martedì 30 dicembre 2014

UN ANNO di Peppe Murro



(Dedicata a tutti gli autori di Pegasus)

andrò
andremo
dove o quando
galassie e neutroni
si ringhiano a vicenda 
nel serpente lunare
che morde il cielo


andrò
andremo
(mente libera e cuore fermo)

senza ali
volando    

domenica 28 dicembre 2014

IL SACRIFICIO di Fabio Calabrese



Trovare una copia autentica del “Necronomicon” ha richiesto lunghe ricerche. È stato difficile e impegnativo, ma l'abbiamo fatto.
Tradurre le antiche formule ha richiesto tempo e pazienza, e ricerche accurate, ma l'abbiamo fatto.
Individuare l'antico altare del rito sacrificale nella Città Senza Nome, non è stato facile, ma l'abbiamo fatto.
Ci sono voluti anche pazienza e abilità per restaurarlo, e ricostruire gli antichi fregi che l'adornavano e ora l'adornano di nuovo, ma l'abbiamo fatto.
Un po' meno difficile grazie alle formule del “Necronomicon”, ma sempre molto impegnativo, è stato determinare il momento opportuno dell'anno, con le giuste costellazioni nel cielo, per compiere il rito, ma l'abbiamo fatto.
Tutto sarebbe pronto per effettuare il sacrificio al grande Cthulhu, che risveglierà dal loro sonno gli dei antichi, e aprirà una nuova era nella storia di questo mondo.
Ma dove diavolo la troviamo una vergine adulta?

venerdì 26 dicembre 2014

INNAMORATO (quasi un racconto) di Peppe Murro



Talvolta di neve e qualche volta di fuoco, bella e irraggiungibile,
riempi le mie notti di desiderio ed i miei giorni di tormento.
Molti ti hanno chiamato, cercato, invocato,
ma tu passi oltre in silenzio,
con la levità del tuo pudore.
Quando ti prende la malinconia
hai sguardi di cenere e d'acqua tremante,
però col tuo vermiglio non può competere
neppure il ciliegio maturo,
quando si copre di ferite.
Io ho cantato il tuo silenzio,
ho sognato di sfiorare la tua pelle d'ambra
ogni volta che mi pulsava il cuore,
e per ogni dolore che mi regalavano i tuoi sguardi lontani.
Ora non cerco più, ora vengo da te.
Per abbracciarti
e farmi portare dall'amore.

Chi più felice di chi abbraccia l'impossibile?
Chi più felice di Li-Po?

(Si racconta che Li-Po morì annegato in un fiume, cercando di abbracciare la luna. Alcuni dicono che fosse ubriaco, qualcuno sussurra appena che era innamorato.)

domenica 21 dicembre 2014

venerdì 19 dicembre 2014

PERIPLO di Aldo Flores Escobar



Vladimir decise d’uscire di casa; pensò che, lontano dalla moglie, il desiderio di divorarla avrebbe abbandonato la sua mente. Si diresse verso est e, nelle praterie di Luzela, mangiò carne di cervo, in Zapratia si cibò di carne d'orso; verso nord-est, proprio nel cuore di Califàs, bufali e montoni costituirono il suo menu; nella fredda regione di Carpenia cacciò i lupi. Una volta che fu al Polo Nord, mangiò foche, pinguini e, ovviamente, molti pesci che, da tempo, non aveva più gustato.
Tuttavia, niente lo soddisfece, e non ebbe altra alternativa che tornarsene a casa e assaggiare le sirene.
Ci vollero tre mesi per fare ritorno alla Comunità dei Pescatori; si avvicinò alla costa, in cerca della carne da lui desiderata, ma, volgendo lo sguardo all'orizzonte, si accorse che il mare era prosciugato.
(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

