giovedì 24 aprile 2014

ALFIO di Antonio Bellomi



Alfio aveva otto anni. Ed era diverso da tutti gli altri bambini della sua età. A scuola non era particolarmente brillante; ma non era neppure particolarmente ritardato, sembrava solo vivere in un mondo tutto suo, dove gli altri, fossero i compagni, i genitori o la maestra, avevano solo un ruolo limitato e tutto sommato marginale.
Quando non era a scuola si sedeva sul muretto davanti a casa e fantasticava. O almeno questo lo credevano tutti coloro che lo vedevano con gli occhi assenti, fissi su una realtà che non era quella che lo circondava. Oppure guardava i cartoni animati alla televisione. E allora rideva e si divertiva come tutti i bambini della sua età.
Ma aveva anche una grande abilità manuale. Quando suo padre, Gennaro, che faceva il riparatutto nel remoto paesotto del meridione in cui vivevano, aveva un problema insolubile lo chiamava: «Alfio!» E allora Alfio correva, prendeva l’oggetto da riparare tra le mani, fosse una caffettiera o il motore di un tritatutto, e in un battibaleno ecco che l’oggetto tornava a funzionare.
Oppure poteva trattarsi di un impianto idraulico che non funzionava a dovere. Alfio non capiva nulla di portata, velocità di scorrimento, pressione e altri termini astrusi, non sapeva neppure che esistessero forse, ma in compenso quando accompagnava suo padre a riparare un impianto difettoso e ci metteva lui le mani, si poteva stare sicuro che poi l’impianto funzionava a meraviglia.
«Vorrei avercelo in fabbrica io,» disse il commendator Paolella il giorno in cui Alfio gli ebbe risistemato alla perfezione tutto l’impianto idraulico della sua villa di campagna, dopo numerosi e vani tentativi da parte di idraulici di grido portati dalla città i quali non erano mai riusciti a calibrare i giochi d’acqua del giardino.
Insomma, Alfio era anche un genio. Misconosciuto, ma genio.
Un giorno suo padre lo chiamò mentre se ne stava come al solito appollaiato sul muretto a guardare nel nulla.
«Ripara questo,» gli disse brusco rifilandogli un aggeggio in mano. «La mamma ne ha bisogno.»
Questo era un aspirapolvere vecchio modello. Alfio non lo guardò neppure. Disse: «Va bene.» E sparì.
Due ore dopo Gennaro andò a cercarlo perché ne aveva bisogno.
«Dove si sarà cacciato quello scansafatiche,» brontolò, non riuscendo a trovarlo da nessuna parte. Alla fine lo scovò in soggiorno. Stava guardando i cartoni animati alla televisione. Vicino a lui c’era l’aspirapolvere con la spina inserita.
«Ecco come si lavora!» lo sgridò il padre. Poi vide l’aspirapolvere e ne provò l’interruttore. Niente. Il motore non attaccava. «Non l’hai neanche riparato!» urlò. «Sei un lazzarone buono a nulla. Se non ci fossi io a tenerti sotto pressione…» Prese il figlio per un orecchio e lo portò con sé. C’era un ferro da stiro da riparare e non ci capiva assolutamente nulla. Non si ricordò di staccare la spina dell’aspirapolvere.
Nel laboratorio mise il ferro da stiro in mano al figlio e si mise a far pulizia sul banco di lavoro. Quindici minuti dopo, Alfio gli si avvicinò e gli mise il ferro da stiro sul tavolo. «Posso andare?»
Gennaro infilò la spina nella presa. Controllò che il ferro funzionasse e grugnì. «Se avrò bisogno ti chiamerò. Adesso ritorna a riparare quell’aspirapolvere.»
Più tardi, non avendo più rivisto Alfio in laboratorio, andò di nuovo a cercarlo e lo trovò ancora davanti alla televisione. L’interruttore dell’aspirapolvere continuava a dare risposta muta. «Mangiapane a tradimento!» gridò esasperato, «Si può sapere che ti prende oggi? Questo lo chiami funzionare?»
Alfio alzò impaurito gli occhi verso di lui e vedendolo avanzare col braccio levato per mollargli un ceffone scappò dalla porta come una lepre proprio mentre entrava la madre.
«Che ti prende, Gennaro?» chiese la donna, allibita. «Non hai visto che bel lavoro che ha fatto Alfio?»
«Hai il coraggio di difenderlo?» brontolò il marito. «Se ne sta a guardare la televisione invece di riparare l’aspirapolvere.»
«Oh, ma l’ha riparato,» disse la donna. «Solo che adesso funziona in modo diverso. Basta inserire la spina e la polvere della stanza sparisce semplicemente. E il motore neanche si sente.»
«Mi prendi in giro?» chiese Gennaro, sospettoso.
«No, guarda,» gli disse la donna, passando un dito sui mobili e ritirandolo immacolato. «Non c’è un filo di polvere. Funziona meglio di prima.»
Era vero. Non c’era in giro neppure un granello di polvere. Anche l’aria sembrava quasi più pura, come se fosse stata filtrata. Non ancora soddisfatto, Gennaro volle fare una prova. Prese una palettata di sabbia e la portò in soggiorno. Come varcò la soglia …la sabbia sparì.
«Abbiamo un figlio genio!» esclamò la moglie. «L’ho sempre detto che non era quel buono a nulla che dicevi tu!»
La prima cosa a cui pensò Gennaro fu dove finiva la polvere prelevata. Veniva disintegrata? Trasportata chissà dove e chissà come in virtù di qualche principio troppo difficile per lui da capire? Poi gli vennero in mente le implicazioni economiche del nuovo tipo di aspirapolvere e gli prese il febbrone. Inforcò la motocicletta e corse alla villa del commendator Paolella. Quello era l’uomo che poteva aiutarlo, con gli agganci giusti nel mondo della produzione e del commercio.
Il commendatore stava riposando in giardino, ma la storia di Gennaro non gli parve poi così incredibile. Dopo tutto conosceva bene quanto fosse abile Alfio. Per cui disse semplicemente «Andiamo!» e montò sul sellino posteriore della motocicletta di Gennaro per andarsi a sincerare di persona dell’invenzione.
Gennaro viaggiò a rotta di collo. Davanti agli occhi di Gennaro ballavano cifre con tanti zeri che neanche riusciva a contarli. Quando fermò davanti a casa sua vide Alfio dalla finestrella del laboratorio. Entrò di corsa seguito dal commendatore e vide Alfio chino sull’aspirapolvere. «Che cosa stai facendo?» ululò. «Lascia stare quell’affare!»
Il figlio volse verso di lui gli occhi in cui brillava un lampo di soddisfazione. «Adesso funziona come vuoi tu, papà,» gli disse. «Guarda.»
Premette il pulsante e il motore si avviò, il sacco si gonfiò e si udì un rumore di risucchio.
«Disgraziato! Che cosa hai fatto?» gridò Gennaro fuori di sé. «Rimettilo subito a posto com’era prima!»
Ma Alfio scosse la testa. «No, papà, avevi ragione. E così che deve funzionare un aspirapolvere.»
E né quel giorno né mai più ci fu verso di smuoverlo. Perché, oltre a tutto il resto, Alfio era un uomo di saldi principi.


3 commenti:

  1. Bel racconto quello di Antonio Bellomi; scrittura molto piacevole.

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  2. Bellissimo racconto di un piccolo genio...

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  3. Ottima storia, raccontata benissimo.

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