venerdì 23 maggio 2014

LA CITTÀ di Pierre Jean Brouillaud

La Città si blocca su al bordo del lago, sotto il sole rosso. La sua ombra immensa si distende su magri bouquet d’acacia e sulla pietraia che le zappe della tribù avevano appena aggredito.
Nascosto dietro il ghiaione, spalancavo gli occhi.
Questa città che sognavo dall’età di dodici anni non l’avevo mai dimenticata. È ad essa che devo la mia vocazione a girovagare tra le stelle. Ed essa assilla ancora le mie notti. Sto cercando di ricostruire quell’iniziale visione, nel mezzo di tutte le biforcazioni, le metamorfosi, le svolte, i trucchi del sogno.
Era dunque questo, la Città. Un enorme animale dagli occhi brillanti. Un insetto gigantesco dagli occhi di brace, col luccicante carapace tra due file di grandi zampe articolate. La Città si colorava di rosa e di blu. Poi spiegava due ali immense dai riflessi color malva.
L’avevo vista arrivare. Sollevava le sue zampe una dopo l’altra per transitare sopra le rocce, dondolando un po’ e poi ristabilendo il proprio equilibrio. Le sue zampe erano formate da segmenti che si incastravano gli uni negli altri facendo così variare la propria lunghezza, in modo tale, che, malgrado i sobbalzi, il corpo della Città rimaneva pressappoco orizzontale.
I vecchi della tribù narravano storie di macchine che nei tempi antichi camminavano sulle loro zampe in quel modo.
Sì, la mia famiglia apparteneva a una tribù ancorata a quest’arida terra. Rimaneva sul limitare del villaggio, una capanna di argilla e di sabbia.


Con lo sguardo, misuravo la Città. Si estendeva molto più lontano del nostro povero villaggio.
A sinistra, delle silhouette si innalzavano su una collina. Tre Anziani vestiti di cuoio fulvo restavano girati verso la città e attendevano.
Era dunque venuto il giorno. Il giorno dell’incontro. Per la prima volta, stavo per assistere. Ogni cinque anni, prima dell’inizio della stagione secca, la Città si fermava ai bordi del lago. E dunque…
Nel carapace si apriva un pannello. Ne usciva una curiosa machina che si dirigeva a destra verso la collina. Si distingueva il conduttore nella cabina a vetri.
I tre Anziani non si erano mossi.
Il veicolo si fermava ai piedi della collina. Il conducente discendeva. Indossava una sorta di tuta dai riflessi metallici. Fece qualche passo verso gli Anziani. Il suo passo era lento, i suoi gesti erano un po’rigidi.
Davanti a lui ecco gli Anziani. Si salutarono con un cenno del capo.
Il conducente torna alla sua macchina, aziona qualcosa, eietta una scatola che porge agli Anziani. A ognuno di questi passaggi, la Città forniva agli Anziani, secondo il patto concluso tra loro, armi per la caccia e utensili per l’agricoltura.
L’incontro era terminato. Il veicolo ritornava alla Città. Gli Anziani scomparivano tra le rocce.
Nuovamente, restavo assorto nella contemplazione della Città ove danzavano ombre violacee. Il sole passava dietro al carapace.
Dal ventre della Città pendeva un tubo che si tuffava nella falda acquifera. A ognuno dei suoi scali, la Città riempiva i suoi serbatoi. Era previsto dal patto. La tribù forniva l’acqua in cambio di armi e strumenti. Molti anziani vedevano di malanimo questo baratto. Denunciavano il mercimonio. In cambio di oggetti che la tribù avrebbe comunque potuto fabbricare o fare a meno, essa sacrificava una risorsa preziosa che il progredire del deserto rendeva vitale. Col passare degli anni, il livello del lago si era abbassato. Gli Anziani mostravano il ritiro delle acque sull’argine, tra i ciuffi di artemisia dove si formava una crosta dai riflessi biancastri. Quando avevo la tua età, diceva mio padre, si vedeva appena l’altra riva, quella che le dune oggi invadono. Era la sola distesa d’acqua di questa importanza nel paese. Risalendo verso nord, le carovane impiegavano giorni e giorni per raggiungere un simile bacino. Quando questa si vuoterà, la tribù sarà condannata a morte. Quando era terminata la stagione delle piogge ed il livello del lago era risalito, la Città veniva a pompare ciò che le era dovuto. Le donne anziane cantavano la canzone dell’acqua, la canzone della vita, e poi si lamentavano. E quando avevano bevuto i vino di palma, discutevano con gli uomini della tribù: i vostri bambini morranno di sete. Che su di voi cada la vergogna!
Ma gli uomini della Città erano troppo potenti. Si gli si fosse rifiutata l’acqua, l’avrebbero presa con la forza. Dicevano i più anziani tra gli Anziani.
Quanto tempo dureranno le operazioni di pompaggio?
Già, a poco a poco diminuiva la luce, virava al bruno, al grigio. Sapevo che al cadere della notte i miei mi avrebbero cercato, però rimanevo lì, come stregato.
Di colpo, la Città accese i suoi fuochi. Si sarebbero dette tante stelle, o, piuttosto, gli occhi innumerevoli della bestia che sfavillavano attraverso il crepuscolo. Poi essa ripiegò le sue ali.


