domenica 16 febbraio 2014

IL SOGNO di Massimo Licari



Il suono insistente della sveglia interrompe un sogno confuso. La testa annebbiata e la bocca secca mi fanno pensare che probabilmente ero parecchio agitato, ma non so: non sono rimasti nemmeno piccoli frammenti delle immagini che hanno riempito la mente negli istanti che hanno preceduto il momento in cui ho faticosamente aperto gli occhi.
Meccanicamente compio i riti mattutini: bagno, barba, doccia, caffè. Un giorno come un altro. Forse è martedì, o mercoledì, ma in questo momento non mi interessa: non farebbe alcuna differenza. Lo scoprirò quando mi metterò in macchina, tra pochi minuti, per raggiungere il mio ufficio a Milano, e ascolterò il notiziario, parte anch'esso della consuetudine che scandisce le mie giornate da qualche anno ormai.
Da quando Isabella mi ha lasciato per un suo collega, secondo lei molto più simpatico e vitale di me, la mia vita è lentamente scivolata nella banalità del quotidiano.
Forse aveva ragione: non mi sono reso conto di essere diventato un guscio vuoto, un parassita che sopravvive solo grazie alla vita degli altri.
Senza lei ogni cosa ha perso senso, se ne aveva davvero. Perché in questo inarrestabile declino ho cominciato a pensare che il senso e la voglia di vivere che sentivo dentro di me erano suoi.
Piangermi addosso, ecco quello che riesco a fare sempre molto bene.
Esco da casa con la consapevolezza di aver cominciato questa giornata nel peggior modo possibile.
Accendo la macchina e la radio. Sentire qualcuno che parla mi aiuterà a non pensare.
Percorro due o trecento metri prima di rendermi conto che la radio è silenziosa. Provo a premere il tasto 1 di preselezione. Dovrebbe essere memorizzato il giornale radio, ma non sento nulla.
Provo a cercare attraverso le frequenze una qualche voce, ma non ottengo nulla.
È proprio una giornata schifosa. Anche la radio ha deciso di abbandonarmi.
Dovrò rassegnarmi a restare in compagnia di me stesso, non una gran bella compagnia, ma non posso fare altro.
Se non altro, la strada sembra libera.
Dopo cinque chilometri sento un leggero prurito alla base della nuca. C'è qualcosa che mi dà fastidio, ma non riesco a focalizzare di che si tratta.
Poi, come una lampada che squarcia il buio, mi rendo conto di cos'è: non ho incrociato nemmeno un'auto. Mi guardo intorno incredulo. Nessuno dietro, nessuno che percorre in senso contrario la statale che normalmente la mattina è affollata peggio dell'Autosole in agosto. Ho sbagliato l'ora?
L'orologio della mia Ford mi informa che sono le otto e la luce del sole conferma che si tratta del mattino.
Controllo per sicurezza anche quello che ho al polso, ottenendo la stessa informazione.
Che succede?
Vuoi vedere che è domenica?
No, dai, non posso essere così stupido da essere uscito alla solita ora anche di domenica.
Ma poi rammento che ieri era sicuramente lunedì. In ufficio abbiamo fatto la solita noiosa e inutile riunione di inizio settimana e ieri sera ho visto la trasmissione che La 7 trasmette solo di lunedì.
E allora, che cos'è che non va questa mattina?
Non so perché, ma un brivido percorre velocemente la spina dorsale.
Continuo imperterrito nel tragitto verso Milano, ma la sensazione di essere l'unico a fare questa strada comincia a trasformarsi in inquietudine.
Arrivo alle porte di Milano senza aver incrociato anima viva.
Entro in città e le cose non cambiano: nessun essere vivente sembra condividere con me questa latitudine.
Potrei bearmi di avere a disposizione tutto lo spazio che voglio, ma sento che c’è qualcosa di profondamente innaturale attraversando la città vuota.
Le automobili sono parcheggiate ai lati delle strade e non ci sono cumuli di rovine o segnali di abbandono. Posso scartare, con un sospiro di sollievo, i foschi scenari di "io sono leggenda" che cominciavano a tornare insistentemente alla mente. Nessun virus sembra aver sterminato l'umanità, e non ci sono creature che devastano quanto la civiltà si è lasciata alle spalle in cerca di cibo.
