potrà far parte delle maestranze di qualche stazione ferroviaria dei dintorni di Buenos Aires; per quanto riguarda la signora, non credo che la signorina Cuqui si negherà a iniziarla nei misteri del suo apostolato. In cambio di questi privilegi, avrete l’obbligo di seguire i Corsi Olistici di Perfezionamento per Tutori: le sue tariffe sono abbastanza ridotte e i corsi si tengono nella città di Luján.
— A Luján! — dissi stupidamente — Così lontano?
— Mi non vi è obbligo di richiedere il contributo — rispose e aggiunse, sbadigliando — È già quasi ora di cena. Non ho gusti speciali: mi va bene qualunque cosa purché sia abbondante, variata, ben condita e accompagnata da vino rosso di ottima qualità.
Susana corse in cucina.
— Faccio sempre il bagno prima di cena. Questa è la chiave della cella.
Me la passò attraverso le sbarre. Aprii la porta e l’uomo uscì. Teneva in mano una piccola borsa sportiva che contrastava con la severità dei suoi abiti. E da questo contrasto emergeva adesso una paradossale sensazione di salute, forza, benessere.
— Non è necessario che tenga la chiave. La tengo io per entrare ed uscire perché mi dispiace disturbare la gente. Signora! — gridò — Può alzare un po’ il riscaldamento, per favore? E lei — mi disse — mi passi l’asciugamano pulito e non si dimentichi, per domani, di comprarmi una confezione di shampoo speciale per capelli tinti.
Obbedii. Si mise l’asciugamano attorno al collo; uscimmo dalla camera da letto e ci trovammo di fronte al bagno.
— Oso ricordarle che oggi è sabato ed è il giorno in cui viene la signorina Cuqui. Siccome è una persona molto pudica potrebbe trovarsi a disagio incontrando degli estranei per cui, per favore, questa notte, verso le undici e trenta, lei e la sua signora mi faranno la cortesia di uscire.
Appoggiò la mano alla maniglia:
— Utilizzo la camera matrimoniale: la scomodità della cuccetta regolamentare è sfuggita alla perspicacia delle autorità. Ah… lenzuola pulite, vi prego.
— E… quanto durerà… tutto questo?
— Potete rientrare alle tre e mezza o quattro delle mattina. Suoni una volta sola; se non riceve risposta, non insista; la signorina Cuqui è molto energica e quando termina il lavoro di solito cado in un sonno tanto meritato quanto profondo: in questo caso fate un giretto e rientrate alle dieci in punto: prima di quest’ora starò ancora riposando, e non rientrate nemmeno dopo le dieci, perché sono solito fare colazione alle dieci e un quarto.
Entrò nel bagno. Riuscii a chiedergli:
— A quanti anni è stato condannato?
— All’ergastolo — rispose e le sue parole giunsero soffocate dal rumore della doccia.

 
[Da: Los reyes de la fiesta, y otros cuentos con cierto humor, Madrid, Apache Libros, 2015, págs. 173-185. Taduzione di Alessandro Finzi]

 