La notte era caduta. Sotto un crescendo lunare, la Città si bagnava nel suo bagliore rosastro.
Lasciai il mio nascondiglio, feci qualche passo allo scoperto, in direzione della Città.
Mi fermai, avendo l’impressione che le luci si ravvivassero. Una messa in guardia o un invito?
Sì, si sarebbe detto che i fuochi ammiccassero.
Ho ripreso la mi avanzata. Ora, ascoltavo la Città. Ronzava.
Così rischiarato, il carapace lasciava intravedere l’interno che sembrava diviso in compartimenti sovrapposto in dodici piani separati da dei corridoi.
Più mi avvicinavo, più si amplificava il rumore. Infatti, la Città ronzava, grande animale sdraiato nell’allineamento triangolare delle sue zampe.
Mi accostai molto vicino al carapace, fino a toccarlo. Percepivo confusamente delle forme che si muovevano all’interno. E delle luci di intensità variabile. Eccetto che nei corridoi che rimanevano di un grigio traslucido.
Ben presto, costeggiavo il carapace. Ogni cento passi, c’era una porta. Mi fermai davanti a una di esse. Si aprì.
Senza esitare, penetrai nella Città attraverso uno dei passaggi semitrasparenti. Non si vedeva la fine del corridoio. Forse esso andava da una parte all’altra della Città.
Un soffio mi fece rizzare i capelli, si infilò nelle maniche della mia blusa, gonfiando i miei vestiti. Fui avvolto da un odore acidulo. Starnutii, tossii. L’odore divenne piacevole. Il soffio si acquietò.
Non c’era nessuno. Le Città non meritano questo nome, dicevano certi Anziani, se esse non sono abitate da macchine che si spostano sulle loro gambe e che si riproducono autonomamente. Secondo loro, il conducente dell’ordigno che veniva all’incontro non era un vero uomo ma una sorta di apparato. Essendo un ragazzo non avevo capito bene cosa intendessero. Era vero che il conducente non somigliava affatto agli uomini della tribù, ma non aveva certo l’aria di una macchina, in ogni caso di quelle che fino allora avevo visto. D’altronde, mio padre non condivideva il parere di quegli Anziani. Credeva che degli uomini, differenti da quelli della tribù, sicuramente, abitassero la Città ma che non li si vedeva perché non ne usciva che uno solo, per gli incontri. Tutti gli altri nascevano, lavoravano e morivano all’interno della Città senza mai conoscere il vero colore del cielo.
Che fossero mercanti? Non lo si sapeva. Forse era meglio restare lontani in caso si fosse incontrato un abitante diverso dal conducente. Ma nella tribù nessuno be aveva mai incontrati.
Forse gli uomini della tribù non avevano neanche tentato. Forse la porta non si era mai aperta davanti a coloro che ci avevano provato. Forse non si apriva che per i bambini.


