mercoledì 11 giugno 2014

COLOSSO FISSO di Giuseppe C. Budetta





  Presso i Greci del periodo arcaico, sotterrato nella tomba vuota, il Colosso (kolossos) vi figura come il cadavere assente, tiene il posto del defunto. Esso non incarna l’immagine del morto, ma la sua vita nell’aldilà. Quella vita che s’oppone a quella dei vivi, come il morto stesso è il doppio del vivo.
                                                                                                                Jean-Pierre Vernant, 2011.  

Nei tempi immemorabili da extraterrestri edificata, la grande statua raggiunse in altezza i duecento metri. I piedoni poggianti su due piatti promontori, su una striscia di mare, slargata al tergo del colosso in circolare baia. Per realizzarla, gli extraterrestri sette giorni avevano impiegato. L’avevano allestita a loro immagine e somiglianza. Aspetto che sarebbe pure il medesimo di Homo sapiens sapiens  cioè il nostro, secondo gli standard ammessi dalle universali leggi evolutive. Con fisso sguardo, ammirava ad occidente il lineare limite dell’orizzonte marino. Essendo fisso il collo, ma non i globi oculari, si sforzava di osservare quanto più poteva ruotando gli occhi in su, in giù, verso destra ed a sinistra. Il resto doveva immaginarlo, oppure arguire di cosa si trattasse dai rumori circostanti. L’anomala situazione avrebbe ricordato il mito della caverna di Platone, dove i prigionieri incatenati dall’infanzia, dai piedi al collo, costretti in una caverna buia potevano fissare solo il muro davanti a loro. I malcapitati vedevano sulla parete le proiezioni di strane ombre che ritenevano reali. Così, il colosso fisso immaginava le cose che del mondo circostante non poteva osservare. Deduceva indizi solo con l’immaginazione eterea, coniugando i dati con le immagini visive davanti a sé.
Un quarto di secolo dopo, gli extraterrestri se ne andarono sconsolati, in perenne tristezza sia per indole, sia per indefessa ricerca di un migliore mondo da colonizzare. Avevano abbandonato in loco la statuaria mole, simile al Colosso di Rodi con coscioni divaricati tra i quali potevano transitare nella sottostante lingua di mare, navi in fila indiana.Nel renderla cosciente, gli extraterrestri avevano applicato la migliore tecnologia, calcoli allometrici alla mano e strambe formule. Avevano assemblato complesse reti cerebrali e congegni, collegati da fibre ottiche, rendendo il gigante statuario quanto più vicino possibile agli esseri viventi, con mente sapiente. Miliardi di nanotubi collegati a microchip ne resero la memoria illimitata, o quasi così come il resto della mente. Circuiti sottili avvolsero l’immenso corpo, coperti da silicea superficie dermica. Circuiti a mo’ di nervi periferici che a nulla servivano tranne che a conferirgli esterocettiva sensibilità e percezione circa il grado di umidità, di caldo e freddo,  riferite all’aria circostante. Nel meato uditivo interno c’era l’apparecchio acustico, ma non quello dell’equilibrio statico che non serviva per una statua priva di movimento. Input ed output provenienti dalla superficie corporea raggiungevano i suoi centri cerebrali, elaborati all’istante. Immagini visive si formavano a partire dal vasto tappeto retinico degli occhi e passate tramite i nervi ottici alle preposte aree visive per la ricomposizione delle immagini del mondo reale che gli si espandeva sul davanti.  
Non aveva sensibilità dagl’interni organi e di conseguenza, non soffriva il mal di pancia e quello di stomaco. Di certo, il siliceo corpo non aveva apparato digerente come il nostro con fegato e pancreas.
Ebbe degli umani la vista perfetta. Ebbe sensori auricolari paragonabili a quelli che in noi collegano il timpano al nervo acustico, agli acquedotti vestibolari e cocleari. Ebbe un perfetto organo del Corti in entrambi i meati uditivi interni e la fessura delle trombe di Eustachio nella parte profonda delle fauci.  
Con l’orecchio sensibile, percepiva suoni e rumori di vario tipo: alti sonanti, acuti, bassi, o gravi. Ebbe l’olfatto e sulla lingua le papille gustative che gli servivano solo per gustare la saliva il cui sapore variava a seconda del chimismo interno. La grande opera di pietra chiara con le narici respirava, sia pure piano ed in modo superficiale.    