martedì 16 gennaio 2018

IL GIARDINIERE di Peppe Murro

Da bambino guardavo incantato le notti stellate, avevo sempre sognato di andare lassù, da qualche parte del cosmo. Ed ora il sogno si era avverato, ma guardavo le mie mani rinsecchite, sentivo su di me il peso di anni indecifrabili. Perché? E dove, da qualche parte, c’era qualcuno con cui poter parlare, magari di quelli che avevo conosciuti… sapevo che erano pensieri sciocchi ed inutili.
Stavo lì, dentro quel globo trasparente a guardare un diverso cielo, ad osservare le due lune che splendevano a distanza, una rossa, l’altra bluastra. Stavo lì, in compagnia di quelli che avevano viaggiato con me: avevo messo i loro cadaveri nelle urne criogeniche se mai qualcuno fosse venuto ed avesse cercato di capire. E di capire pure come mai solo io fossi rimasto lì, a dispetto degli anni e dei raggi cosmici.
In questo gioco ad incastro della gravità, beffardo e misterioso, le albe ed i tramonti si susseguono come a rincorrersi in un balenio continuo di luce e tenebre: ti squassa occhi e pensieri questo balletto parossistico delle lune. Non so quali altri effetti produce su di noi, non l’ho mai saputo né voluto sapere, in fondo io dovevo fare solo il giardiniere, sia pure laureato. Sì, forse è meglio riderci sopra…
La sola cosa che mi pare importante da sottolineare è che questo aspetto del pianeta, dopo appena un mese terrestre che eravamo qui, aveva prodotto effetti devastanti: litigiosità e nervosismo, malesseri improvvisi…fino a quando si è arrivati a chiudersi ognuno nel proprio cubicolo, tralasciando ogni protocollo della missione.
E un giorno, quel giorno…
Ero uscito con grandi sforzi per la solita inutile e faticosa esplorazione della desolazione del pianeta. Quando sono tornato mi ha accolto un silenzio greve, nonostante tutte le luci fossero accese. Avvicinandomi ho visto che la porta stagna era aperta e mi sono subito allarmato; sono entrato e, in un brulicare di luci e qualche pannello fumante, ho visto chiazze di sangue dappertutto: i mie compagni erano tutti in un lago di sangue, Herman brandiva ancora nella mano un grosso tubo di ferro, Jodie era riversa a terra come una bambola spezzata, a testa in giù. In un angolo, con la faccia sfracellata c’era Sid, il più giovane di noi.
Non ricordo bene cosa ho fatto, o forse non voglio ricordare: credo d’aver chiuso la porta stagna e rimesso atmosfera nel locale,
Sì, ogni altra cosa è da dimenticare: qui fuori ci sono tre tumuli impolverati dal vento come sola testimonianza di quanto è successo. E poi ci sono io, da quanto tempo non lo so più. Le trasmissioni verso la terra sono finite da un pezzo, come pure la speranza che venga un aiuto qualsiasi.
Sono solo, Guardo le lune e do un nome alle costellazioni, come facevo da ragazzino, mentre guardavo, sognando il cielo stellato.
Sono qui. Invecchio qui, lungamente. E qui morirò.  
Tra poco aprirò la porta stagna, ed uscirò, da uomo, senza difese…io, “il giardiniere”.
Chissà se muore davvero chi sogna guardando le stelle?