Il corridoio era un budello senza alcuna apertura. Passavo la mano sulla parete. Secondo gli Anziani, era così che si aprivano le porte nelle case delle città. Non succedeva niente.
Ma più lontano, e senza che io dovessi fare il minimo gesto, un quadro si disegno sulla parete che si dischiuse. Nel vano così prodottosi, mi inoltrai.
Mi trovai all’interno di uno scomparto. Sul fondo scintillava un’immagine. Quella della Città vista dall’esterno.
«Sii il benvenuto,» disse una voce molto dolce, una voce femminile che somigliava a quella di mia madre.
Su una tavoletta erano disposti del cibo e una bevanda. Alimenti mai visti da un piccolo selvaggio. Improvvisamente risvegliato, il mio stomaco denunciò la sua fame. La mano si tese, poi si ritrasse. Mi pareva di sentire la voce di mio padre: non si tocca il cibo sconosciuto!
Fiutai quello che sembrava una gelatina. Sprigionava un odore dolciastro, totalmente estraneo ma parecchio intrigante.
Assaggiai. Era allo stesso tempo insipido e profumato.
Avevo appena buttato giù la prima sorsata di bevanda fresca e zuccherata che, sulla parete, l’immagine si mise a muoversi mentre la voce riprendeva:
«Sto per raccontarti la storia della Città. Molto tempo fa gli uomini abitavano delle case che somigliavano alle caverne del deserto e che non si muovevano. L’uomo era ancorato al suo luogo di lavoro. Era lui che si muoveva all’interno e all’esterno delle città per trovare sostentamento e per vivere la propria vita.»
La parete mostrava delle città antiche costruite ai piedi delle montagne, in riva ai fiumi e di quelle immense distese d’acqua in movimento che gli Anziani chiamavano mare.
Di tutto questo avevo sentito parlare. Avevo visto delle immagini nei libri che erano appartenuti agli antenati della tribù e che essa conservava in un baule di legno dagli sportelli decorati con segni misteriosi. Quei libri che solo gli Anziani sapevano leggere. E che avrei imparato a leggere se fossi divenuto Anziano a mia volta.
«Un giorno,» disse la voce, «gli abitanti delle città non trovarono più sostentamento sul posto. E per trovarlo, andarono di città in città o ne costruirono di nuove in altri luoghi. Ma il deserto avanzava. Risorse e lavoro si facevano sempre più rari. Quindi gli uomini decisero di partire con la loro città alla ricerca di sostentamento. Gli uomini non cambiarono più città. Era la loro città che si muoveva.»
Io non comprendevo tutto ciò che la voce diceva. Però gli antichi raccontavano cose simili.
A destra si materializzò un pannello sul quale si disegnò una figura, quella di un uomo simile al conducente. Indossava la stessa tenuta metallizzata. Il suo viso era pallido sotto a delle sopracciglia nere. I suoi occhi avevano gli stessi riflessi argentei del suo vestito.
«Mi chiamo Chram,» dice l’uomo. «E tu?»
«Maen.»
Sì, me ne ricordo. Nel mio sogno, mi chiamavo Maen. Un nome che avevo forse letto in uno di quei romanzi di fantascienza di cui mi nutrivo.
Ho chiesto:
«Sei tu che incontri gli uomini della mia tribù?»
«Sì. Io sono il collegamento con i tuoi simili. Quindi mi occuperò di te. Sei coraggioso, Maen. Non hai avuto paura quando la macchina ti ha soffiato addosso?»
«Cosa voleva?»
«Maen, il mondo dove vivi conosce malattie alle quali il nostro organismo non può resistere. Bisogna dunque ripulire ogni essere e ogni oggetto che viene dall’esterno per uccidere i germi mortali di cui sarebbe portatore. Questo si chiama decontaminare. È il lavoro del soffiatore.»
Chram ebbe una sorta di sorriso:
«Bene, volevi vedere la Città. La vedrai. Ma prima devo condurti presso i consiglieri.»
«Cosa sono?»
«Un po’ come gli anziani della tribù.»