Dal terreno, il colosso trasse minerali, acqua e sostentamenti azotati, come fanno le piante d’alto fusto che utilizzano i fenomeni fisici della capillarità. Non si cibava oralmente avendo le mandibole inamovibili. Sostentamenti riceveva dai piedi, aspiranti nutrimenti come profonde radici. Come le piante, però non ebbe amido, tramite la fotosintesi fogliacea, avendo umana pelle. Come talune leguminose, fissava azoto e traeva zuccheri da batteri simbionti, proliferanti sotto le palme dei piedi. Questi artefatti avevano progettato gli extraterresti nel dargli vita ed intelligenza con un corpo perfetto, ma immobile. I cataboliti del corpo statico riversati erano all’esterno attraverso due condotti: l’uretrale e l’anale. Se il gigante di pietra uomo-simile avvertiva bisogno di urinare o di defecare, emetteva di tanto in tanto un liquido giallino scrosciante nel sottostante mare e defecava polverina bianca, simile a sabbia tra le chiappe fuoriuscente, in mare ricadente se non dispersa dai venti.
Fu rigido, statico ed immobile come un masso inanimato. La testa fissa davanti a sé scrutava l’orizzonte marino ad occidente. Le mani tenute parallele al corpo. Come detto, poteva roteare i grandi globi oculari, scrutando la vastità dell’orizzonte davanti a sé. Abbassando la vista, osservava la lingua di bagnasciuga ai suoi fianchi e la striscia di mare che gli entrava da sotto, in mezzo ai divaricati coscioni. Con rancore, si chiedeva perché i suoi artefici lo avessero costruito come statua silicea gigantesca, ma cosciente. Al mattino, aspirava zeffiro salato dalle superficie marine spirante ed osservava la vastità dell’azzurrina cupola, addiveniente a volte cupo e nuvoloso. Cosciente fu di essere su un’isola perché nel suo cervello gli artefici gli avevano inculcato certezze inamovibili. Però, spesso si chiedeva quanto grande fosse l’isola disabitata. Ammirava la vastità dell’oceano innanzi a sé fluttuante che si congiungeva in lontananza col celeste zenit, azzurro e luminoso. Impossibile vedere tutto ciò che aveva attorno. A volte, udiva il vento furioso ululare nel bosco informe alle sue spalle e gli scrosci della pioggia in improvvisi brevi temporali: rigagnoli d’acqua lungo il fisso corpo. Durante le brevi tempeste, il maroso cinereo sollevava grandi onde, alcune delle quali ruinando sulla spiaggia, gli accarezzavano i piedi fino agli stinchi.
Se il cielo era terso, la notte mille stelle osservava roteando in alto il più possibile le oculari sfere, come due cannocchiali astronomici. Sapeva a memoria le costellazioni, avendo insite certezze. Osservava la luna piena e le fasi dell’argenteo astro, spesso dal mare sorgente proprio avanti a sé. A volte, con beata faccia luccicante, la luna piena sembrava animarsi come un vero volto e l’osservava, di lui affascinata. Tutto era movimento e cangiante forma. La notte succedeva al giorno che si disfaceva in notturne ombre. Rossi tramonti ed albe dalle rosee tinte, frapposte incessanti all’andare dei giorni e delle cupe notti. Nel grande bosco, c’erano notturni e diurni animali. Lo deduceva dai rumorii e canti emessi: grugniti, latrati, ululati, guaiti, striduli ragli, nitriti, canti melodiosi e melliflui di usignoli, schiocchi, gorgheggi, cinguettii ed acuti squittii, anteposti alle rosee tinte dell’alba.
Nella ricca sinfonia notturna, cori d’insetti e di rane riempivano l’aria pregna d’umido, accompagnati dal ritmo della condensa sgocciolante dalle foglie. In qualunque ora del giorno o della notte, distingueva rumori e canti d’animali arboricoli, aviari, anfibi, notturni, diurni, carnivori, erbivori, od onnivori. Pause di silenzio interrompevano selvagge strida nella strenua lotta di sopravvivenza. Nel mutismo della natura muta, avvertiva sensazioni che dalla stasi corporea invadevano tenebrose fissità.
