giovedì 28 marzo 2013

IL DOSSO DELLE STREGHE di Sergio Bissoli



                            

Durante la primavera e l’estate andavo a trovare Monia, la figlia minore del fattore.
Il padre è vecchio e lavora nella stalla. La madre è semiparalizzata e lei deve badare ai lavori di casa. Ha un fratello, un ragazzone simpatico con un nome originale: Aldighiero, sempre occupato a studiare occultismo e folklore campagnolo.
Monia abita insieme ad altre tre famiglie nell’ala più recente di una costruzione quattrocentesca. La parte più vecchia dell’edificio ha inferriate panciute e due torri con grondaie penzolanti e avvitate.
La sera del 30 giugno durante la seconda raccolta del fieno, poiché ho avuto molto da lavorare arrivo tardi all’appuntamento. Monia è già sulla soglia di casa e mi accoglie con un bacio leggero sulla bocca. Mi prende per mano e mi attira dentro.
Come le altre sere rimaniamo in un angolo della cucina a parlare dei nostri progetti futuri. Lei è una ragazza semplice e buona, forse un poco ingenua. Se le faccio involontariamente del male, come succede a tutti gli innamorati, provo una profonda sofferenza nel cuore.
Più tardi Monia si sente stanca e la lascio andare a letto. Quando viene a darmi la buona notte indossa una camicia bianca lunga fino ai piedini nudi. I capelli sono sciolti e in mano regge un portacandele. Si china un poco per darmi un bacino. Sento un profumo leggero e la carezza soffice dei capelli, poi fugge via di corsa su per lo scalone semibuio.
Così rimango nella grande cucina a chiacchierare con il fratello. Questo ragazzo di trentanove anni, robusto, scapolo, ha una conoscenza dell’occultismo davvero profonda. Va a prendere pile di documenti ingialliti e mi legge i resoconti di cronache locali, talvolta strane, talvolta incredibili.
Dalle finestre aperte sento il frinire dei grilli. Si è fatto tardi e domani devo alzarmi presto, così interrompo Aldighiero perché devo andare via.
Lui mi accompagna fuori sulla grande aia silenziosa, illuminata dal plenilunio. Le cataste di pali sembrano irte di corni e la fila di porticati sono immersi nell’ombra. Sto per andarmene quando Aldighiero mi suggerisce di passare dietro alla sua proprietà per arrivare a casa prima.
“Segui la scorciatoia fra i meli, attraversi il guado sul fiume e passi vicino al dosso delle streghe.”
Questo è un monticello di terra battuta alto cinque o sei metri, ricoperto di rovi. La leggenda afferma che è stato costruito dalle streghe in una sola notte. In realtà si tratta di una altura artificiale costruita a scopo di vedetta dalle truppe di Napoleone.
“Ma sei sicuro che in questa stagione sia praticabile?” gli chiedo.
“Certo. Vieni, ti accompagno io.”
Si mette gli stivali e ci incamminiamo dietro casa sull’erba alta bagnata di rugiada. La notte è calda, incantevole. La luna allaga la pianura di luce bianca.
“Guarda queste vene di siccità.”
Mi indica delle striature bruciate che attraversano il raccolto. Si china per raccogliere qualcosa:
“E qui ci sono delle penne di gallina. Segno che qualcuno ha lanciato la malìa” lo sento borbottare.
“Ma è ridicolo! Tutto questo è paganesimo, ignoranza, buie credenze del passato...”
“Cose del passato, dici? Non hai idea di come la stregoneria sia praticata oggigiorno da queste parti. Le vecchie megere raccolgono ancora la rugiada nella notte di Lammas e la notte del solstizio. E là abita la vecchia Vertha che bolle i pentolini e nei pleniluni è stata vista camminare sulle punte degli alberi...”
Il suo racconto è interrotto dal grido di una civetta. Aldighiero si volta alzando gli occhi e anch’io seguo il suo sguardo. La casa in lontananza sembra un animale in agguato, pronto a saltarci addosso. Le due torri si elevano nere e dentellate nella luce della luna. Dopo un attimo di silenzio il grido si ripete stridulo, lamentoso, prima di finire in una specie di risata da far rabbrividire. Aldighiero commenta sforzandosi di sorridere:
“La civetta canta alla nostra destra, uno di noi è in pericolo. Se fosse stata a sinistra invece...”