Situata, sembrerebbe, al centro della Città, la sala dai muri traslucidi formava una rotonda. In mezzo, una tavola a semicerchio dietro la quale avevano preso posto tre personaggi che indossavano la stessa tenuta di Chram.
«Fratelli,» disse Chram, «questo bambino, uno dei figli della tribù, si chiama Maen. Ha avuto il coraggio di superare la porta e desidera vedere la Città.»
«È stato decontaminato?»
«Sì, fratello.»
«Ha udito la Voce?»
«Sì,» dissi con decisione. «Essa mi ha raccontato la storia della Città.»
«E vuoi saperne di più?»
«Sì.»
«Non hai avuto paura di questo mondo sconosciuto?»
Ho scosso la testa.
«All’esterno si dicono molte cose sulla Città. Per esempio, si ipotizza che la Città sia un mondo chiuso, dall’entrata proibita. Hai visto che è inesatto. Sei libero di spostarti. Chram sarà la tua guida. Abbi fiducia in lui. Ti mostrerà quello che desideri vedere.»
E con un gesto ampio, molto lento, i personaggio fece capire che il colloquio era terminato.


«Come si sposta la Città?» ho domandato allora.
«Sto per mostrarti l’Unità rossa,» rispose Chram.
Ci addentrammo in una sala bassa occupata da rettangoli molto luminosi dove si erano appena disegnate curiose figure, che si muovevano, si trasformavano, si fondevano le une nelle altre.
In seguito credetti di riconoscere, davanti alle scatole scintillanti, delle macchine dalle braccia articolate e con una sorta di ingranaggi.
«Sì, Maen, sono proprio delle macchine. Non sono più grandi della tua mano. Guarda, questa trasforma i raggi solari l’irraggiamento solare captati dalle due vele sopra di noi.
«Le ali?»
«Sì, se vuoi. In un certo senso, esse ci servono soprattutto per muoverci. Hai notato che le dispieghiamo soprattutto durante il giorno. Per molto tempo, gli uomini non sono stati in grado di immagazzinare grandi quantità di energia. Noi siamo stati i primi a poter disporre di una sorgente inesauribile.»
Chram puntò un lungo indice verso destra:
«Guarda quest’altra istallazione. Lo sai che tutto ciò che esiste è formato da elementi così piccoli che, per distinguerli, occorre impiegare strumenti molto potenti? Ha sentito parlare degli atomi?
«Sì, dagli Anziani.»
«Questi atomi, noi possiamo spostarli e ricomporli in modo da creare nuovi corpi. Gli diamo forma e dimensione che vogliamo. Così, sintetizziamo dei nuovi materiali. Hai osservato il guscio della Città?»
«Sì. Cambiava continuamente colore.»
«Per effetto della luce. È fatto di un materiale ottenuto mescolando vetro e metallo… Ma andiamo all’Unità verde.»
In questo luogo, un compagno di Chram – che gli somigliava come un fratello – occupava uno stretto locale e sembrava sorvegliare un quadro su cui lampeggiavano delle luci multicolori.
Chram mi presentò al controllore che mi salutò con un cenno del capo.
Più lontano, tubi e recipienti si aggrovigliavano sotto gli stessi rettangoli scintillanti.
«In questo luogo,» riprese Chram, «produciamo a volontà alimenti simili a quelli che ti sono stati offerti quando sei entrato nella Città. Ma noi non li consumiamo.»
«E di cosa vi nutrite?»
«Lo vedrai molto presto.»
«Per chi producete del cibo che voi non mangiate?»
«Per i nostri visitatori, dato che ne abbiamo. Tu ne sei la prova.»
«E ne avete così tanti da dover produrre tutto questo cibo?»
«No. Noi ne scambiamo la maggior parte in cambio dell’acqua di cui abbiamo bisogno.»
Riflettevo sugli sforzi che metteva in atto la mia tribù per ricavare un magro raccolto da un suolo ingrato:
«In cambio dell’acqua che prendete da noi, potreste fornire alla mia tribù gli alimenti che non vi servono.»
«La tua tribù è troppo numerosa. Noi facciamo scambi con comunità più piccole della vostra e più povere, quelle il cui suolo è sterile e l’acqua, salmastra al punto che dobbiamo dissalarla.
Arrivammo in una terza sala, chiamata Unità bianca.
«Qui, non facciamo produrre dei minuscoli organismi. Come l’uomo antico aveva addomesticato il cane, il cavallo, il bue, noi abbiamo addomesticato l’infinitamente piccolo. Questi organismi viventi trasformano i Sali minerali, i metalli. Formano, essi stessi, dei nuovi corpi a partire da diversi elementi. In questo modo, li obblighiamo a produrre delle sostanze che nutrono gli uomini della Città, che li curano e che li guariscono.»
In seguito, Chram mi fece visitare una vasta sala dove, in un leggero ticchettio, si attivavano forme più voluminose. Chram richiamava robot. Essi fabbricavano diversi strumenti.
Vidi assemblare le zappe che gli uomini e le donne della tribù utilizzavano per raschiare un suolo infertile. Gli arnesi per i quali sacrificavano la propria acqua.
Quando sarò divenuto un Anziano, pensavo, cambierò tutto questo. Troverò un altro modo per procurarci gli attrezzi. Non lasceremo che l’acqua del lago si esaurisca. La utilizzeremo meglio per produrre il nostro nutrimento.