mercoledì 17 dicembre 2014

INNAMORATO PIÙ CHE MAI di Paolo Secondini



Il sergente maggiore Eric Dona stringeva nel pugno il calcio della pistola. Era pronto a sparare all’alieno che, a piccoli passi, avanzava verso di lui per divorarlo.
Molti suoi commilitoni erano stati orribilmente sbranati e mangiati da simili mostri.
Quale ne fosse il vero aspetto, il sergente maggiore non lo sapeva, poiché lo cambiavano continuamente a seconda delle circostanze.
La loro capacità di trasformarsi era sorprendente, come pure quella di penetrare, per via telepatica, nella mente di chiunque, e carpirne pensieri, ricordi, immagini.
L’alieno – che ora avanzava verso di lui –  aveva assunto l’aspetto di Muryel, la giovane moglie che Eric aveva lasciato su Terra, distante da Holigon, il pianeta sul quale era di stanza, centinaia d’anni luce.
Il sergente maggiore non si sarebbe fatto ingannare, ricordando chi avesse dinanzi e come affrontarlo.
Tuttavia esitava a sparare.
Ma proprio quando stava per premere il grilletto, si bloccò.
L’holigoniano aveva iniziato a parlare: la sua voce era identica a quella di Muryel.
«Sono tanto felice, amore, di essere qui. Ormai disperavo di rivederti, dopo tutti quest’anni di lontananza.»
«Chi… chi sei?» balbettò, incredulo, il sergente maggiore.
«Ma sono tua moglie! Non mi riconosci? Vieni tra le mie braccia, tesoro! Non puoi immaginare quant’abbia sofferto per la tua mancanza. Oh, ti desidero tanto!… Metti via quell’orribile arma. Mi fai paura. Che cos’hai da temere?»
Eric Dona indietreggiò di qualche passo, la pistola sempre nel pugno e puntata contro l’alieno.
Ripeté, debolmente:
«Chi sei?»
«Sono io, Muryel: la tua dolce, piccola Muryel!... Quanti anni sono passati da quando partisti? Tre, quasi quattro!... Avvicinati dunque. Perché indugi? Mi sei tanto mancato, tesoro! Mi mancano molto i tuoi baci, le tue carezze, le tue parole affettuose. Oh, sapessi!... Un tempo mi amavi immensamente, con tutto te stesso. Non vorrei che fosse scemato il tuo amore per me. No, non credo! Sono sicura che ancora mi ami, come io amo te… Su, avanti, che aspetti? Abbracciami, baciami, stringimi.»
Innamorato più che mai, il sergente maggiore abbassò la sua arma e corse dalla sua dolce, piccola Muryel. Ma nell’istante in cui questa stava per cingerlo con le sue braccia, egli alzò di nuovo la pistola e fece fuoco: una, due, tre volte…
Con un grido straziante l’alieno cadde pesantemente a terra e, dopo un sussulto, rimase immobile.
Il sergente maggiore attese che le fattezze di Muryel svanissero, per lasciare il posto a quelle reali dell’holigoniano, ma ciò non avvenne.
Allora sgranò gli occhi e sentì il respiro mancargli all’improvviso, mentre un freddo sudore gli imperlava la fronte, gli scorreva lungo la schiena.
«Ma… che succede?» balbettò. «Ora che è morto, la sua mente non può controllare la forma del suo corpo.»
Si guardò per un attimo intorno, come a cercare qualcuno cui domandare spiegazioni.
Poi tornò a fissare, ai suoi piedi, il corpo esanime di… Muryel.

Per poco non impazzì quando, più tardi, egli apprese che il Distretto Spaziale di Holigon aveva segretamente invitato sul pianeta, per un breve periodo di soggiorno, un famigliare di ogni soldato.
Doveva essere, per ciascuno di loro, una piacevole sorpresa.