Però non c'è nessuno.
E se la radio che frettolosamente avevo pensato rotta non fosse che un altro segno dell'abbandono in cui sembra essere precipitata la città?
Ma cos'è successo?
Trasgredendo la routine quotidiana, decido di accostare a destra. Più avanti c'è un bar.
Lascio la macchina in seconda fila. Istintivamente metto le doppie frecce, anche se non c'è altro che solitudine intorno a me.
Entro nel bar. La porta è aperta, ma non c'è nessuno a raccogliere la mia ordinazione e nessun altro che consuma qualcosa.
Non ci sono brioche calde ad accogliere i clienti. È tutto in ordine. La macchina del caffè è calda e bicchieri e tazzine sono al loro posto. Ma non ci sono avventori pronti a consumare e nemmeno baristi pronti a servire.
Il senso di angoscia cresce.
Esco dal bar e invece di andare alla macchina mi metto in mezzo alla carreggiata, ma non ci sono automobili che possano investirmi.
Come un pazzo - ma del resto come potrei sentirmi in una situazione simile? - comincio a urlare "Aiuto! Aiuto!".
Nessuno accoglie le mie invocazioni. Nessuno si affaccia alla finestra per sbirciare chi osa rompere il silenzio tombale in cui è precipitata la città.
Come un ragazzino di dieci anni in vena di scherzare, mi avvento su un citofono e comincio a premere tasti a caso.
Il silenzio è tale da consentirmi di sentire lo squillo vigoroso dei diversi campanelli che ho premuto.
Nessuna protesta o imprecazione rompe la cappa silenziosa, sempre più opprimente.
Corro alla macchina e mi avvio velocemente verso l'ufficio.
Forse lì mi aspetta qualche risposta.
I pochi chilometri che mi separano dal centro direzionale che ospita gli uffici dell'azienda ove lavoro, li percorro a ottanta chilometri all'ora: impensabile anche alle tre del mattino.
L'ufficio, buio e silenzioso, mi trasmette la stessa sensazione strana che ho provato qualche mese fa quando, per smaltire un arretrato che rischiava di diventare incolmabile, ho lavorato di domenica. Ma oggi non è domenica e, comunque, anche se lo fosse, non si spiegherebbe il deserto fuori di qui.
Domenica, giorno dedicato a Dio, in cui le persone si ricordano di avere una parte spirituale di cui prendersi cura partecipando a qualche funzione religiosa.
Seguendo questo pensiero lascio l'ufficio, che non ha risposte per me, e torno in strada.
Qui vicino so che c'è una grande chiesa.
La raggiungo e ascolto affascinato il silenzio assoluto che l'avvolge e la riempie.
Sembra che sia l'unico abitante rimasto in città.
Forse questo è un sogno, un incubo dal quale spero di uscire presto.
Sapessi come fare...
Si, tra poco la sveglia suonerà e mi risveglierò.
Non c'è altro da fare che aspettare che la mente decida di proiettarmi in un’altra realtà onirica o che decida di averne abbastanza consentendomi di tornare allo stato di veglia.
Mi siedo lì, ai piedi della grande chiesa, e comincio ad aspettare.
Sono prigioniero della mia mente... incredibile.
Resto così, a fissare il vuoto per un tempo indeterminato.
Poi un pensiero fastidioso prende corpo: e se tutto questo non fosse un sogno?

4 commenti:

  1. Bello, intenso, piacevole racconto di Massimo Licari.

    RispondiElimina
  2. Una interessante variazione sul tema dell'ultimo uomo rimasto al mondo. Tema tutt'altro che sfruttato, che si presta a nuove interpretazioni che riconfermano la suggestione che esercita sui lettori. Scrittura scorrevole, piacevole e accattivante che ti prende all'inizio e non ti molla fino alla fine.

    Giuseppe Novellino

    RispondiElimina
  3. Ciao Max, racconto in cui è ben descritta l'atmosfera spaesante, e che la scrittura fluida e semplice porta seguire senza intoppi fino alla conclusione. Non aggiungo altro perché ripeterei ciò che ha scritto Giuseppe...

    RispondiElimina
  4. Ottimo racconto con una trama davvero interessante.
    Complimenti.

    RispondiElimina