«Non ci sono bambini nella vostra Città?» domandai.
«Ma certo. Ora li conoscerai.»
Mi condusse in uno spazio di cui non distinguevo bene i contorni. Le pareti sembravano indefinite, trasparenti, senza che si potesse vedere ciò che c’era dietro. E, soprattutto, davano anch’esse l’impressione di cambiare senza posa di volume, di forma e di colore.
In questo spazio facevano evoluzioni una ventina di bambini vestiti con tutine bianche.
«Sono quasi della mia altezza,» dissi. «Quanti anni hanno?»
«Se tu consideri il loro sviluppo fisico e mentale, in effetti hanno evidentemente la tua età: da dodici a quattordici anni. Ma noi non li calcoliamo in questo modo.»
I gesti dei bambini erano lenti, misurati. All’inizio, non prestarono attenzione ai due personaggi che erano appena entrati.
Poi Chram li radunò :
«Ecco Maen.»
Essi guardarono attentamente lo straniero, senza che il loro viso, di un bianco olivastro, esprimesse la minima curiosità.
«Viene dall’esterno,» aggiunse Chram.
Questa notazione parve suscitare un aumento di interesse.
«Sono figlio della Tribù,» lanciai io, come per sfida.
Apparentemente, questo non disse loro gran che.
Ma, presto, diedero il benvenuto al nuovo arrivato, con un tono così serio da lasciarmi sorpreso.
«Nel tuo paese, dai la caccia all’uomo?» mi chiesero.
«No,» risposi con una punta di irritazione. «Noi cacciamo il cane delle steppe e il dromedario selvaggio.
Credevo che stessero per ridere. Invece no. Si dispersero per riprendere le loro attività.
«Come vedi,» spiegò Chram, «la caccia all’uomo è il loro gioco preferito. Questo spazio dove si divertono non esiste. È solo un’immagine ottenuta con un gioco di luci. Rappresenta un pianeta sconosciuto e, al momento, deserto. Ma sta per popolarsi. Le apparecchiature proiettano immagini di creature differenti tra loro e da ogni essere conosciuto.»
«Ma non si vede niente! I giocatori hanno gli occhi fissi sul… vuoto.»
«Per distinguere le immagini prodotte dai fasci di luce, bisogna essere equipaggiati del dispositivo che essi recano tra gli occhi, sotto pelle, e che si chiama impianto.»
«Questo gioco, a cosa serve?»
«Consiste nel individuare, tra tutte le creature immaginarie, quella che sarà l’uomo di domani. Un essere superiore che, sicuramente, sarà di carne e sangue ma che avrà tutte le possibilità di sopravvivere a l’uomo di oggi. Si vede, te ne rendi conto, sfilare un bel po’ di mostri.»
«E quando i giocatori sanno di aver trovato ciò che cercano?»
«Non l’hanno ancora trovato. Ma si stanno avvicinando. E un giorno ci arriveranno. L’uomo nuovo s’imporrà, come un’evidenza. E questo vuol dire, Maen, che presto lo si riconoscerà.»
«Perché affidate questa ricerca ai vostri bambini? Non sembrano neanche sapere quel che succede fuori della Città.»
«Senza dubbio, ma sono come te. Hanno uno spirito aperto, una ricca immaginazione, quasi senza limite. Non sono, come me, prigionieri delle limitazioni tecniche.»
«Potrei entrare nel gioco se avessi un…»
«Impianto? Non subito. Ci vuole un lungo tirocinio prima che la vista e gli altri sensi possano percepire ciò che non esiste. Ma ti piacerebbe?»
«Oh! A che serve cacciare ciò che non esiste? È più divertente correre dietro i cani selvaggi. E gli uomini della mia tribù sono ben in vita. A questo proposito, mi hai promesso di mostrarmi come nascono quelli della Città.»