lunedì 15 dicembre 2014

LABORATORIO di Adriana Alarco



Santiago vive in un laboratorio. È nato lì, ha imparato di tutto, conosce l'istituto e ha trascorso la sua vita sempre nello stesso posto. Essi l'hanno trattato bene, non può lamentarsi, ma non sa cosa c'è sull'altro lato delle pareti o delle poche finestre che guardano verso altri padiglioni. Molte volte ha il desiderio di vedere cosa sta succedendo fuori. Da sempre ha sentito curiosità, ma adesso che ha raggiunto l'età di sette anni, come gli hanno detto, è il momento di lasciarsi alle spalle quelle mura. Sta valutando un piano per fuggire e osserva sempre, seppure dalla porta, che il posto è identico a qualunque altro lato dell'edificio dove vive. È tutto uguale, con migliaia di corridoi e porte quasi sempre chiuse con lucchetti. Lui li ha visti quando lo trasportavano in barella da un reparto all'altro, da una camera a un'altra, da un letto al successivo, in mezzo a operazioni di riabilitazione.
Di notte sente sussurri e grida, ma non sa da dove provengono. Una volta vide un animale scappare da una gabbia e lo avvicinò fuori la stanza in cui abitava a quel tempo. Egli lo osservò solo attraverso il vetro della porta perché era braccato e mezzo morto di spavento. Sembrava un topo, ma era più grande. Santiago aveva visto alcuni animali sullo schermo, quando l'avevano lasciato guardare, perché di solito, non era consentito. Strumenti e dispositivi del laboratorio sono riservati ai medici ricercatori e non destinati ai campioni di laboratorio, gli hanno detto.
Lui conosce quasi tutti i medici, le donne che spazzano la mattina e gli uomini che puliscono i vetri delle porte e le lampade. Quando sono nuovi, alcuni vengono una sola volta e non tornano più a lavorare lì. Probabilmente sono spaventati dalla responsabilità, ma il fatto è che non li vede più. A volte, alcune di quelle donne gli offrono giocattoli in regalo. Meno male che ha una propria stanza dove può giocare col camion di legno, alla palla o fingere una guerra con i suoi soldati di plastica. La stanza non è grande e non ha finestre, ma almeno è un posto tutto per sé. Non conosce altre persone come lui, forse perché non ha visitato le altre camere. Parla con difficoltà, quando gli chiedono qualcosa, e solo ai medici che lo curano.
Non lo lasciano uscire dall'istituto perché non dovrebbe ricevere i raggi del sole sul suo corpo. Inoltre, è di salute molto delicata, anche se ora si sente bene.
Un tempo doveva rimanere a letto e alimentarsi attraverso tubi e aghi che affondavano nella pelle. Poi arrivarono altri medici, alcuni da luoghi lontani, per esaminarlo, per studiarlo, per analizzare il suo sangue. Infine lo misero su una barella sotto molte luci e lo guardarono per ore contemplando come scorreva il sangue nelle vene e come si muoveva il cuore dietro la sua pelle trasparente. Sì, perché la sua pelle è trasparente e si può vedere all'interno.
Fortunatamente lui ha un nome. Si chiama Santiago. Se non l'avesse, potrebbe pensare anche di non esistere, ma così sa di essere qualcuno. Già, perché essere trasparente dà la sensazione di potersi sciogliere in qualsiasi momento nell'acqua in cui si fa il bagno o a causa della forte luce artificiale sotto cui lo mettono per esaminarlo.
Vorrebbe uscire dal laboratorio e vedere cosa succede fuori. Dopo potrebbe ritornare per l'operazione, in quanto dovrà passare molto tempo a letto. Presto gli cambieranno il midollo spinale per vedere come il suo corpo si comporta. Così ha sentito dire quando i medici parlano fra loro. Non hanno bisogno di occhiali, raggi x o microscopi per guardare dentro di lui, basta vederlo spoglio. Si vedono muovere le ossa, il sangue nelle vene e il cibo quando raggiunge lo stomaco e poi gli intestini.
Ha imparato anche lui a guardarsi quando non c'è nessuno, perché non gli è consentito di rimanere a lungo senza vestiti che sono lavati e disinfettati ogni giorno.
Lo trattano anche bene. Il semolino ha sempre lo stesso sapore, ma a volte cambia di colore e non se ne può lamentare.
Oggi attenderà l'ora in cui si ritira la maggior parte dei medici per cercare di arrivare alla porta del palazzo e vedere cosa c'è fuori, dato che non esistono finestre. Ha pensato, con astuzia, di mettere un soldatino per assicurarsi che la porta non si chiuda completamente ed essere in grado di aprirla dall'interno.
Ascolta se sono andati via gli aiutanti e le unità ausiliarie, così come i medici, i ricercatori, i chimici, i farmacisti e gli altri che lo circondano di giorno; spera di poter dire addio a quella vita. Rimuove il soldatino dalla porta ed esce in punta di piedi.
In fondo a un lungo corridoio, vede una scala a spirale e va giù mettendo un piede davanti all'altro, tenendosi alla ringhiera. Non ha mai né salito né disceso una scala. Era ora! Perché non l'ha fatto prima? Forse perché era sempre mezzo addormentato o sarà che ora è più sveglio?
Passo dopo passo raggiunge il fondo della scala che assomiglia a una lumaca. C'è un riflesso sul muro. È spaventoso perché sembra un teschio in piedi. Avvicina la mano e pure il riflesso muove una mano. S'incontrano e l'altro è freddo. Alza le braccia e anche il riflesso solleva le braccia. Orrore! Quel cranio che cammina è lui? Un essere tanto cristallino che gli si vede attraverso, con una pelle delicata che lo copre? Vede il suo cuore battere tanto da sfuggirgli dal petto.
Terrorizzato, corre alla porta. Non è bloccata. Sente qualcuno che lo chiama per nome da lontano. Non si ferma. Apre e si trova finalmente all'aria aperta, in uno spazio esterno, fuori dal laboratorio che è la sua casa. Da quella prigione dove ha trascorso la sua vita da quando è nato. Gli ultimi raggi del sole, dietro il padiglione opposto, lo bagnano di luce fiocca. Sente bruciare la sua pelle, arde e si sente incenerire, il corpo fuma poco a poco. E si dissolve, si scioglie, scomparendo fino a quando non rimane che un cumulo di vestiti, lavati, disinfettati e stirati, sul terreno.
Questo è tutto ciò che fu ritrovato di Santiago, sulla soglia della clinica, il giorno che ebbe il coraggio di avventurarsi fuori dal laboratorio dove aveva vissuto tutta la sua breve vita.