domenica 7 gennaio 2018

PUBBLICO IMPIEGO di Fabio Calabrese

Enrico non riusciva a reprimere un crescente senso di irritazione. Il direttore l'aveva spedito in archivio a cercare una pratica, ma invece di essere un affare di pochi minuti, la faccenda si stava prolungando. Qualcuno doveva averla classificata in maniera erronea, e ora era introvabile come se fosse sprofondata nel fondo dell'oceano.
Guardò con impazienza l'orologio, erano le undici e cinquantacinque. Dappertutto le pareti dell'ufficio erano state tappezzate di avvisi che spiegavano che per quel giorno il servizio al pubblico terminava a mezzogiorno, perché il personale era convocato per un'assemblea di formazione/aggiornamento.Si guardò attorno con disperazione: era incredibile che nell'era dell'elettronica ci fossero ancora tanti scartafacci cartacei che se ne stavano sugli scaffali a ingiallire e a ricoprirsi di polvere, ma forse la loro funzione era ecologica, quella di offrire agli acari e agli allergeni della polvere un ambiente favorevole dove prosperare e riprodursi.
Guardò l'orologio una seconda volta: ora era mezzogiorno e tre minuti. Non c'era alternativa: doveva mollare la ricerca della pratica e correre all'assemblea. Uscì dall'archivio e si diresse a grandi passi verso la sala riunioni.
I corridoi dell'ufficio erano deserti. Enrico giunse sulla porta della sala riunioni da cui non proveniva nemmeno un brusio.
La spalancò e rimase sorpreso. La sala era completamente al buio, le tapparelle erano state ermeticamente abbassate.
Fece alcuni passi in avanti incerto.
“Tanti auguri!”
Il grido squarciò le tenebre seguito da un fragoroso applauso. Subito dopo, qualcuno accese la luce.
I suoi colleghi erano tutti lì, e su un tavolo era stata piazzata una grossa torta.
“Alberti”, gli disse il direttore, “Non si preoccupi per quella pratica, non esiste, era solo una scusa per tenerla fuori ancora un po' intanto che le preparavamo la sorpresa”.
Sul tavolo accanto alla torta erano stati collocati dei bicchieri di plastica, e ora era comparsa una bottiglia di spumante che qualcuno si stava affrettando a stappare.
“Auguri, vecchio mio, congratulazioni!”, stavano dicendo i colleghi mentre gli massacravano le spalle a forza di pacche amichevoli almeno nelle intenzioni dichiarate.
Nel frattempo, sia pure lentamente, i neuroni di Enrico Alberti avevano ripreso a funzionare.
No, quel giorno, lo sapeva bene, non era il suo compleanno ma quello di suo nonno. Un momento dopo realizzò che fin allora, tranne pochi amici intimi, i colleghi non si erano mai ricordati del “suo” compleanno o si erano al più limitati a rivolgergli qualche breve rase di augurio.
Possibile che gli fosse sfuggita? Quella doveva essere una ricorrenza particolarmente importante. Infatti, gli venne in mente subito dopo, quel giorno se fosse stato ancora in vita, suo nonno avrebbe toccato il secolo.
“Buon compleanno, Enrico Alberti, ma quell'Enrico Alberti si era dipartito da questa valle di lacrime già da alcune decine d'anni.
Lo sapevano tutti, e tutti facevano finta di non saperne niente. Era iniziato naturalmente in sordina verso la fine del XX secolo, quando i governi avevano cominciato ad alzare l'età pensionabile. La scusa era l'aumento dell'aspettativa di vita della popolazione, ma la ragione vera era il crescente indebitamento degli enti previdenziali, infatti, quando fu chiaro che l'aspettativa di vita non si stava per nulla allungando, ma stava anzi incominciando a scendere a causa dei cattivi stili di vita, sedentarietà ed eccessi alimentari, la tendenza a innalzare sempre più l'età della pensione non si era affatto invertita.
Gli anziani erano costretti a rimanere al lavoro sempre più a lungo, e questo faceva diventare ancor più aleatoria la speranza dei giovani di trovare un impiego.
Nessuno sapeva di preciso dove e quando la cosa era iniziata, ma un giorno qualcuno, un anziano che anelava a godersi gli ultimi anni in santa pace, con un figlio che ambiva a entrare nel mondo del lavoro, si era fatto sostituire dal figlio truccato da anziano, un tipo di travestimento che poi il trascorrere del tempo rendeva sempre meno necessario.
Ovviamente l'esempio si era diffuso dando luogo a una sorta di feudalesimo non dichiarato. Tutti gli impiegati del ministero lo erano di seconda o terza generazione, anche perché erano decenni che non si facevano più concorsi pubblici.
Il problema apparentemente più difficile era quello di cosa fare quando la persona sostituita da un familiare sul posto di lavoro veniva a mancare, perché non risultasse ufficialmente deceduta, ma per quello c'era una soluzione relativamente semplice: bastava rivolgersi ai cinesi, e di solito c'era una colonia cinese in ogni città di una qualche importanza. Costoro avevano pratica di come far sparire cadaveri. Da molto tempo ormai, quando uno di loro moriva, il suo corpo veniva fatto sparire e i suoi documenti servivano per regolarizzare la posizione di qualche altro suo connazionale immigrato.
Versando una congrua mancia, erano disponibili a occuparsi anche dei corpi dei nativi. Cosa ne facessero, era qualcosa che Enrico preferiva non indagare, anche se per la verità il fatto che nei ristoranti cinesi fossero sempre disponibili piatti come il maiale in agrodolce e il vitello con bambù, che di fatto consistevano in coriandoli di carne staccata dall'osso sulle cui origini nessuno avrebbe potuto giurare, gli faceva nascere inquietanti sospetti. Da quel tipo di locali, a ogni modo, cercava sempre di tenersi lontano.
Qualcuno mise in mano a Enrico un piatto di plastica con una fetta di torta, e un bicchiere, sempre di plastica, riempito di spumante.
“Alla sua salute, caro Alberti”, disse il direttore, “Cento anni portati splendidamente!”
Enrico alzò il bicchiere nel gesto del brindisi, subito imitato dai colleghi.
“Per questa ricorrenza”, proseguì il direttore in tono trionfale, “Noi tutti abbiamo pensato di farle un regalo”.
Porse a Enrico un astuccio.
Enrico lacerò la carta del pacchetto e aprì la scatoletta.
Guardò l'oggetto stupito: era un orologio placcato oro. Strano, gli venne da pensare, sembrava il tipo di regalo più adatto a un pensionamento che a un compleanno. Fu in quel momento che realizzo: cento anni significavano per l'appunto il raggiungimento dell'età pensionabile, una meta che ormai toccava a pochi se non per interposti discendenti. C'era solo un piccolo particolare: lui in realtà di anni ne aveva quarantasei.
Enrico si avvicinò “alla signora” Martini bisbigliando:
“Sistemati, hai un seno storto”.
“Martini” (quello non era il suo cognome, ma quello da nubile della madre) non aveva avuto molta fortuna, aveva ereditato il posto non dal padre ma dalla genitrice, e così gli toccava venire al lavoro in gonna, parrucca e seno finto. Tutti sapevano che non era una donna, e tutti fingevano di non accorgersene.
“In questo non è stato solerte, Alberti”, stava dicendo il direttore, “Non si è preoccupato per nulla del suo imminente pensionamento, si direbbe quasi che se ne fosse dimenticato. Ma non si preoccupi, abbiamo pensato a tutto noi. Basta che lei venga domattina a ritirare le sue cose e a firmare un paio di moduli”.
 