Vidi assemblare dei corpi. Una testa dallo sguardo fisso venne a posarsi su un collo, Due occhi senza espressione. Sembravano quelli degli animali impagliati, di specie scomparse, che la tribù conservava nella casa della Memoria. Solamente, questi occhi erano umidi e brillanti.
Si misero a vivere. Girarono dolcemente nelle loro orbite.
«Molto presto, ci vedranno,» disse Chram.
Ecco ciò che erano gli uomini macchina. Degli aneroidi. Adesso, mi ricordavo della parole che veniva usata dagli Anziani.
Così era nato Chram.
«Ora,» mi disse lui, «conosci il segreto della Città.»
«Voi siete delle… macchine?»
«No, noi non siamo ciò che voi chiamate così, lo sai bene. Noi in questo momento siamo ciò la più nobile creazione dell’uomo, gli Eredi.
(Eredi, non sono più certo che questa sia la parola che lui aveva usato, ma è certo ciò che voleva dire.)
«Noi siamo i soli capaci di trattare con lui da pari a pari,» ha proseguito. «e senza dubbio i soli capaci di assicurare la sua sopravvivenza.»
«Come i suoi eredi?»
«Noi abbiamo come compito quello di aiutarlo a mutare, a divenire un altro.»
Dopo aver assemblato le differenti parti del corpo, il robot sollevò il nuovo an droide che cominciò ad azionare le sue membra.
E il nuovo nato parlò. O piuttosto emise una serie di suoni che variavano da grave ad acuto. Metteva alla prova la sua voce. Infine, pronunciò qualche parola monocorde:
«Mi chiamo Ulex.»
E ripeté come per meglio imprimerselo nella memoria:
«Ulex.»
«I nomi sono scelti da una combinazione di lettere dell’alfabeto,» bisbigliò Chram.
«Sono nato il dodicesimo giorno del sesto mese dell’anno 47 dopo la fondazione della Città,» riprese l’androide. «Io sono un erede. La mia missione è di servire al Città e di perpetuare la specie.»
«Ti saluto, Ulex,» disse Chram che gli domandò a quale unità era destinato.
«Unità 15.»
Chram si avvicinò a Ulex e si presentò. Si abbracciarono, non senza impaccio. Poi Chram mi indicò:
«Questo bambino è il nostro ospite.» E quello ripeté:
«Nostro ospite.»
Dopo pochi secondi, una luce attraversò lo sguardo di Ulex. Aveva capito il discorso di Chram.
«Allora, nascono adulti?» affermai.
«Sì, pronti a servire la Città.»
«Ma allora, quei bambini che giocavano? Nascono già pronti, con la loro grandezza e il loro cervello di dodici anni?»
«Li creiamo così. Non diventano mai grandi. Non essendo specializzati, mantengono una propensione al gioco e all’invenzione.
«Restano eternamente bambini?»
«Li manteniamo fino a quando l’immaginazione si indebolisce, fino a quando i loro circuiti si sclerosano. Quindi, li ricicliamo.»
Credetti di capire ciò che aveva voluto dire. Poi gli feci notare.
«I bambini, i consiglieri, un controllore e tu, Chram, non ho visto nessun altro, a parte il nuovo nato.»
«Siamo abbastanza numerosi per fare funzionare la Città. Ma uno dei consiglieri è in età avanzata. Presto dovrà lasciare il posto, come succede di tanto in tanto. È per questo che creiamo dei sostituti.»
