martedì 3 febbraio 2015

CELESTE DIVA Valérie Bédard



Celeste era una vera bellezza, una bellezza pari soltanto alla sua stupidità. 
   Quando chiedevano ai suoi padroni di che razza fosse, rispondevano, invariabilmente, scarto di collie: insomma, madre collie, padre ignoto, costata niente.
Sandy, madre di Celeste, sapeva andare a prendere i cavalli di sera e ricondurli nella scuderia. Inoltre, sorvegliava la predetta scuderia, i fienili e la casa dei padroni contro qualsivoglia intruso, a due o più zampe. Era anche un’infallibile procacciatrice di selvaggina. Insomma, se esaminata dal Ministero, se la sarebbe cavata a pieni voti.
Dal canto suo, Celeste, a un dato momento, aveva impedito la fuga d’un gatto sedendoci sopra. Tali furono i fastigi della sua carriera canina.
Ma Celeste era tanto bella! Occhioni d’un castano screziato, una lunga criniera bionda da far invidia alle più stupende indossatrice, zampe sottili d’un bianco virginale, e, per soprammercato, indole d’una squisita gentilezza! Dolce, bella, sottile… e scema.
 Figuratevi lo stupore della sua padrona quando, una gelida sera di gennaio, mentre tutta la frazione di Saint-Thomas de Saint-Séverin-de-Proulxville dormiva al bagliore della sorgente luna piena, Celeste scappò.
Certo, tutti i cani scappano prima o poi, direte voi… Ebbene no, appunto. I suoi padroni avevano sempre ritenuto Celeste troppo scema per solo pensare a fuggire un domicilio familiare tanto comodo, e, soprattutto, il divano di velluto blu di cui aveva mangiato  il bracciolo in un momento di smarrimento – ma era tanto bella che l’avevano perdonata.
La padrona di Celeste s’infilò un colbacco, un paio di stivaloni e, profondamente offesa, si mise a pedinare la delinquente sulle prode del fiume des Envies, dormente sotto una spessa crosta di ghiaccio in quella bella serata invernale. Non era difficile : il giorno prima, era nevicato e la luna rischiarava tanto il paesaggio che sarebbe stato possibile leggerci un libro. Dopo un chilometro di marcia, la padrona si sentì ridicola, chiamò la cagna per l’ultima volta e ritornò a casa bestemmiando al punto di compromettere la salvezza dell’anima sua.
Nel frattempo, per via del plenilunio, la frazione Saint-Thomas dormiva malissimo. Nelle stalle, si formavano amicizie contro natura, come quella dello stallone di Prima Trudel con la capra di suo cognato Roger. Taccio delle altre.
E la bella Celeste correva, correva…
Sulla riva del fiume, Ti-Guy Brouillette sorvegliava la sua sfilza di trappole, imprecando. Ti-Guy era proprio un brutto ceffo : in paese, tutti lo evitavano il più possibile. Era un miscredente inacidito e alcolizzato che sua moglie aveva lasciato sporadicamente dapprima e difinitivamente poi dopo quindici anni di matrimonio per il peggio e per il peggio. I figli non gli parlavano più ed avevano voluto assolutamente essere diseredati. Ti-Guy trasferiva la propria rabbia contro il genere umano e la creazione in generale sulle malcapitate bestie da lui intrappolate. Le pelli non gli rendevano un granché, ma era il fatto di trovar lupi, volpi, lontre o magari coyote agonizzanti in una delle sue trappole che lo mandava in sollucchero e lo spingeva ad uscire nonostante le intemperie, soprattutto a delle ore in cui i parrocchiani hanno la decenza di starsene a letto.
Quella notte, la sfilza di trappole era completamente vuota, e Ti-Guy dava in escandescenze.
 Sudato fradicio nonostante il freddo, avanzava sulle prode fluviali, nella neve molle, arrancando – due giorni prima, aveva scambiato le racchette di marcia contro una cassa di ventiquattro birre. Il fiume serpeggiava ed attraverso i meandri scorrevano fonti da cui bisognava guardarsi, anche nel più profondo rigore invernale. Il ghiaccio traditore poteva assottigliarsi per un balordo privo di racchette, e Ti-Guy non era abbastanza ubriaco da dimenticarselo.
Uscendo da un cumolo di neve particolarmente coriaceo dietro un argine, ansimando come un brocco e sudando come dieci, fu stupefatto al punto di smettere di bestemmiare di botto.
Sul ghiaccio del fiume, una stupenda fanciulla conduceva una ronda silenziosa con cinque grandi coyote sfiancati. Su due zampe, con la lingua fuori, formavano un girotondo con la bella, tenendosi tutti per la zampa o per la mano – tranne il coyote al quale mancava una zampa anteriore, che Ti-Guy Brouillette avrebbe potuto restituire : trovata a brandelli nell’autunno scorso in una trappola, penzolava adesso sullo specchietto retrovisore del suo vecchio pick-up – giacente nel deposito auto municipale da due mesi, dopo essere stato rimosso dalla pubblica sicurezza quebecchese.
Tutti sembravano seguire una musica turbolenta, inaudibile per Ti-Guy : saltavano, facevano un passo avanti ed uno indietro, in modo sincopato, ma sempre all’unisono. Il più curioso ricordo che l’uomo conservò di questo ballo demoniaco, ma mai sgraziato, fu l’assenza assoluta d’indumenti sul corpo della ragazza : niente berretto di lana per coprire le fluenti chiome bionde, niente… proprio niente, da nessuna parte. Normalmente, Ti-Guy sarebbe stato pervaso da pensieri volgari e bassamente libidinosi alla vista di cotanta prestanza femminile, ma, nella fattispecie, si sentiva molto a disagio. Dopo qualche altra  giravolta, si sentì decisamente inquieto. Benché accovacciato in un banco di neve, si sentiva scovato. Quando arrivava davanti a lui, la ballerina gli scoccava il suo più bel sorriso. Se i suoi occhi verdi screziati d’oro non fossero in forma di mezzaluna, se i canini non fosssero stati tanto impressionanti, la creatura gli sarebbe parsa desiderabile. Era la nudità totale della fanciulla à -32°, congiunta alla presenza dei coyote ,che gli dava fastidio. Si sentiva perfino un po’ colpevole per via della zampa nel pick-up. (Ti-Guy Brouillette non si era mai sentito colpevole da quel Natale 1973 in cui aveva dato fuoco all’abete per vedere se avrebbe bruciato sul serio).
Inndietreggiò piano piano fino al promo meandro del fiume, quindi corse a perdifiato per boschi e per campi, fino a casa sua.

Quando sorse l’alba, i padroni trovarono Celeste sdraiata sulla soglia del portone. La rampognarono copiosamente, dandole, tra l’altro, della svergognata e della femmina da cani da slitta. Celeste entrò in casa con l’aria contrita e la coda tra le zampe, si acciambellò sul divano di velluto blu e dormì per due giorni di fila.
La mattina stessa, Ti-Guy Brouillette telefonò al 1-800 degli Alcolisti Anonimi, un’associazione che frequenta assiduamente ancora oggigiorno. Non è mai ritornato  sul luogo delle trappole : il vecchio pick-up et la zampa di coyote sono ancora al deposito. In paese, si dice che gli succede perfino d’essere beneducato. Ma tutti sanno che le ciarle di paese lasciano il tempo che trovano…

(Traduzione dal francese di Serena Gentilhomme)

2 commenti:

  1. Bello e magico questo racconto invernale

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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