venerdì 15 marzo 2013

APPUNTAMENTO NELL'EX-MONDO di Vittorio Catani

                               


(È con grande piacere che pubblichiamo, su Letteratura Fantastica, un racconto di Vittorio Catani, uno tra i più importanti scrittori italiani di genere fantastico e fantascientifico. Per questa gentile collaborazione rivolgiamo a Vittorio cordiali e sinceri ringraziamenti.)

Mbarara è magnifica, in questa stagione.
Cielo azzurro, sole, aria limpida non inquinata. Di solito, in tempi così, io e la mia cerchia di conoscenze – soprattutto colleghi dell’università – riprendiamo antiche abitudini e in comitiva ce ne andiamo per qualche giorno al lago George, un centinaio di km. da qui. È tutto molto bello anche perché l’Uganda ha ragazze splendide. Ma stavolta devo pensare al mio lavoro: è da un po’ che sono a spasso, mio malgrado.
— Amin —  mi ha detto l’altroieri Badoul, il capo del Dicastero Ugandese Ex-Mondo — se vuoi guadagnarti qualcosa in attesa che le tue due lauree portino i loro frutti, beh, ci sarebbe un posto per te… Ma — ha precisato Badoul ironico — devi rassegnarti a lasciare per un po’ le donne e le tue partite di awele. — Poi, serio, mi ha spiegato: andare nell’Ex-Mondo. È un lavoro di volontariato, però stavolta il nostro Ministero è riuscito ad accantonare circa 500 scellini ugandesi per ogni volontario.
Penso che se stringo al massimo la cinghia dovrei farcela a recuperare le spese di viaggio, cibo e alloggio. E magari mi rimane in tasca il resto.
Accidenti però, come cambiano le cose. Ho scoperto che negli anni Dieci occorrevano quasi 3000 scellini ugandesi per 1 euro, oggi ci vogliono 3 euro per 1 scellino!
Ok. D’altronde è proprio grazie a una situazione del genere che io andrò nell’Ex-Mondo.

Viaggio tranquillo. Ho preso un Cessna C172 ristrutturato, della Società di Servizi Aerei ugandese. A bordo eravamo quattro viaggiatori. Pilota automatico. Il C172 era un aereo a elica, ma sostanzialmente del vecchio aeroplano resta solo il profilo esteriore. Non va più a benzina, è azionato da una versione indiana del motore fotonico.   
Sappiamo arrangiarci, noi dei vecchi Paesi poveri.
Il viaggio è durato quattro ore, perché strutturalmente il Cessna non può sopportare le velocità ben maggiori che il suo motore consentirebbe. L’appuntamento è all’aeroporto d’arrivo. Atterriamo, ma quello che succede non me l’aspettavo.
Scendiamo dall’aereo e ci fanno sostare tutt’e quattro in una specie di bunker per quasi un’ora. Nessuno che venga a dirci perché. Poi si apre la porticina ed entra un signore in camice bianco che dice alcune parole in spagnolo. Ad uno ad uno, ci fa delle punture. Ci guardiamo costernati. Capiamo solo che dovrebbe trattarsi di un polivaccino, contro cosa non si sa. Poi il tipo va via e richiude la porta. Prima che si riapra passa un’altra ora.
Esco imbestialito, ma mi calmo subito quando, all’uscita, riconosco il mio referente locale.
I segnali sono la bandierina a strisce nere gialle e rosse (i colori del mio Paese) e lo stemma del Servizio di Volontariato sulla camicetta.
— Ciao! — dice sorridendo. Poi aggiunge in inglese: — Sono Snješka. Conosco poco l’italiano.   
Mi presento e aggiungo: — Anche io lo conosco poco… Mio nonno lavorò trent’anni a Foligno. Quando tornò, ebbe il tempo di insegnarmi qualcosa. — Di comune accordo prendiamo a parlarci in inglese, che comunque in Uganda è lingua ufficiale.
L’aria è pesante. Puzza. In cielo c’è caligine, siamo a metà giornata ma non riuscirei a individuare da che parte sta il sole. — Accidenti, anche ora che arriviamo in città sarà ancora così? — chiedo a Snješka.
— A Roma, vuoi dire? — risponde lei, e aggiunge: — Certo. Anzi, in tutta l’Italia. O in Europa. Anche a casa mia… In Boemia le cose non vanno molto meglio.
Penso al mio limpido Lago George.
Saliamo su un vecchio pullman, pigiati come pesci nella rete. — Usano ancora la benzina? — chiedo un tantino meravigliato.
— Diamine, ragazzo, da dove vieni?
Snješka mi spiega che i Paesi europei da decenni blaterano di fonti alternative ma continuano a raschiare il fondo degli ultimi pozzi di petrolio, roba che è più melma che altro. Mi dice che le aziende petrolifere ostacolano le altre energie, specie quelle pulite,  a suon di bustarelle, omicidi, attentati con autobombe e piccoli robot volanti esplosivi mimetizzati da uccelli. Ufficialmente, da governo e stampa venduta, i morti sono addebitati a fantomatiche fazioni politiche estremiste.
Pensavo che la gente fosse ammassata solo nell’aeroporto, ma arrivati in centro città scendiamo per ritrovarci tra migliaia di persone. Un muro di corpi. Cerco di guardare in giro, oltre le teste in movimento senza fine. Mura sbrecciate, edifici cadenti, asfalto con buche, aria ancora più fetida, cespugli striminziti. Urla, chiasso di clacson, rombi di auto. — Ora che andrò in camera farò una doccia piuttosto lunga. C’è un caldo umido tremendo, qui.
Snješka mi guarda: — Doccia? Vedrai, vedrai che bell’acqua…
Ci incamminiamo tra la folla.
Comincio ad avere la nausea: — Che dici di andarci a prendere un buon caffè? — Fra l’altro Snješka è un fiore di donna. Penso sia sui 40. Matura al punto giusto. Finora è l’unica cosa decente in cui mi sono imbattuto. Ma non voglio azzardare a dirglielo, non so in Occidente come funzionano queste cose.  Penso che Snješka a sua volta non veda l’ora di rinfrescarsi. Mi dice: — Ecco, lì c’è un bar.
Cambiamo direzione.        