«Che succede ai consiglieri troppo vecchi? Muoiono?»
«Nella Città, non si muore. I consulenti troppo vecchi vengono riciclati, come i bambini.»
«Il nuovo, anche lui, è stato prodotto in questo modo?»
«Sì, Maen.»
«La Città è sempre stata popolata di quelli che tu chiami Eredi?»
«No. Ricorda quello che hai sentito al tuo arrivo. Sono gli uomini che hanno inventato la Città. A lungo, essa gli è servita per spostarsi attraverso il mondo. Poi si sono stancati di vivere in così ristetti limiti. Non siamo noi che succederemo all’uomo. Semplicemente, prepariamo colui che verrà.»
«Vuoi dire che tutti gli uomini, anche quelli della mia tribù, scompariranno?»
«Sì, i loro giorni sono contati. Anche noi, scompariremo perché siamo una specie transitoria creata per preparare visione del nuovo uomo.»
«Altri bambini stranieri sono venuti prima di me? Non sono il primo a cui la voce si indirizza, il primo essere, come dite? decontaminato.»
«Sì, ne sono venuti altri. Undici. Altri sono stati tentati. Non ce l’hanno fatta. Ma nessuno aveva la tua volontà e la tua vivezza di spirito.»
«Allora sono diverso?»
«Forse sarai la nostra fortuna. La consulta ritiene che il numero dodici soddisferà tutte le condizioni. Se i loro calcoli sono giusti, tu diverrai l’uomo nuovo. Quello atteso dai giocatori.
Scossi la testa:
«Non sembravano essersene accorti.»
«Nulla è stabilito. C’è solo un mezzo di sapere se tu sei colui che noi attendiamo, è che tu resti fra noi. Qui, troverai il tuo posto. E percorrerai il mondo. La tua tribù ha più bambini di quelli che è in grado di nutrire. Non si è preoccupata per la tua scomparsa. Resta. Diremo ai tuoi genitori che hai scelto la Città. Comprenderanno.»
«Mi insegnerai a condurre il mezzo ?»
«Sì. E molte altre cose ancora.»
«Imparerò a cacciare l’uomo?»
«Certo, se già non sei colui che stiamo cercando. Ma tu lo sarai. Divenuto un uomo della Città, vedrai luoghi ben differenti da un paese seppellito sotto le sabbie, un lago il cui livello si abbassa inesorabilmente. Il deserto avanza. La Città, sola, gli può sfuggire, andare alla ricerca dell’acqua, la dove essa sussiste. E forse un giorno gli abitanti della Città, compagni dell’uomo nuovo, lasceranno questo mondo che muore per andare a cercare tra le stelle un’altra terra più accogliente. Alla tua età, ai la speranza di partecipare al viaggio. Vieni, ti morsero il segretissimo laboratorio dove mettiamo a punto un motore di potenza ineguagliata. Questo motore ci lancerà sulle tracce di coloro che, molto prima di noi, si staccarono dalla Terra, ci condurrà più lontano del sole, ci lancerà tra le stelle dove l’uomo nuovo recherà la sua impronta e si stabilirà per i secoli a venire… Hai visto le nostre ali. Ma lo sai che, già ora, la Città può volare? Non lo facciamo molto spesso, per risparmiare energia. Ma un giorno molto vicino, noi decolleremo.


