mercoledì 20 luglio 2016

DE INSULA REMOTA di Giuseppe C. Budetta

Antenato monaco materno, morto in monastero cistercense, lasciò in eredità al mio paterno nonno una vetusta pergamena col titolo in gotici caratteri:
DE • INSULA • REMOTA
Alla scadenza esatta del quindicesimo compleanno, il nonno mi regalò la preziosa pergamena su consiglio di mio padre, entrambi speranzosi d’invogliarmi nello studio sia pur tardivo, del latino. Di recente, mi sono ancora cimentato nella traduzione del vetusto testo, sia per curiosità, sia per rinverdire la classica cultura. Mi sono infine accorto che vi si narra di una inesplorata isola, visitata nei tempi andati da Goti fuggitivi. I fatti si riferiscono a poco dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente: sanguinosi accadimenti, consequenziali alla riconquista di Cartagine da parte dei Bizantini. Nel 533 dopo Cristo, le milizie di Belisario distrussero Cartagine e fecero strage degli occupanti Goti. Come ordinatogli da Giustiniano, il generale Belisario non solo distrusse la città, ma sterminò i barbari che vi si erano insediati, compreso le donne, i vecchi ed i bambini. I pochi superstiti riuscirono a prendere il mare aperto su una vecchia trireme. I fuggitivi si portarono via l’ingente tesoro sottratto a Roma da Alarico, nel 410 dopo Cristo. Come la pergamena dice, questo tesoro fu nascosto non secondo la tradizione sotto il corso del Basento, ma in mare nei pressi di una misteriosa isola, o insula remota che suppongo sia l’ultima delle odierne Azzorre. Nella traduzione, ho lasciato di proposito alcune brevi frasi in latino. Per pochi nomi comuni e propri come Gothi e monacho, ho rispettato la vecchia dicitura Alto-medioevale. Qua e là, ho inserito le congiunzioni latine et, o atque. Dove non capivo il senso della frase, ho usato il termine quoniam coi punti sospensivi. Ecco cosa il vetusto testo dice.
Alone lunare inargentava l’acquosa et piatta distesa. Mi ricordai di un vecchio detto latino:
Adspirant aurae in noctem nec candidua cursus luna negat.
La prua della grande nave tagliò le placide onde diretta ad occidente.
Mari undique et undique coelum. Lucis egens aer.
 Atterriti dalle stragi perpetrate dai legionari di Belisario in Cartagine arsa, oltrepassammo le Colonne d’Ercole e virammo col vento amico verso il grande Oceano. Scrutavamo atterriti se mai qualche nave romana c’inseguisse. Ci ritenevano usurpatori dei territori imperiali nel nord-Africa, ma eravamo pacifiche tribù provenienti da oltre il Danubio, scacciate dalla furia degli Unni.
Quoniam…Al mattino del quarto giorno di navigazione, s’intravide ad oriente ancora la costa piatta ed arsa della Mauritania e ad occidente, solo la nebbiosa linea dell’orizzonte. Un improvviso vento diresse la trireme nel grembo del grande Oceano, mai raggiunto dagli umani. Povero monacho dei Gothi prigioniero, costretto a seguirli nella rovinosa fuga da Cartagine, messa a ferro e fuoco, mi feci il signum crucis e cominciai a pregare. La divinità che tutto regge accolse le mie orationes magna cum desperatione plenae.          
Al crepuscolo dello stesso giorno, mentre la pesante e vecchia trireme era sballottata delle gigantesche onde senza direzione et meta, la vedetta gridò: “Le isole, le isole…”
Ringraziai la sant.ma immago dell’Immacolata et statim ricordai il monitum che l’Arcangelo Gabriele mi aveva detto in sogno et in aeterna ammonizione:
Chi ad altro tende che non sia solo Dio e la salute dell’anima, non avrà che tribolazione e dolore.