Enrico Alberti s'incamminò sentendosi mortalmente triste: il giorno prima aveva regolarmente concluso l'orario di lavoro che era terminato con la festa di pensionamento. Naturalmente, ed era stata la cosa più difficile, aveva raccontato della questione a casa.
Marta aveva cercato di tranquillizzarlo.
“Non ti preoccupare”, gli aveva detto, “Abbiamo abbastanza soldi da parte per vivere tranquillamente finché non trovi un altro lavoro”.
Enrico tuttavia era tutt'altro che tranquillo: trovare lavoro non era per nulla facile, soprattutto per chi avesse passato i quarant'anni. La pensione, sufficiente appena per un anziano che non avesse particolari problemi di salute, era del tutto insufficiente per una famiglia di quattro persone con due figli agli studi. La liquidazione, quando fosse arrivata, avrebbe dato un po' di sollievo, ma fino a quando?
Riportò l'attenzione sullo scatolone che teneva fra le mani: era quasi vuoto. Tutto quel che gli rimaneva di decenni di lavoro era un po' di cancelleria e un portaritratti che era rimasto nel fondo di un cassetto: conteneva due foto, in una c'era la sua povera mamma, nell'altra lui da bambino. Era stato di suo padre quando era succeduto al nonno e prima di passare la mano a lui.
Si guardò in giro fissando i muri della città e le persone che gli passavano accanto formando un'indistinta entità anonima, la folla, sconosciuti ciascuno con i propri problemi, e che di certo non si preoccupavano dei suoi. Provò un profondo senso di scoramento.
 
Il tempo passava, era un susseguirsi di giornate vuote e di ricerche frenetiche. Enrico aveva mandato in giro e più spesso portato curricoli un po' dappertutto, parlato con tantissime persone, tutto senza risultato. Intanto, il conto in banca si assottigliava sempre di più.
Quel giorno Enrico era tornato dai Mercati Generali. Fin allora la sua attività lavorativa era stata sedentaria di tipo impiegatizio, ma era disposto a fare qualunque cosa, anche lo scaricatore o il facchino, ma con grande delusione si era dovuto accorgere che quel tipo di lavoro non esisteva praticamente più, sostituito dai carrelli robotizzati.
Rientrando in casa, vide una busta nella cassetta della posta: era una busta formato A4 di quel colore giallo spento che solo i ministeri continuavano a usare.
Non poteva essere una comunicazione riguardante la liquidazione, era ancora troppo presto, e poi...Vide che il mittente era il ministero dei Beni Culturali.
Una speranza folle s'impadronì del suo animo...e se fosse stata una lettera di assunzione...uno dei tanti concorsi che suo padre o suo nonno avevano fatto nei decenni precedenti, magari classificandosi agli ultimi posti di lunghe graduatorie che però ora si avvicinavano al loro esaurimento?
Resistette alla tentazione di aprire subito la busta, voleva farlo di fronte a Marta.
Fece i gradini delle scale a quattro per volta.
Il Signore dà, il Signore toglie, sia benedetto il nome del Signore, ma se torna a dare di nuovo, che sia due volte benedetto!
Si precipitò nel salotto di casa dove lo attendeva Marta.
Lacerò la busta e scorse la lettera che gli ballava davanti agli occhi per l'eccitazione.
Era veramente una lettera di assunzione. I Beni Culturali...però l'idea di lavorare con qualcosa di artistico, la trovava allettante. In quel momento gli sembrò che il cuore gli scoppiasse dalla gioia.
Marta gli prese la lettera dalle mani e cominciò a leggerla a sua volta.
“No”, disse, “Non è un concorso che ha fatto tuo padre, ma tua madre. E' meglio che cominci ad allenarti a camminare coi tacchi alti”.