giovedì 11 dicembre 2014

IL RITORNO di Giuseppe Novellino

     - Prendete il vostro te, signorina Ludmilla.
     La ragazza distolse lo sguardo dal volumetto che stava leggendo: - Grazie, Olivia.
     La domestica di pelle nera posò il vassoio d’argento sul tavolino da giardino e si sedette su uno sgabello. Era una donna pingue, con il viso di una dolcezza strana, il naso schiacciato e due occhi distanziati, quasi a mandorla.
     - Sono le poesie del vostro tenentino? – domandò, indicando il libro aperto sul grembo della ragazza.
     Ludmilla sospirò. – Sì, Olivia. Ho letto per la decima volta questi versi.
     Si mise a declamare con una voce che evocava il volo di una farfalla:

“Ricerca, l’ape, fra papaveri e viole,
il fior che fra tanti ondeggiano al sole.
E la corolla sulla quale si posa
non è margherita, invece  è una rosa.
Spilla il nettare da’ petali carnosi
e lo porta con sé oltre i campi odorosi.
Ma poi, nel segreto dell’umile cella,
l’ape si strugge al ricordo di quella.
Senza lei non può più restare:
la sua rosa può solo sognare.
Ma quando di nuovo un giorno la trova,
col desiderio che dentro gli cova,
un fiore appassito, sciupato, morente,
rivede nel sole, un po’ freddo e ridente.”
   