 Al crepuscolo serale, ci fu calma piatta. Il vento ed il mare avevano cessato le infernali, ma brevi sfuriate. Propinque alla costa, spiagge deserte con candida ed immacolata rena. Oltre le vaste radure sabbiose, palme di datteri e siepai intricati. In alto, volteggiavano ancora grossi e sconosciuti uccelli. Si vedevano tre scure isole non distanti tra loro, circondate da placida acqua, luccicante e trasparente. Colori fini et alieni et cum maximo pavore, sembravano appartenere più all’Arte che alla natura, più allo spirito che alla materia. Poteva essere che le silenziose ombre serali significassero che il sospirato approdo fosse più un fatto miracoloso atque eccelso che un evento del caso. I Gothi levarono un grido di gioia che trafisse la sera ed il silenzio angoscioso. Igor, il capo dei Gothi, decise di approdare sull’ultima delle tre isole, la più remota dalla Mauritania da cui cinque giorni prima ci eravamo allontanati. Siccome era quasi notte, si decise di aspettare il mattino seguente per il sicuro approdo. Nel frattempo, alcuni dei più validi guerrieri erano scesi in mare. Per non affogare, si erano aggrappati ad una specie di trave, calata apposta in acqua. Enim, i guerrieri avevano risalito la spiaggia sabbiosa e legato con una lunga fune la prua agli alberi di datteri più vicini. Enim, alcuni dei Gothi avevano dormito in spiaggia con una sentinella di turno, ma la maggior parte, compreso le donne ed i bambini avevano dormito sulla nave. A turno anche sulla prua della nave, una vedetta di guardia restò. Dulcis et clara et serena fu l’alba rosata et la verde, iridescente boscaglia dell’isola extrema ebbe la freschezza dell’anima pura, timorata dal Creatore. All’alba del giorno dopo, Igor fece calare sul bagnasciuga la passerella. Cominciarono a scendere gli uomini, alcuni dei quali feriti nell’ultimo et strenuo combattimento contro i Bizantini. Subito dopo, scesero le donne con in braccio i bambini. Infine, furono traslati in riva i bagagli e le armi di riserva. Quando l’intero popolo superstite ebbe lasciato la nave, contai quasi trecento persone fuggitive. Si cominciò a scaricare altri bagagli, i viveri, la scarsa acqua da bere et in extremis, il tesoro di Alarico. Igor ordinò a gruppetti di guerrieri di perlustrare l’isola e cercare sorgenti di acqua dolce. Orgoglioso di sé e forse riconoscente al mio Dio, Igor estrasse un coltello e mi liberò dei lacci che mi legavano i polsi. Non so perché non mi avessero ucciso. Superstiziosi com’erano, non mi avevano ucciso temendo un maleficio infernale. In silenzio, ringraziai il Signore:
Pater noster qui es in coelis, santificetur nomen tuum…
    Le sentinelle spedite in perlustrazione erano discese trionfanti, indicando che alla base di un’altura nell’interno, c’era una grossa fonte d’acqua ed un laghetto. Le donne ed alcuni ragazzi si affrettarono con recipienti di creta ed otri a risalire il corto colle per raccogliere il prezioso liquido. Il tesoro dei Gothi accumulato su un telo verso il sottobosco, luccicava sotto i primi raggi solari che divenivano roventi.
Lumina solis super arbores iridescentes vinxit absoluta in apio coelo.
   Il mare si era chetato e la nave, una vecchia trireme romana che forse aveva superato il secolo, sonnecchiava immobile davanti a noi. Udimmo altre grida più concitate. Alcuni dei guerrieri armati di asce e di coltelli, spediti da Igor in perlustrazione sulle costa occidentale, tornavano gridando al portento ed indicando un punto dall’altro lato della spiaggia. Dopo aver parlato con loro, Igor volle andare a vedere e disse verso di me:
“Vecchio, tu sei segnato dagli dei benigni. Vieni dunque con noi a vedere di che si tratta.”
   Mi tenevano in vita perché ero l’unico a conoscere la scrittura e capace di tramandare le loro vicissitudini? Con Igor e la maggior parte dei guerrieri mentre gli altri sostavano in spiaggia, risalimmo un basso costone roccioso e passammo oltre un tozzo promontorio. Vedemmo infine il portento. Una scultura marmorea, più grande e massiccia di qualsiasi tempio pagano, più alta delle piramidi d’Egitto, si levava sul placido Oceano, ad occidente. L’opera magna distava duecento e più braccia dalla riva. Rappresentava una gigantesca dea, emergente dalle acque marine. Non poteva che essere la scultura tentatrice di un essere demoniaco, nella integrale nudità. Opera di smisurata magnificenza, simile alla Sfinge d’Egitto. La gigantesca scultura in parte emergeva dall’Oceano ed in parte ne era sommersa. Di certo, un potente popolo, con migliaia di schiavi aveva eseguito l’opera eccelsa. Un misterioso popolo, forse nei secoli scomparso. Ardua, possente fatica toccò alle schiere