Tagliata da burroni, di circa seimila metri quadri, l’isola offriva i paesaggi tra i più caratteristici del mondo. Ai piedi delle rocce a strapiombo, piccole spiagge solitarie, adatte alla nidificazione di gabbiani ed albatri. Ampie distese boscose ed anfrattuosità petrose, popolate da leoni, leopardi, ghepardi, iene, bufali, lupi, sciacalli; poi oranghi, gatti selvatici, linci, giraffe, zebre; poi piccoli animali come donnole, scoiattoli, istrici, ricci, marmotte, lepri. Numerose le razze di scimmie, non mancando i cinghiali e le antilopi. Tra i volatili, lo struzzo nella pianura più occidentale. Nelle restanti zone, pensava, ci saranno pure avvoltoi, falchi, ottarde, cicogne, faraone, francolini, pernici, gabbiani; molte specie di pappagalli, gazze, piccioni, tortore; poi ancora corvi, pellicani, ibis, passeri, rondini ed infine una grande varietà di bengalini e di colibrì di piccole dimensioni e di meravigliosi colori. Il sospetto era fondato perché vedeva alcuni di quegli uccelli svolazzargli attorno, o ne sentiva il canto nel fresco, statico albeggiare. Alcuni volatili gli si posavano sul capo e sulle spalle. Alcuni grossi predatori cominciarono a nidificare nel cavo sotto mentoniero.   
Questa certezza il colosso ebbe insite nella memoria a lungo termine: l’isola è deserta d’individui umani. Altre certezze riguardavano gli animali domestici che l’attorniavano qua e là nell’entroterra: il cavallo, il muletto, l’asino, la pecora, la capra, il cane, il gatto e galline in quantità. Tutti animali trasportati ad hoc dagli extraterrestri, prima della dipartita. Si chiedeva sconsolato: Se potessi camminare, almeno per un poco, pochi passi per di là e per di qua, potrei osservare la variopinta flora e le specie faunistiche… L’isola, avrà di certo una varia e vivida vegetazione arborea. Nella parte ondulata orientale ed in vasti tratti della zona rocciosa del sud, la costa sarà pure ricoperta da distese di arbusti spinosi e di acacie tra le quali le gommifere. Abbonderà la palma Dum e diffusa sarà anche la palma dattifera. Nella zona centrale, sarà presente l’ebano, l’albero della mirra, dell’incenso ed una rara specie di mogano.
Questi interrogativi gli ponevano le complesse reti nervose, elaboranti computazioni quantistiche come base alla coscienza, inserita in quella testa inespressiva ed incantata.
   In anticipo sulla procella, albatros e gabbiani volteggiavano posandosi sulle gigantesche spalle, prima di riprendere il volo sul maroso. Di notte, udiva dal bosco le improvvise acute strida dei predatori ed i fruscii violenti tra le frasche di ch’insegue e di chi cerca la rapida fuga, saltando e dileguandosi in folta frasca. Non c’erano umani che dopotutto conosceva non perché visti, ma perché anche in questo caso gli extraterrestri suoi artefici, gli avevano inculcato queste certezze. Per trascendenza sapeva che questi ominidi mai visti facevano parte della stirpe degli Homo sapiens sapiens.
Molto tempo dopo la extra terrestre dipartita, un popolo in fuga approdò sull’isola remota. Dieci navi entrarono in baia, transitando tra le divaricate cosce del siliceo gigante. Posti gli accampamenti in costa e procacciata acqua e viveri, i piumati sacerdoti per prima cosa osservarono con attenzione il colosso di pietra. Videro che aveva aspetto umano, ma inusitato. Qualcosa d’indefinito lo allontanava dalla materia. Qualcosa di portentoso era insito, ma strettamente connaturato nella scultura. Il colosso urinò nella sottostante lingua acquosa, congiungente la baia al mare aperto. Il fragoroso breve scroscio fece sobbalzare tutti, non solo i sacerdoti, ammantati e piumati. Poco dopo, ebbe la pulsione a defecare e tutti videro fuoriuscirgli dalle chiappe la bianca polvere come arena, prodotto del suo catabolismo limitato. Non emise escrezioni intestinali come le nostre putrescenti feci.
Per questo e per altri motivi oscuri, il colosso fu ritenuto un dio. I nuovi arrivati approntarono sacrifici umani ed augurale sangue rubino, commisto a quello di animali sgozzati ad hoc sul posto,  prese a scorrere sulla rena di lato ai giganteschi piedi. Alcuni gli videro roteare i globi oculari ed altri notarono i flebili movimenti ritmici del costato, come a respirare. I sacerdoti furono d’accordo:

                                                    Nella statua spirito divino c’è.

Il gigante avvertì che una città cresceva, circondando l’intera baia. Navi gli transitavano di sotto, tra le lunghe, non genuflesse cosce. Prima provò angoscia, ma poi fu lieto della nuova compagnia. Navi veleggianti nella vastità dell’oceano ondeggiante. Alle sue spalle, la città crebbe in numero e in potenza. A giudicare dai sacrifici che ai suoi piedi riceveva, il popolo gli era grato, attribuendogli meriti divini che non possedeva. Sbirciò con la coda dell’occhio i potenti muraglioni che si estendevano fin quasi sulla riva, anche se la baia ed il porto dovevano essere prive di mura, aperte all’attracco delle navi. L’eventuale nemico poteva attaccare la città solo attraversando con una flotta la lingua di mare sotto di sé. Fece ruotare allo stremo i globi oculari ed intravide una torre merlata sui declivi a destra. Pensò che si trattava di un popolo guerriero, pronto a difendersi dai nemici.
Torri rettangolari cominciarono a sporgere dalla muraglia ad intervalli di trenta metri ed in certi punti c’era un ulteriore muro di difesa, a corona, ad una distanza di circa dieci metri, rafforzato da bastioni poderosi. Nel lato nord, in direzione della parte interna dell’isola, gl’ingressi erano fiancheggiati da grandi torri, alle quali si univano l’estremità della muraglia: di quella principale e della secondaria. Alte cancellate erette tra le torri. Rampe parallele alle mura immettevano nella numerose porte di accesso secondarie. L’entrata principale della città era ampia e priva di rampe. Da lì, partiva la mulattiera diretta a nord, fendente in due l’isola.
A meridione, il porto a semiluna. Davanti alla baia, poggiante sulle basi erette su una minuta gola, si ergeva il colosso siliceo, ai lati del quale su rispettive terrazze, erano stati edificati due granitici templi: uno in onore del Sole ed uno dedicato al dio del Tempo, Chronos. Per questo, il colosso nomato fu dio del Sole e del Tempo. Se avesse potuto, avrebbe gridato ai quattro venti:

IMMOBILE ED ETERNO SONO, NON SONO IL TEMPO FLUENTE O IL SOLE CANGIANTE

Avendo assoggettato altri popoli, desideroso di formare un grande impero, un acerrimo nemico prese la decisione di attaccare l’isola e la città. Il colosso vide la formidabile flotta nemica avvicinarsi al porto ed urinò per avvertire la gente dell’ imminente pericolo. Per fortuna, le sentinelle sulle turrite torri diedero leste l’allarme, avendo scorto anch’esse la numerosa, inimica flotta. Coi vessilli rubicondi della guerra, le navi degl’isolani fuoriuscirono leste dalla baia tra le cosce statiche del colosso. Scontro navale cruento ci fu. Spinte a tutta forza dai remi, dalla corrente e da furioso vento, galee nemiche piombarono sugl’isolani con impeto irresistibile. L’antistante specchio di oceano coperto fu di rottami e di cadaveri. Frecce infiammate e lanci di catapulte sfiorarono l’immobile statua, senza scalfirla. Il nemico irruppe in baia. Invano, gl’indigeni impetrarono l’intervento del colosso. Invano, gli si genuflessero.
 Avvenne lo sbarco ed il colosso udì feroci grida disperate. Scintillio di daghe, spade, asce, scudi ed elmi. Furore ed urla strozzate. Odore acre di carne arsa, di architravi legnosi e l’assordante fragore di case crollate. Con la coda dell’occhio, il colosso allarmato vide le appendici della città in fiamme. Il fumo fu tanto denso da offuscargli la vista, come nebbioso manto.