Sul morbido letto che sostituiva la mia povera stuoia di giunchi, non trovavo requie. Mi veniva in mente ciò che diceva l’Anziano: Diffidate della Città. Vi si entra uomo, e vi si muore macchina.
Dovevo accettare l’offerta di Chram, diventare il solo uomo tra gli aneroidi? Diventare l’uomo nuovo? Che voleva dire, di preciso? Sarei divenuto sapiente. Avrei conosciuto i segreti degli Eredi tanto quanto quelli degli uomini. Avrei insegnato ai miei fratelli a produrre, con le tecniche della Città, gli alimenti, gli strumenti, tutti gli oggetti di cui avrebbero avuto bisogno per vivere come gli uomini dell’antichità, degli uomini veri. Forse potevo anche aiutare i miei fratelli della tribù, aprir loro la via per una vita migliore. E, soprattutto, salvare il lago dalla morte. Cos’, essi avrebbero sostituito gli androidi. I quali, ua volta divenuti inutili, sarebbero scomparsi. Ma era una buona cosa diventare un nuovo uomo?
Mi appisolai, mi svegliai da un incubo. La testa di Ulex mi guardava con i suoi occhi brillanti ma vuoti. Tutt’intorno danzavano i piccoli aneroidi, con i loro impianti che rilucevano nella penombra. I bambini cantavano: Abbiamo trovato l’uomo nuovo.
E sentivo che sul mio viso colava la maschera di Ulex.
Nel mezzo della notte, infine caddi in un sonno profondo.
Appena svegliato, mi sollevai fino al finestrino.
Sul deserto di pietraia, si levava il giorno, in un altro tono di rosso.
Delle ombre passarono sulle rocce molo velocemente. Gli uccelli!
Si inseguivano, girando velocissimi, risalivano dritti nel cielo che facevano echeggiare delle loro grida. Ma, dietro il carapace, non li si sentiva. Nella Città, no c’erano uccelli.
Il sole faceva sfavillare i ciottoli che, al di là del ghiaione, si estendevano a perdita d’occhio. A quell’ora, gli uomini della tribù tornavano dalla caccia. Con un po’ di fortuna, avrebbero recato il loro bottino, qualche cane della steppa. Una carne immangiabile, dicevano le femmine. Ma di cui utilizzavamo le pelli. E c’erano anche delle antilopi.
Col viso stampato sul vetro, percepivo una figura eretta contro i cielo. Quella di mio padre che mi aspettava ma che rifiutava di entrare.
Volli fargli un segno. Ma, ovviamente, mio padre non poteva vedermi.
Risalii il passaggio. Quando arrivai davanti alla porta, si aprì.
Mio padre vide suo figlio uscire dalla Città, ma non si mosse.
Lo raggiunsi e, senza scambiare una parola, ci siamo allontanati tra le rocce.
La Città aveva aperto le sue ali al levare del giorno.
Chram aveva ragione. La Città stava per decollare. Stava per volar via.
Ma ecco che ripiegò le sue ali.
Spense le sue luci, ad eccezione dei suoi fuochi anteriori e posteriori.. Quelli che proiettavano dei fasci rossi e verdi i cui riflessi correvano sulla ceramica.
La Città illividì. Poi, sulle sue lunghe zampe, si avviò.
E mi sono svegliato.

(Traduzione dal francese di Giorgio Sangiorgi)

3 commenti:

  1. Avvincente, riflessivo, di ampio respiro.

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  2. Un racconto che rimanda allo stile fantascientifico dell'età d'oro della fantascienza.
    Roba da maestri.

    Danilo Concas

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  3. Quoto Danilo.
    Un bel racconto classico di fantascienza.

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