di schiavi nello scalpellare, secondo esatti canoni estetici, il gigantesco et siliceo monumento. La statua raffigurava una dea pagana del tutto nuda, emergente senza verecondia dalle profondità oceanine, come Venere dallo Jonio. Enim, si trattava di un’opera erotica, elevata al cielo per aggraziarsi un ignoto dio barbarico. Sollevai le tre dita in segno di benedizione, onde allontanare gl’influssi del maligno. La gigantesca scultura era come una montagna, o un colle e superava i trecento piedi in altezza. Pensai che all’origine, un masso emergente dal mare fosse stato modellato ad arte da un popolo misteriosamente scomparso dall’isola extrema.   
Il volto inespressivo della scultorea opera era di una giovane dea compiacente, ma lo sguardo era vuoto a perdersi verso il misterioso orizzonte, là dove il mondo finisce ed incomincia la serie dei sette cieli. I piedi per intero fino agli stinchi, sprofondavano negli abissi, a perpendicolo, come le massicce colonne del tempio di Salomone. La dea pagana era immobile ed osservava come in estasi la linea remota che segna i limiti oceanici da nessuno superati.              
Fu allora che accadde il portento. Nel ricordo, persiste il dubito di ciò che vidi. Mirabilia et mirabilia. Fummo senza fiato. La grande scultura si animò, acquistò colorito umano e d’un tratto si girò verso di noi con sguardo umano. Non credemmo a ciò che vedevamo. Ci guardavamo l’un l’altro. Il cielo ebbe sia pur per poco, un cangiante aspetto. Apparve una sottile e lucente trama, come una vasta rete di pescatore: una rete non di spago, ma di luminescente filo. Ad alcuni, parve una ragnatela, o una nuvolaglia nel cielo aleggiante. La lucente trama setosa, diaframma tra questo e l’altro mondo, avvolse l’enorme e muta statua, vivificandola all’istante. L’opera magna ebbe davvero esistenza novella e come un colosso di ciclopica fattezza si mosse e parlò. Verso di noi, con roboante voce, dunque disse:
“Ave, sono Hypnos, sorella di Thanatos e figlia di Chronos, il Tempo infinito. Oltre i sette cieli io sono. Vi aspettavo et nunc vi dico: salverò l’umanità dal baratro prossimo venturo. Io ingrandirò il pianeta con l’aggiunta di un nuovo continente che voi umani solo nel 1492 scoprirete. L’umanità avrà a disposizione nuove terre per espandersi e proliferare. Io manovrerò la Storia affinché nulla della planetaria trasformazione si abbia sospetto. Nel nuovo continente, introdurrò antiche tribù che sembreranno autoctone. Non abbiate timore, ma fiducia.”
Così dicendo, la gigantesca statua tacque e riprese il colore, la staticità e la fissità della materia amorfa. Utqunque, il portento non era finito perché sopraggiunse un forte terremoto. Le onde dell’oceano, poc’anzi chete, presero ad agitarsi frenetiche con incessanti creste schiumose. La statuaria mole ondeggiò e cominciò ad inabissarsi, prima lentamente, poi con maggiore rapidità. Le ginocchia, i fianchi, il prospero seno, il collo, il dolce viso ed infine gli occhi, la fronte arcuata ed i capelli scomparvero sotto il ceruleo mare. Fu come se l’abissale gola dell’Oceano l’avesse ingoiata.
Subito dopo, olim coelum deinde il mare si chetò. Statim, Igor il grande capo dei superstiti Gothi, ordinò che il tesoro di Alarico fosse gettato in mare, là dove Hypnos era emersa e poi scomparsa.
Haec rebus in casu aut in quadam animi pernicone factis perabsurda videntur.
  PS. Ho fatto analizzare da più esperti la pergamena, ingiallita e con piccole chiazze di muffe lungo i bordi. Il responso è stato negativo. Si tratta di una copia, risalente alla metà del XVII secolo circa. Secondo gli esperti, è probabile che qualcuno abbia copiato il testo da una originaria pergamena dell’alto medioevo. Tuttavia, i fatti narrati sembrano inverosimili ed assurdi. Non è credibile che forze aliene abbiano impiantato sulla Terra un intero continente, le Americhe. Un’operazione di maquillage planetaria per salvare i destini dell’umanità.

  

1 commento:

  1. Dall'amico Giuseppe, come sempre, bell'esempio di prosa aulica e colta.

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