Costeggiando il fiume tra le erbacce incontriamo mucchi di sassi disposti a triangolo. Sembrano piccoli menhir, e Aldighiero compie giri larghi per evitarli. Il fiume fa un’ansa e si restringe. Salto in quel punto servendomi di una pertica. Poi rilancio indietro la pertica e proseguo da solo sul sentiero.
Cammino trasognato sforzandomi di dimenticare quelle truci superstizioni. Sento il canto dei grilli e a volte la brezza mi porta il profumo dolce del caprifoglio. La notte è tiepida nell’immensa quiete.
Una luce rossa si muove laggiù nei campi. Mi fermo a guardarla. É una fiammella tremolante che procede saltellando. Che cosa può essere? Forse è un fuoco fatuo.
La luce avanza saltellando sospesa sul terreno, sorvola il fiume passando davanti a me e prosegue in diagonale nei campi. Poi il chiarore rossastro scompare dietro ai gelsi. Riappare più lontano, la intravedo fra il fogliame finché la perdo definitivamente.
Mi fermo con il cuore che batte per l’emozione. Quando riprendo il cammino, dopo pochi passi vedo un’altra luce provenire dalla stessa direzione. Istintivamente rimango immobile e dopo un po’ la vedo passare, questa volta molto più da vicino. Sembra una sfera gassosa di luce rosso-giallognola sospesa nell’aria. Procede velocemente in direzione del monte artificiale. Incuriosito provo a seguirla ma poco dopo anche questa scompare.
Il dosso delle streghe si eleva nero di fianco a me, coperto di erbacce e rovi. Allora vedo altre luci piccole e grandi provenire da diverse direzioni. Si spostano tutte veloci e silenziose a diverse altezze e convergono verso il dosso delle streghe. Le seguo con lo sguardo e resto allibito.
Il monticciolo a tratti sembra avvolto da un alone di luce verdognola. Mi avvicino ancora di più camminando nella sterpaglia fin quasi alla base del monte. La luce lunare lo illumina e vedo le asperità, i rametti contorti, la sommità brulla dove si muovono alcune ombre...
Odo sussurri di donne e risatine portate dalla brezza. Lentamente le ombre si alzano e incominciano a spogliarsi. Si spogliano completamente finché restano tutte nude, immobili, tenendosi per mano.
Vedo ragazze giovani e vecchie megere. Nel grande silenzio i loro corpi biancheggiano sotto la luna.
Un canto lieve, monotono, proviene dall’altura. É appena percettibile tra il fruscio delle foglie, e a volte scompare nel vento. Dopo un po’ si fa più forte e il suo ritmo diventa più veloce.
Adesso le donne incominciano a muoversi e formano un girotondo. Vedo corpi di adolescenti e corpi deformi di vecchie. A volte intravedo perfino qualche viso ghignante. Le carni sode hanno lampi bianchi, i seni ballonzolano.
Girano piano dapprima, ripetendo la nenia, poi aumentano il ritmo. La danza si fa sempre più frenetica, i movimenti sempre più rapidi, il canto sempre più ossessivo... Il girotondo diviene veloce, sgangherato...
Adesso girano invasate, sbraitando attorno a qualcosa che sta nel centro. Improvvisamente qualcuna grida un nome. Il canto cessa di colpo. Il girotondo finisce. Le streghe cadono a terra con una esclamazione di stupore.
Il silenzio diviene assoluto. Non vedo più nessuno. Lo stupore e il senso di attesa si vanno a poco a poco attenuando e posso pensare di aver sognato ogni cosa. Sono tutto sudato. Guardo la campagna che si stende sotto la luna e provo un grande senso di quiete.
Eppure qualcosa ancora si muove lassù sul dosso. Sembra un esile filo di fumo che lentamente sorge dalla sommità del monte. É una ragazza nuda. Una pallida Dea della notte con le braccia tese.
Quando alza la testa i capelli si scostano e riconosco il viso di Monia che mi guarda con i suoi grandi occhi tristi.

(Per gentile concessione dell’Autore)



2 commenti:

  1. Avvincente, interessante, ben scritto.

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  2. Mi sono particolarmente piaciute l'ambientazione e la caratterizzazione dei personaggi.
    Scritto in maniera molto scorrevole e incisiva. Gradevole!

    Giuseppe Novellino

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