È più di mezz’ora che siamo seduti al tavolino, ormai ci siamo detti quasi tutto. Lei è divorziata con figli ventenni emigrati nel Sichuan, in Cina. Vive sola. Di me, le ho detto delle mie due lauree in Fisica Multilaterale e in Storia delle Civiltà, conseguite all’università di Kampala, capitale del mio Paese.
— Domattina dovrai andare al Centro Smistamento — mi anticipa lei. — Credo di capire che ti indirizzeranno all’Istruzione.
— È la prima volta, per me. Sarà una cosa difficile, faticosa?
Mi fa un sorrisetto ambiguo: — Diciamo che non sono le parole giuste… Ma vedrai da te. Non devi spaventarti, l’Europa che ti raccontava tuo nonno è sparita. — Resta quasi soprappensiero, poi aggiunge: — Ma in fondo l’abbiamo voluto noi.
Ok, so bene che l’Europa è cambiata, ma non capisco. Insisto: — In che senso l’avete voluto?
Lei mi fissa: — Beh… era prevedibile che man mano lo sviluppo tecnologico eliminasse la maggior parte dei lavori manuali. Restavano le occupazioni legate alla “conoscenza”, ma le abbiamo date in appalto agli ex Paesi poveri, per lucrare sui bassissimi costi di lavoro… Sai dirmi cosa resta? Solo alcuni lavori manuali che, in effetti, non necessitano di particolare istruzione. Il risultato sai già qual è. Le tue…
Afferro al volo e la anticipo: — Le mie due lauree conseguite in Uganda, vuoi dire. Snješka sorride: — Esatto. L’istruzione autentica oggi è nell’ex Terzo Mondo, divenuto il vero “pensatoio globale”. E quindi anche l’economia planetaria sta cambiando. Certo non siete proprio ricchi, né benestanti, e avete enormi disuguaglianze, ma l’Occidente si è dato l’ultima zappata sui piedi, non contento della Grande Crisi del 2008.
Mi guardo intorno. È questa la Città Eterna di cui leggevo ammirato durante i miei studi? Incredibile. L’Urbe che condizionò e scrisse la storia del mondo per secoli? Oggi ha più l’aspetto di un anonimo formicaio nevrotico e inquinato, sull’orlo del collasso. Poi mi torna a mente che mi trovo in ciò che noi chiamiamo Ex-Mondo.
— All’aeroporto mi hanno vaccinato — dico. — Che altro sta succedendo?
Lei: — Certo, contro il perikitanka… È un nuovo ceppo, ma non temere. Ci stanno piovendo addosso un sacco di strane malattie.
Cado dalle nuvole. — Peki.. pertiri… Ma cosa è?
— La variante contaminata della muffa d’una pianta asiatica. È la prima volta che le malattie del mondo vegetale attecchiscono in quello animale. Colpa delle ibridazioni Ogm, si pensa. 
Cambio argomento. — Hai da fare, stasera?
Lei scoppia a ridere. — Ti vedo smarrito, Amin. Stasera? Spiacente, ho un impegno.
— Scusa — le dico.
Ci alziamo dai tavolini e tiro fuori la card per pagare. Snješka protesta, vorrebbe offrire lei. Il tutto mi costa una cifra ridicolmente irrisoria.
Già, la svalutazione…
Ci salutiamo. Stringendomi la mano dice: — Ma tu riprova per domani sera. — Sorride, poi si gira e se ne va.

Al Centro Smistamento – un palazzotto malandato in periferia – mi riceve un certo signor Maazel. Mi saluta frettolosamente e mi consegna una card. Prima parla in tedesco, io scuoto la testa, allora passa nervosamente a un italiano disastroso, da intuire più che capire: devo controllare che la card sia la mia; dentro c’è l’indirizzo al quale recarmi, e sono descritti i miei compiti. Mi impone la firma d’una ricevuta, poi borbotta un: — Auf Wiedersehen. — Mi ritrovo con la card in mano: Maazel è sparito. Esco.
Di fronte vedo del verde. C’è un giardinetto pubblico che appare meno stitico di quelli visti finora. Fra gruppi di persone anziane e malmesse trovo una panchina libera, mi siedo, tiro fuori la card e il mio lettore portatile. In tre minuti credo di aver capito tutto. E di non saper proprio cosa fare.
Non avevo idea che esistesse la figura del Pacificatore Scolastico.
Ora lo so, ma temo non sia sufficiente.

La scuola si chiama “Alessandro Volta” ed è un istituto superiore. È ubicata al Laurentino 38. Apprendo che questo è divenuto uno dei quartieri periferici più malfamati. Apprendo anche che ieri la mafia cinese (ufficialmente) ha provocato l’esplosione di un intero palazzo a 10 piani: 113 morti. Erano uffici del Comune, nell’ora di punta, e si può immaginare di tutto sui reali mandanti.
Giungo in vista della scuola, che si presenta come un enorme isolato a due piani. Già da lontano mi arriva un vociare intenso, come da uno stadio di calcio. Foglischermo luminosi alle mura gridano slogan: ABOLIRE LA SCUOLA! Leggo anche: MORTE AL PRESIDE! Un’altra: A SCUOLA: SCOPARE COME CI PARE! Sull’ingresso, che è una scalinata, sono fermi gruppi di persone. L’atmosfera è accesa. Mi avvicino, nessuno sembra accorgersi di me. Alcuni giovani stanno contrattando fra loro, guardo meglio: circolano bustine. Molti esibiscono tranquilli una fondina con un’arma, o coltelli. Pacificatore Scolastico? Stringo i denti e decido di entrare. Chiedo del Preside.
Apprendo che si chiama Onorio Giannelli; per arrivare a lui attraverso corridoi enormi dove gruppi di gente (genitori, immagino) litigano tra loro, fanno barricate, si lanciano sedie, bestemmiano. Alla svolta d’un corridoio, per miracolo riesco a scansare uno sgabello in volo diretto a qualcuno dietro di me mentre un tizio mi corre incontro inferocito, mi sorpassa. Mi impongo di non girarmi, sento tonfi di scazzottate e un urlo di dolore. Seguono lontani colpi di pistola. Improvvisamente una dozzina di adulti e di giovani urlanti sfondano la porta di un’aula ed entrano. Stavolta guardo: afferrano il docente alla cattedra e spingono verso la finestra. Interviene un gruppo più piccolo, rabbioso e sbavante, in difesa del malcapitato. Sfuggo giusto in tempo al ciclone e dopo salite e giravolte estenuanti arrivo finalmente alla Presidenza.
La porta chiusa è scortata da tre guardie in assetto da guerra mondiale. Mi presento, e dopo varie formalità mi lasciano entrare.
Mi ritrovo in una stanza vasta e disordinata. — Buongiorno, signor Preside — dico in inglese. Gli mostro il distintivo del volontariato internazionale Ex-Mondo, Sezione Uganda. Lui mi invita a sedere, rispondendo in francese.
— Dottor Giannelli — esordisco — vorrei sapere da lei cosa sono venuto a fare qui.
— Senta — mi risponde lui ancora in francese, strabuzzando gli occhi — sono io che vorrei sapere cosa sono venuto a fare qui.
Mi accorgo che il dialogo sta assumendo toni surreali.
— Bene — rispondo io, che per fortuna mastico anche l’altra lingua — sappiamo entrambi di non sapere. È già qualcosa che ci accomuna.
— Ma scopriamo l’acqua calda, signor…
— Amin, per gli amici.
— Caro amico Amin — dice Giannelli — lei si sente in grado di fare una cosa, una qualunque cosa, qui?
— Assurdo — rispondo. — Non immaginavo lontanamente che questa scuola…
— Neanche io. Lo sa che nonostante le guardie alla mia porta, sono tre giorni che non riesco a uscire da questa maledetta stanza? Lo sa che sono costretto a orinare dalla finestra? Senza di loro, qualcuno mi avrebbe già fatto a pezzi. La prego, lei è stato inviato qui, lei costa denaro al suo Paese, Amin. Lei deve… ripeto: deve essere in grado di far qualcosa, qualunque cosa per sbloccare la situazione! Lei è un Pacificatore!
— Ma il governo…
— Per carità. Il potere non è più in mano al governo da anni. Ora voteranno per l’Abolizione Scolastica: l’Istruzione costa troppo, quel denaro risparmiato chissà dove andrà, e in fin dei conti l’Istruzione non serve più, perché le vere abilità sono nelle vostre mani. Il resto può farlo anche un analfabeta.
— Siete stati egoisti e feroci con noi per secoli, caro Giannelli — dico. — Ma io guardo al qui e ora. Vorrei sapere cosa sono venuto a fare qui, ma vorrei anche adoperarmi concretamente per aiutarla, signor Preside. Per aiutarvi.
— La verità — dice Giannelli fissandomi — è che lei, qui, non può fare un bel nulla. — A queste parole segue un lungo, stanco silenzio.
Sì, abbiamo detto anche qualche altra cosa, ma non ricordo cosa, più che altro per non cadere in un vuoto imbarazzante. Poi non ho resistito. Mi sono salutato con Giannelli, e mi veniva quasi di abbracciarlo. Lui ha aggiunto sottovoce: — Ringrazi i suoi e tutta l’Uganda — mentre la porta della Presidenza si richiudeva alle mie spalle.

Sono uscito dalla scuola prendendo una scala secondaria consigliatami dai guardiani. Uno d’essi ha voluto scortarmi. Sono ripassato attraverso gruppetti sparsi; giunto all’uscita la guardia è tornata su.
E ora che faccio?, mi sono detto.
Dovrò tornarmene a casa con la coda tra le gambe.
E perdo anche questo lavoro. Mi crederanno, quando racconterò? Ma almeno lì non respirerò quest’aria fetida. Stasera io…
Prendo il cellulare. — Pronto… Snješka?
— Ciao! Come stai? Come mai mi chiami?
— Come sto… poi te lo dico. Senti: sei libera stasera? — Domani intendo partire, ma almeno venire fin qui non sarà stato inutile.
— Stasera, dici? Ci devo pensare un bel po’. — L’ascolto ridacchiare, poi: — Direi di sì… Sì, guarda caso sono libera.
Ci diamo appuntamento.
Termino di scendere la scalinata dell’edificio. Il vociare continua a stordire, e tuttavia allontanandomi definitivamente percepisco con chiarezza una frase. Stavolta è in italiano:
– Fanculo, sporco negro.  

(Per gentile concessione dell’Autore)

6 commenti:

  1. Stupendo scrittore come sempre

    Silver

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  2. Ancora un ringraziamento a Vittorio per questo splendido racconto
    Paolo

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  3. Il mondo rovesciato. Quello che era il primo mondo, rappresentato da questo scampolo d'Italia, è ormai degradato e regredito alla barbarie. L'istruzione e la cultura sono calpestate, non servono più a nulla. Eppure, l'agente mandato dalla evoluta (soprattutto in senso culturale)Africa viene chiamato sporco negro. Bellissimo affresco di un ambiente livido e degradato, degno della migliore fantascienza a sfondo sociologico. E il tutto condito con una leggera storia sentimentale. Ho trovato il racconto di grande attualità. Povera Italia, e povera Europa! Se non troviamo un rimedio, il processo sarà irreversibile. E a noi ex dominatori, ex sfruttatori è destinata una terribile nemesi. Splendida prosa, personale e molto funzionale.

    Giuseppe Novellino

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  4. Quattro sinceri ringraziamenti: a chi gentilmente mi ha pubblicato, a Silver, Paolo e Giuseppe che hanno voluto commentare. Un racconto gradito è ossigeno per chi scrive:-) Un saluto.
    Vittorio

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  5. Mi trovo in Uganda in questo momento... tra qualche giorno dovro' tornare in Inghilterra... Questo racconto non e' poi cosi' fantascentifico!!
    Bravo lo scrittore... mi verrebbe da sceneggiarlo in un cortometraggio..
    Fammi sapere
    William Ranieri

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    1. Ho inviato la tua richiesta all'autore Vittorio Catani
      Ciao

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