 

lunedì 1 gennaio 2018

LA FOGLIA di Teresa Regna

Mi hanno rinchiuso in questa struttura fin dal giorno in cui cadde la foglia. Dicono che sono matto, ma io so di aver ragione. Non so come dimostrarlo, però, quindi sono stato condannato ed etichettato.
Da quando hanno chiuso i manicomi, le persone ‘fuori di testa’ vengono internate in posti a metà strada tra gli ospedali e le case-famiglia. Non si sta troppo male, se si riesce a fare l’abitudine ai comportamenti allucinati o strambi degli altri ‘ospiti’.
C’è chi urla, chi si strappa i vestiti di dosso, chi mangia di continuo e chi non sa nemmeno tenere in mano il cucchiaio. E poi ci sono quelli come me: hanno assistito a un fenomeno inspiegabile e hanno avuto la malaugurata idea di raccontarlo in giro.
Sono vivo per miracolo, ma questo particolare non interessa a nessuno, dato che non ho parenti prossimi o amici intimi. Ero già considerato un tipo strambo, al quale era stata appiccicata l’etichetta ‘solitario’. Stare bene con se stessi è considerato un po’ folle, nella nostra frenetica società. Tutti si affannano a riempire il tempo da trascorrere da soli con telefonate, impegni mondani, secondi lavori o amori a perdere. Io non l’ho mai fatto.
Lei mi chiede cosa mi ha portato qui, dottore. La capisco: è ancora giovane e idealista, e probabilmente sta pensando che riuscirà a guarirmi. Non può, però, perché io non sono affatto malato. Mi è successo un evento inspiegabile, tutto qui.
Vuole che glielo racconti? Bene. Si tenga forte, perché stiamo per decollare verso il regno dell’impossibile.
Qualche mese fa stavo andando a trovare un mio conoscente, in un paesino di campagna, e percorrevo una stradina costeggiata da alberi di ogni tipo e dimensione, quando è accaduto.
 
Era autunno, e sui rami protesi verso il cielo terso le foglie avevano dei colori magnifici, che andavano dal giallo chiaro al marrone intenso. Procedevo quasi a passo d’uomo, incantato dallo stupendo spettacolo che la natura mi regalava.
All’improvviso una foglia si è staccata da un ramo altissimo ed è caduta sul cofano della mia auto.
Capita spesso, dice? Guardi che non ho ancora terminato.
Man mano che cadeva, la foglia diventava sempre più grande, come se una forza al suo interno la spingesse a dilatarsi. Quando ha colpito il cofano era ormai lunga più di un metro e pesante quanto un piccolo tronco. Appena mi sono reso conto di quello che stava accadendo, ho sterzato nel tentativo di evitarla, finendo fuori strada, anche se di poco.
Non l’ho evitata, comunque. Mi ha ammaccato il cofano, rotto il parabrezza e danneggiato il motore.
Ho chiamato il carro attrezzi, e raccontato quello che era successo. Avrei dovuto immaginare che mi avrebbero tolto dalla circolazione, in tutti i sensi: mi hanno ritirato la patente, interrogato miriadi di volte, e poi rinchiuso qui. Se fossi stato meno sincero, sarei ancora lì fuori, nel mondo reale.
E anche se mentissi a lei, potrei tornare a casa, ammesso che io abbia ancora una casa. Ma non ho intenzione di mentire: ho visto una foglia ingigantirsi in pochi secondi, colpire la mia auto e poi tornare pian piano alle sue dimensioni normali.
Uscirò di qui soltanto quando qualcuno crederà alla storia che le ho appena raccontato, riabilitando il mio buon nome e garantendo sulla mia salute mentale.
Come dice, dottore? Devo rassegnarmi…
Sì, lo so: chi non si conforma è perduto.

 

  

sabato 30 dicembre 2017

IL GIORNO CHE INCENDIARONO LA SCUOLA di Paolo Secondini

Il giorno che incendiarono la scuola è un romanzo breve, incentrato sulle esperienze di un insegnante di italiano e storia alle prese, quotidianamente, con i propri alunni.
Quest’ultimi appaiono poco disposti (salvo eccezioni, ovviamente) allo studio e al lavoro scolastico, poco motivati ad ascoltare le lezioni e a trarne profitto; molto propensi, invece, a interessi a volte bizzarri, stravaganti, ma certamente più veri e consoni al loro animo.
Ispirato a fatti del tutto veri, accaduti in vari istituti di istruzione secondaria di II grado (nei quali l’autore ha insegnato per anni), il romanzo narra vicende ora drammatiche, ora allegre, ora tristi, ora assurde, ora bizzarre, ora impossibili… ma sempre soffuse di una sottile ironia; vicende che hanno unicamente come scenario la scuola e, in particolare, l’aula con i banchi, le carte geografiche, la cattedra e, soprattutto, le pareti imbrattate di scritte, disegni, graffiti.
I nomi degli alunni sono fittizi; reali, invece, i loro comportamenti, le loro manie, il loro modo di essere… le loro piccole grandi storie.

http://www.lulu.com/shop/paolo-secondini/il-giorno-che-incendiarono-la-scuola/paperback/product-23469978.html