domenica 23 marzo 2014

IL NASTRO VERDE di Natasha Beaulieu

a Marie-Ève Noël

L’ultimo treno del venerdì sfreccia nella notte. Osservo l’unico passeggero, inerte sul sedile, laggiù in fondo: ha gli occhi chiusi, la nuca riversa e la bocca spalancata. Immerso in un sonno abissale, come le vie della metropoli che sfilano sotto di noi. La sua sostanza secca è quella d’uno statale annoiato ed uggioso, prigioniero d’un mondo alla Kafka. Una valigetta, dal contenuto probabilmente insignificante, giace sulle sue ginocchia.
Fermata. Una fanciulla varca le porte scorrevoli e, per un attimo breve come un sospiro, i suoi candidi occhi azzurri incrociano il mio sguardo scrutatore. Le sue guance, già rosee, arrossiscono. Però si siede di fronte a me. Avvolta in un soprabito troppo leggero per la stagione, stringe una borsa informe, di cuoio nero, contro il ventre. Quando il treno ricomincia correre, ella fa finta d’ignorarmi. Contrariamente a quella dell’altro passeggero, la sua sostanza è acquosa: mi fa pensare ad una pianta affogata da una sovrabbondanza di premure, umide e fredde. Ciò nonostante, scorgo in lei uno stelo ancor sano, che ha solo bisogno di tepore e di luce per rigermogliare. Mi scopro una tempra di salvatore. Desidero aiutarla a divenire interamente viva, in un modo che forse non è il migliore, ma, quando si è giovani come lei, è meglio crescere sghembi e contorti che marcire fino alla linfa.
Scivola intanto il treno sulle rotaie. Lo statale continua a dormire. Allora m’alzo e m’appoggio alla sbarra verticale, davanti a lei, che tiene la testa china. Dimesso anche lo sguardo. Risento il suo nervosismo. Giocherella con la tracolla della borsa. Aspetto. Paziente. Ho bisogno d’un gesto da parte sua. Qualunque sia, giustificherà l’intervento. Aspetto. Ad un tratto, in un lento movimento grazioso, ella dirige la sinistra verso la nuca e scioglie il nastro di seta verde che le costringe i bei capelli bruni.
Allora mi siedo alla sua destra e raccolgo il nastro dalla sua mano fredda. Quasi gelida. Le libero il volto dalle lunghe ciocche che l’occultano e, con la punta dell’indice, le rialzo la testa. Non osa guardarmi. Allora rapidamente le annodo il nastro intorno ai polsi e ne tiro gli estremi verso di me. È proprio in quel momento che lei mi guarda, finalmente. È una cosa seria? Fino a dove sarai pronta ad andare? Non sa che rispondere, allora tiro ancora sul nastro, con fermezza. Comincia ad ansimare. Ripeto, fino a dove sarai pronta ad andare? I begli occhi si gonfiano di lacrime. No, quel che ti ci vuole, è il fuoco. Infilo la mano tra i capelli riversi. Si mette a fremere tutta. Le premo la mano sulla guancia, perché s’accorga che sono io, quel fuoco che le manca, inestinguibile dalle lacrime. Le mie dita esplorano la folta criniera, le afferrano la nuca. Non puoi continuare così. Hai bisogno di me. Bagliore eccitato negli occhi cerulei. Sono sconvolto. Una lingua di fiamma mi serpeggia per tutto il corpo. Tiro sul nastro, più forte, ed ecco che non può più scegliere : deve essermi vicina. Sottomessa. Non voglio che se ne vada. Mai più. Non voglio che si muova, se non per seguirmi, se così decido.
Il treno rallenta. Capolinea, dice una voce. Ci siamo già? Il passeggero si sveglia. Non ci vede neppure, s’alza ed arranca verso l’uscita, con la pesante valigetta in mano. Dobbiamo scendere, osa dirmi lei. Non far la stupida, lo so che dobbiamo scendere. Rincaro la tensione sul nastro per costringere la mia prigioniera ad alzarsi all’unisono con me. La borsa! – grida. Le prendo la borsa.
Scendiamo sulla piattaforma. Lo statale s’è già dileguato in una qualche via di periferia notturna. Vado avanti trascinando questa fanciulla che mi trasforma in fuoco. Adirato. Perché sei arrabbiato? Non voglio spiegarle che mi sono intrappolato con le mie proprie mani. Avrei forse fatto una proiezione? Non sarei, anch’io, un vegetale gonfio d’umidità alla ricerca d’una vampata di calore? Perché sei arrabbiato? Esasperato, guardo intorno a me. Cerco una risposta. Vedo una fermata d’autobus. Frugo nelle tasche del cappotto, ma non ci trovo niente di utile. Allora, fruga nella borsa mia, mi consiglia lei. Metto questa borsa sul marciapiede, l’apro e ci frugo dentro. Ci trovo oggetti familiari : corde arrotolate, manette, altri nastri adesivi, solidissimi, ed un paio di forbici. Ma che ci fai, con tutta questa roba in borsa? Non far l’ingenuo, hai indovinato. La odio. L’adoro. Cinque minuti dopo, eccola dritta davanti a me, legata alla sbarra verticale della fermata, costretta in una spirale di nastro adesivo grigio.
Siamo in un luogo deserto. Notte e freddo. Ma sono tutto un fuoco. Anche lei. Geme di desiderio. Le spingo i capelli dietro le orecchie. Calde come tizzoni, le mie mani. La sua pelle arde sotto le carezze. Allora, la bacio in modo che il mio fuoco dilaghi nel suo corpo, disseccando l’umido, il marcio, calcinando tutto nel dilagare. Tutto il rimanente che deve sparire. Ormai, ella è solo fiamma viva, che mi scotta le mani, tra un bacio e l’altro. Sono pazzo. Pazzo di lei, avvinta al palo. Lei balsamo, lei antidoto contro questa vita insipida nella quale sono immerso, credendo – somma presunzione – di essere diverso dagli altri. Ma lo sono? Sono poi tanto diverso dallo statale? Credevo d’averlo capito, ma è stata lei a smascherarmi, sciogliendo il nastro verde che le costringeva i capelli.
Quando reciderò i vincoli che la mantengono dritta, ella non cadrà. Ormai sa che sono io il suo tutore. Poco importa ch’ella riprenda vita in modo un po’ sghembo o distorto, saprò accudire ai suoi teneri germogli.
2 gennaio 2013

(Traduzione dal francese di Serena Gentilhomme)

3 commenti:

  1. Racconto strano, tra il fantasy e il surreale, affascinante. La forma espressiva esalta il mistero e la dimensione visionaria, producendo nel lettore una certa tensione.

    Giuseppe Novellino

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  2. Benvenuta su Pegasus a Natasha Beaulieu.

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  3. Racconto avvincente e non privo di suspense.
    G.S.

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