MENS ANIMI, TANTIS FLUCTUAT IPSA MALIS

   Poi, fu silenzio e morte. Navi nemiche trionfanti gli transitarono sotto le pudende, entrando in baia. Capì che i valorosi difensori erano stati uccisi, che il nemico s’era impadronito dell’isola, la città distrutta e gli abitanti trucidati.
I vincitori cogitarono come trasportare nella capitale il colosso, ma fuggirono via con le rimanenti navi da improvvisa pestilenza falcidiati, certi che la statua fosse a loro ostile.
Terremoto propiziatorio seguito da un grande maremoto allontanò per sempre le ultime orde di sciacalli, avventatisi con furia feroce ai piedi del colosso al fine di sradicarlo e spezzarlo. Gli sciacalli cercavano di vedere se dentro di lui ci fosse oro. Altri movimenti sismici avvennero nel tempo et in saeculis saecularum la statua sia pur altissima, lentamente s’inabissò. Ci fu un lento bradisismo negativo dalla parte del colosso e positivo nella zona opposta dell’isola.
Per decenni, gli occhi ciclopici furono quasi tangenti alla linea del maroso, scrutando l’elevarsi delle onde luccicanti. Poté respirare con le narici, affioranti di poco sulle azzurre creste del mare. Se l’oceano era adirato con sollevamento di montagne liquide, riusciva nonostante tutto a respirare, trattenendo di volta in volta il fiato. Temette che la terra sprofondasse, che s’immergesse per intero in acqua, che morisse divenendo in tutto e per tutto inanimata statua.
Arrivò un gruppo d’elicotteri e qualcuno lo notò. Arrivarono in tempo dei sommozzatori. Equipe televisive lo ripresero da tutti i lati. Molti scrissero sui giornali e molti libri diffusero notizie sul gigante torreggiante e dalle remote, oscure origini. Si disse della vera ottava meraviglia, mirabolante opora d’ignoti artefici. Alcuni mistici furono certi della sua natura divina. S’indagò su oscuri popoli Amerindi non proprio Americani, non proprio Indiani né Indo-europei. Altri affermarono di Neandethaliani, autori veri del colosso indistruttibile. Altri di arte neolitica. Vattela pesca la verità. Sull’Osservatorio Romano fu scritto a grandi lettere:

TUTTO CIO CHE FU FATTO, IN LUI FU VITA.

L’isola era situata in un punto della Terra che ricadeva nel protettorato USA. Il rigido gigante sia pur cosciente, sarebbe stato posto sul piedistallo in sostituzione dell’obsoleta statua della Libertà, semi danneggiata da vandalici atti. Qualche scienziato aveva sospettato che il gigante non fosse stato una vera statua, almeno nei tempi andati. Qualcuno aveva intuito l’esistenza delle sottoli reti di capillari che dalle palme degl’impressionanti piedi assorbivano liquidi e sostanze organiche. Tuttavia nessuno aveva dimostrato ciò che sospettava. Qualcuno aveva anche intuito che in un certo modo la gigantesca opera poteva trarre un qualche nutrimento per simbiosi coi batteri del sottosuolo. Se ciò fosse stato vero, la statua sia pur di pietra silicea, era vivente. Erano ipotesi troppo azzardate e nessuno volle rischiare a pubblicarle, temendo la derisione.
Situata sulla Liberty Island nel porto di New York, il gigante fisso avrebbe visto il variabile paesaggio coi ruotanti occhi. Avrebbe visto le navi mercantili e passeggeri transitargli tra le cosce ed aerei supersonici sfiorarlo roboanti. Avrebbe pregustato l’aria fumosa di una grossa metropoli, udendo nella notte il continuo rumorio delle auto sul ponte di Manhattan spegnersi per riprendere fragoroso la mattina. Si sarebbe percepito come una entità importante, simbolo della Libertà USA e forse dell’intero pianeta. Di certo, in cuor suo, avrebbe riso del nuovo stato. Egli immobile, simbolo di basilari libertà.
Studiosi e politologi affermarono che la grande statua era uno dei punti di frattura tra le civiltà. Da un lato la tecnologia e dall’altro la barbarie.
Nessuno fu capace di evidenziare ciò che si andava sospettando, tanto meno scienziati bio-fisici, biologi molecolari ed esperti di micro-sistemi ambientali. Nessuno capì davvero che il gigante traesse nutrimento e vita oltre che dall’aria circostante anche da sotto i nudi piedi, tramite micro pori al sottosuolo connessi. Sebbene su due piedistalli di cemento, le invisibili e possenti, capillari forze, coadiuvate da enzimi silicio e calcio litici, aprirono microscopici canalicoli nel cemento armato su cui poggiava adesso. In poco, trasse dall’acqua salmastra nuova linfa a dire il vero non tanto pura come quand’era stato nella sperduta isola, davanti ad una deserta baia. Alcuni notarono che la silice ricoprente lo statico corpo era mutata, diventando un poco verdognola, in particolare a livello delle guance e cosce. Il mastodontico corpo si andava adattando ai tossici locali. Ecco la spiegazione. Resistente fu alle variazioni climatiche, alimentari ed ambientali.
Imperterrito svettante contro le ondate della Storia, presagi traeva dall’orizzonte. Immutabile e cosciente, avvertiva oscuri eventi. Spesso ripeteva in mente:

TROPPI STRONZI. QUESTO PIANETA NON SOPRAVIVERA’ A LUNGO.
 

1 commento:

  1. Racconti, come al solito, molto originali e ben scritti quelli di Giuseppe.

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