     - È una bella poesia – disse la donna dalla pelle nera.
     La luce del pomeriggio settembrino si era un poco attenuata. Nuvole grigie avanzavano da sud, annunciando la pioggia.
     Sulla elegante terrazza, la giovane erede dei Perkins si godeva un po’ di quiete in compagnia della domestica che era quasi un’amica. Tutt’intorno, la campagna della Georgia appariva particolarmente rigogliosa nel caldo umido della tarda estate. Ogni tanto la brezza portava il canto degli schiavi dalla vicina piantagione, oltre gli olmi secolari.
     La serva disse ancora:
     - Come l’ape della poesia, il vostro amato tornerà presto.
     Ludmilla incrociò lo sguardo della domestica. I suoi occhi verdi, dalle lunghe ciglia, emanavano una luce intensa. Era tanto bella con quella pettinatura all’ultima moda e il vestito che metteva in risalto le spalle d’avorio e sottolineava il seno abbondante e sodo. Olivia non poté fare a meno di rivolgerle un sorriso di compiacimento.
     - Il mio Phineas deve tornare sano e salvo! – Un’ombra le passò sul viso, chinò il capo. – So che la guerra è crudele. Può uccidere, ma anche procurare devastazione nel corpo… e nell’anima.
     - Il vostro Phineas non avrà nulla da temere.
     - Che dici, Olivia? Il suo cuore arde per la causa del Sud, quindi temo che non osserverà le regole della prudenza. Ma so anche che è forte, abile e valoroso. I suoi uomini si fidano ciecamente di lui, del loro tenente: il signor Phineas Carter della contea di Macon.. – Pronunciò le ultime parole con orgoglio, facendo assumere alle sue labbra una smorfia quasi arrogante ma nello stesso tempo graziosa. Poi prese delicatamente la tazza di tè.
     - Ricordate, signorina Ludmilla, la sera quando lui vi salutò?
     - Come posso dimenticare?
     - Ebbene, io feci una cosa che certamente gioverà a lui e a voi.
     La ragazza posò la tazzina e spalancò gli occhioni.. – Che hai fatto?
     - Nel bicchiere di champagne gli ho versato… sì, una polverina… preparata da me.
     Ludmilla portò una mano alla bocca, con un gesto vago di timore.
     - Non preoccupatevi. È un rimedio antico, sicuro, che ho appreso da mia madre, e lei a sua volta da sua madre. – Fece una breve pausa. – Lo riporterà presto fra le vostre braccia, sano e salvo. C’è un grande potere in quel farmaco: lo proteggerà dai pericoli e gli acuirà il desiderio di riabbracciarvi.
     Ludmilla rivolse alla sua serva un sorriso di riconoscenza e di sollievo.


     Quando tornò il tenente Phineas Carter, era d’ottobre e pioveva a dirotto.
     Una nebbia lattiginosa avvolgeva il bianco ed elegante edificio dei Perkins.
     Olivia lanciò un urlo.
     - Che c’è? – fece Ludmilla, che si stava incipriando davanti allo specchio.
     - Venite a vedere.
     La ragazza andò alla finestra e guardò giù nell’ampio spazio prospiciente il colonnato.
     Si intravedeva un cavaliere, fermo nell’umida foschia.
     - Voi ci vedete meglio di me, signorina Ludmilla.
     - Sì, è lui, è lui!
     Sollevando l’ampia gonna, la donna corse alla porta della stanza. Si precipitò giù per le scale, seguita dalla domestica nera. Attraversò l’atrio e spalancò il portoncino.
     L’uomo era sceso da cavallo e ora camminava lentamente, verso l’ingresso.
     Era proprio lui, il tenente Phineas Carter. Il grigio berretto un po’ di sghimbescio, la mantellina inzuppata di pioggia… ma senza stivali.
     La ragazza uscì incontro al suo amore. Il cuore voleva scoppiarle nel petto.
     Ma subito rallentò la sua corsa.
     Nell’aspetto del suo uomo c’era qualcosa di molto sbagliato. Camminava in modo rigido ma irregolare, quasi zoppicando.
     E poi lei vide in tutta la sua chiarezza: un volto deturpato da un’orribile sciabolata; e due occhi spenti iniettati di sangue, una bava verdastra che gli usciva dalla mascella lacerata e pendente.
     Rimase ferma, impietrita, mentre udiva, alle sue spalle, l’urlo di Olivia.
     Il soldato fu addosso alla ragazza, affondò i denti nel candido collo e cominciò a divorarla.


lunedì 8 dicembre 2014

AVE CAESAR di Pierre Jean Brouillaud



Un gallo cantava. Uscendo da un sonno denso di incubi, Cesare si svegliò. Da mesi aveva messo l'assedio ad Alesia dove ottantamila Galli si erano rinchiusi. Li aveva presi a loro volta in trappola chiudendo l'oppidum in una rete di trincee e di fortificazioni quale non si era mai vista. Aveva sventato tutti i loro tentativi di rompere il cerchio. Condannati alla fame, spossati, i Galli si dovevano arrendere. Oppure le legioni avrebbero dato l'assalto finale. Il nemico aveva perduto la partita quando arrivò l'armata di soccorso. Moltitudini venute da tutti gli angoli del territorio. Ottomila cavalieri, duecentoquarantamila fantaccini, feroci guerrieri che avevano sommerso gli uomini di Cesare.
Un ricordo bruciava più di tutti gli altri, quello del momento in cui lui stesso, Cesare, dopo aver lottato di persona fino a quando la sua spada era rimasta in mano al nemico, era stato fatto prigioniero da questo tizio, Vercingetorige. Non avendo potuto trovare una morte da soldato, aveva dovuto gettare ai piedi dell'arverno il suo mantello rosso e il suo bastone di comando. E i Galli inalberavano ora in uno dei loro templi come trofeo le sue insegne di comandante.
Il gallo aveva smesso di cantare.
In qualche giorno o in qualche ora, Cesare avrebbe subito la sorte dei vinti. Quelli erano ansiosi di finirla con il comandante in capo dei Romani. L'avrebbero senza dubbio trascinato per le vie di Gergovia, lercio borgo dove sarebbe stato messo a morte da dei barbari che non erano capaci di organizzare un trionfo in bella e dovuta maniera. A meno che non applicassero l'usanza romana di legarlo a un palo, di batterlo con le verghe e poi decapitarlo.
Il prigioniero alzò gli occhi verso lo stretto rettangolo che alla sommità del nero buco ruscellante d'acqua dove l'avevano gettato, si distingueva male dal muro, gli sembrava tuttavia di percepire oltre le rozze assi, il lucore della luna.
Il gallo era in anticipo, il giorno non sembrava sul punto di levarsi, senza dubbio non era che la quarta vigilia. Con uno sforzo sovrumano che esigevano le sue membra indolenzite dalla prigionia, Cesare si sollevò fino all'apertura. Si, la luna brillava nel cielo dove passava qualche nube. Essa rischiarava il tratto delle mura di Gergovia antistante la prigione con la sua struttura di pietra che lasciava vedere l'armatura di travi, e anche il viottolo che serpeggiava tra le case di legno e di argilla coperte di stoppie.
Sul muro di fronte, delle mani maldestre avevano tracciato dei segni enigmatici, ma anche delle scritte. Non riusciva a decifrare alcune di esse, anche se erano scritte in caratteri greci, che i druidi utilizzavano per trascrivere la loro lingua. Certe, dovute a un popolo che non conosceva l'uso corrente della scrittura, restavano incomprensibili. Altre erano redatte in un latino approssimativo e piene di errori di ortografia e grammatica. Ma ce n'erano altre ancora affatto corrette. La prima diceva: VAE VICTIS. Quel richiamo di un passato doloroso, il sacco di Roma da parte dei Galli, gli confermava che era preso di mira. La seconda l'incuriosiva molto, diceva: ALEA IACTA EST: la sorte è decisa, la sorte di chi? La sua, beninteso.
Cesare si lasciò ricadere sui talloni. La ronda si avvicinava. Cesare che durante i suoi anni di presenza da questo lato delle Alpi aveva imparato abbastanza gallico per comprenderlo, capì la parola d'ordine: FUORI I ROMANI!
Di nuovo il silenzio, turbato talvolta dai latrati di un botolo.
All'improvviso, Cesare che si stava assopendo per la stanchezza, sentì un tramestio nel corridoio che portava alla sua cella, poi dei passi. Si drizzò con tutto il corpo teso, le orecchie aguzze. Venivano a prendere il prigioniero per il supplizio.
“Ave Caesar!”
Il generale aveva davanti un uomo giovane, dall'alta statura che era ancora ingrandita da un elmo di bronzo ornato di corna, di un alto cimiero e di un pennacchio. L'identificò subito sotto il mantello bruno che ricopriva la cotta di maglia. Il capo delle tribù galliche che, dimenticando per un istante i loro incessanti conflitti, si erano alleate per fare a pezzi i romani, Vercingetorige!
Per non perdere un pollice della sua taglia, Cesare allunga il collo, poi incrocia le braccia, e con lo sguardo sfida il suo visitatore.
“Cesare”, disse il capo gallico che parlava un latino rozzo ma perfettamente corretto, “La fortuna ha cambiato campo, lei che ti è sempre stata favorevole. Lei ti amava perché riconosceva i tuoi meriti. Lo so meglio di chiunque altro. Tu sei un grande capo militare. Senza le tue lezioni, non saremmo probabilmente riusciti a vincervi”.
“Voi avete imparato a imitarci”, replica il romano.
Vercingetorige non rileva la provocazione e prosegue:
“Cesare, mi dispiace che noi ci ritroviamo qui in circostanze che né tu né io avremmo previsto quando eravamo amici”.
“Cesare ha subito uno scacco”, risponde il prigioniero, “Ma Roma non ha perso la partita. Vincerà, nessuno a lungo termine può resistere alla sua potenza. Tu hai sentito parlare di Cartagine. Questa città dominava il mare e i territori sul mare. Roma l'ha distrutta, non ne è restata pietra su pietra. Quanto pesa la Gallia con le sue tribù litigiose rispetto a Cartagine? Tu credi che tutta la Gallia ti segua o ti seguirà. Hai un bel praticare la terra bruciata, distruggere i raccolti, incendiare i granai per affamarci. Che speranza ha Vercingetorige quando Annibale ha fallito? Cartagine non esiste più, Roma sarà la padrona del mondo. La sua marcia verso l'imperium mundi è irresistibile”.
“Cesare, tu e io ci conosciamo troppo bene per mentirci. Tu non sei soltanto un grande capo militare, tu hai un destino politico. Roma e il mondo conoscono la tua eloquenza. Tu hai seguito l'insegnamento dei retori, tu hai il senso della formula, ma in quest'arte anche i Galli si difendono”.
“Te lo riconosco, sono dotati per la retorica, e tu hai frequentato la scuola dei druidi”.
“Si, Cesare, ma qui sono io, il Gallo, che parla il linguaggio della realtà, quello della tua disfatta”.
“Insomma, Gallo, cosa vuoi da me?”
“Che tu riconosca i fatti. Tu sei stato già sconfitto davanti a Gergovia, sei stato sconfitto davanti ad Alesia. Sono già passati più di sette anni dal tuo arrivo in Gallia. Sono più di sette anni che ti sforzi di combatterci. Nel frattempo, la situazione è profondamente cambiata. Unita, la nazione gallica fa indietreggiare Roma, non sarà sottomessa dall'ascia dei littori, ritroverà il suo onore e la sua libertà”.
“La nazione gallica? Che significa? Io non vedo che una fragile coalizione di tribù disparate, antagoniste, riunite al solo scopo di opporsi a Roma. Non basta riunirsi presso i Carnuti e pronunciare dei giuramenti solenni attorno a dei trofei di cinghiale. Il successo della vostra insurrezione sarà senza domani. Quando il pericolo vi sembrerà scomparso, voi ritornerete alle vostre discordie.
Le città si staccheranno dal tuo potere, diffidano di te come diffidano di tutti i nobili che aspirano all'autorità suprema”.
Cesare ebbe l'impressione di aver segnato un punto, il suo avversario si era di colpo irrigidito.
“Non devi nascondertelo, sospettose e ribelli ti abbandoneranno, e quando la sorte non ti sarà più favorevole, ti consegneranno al vincitore, ai Germani che per i vostri sbagli si fanno spazio in Gallia e che se voi persistete nell'errore, un giorno vi domineranno. Solo Roma vi può difendere da questo pericolo. Vi assicurerà i benefici della sua pace, e voi parteciperete alla sua gloria”.
“Perdonami Cesare, ma non siamo nel foro. Tu non metti in gioco la tua carriera di tribuno ma la tua vita”.
“Essa è al servizio di Roma”.
“Che oratoria! Ascoltami! Cesare, dopo Alesia la mia autorità non è più contestata. Io ho tutti i poteri, compreso quello di liberarti...Aspetta prima di protestare. Oggi come ieri sei promesso a un destino eccezionale. Tu sai meglio di chiunque altro raddrizzare una situazione. Tu sei abile. Questa eccezionale eloquenza che ho sottolineato ti permetterà all'istante di volgere l'opinione in tuo favore. Tu riporterai altre vittorie che faranno dimenticare Alesia. Tu disponi a Roma di numerose amicizie e di una clientela. Ti appoggerai sul popolo che non chiede che di ascoltarti”.
Cesare non ebbe un fremito.
Vercingetorige proseguì:
“Per liberarti, non metto che una condizione, tu rientrerai a Roma e dirai al Senato: “Io vengo perché ho visto e ne sono convinto. La nazione gallica ormai esiste. Qual'è il nostro interesse? Cosa abbiamo da guadagnare a volerla asservire? E' più saggio e più profittevole riconoscerla e concludere con essa trattati di amicizia secondo termini che rispetteranno il suo onore e la sua indipendenza. Così ci risparmieremo una guerra...”. Ti ascolteranno, non lo dubito. Queste sono le mie condizioni, Cesare, non chiedo di più”.
“Gallo, tu mi insulti se credi per un istante che Caio Giulio Cesare passerà sotto le tue forche caudine”.
“Io ti propongo un'alleanza, Cesare, alla pari”.
Cesare non fa una piega.
“Pensaci bene, poco fa hai parlato dei Germani. E' vero che abbiamo lo stesso nemico. Anche per voi costituiscono una minaccia. Un giorno che non è forse così lontano, sommergeranno le vostre frontiere e metteranno di nuovo Roma a sacco. Voi avete conservato un brutto ricordo del passaggio dei nostri fratelli e del riscatto di mille libbre d'oro che gli avete dovuto versare. Tu conosci la ferocia dei Germani, la loro occupazione sarà infinitamente più crudele. Contro questo pericolo la nostra alleanza vi proteggerà. L'avvenire è nelle tue mani, Cesare, io ti lascio un giorno per riflettere. Domani verrò a prendere il tuo responso”.
“Sarà lo stesso di oggi”.
“A domani, Cesare!”
Il romano salutò con un cenno del capo il guerriero che si avvolgeva nel mantello prima di lasciare la cella.

Un'altra notte trascorse senza che Cesare trovasse il sonno. Di mattina presto il gallo cantò di nuovo, per due volte. Presto Vercingetorige sarebbe tornato. Invano. Come poteva credere che Cesare si sarebbe umiliato per salvarsi la pelle? Domandare grazia? Follemente orgoglioso, questo Gallo. Il successo di Alesia gli aveva montato la testa. Si attribuiva a Vercingetorige l'ambizione di invadere la Narbonese, romanizzata da sessant'anni, di allearsi con quei Germani che pretendeva di denunciare per invadere l'Italia, bisognava fare di tutto per evitare questo disastro.
Cesare conosceva bene Vercingetorige, figlio di Celtillos, un capo arverno giustiziato dai suoi venti anni prima perché aspirava alla regalità. Ieri il giovane nobile aveva accusato il colpo quando Cesare aveva fatto allusione a quella morte. Il giovane manifestava una grande maturità, un coraggio, un'intelligenza politica, un'arte militare eccezionale. Se gli fosse stato lasciato campo libero, avrebbe finito per accordarsi con certi senatori romani il cui opportunismo non aveva bisogno di dimostrazioni. Fortunatamente l'intransigenza di Cesare e il suo sacrificio avrebbero impedito ogni compromesso. Roma sarebbe stata protetta, