lunedì 17 giugno 2013

POVERE LE MIE CREATURE di Sauro Nieddu.


Ho scoperto questo manoscritto frugando nei recessi più remoti della rete, in un vecchio sito polveroso – figuratevi che si trovava all'ultima pagina della ricerca di Google per "saponificazione" – che dal 1997 non ha più ricevuto alcuna manutenzione. La sua sopravvivenza è stata possibile solo perché era stato caricato su un obsoleto computer pubblico della ASL, di tanto in tanto ancora collegato a internet. Ovviamente la terribile vicenda in esso narrata mi ha incuriosito non poco. Ho indagato a fondo, intenzionato a sapere qualcosa direttamente dalla voce dell'autore, e ho rintracciato un tale Gavino Giovanni Perria, che appunto negli anni novanta prestava servizio come inserviente alla ASL di Cagliari. Il Perria però, pace all'anima sua, è deceduto nel 2005. L'unico familiare – Gavino Perria non si è mai sposato né ha avuto figli – ancora in vita, è l'anziano fratello Italo, che purtroppo di questa faccenda sapeva ben poco. Mi ha però raccontato le circostanze della sua dipartita; il fatto che sia avvenuta per complicazioni respiratorie, causate da strane calcificazioni che ne limitavano da tempo la funzionalità polmonare, getta un’inquietante luce di veridicità su questo racconto.
Per ovvi motivi ho preferito eliminare da questa versione il nome dell'ingrediente incriminato. Gli stessi motivi tra l'altro, mi hanno indotto, una volta rintracciato il computer su cui era memorizzato il racconto originale, a formattarlo; non vorrei trovarmi a soffocare un giorno, in un mondo di candida schiuma.
Sauro Nieddu

Il mio nome è Gavino, Gavino Giovanni Perria per essere preciso, ed ero un uomo curioso. Maledetta la curiosità! Voglio raccontare questa cosa terribile che mi è capitata nel millenovecentottantanove. Non so se può servire di lezione alle future generazioni, sicuramente serve a me che ho bisogno di sfogarmi perché non l'ho mai raccontato a nessuno.
Cominciò perché non ne potevo più di fare il dipendente statale, con tutti quei dottori che ti trattano da scemotto solo perché non hai studiato. Volevo farglielo vedere io, di cosa era capace Gavino Perria! Mi era venuta l'idea di fabbricare sapone, perché al giorno d'oggi la gente si è presa quest'abitudine di lavarsi tutti i giorni e io, che sarò anche ignorante ma non sono tonto, ho pensato che nei giorni a venire la gente si doveva lavare ancora di più, e quindi una fabbrica di sapone non poteva mai fallire.
Però non avevo idea di come si faceva il sapone: mia mamma me lo aveva insegnato come lo facevano nell'antichità, con la lisciva e lo strutto, ma se volevo aprire una fabbrica dovevo imparare il metodo moderno. Così sono andato alla libreria e mi sono comprato un libro che si chiamava I mille metodi della saponificazione moderna, e poi me lo sono letto tutto.
Allora mi sono fatto il laboratorio nella stanza degli ospiti, che tanto era sempre vuota, e di sera, quando tornavo da lavorare, ho iniziato a provare, per vedere come mi usciva. All'inizio non è andata tanto bene, ma poi a forza di provare ho imparato. Dopo due mesi facevo questi saponi meravigliosi che solo a guardarli facevano luccicare gli occhi, belli bianchi bianchi e quadrati che sembravano fatti a macchina.
Però a questo punto mi sono detto:
«Oh Gavino, a una cosa non ci hai pensato! Se il tuo sapone è uguale agli altri che ci sono in bottega, perché la gente deve comprare il tuo?»
E ho capito che se volevo diventare ricco, il mio sapone doveva essere meglio degli altri. Ma come potevo fare? Le cose che c'erano scritte nel libro erano tutte cose che già si sapevano... allora mi sono messo a pensare cosa potevo fare che gli altri non ci avevano ancora pensato. Pensando pensando, mi è venuta la curiosità – maledetta la curiosità! – di provare a metterci un poco di (...), di quello che usavano da noi alla mutua. Più ci pensavo e più mi sembrava che l'idea era buona; volevo fare questo sapone così bello che poi tutti i grandi signori, tutti i dottori, dovevano venire in ginocchio per chiedermene un panetto. Volevo farglielo vedere io, di cosa era capace Gavino Perria!
Così un giorno ho preso un pochino di (...), che tanto i dottori non se ne accorgevano, e quando sono tornato a casa mi sono messo a fare il sapone. Quando era quasi pronto, prima di metterlo nello stampo, ho aggiunto il (...) nel paiolo. Dovevo solo farlo riposare e vedere che cosa ne usciva. Intanto che aspettavo però, me lo sognavo anche la notte, questo sapone meraviglioso, che tutti i saponai del mondo dovevano venire in ginocchio a chiedermi la ricetta. Me lo sognavo che era bianco come il latte e bastava odorarlo per essere puliti.
Quando tornavo da lavorare, la prima cosa che facevo era andare a guardare il sapone, per vedere come stava uscendo. Per essere bianco era bianco, solo che c'era una cosa che non mi piaceva. L'impasto, invece di essere liscio e cremoso come deve essere per un sapone da signori, era tutto pieno di bolle, e queste bolle, più passava il tempo più diventavano grandi. Sembravano teste di polpo, grandi come le noccioline. Lo guardavo, lo guardavo, e poi una domenica, sono andato di nuovo a guardarlo, e le bolle hanno iniziato a muoversi. Piano piano si sono mosse sempre di più e dall'impasto sono uscite queste bestie che sembravano davvero polpetti, solo che erano tutti bianchi.
Io li guardavo e non ci capivo niente, una cosa così non mi era mai capitato di vederla! Ho pensato che doveva essere colpa del (...) che ci avevo messo. Poi i polpetti hanno aperto gli occhi e si sono messi a strisciare verso di me, dovevano essere almeno cento e facevano tutti pii pii pii, come gli uccellini quando escono dall'uovo. Ho pensato che avevano fame ma non sapevo cosa dargli, poi ho pensato che forse, già che io mangio la carne, quelli potevano mangiare sapone. Ho tagliato una saponetta a pezzi piccoli piccoli, gliel'ho data, e quelli se la sono mangiata tutta. Poi sono andato in cucina a guardare la televisione. I polpetti mi hanno seguito, sono saliti sulla poltrona dov'ero io e si sono addormentati. Gli ho messo una copertina sopra, perché anche se era estate c'era un po' di corrente, e ho continuato a guardare la televisione.
Anche se il sapone non mi era uscito bene, ero tutto contento perché avevo fatto una nuova invenzione, tutto orgoglioso. Mi sentivo come Dio dopo che aveva creato tutte le bestie.
Era passata una settimana, e i polpetti erano cresciuti. Ormai erano grandi come un melone. Stavano crescendo anche abbastanza educati, mi seguivano per tutta la casa e invece si continuare a fare pii pii pii ogni volta che avevano fame, rimanevano in silenzio e aspettavano l'ora di cena.
Poi un giorno, che i polpetti erano grandi già come un’anguria, mi è venuta la curiosità – maledetta la curiosità! – di portarli fuori per vedere se gli piaceva. E altroché se gli piaceva, erano tutta una felicità. Correvano da una parte all'altra, guardavano il cielo, frugavano dappertutto.
Proprio allora capitò il disastro, si era messo piovere. Una di quelle passate d'acqua d'estate. Con il cielo che si fa nero in un attimo e incomincia a lampare e tuonare.
I miei polpetti bianchi piangevano disperati pii pii pii e correvano verso di me, e l'acqua li squagliava, poveri i miei saponetti. Li prendevo in mano per portarli al riparo ma scivolavano via già tutti liquefatti. Poi hanno cominciato a gonfiarsi e a fare schiuma, hanno smesso di pigolare ma continuavano a seguirmi. Erano diventati più grandi di me, giganti di schiuma, e io ero tutto in mezzo alla schiuma e non riuscivo più a respirare, respiravo schiuma, respiravo sapone. Ho incominciato a tossire e mi sono messo a correre, correvo e tossivo, correvo e tossivo.
Sono corso fino alla fontana, ho aperto il rubinetto per sciacquarmi, che non respiravo più e stavo soffocando. Mi sono sciacquato la bocca ed il naso, poi mi sono sciacquato gli occhi, poi ho guardato intorno. I miei bambini di schiuma erano tutti a giro a giro a me. Non facevano più pii pii pii, ma si vedeva lo stesso che erano disperati, che volevano stare vicini a babbo. L'acqua che scorreva dal rubinetto non li faceva accostare, poveretti, erano l'immagine della disperazione. Ma io cosa potevo fare? Se chiudevo il rubinetto quelli si gettavano addosso come prima e non potevo più respirare. Aveva smesso di piovere, l'acqua della fontana li teneva lontani. Figli miei perdonatemi! Ma il babbo non ne ha voglia di morire soffocato.
Dio mi perdoni per tutti i peccati! Ho pensato che prima o poi il sole scioglieva la schiuma ed ero salvo. Non pensavo mica alla vita dei miei bambini, pensavo solo a salvare la mia, di pelle. Dio mi perdoni.
Ma il sole è tornato, e il sole se n'è tornato ad andare, e i miei polpetti di schiuma erano sempre lì. Allora ho capito cosa stava capitando. L'acqua non faceva seccare la schiuma, la stessa acqua che non li lasciava avvicinare a me. Io li stavo facendo soffrire con quell'acqua, e non potevo privarmene perché se no toccava a me soffrire. Sono restato lì con la tristezza nel cuore a vedere i miei bambini che soffrivano, e non ho avuto il coraggio di chiudere il rubinetto, perché se no toccava a me.
Non so nemmanco quanti giorni e quante notti sono rimasto lì, intrappolato nell'angolino del cortile. So solo che avevo così fame che non stavo più in piedi. So solo che un giorno, un altro temporale ha buttato giù tanta di quell'acqua che ha portato via tutta la schiuma. I miei bambini!
Allora sono tornato dentro casa, piangendo, e mi sono coricato. Ero mancato tanti giorni dal lavoro, e se non andavo a spiegarmi, almeno il giorno che veniva, sono sicuro che mi licenziavano. E il giorno dopo sono andato al lavoro, e il giorno dopo, e quello dopo ancora, ma a fare il sapone non ci ho più provato. Mi era passata la voglia di far vedere a tutti chi è Gavino Perria, mi è passata per sempre.

3 commenti:

  1. Bel racconto, carico di suspense, avvincente.

    RispondiElimina
  2. Bella l'mpostazione alla Lovecraft e interessante il linguaggio del racconto, scorrevole, di registro popolare. Una bella lettura piena di suspense che contiene nascosti significati riguardanti il rapporto con gli altri e con se stesso.

    Giuseppe Novellino

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho appena terminato un racconto intitolato proprio "Lovecraft"; per scriverlo ho voluto rinfrescarmi la memoria rileggendo il ciclo di Cthulhu, e le influenze si fanno sentire...
      Ovviamente mi hai beccato subito!

      Sauro

      Elimina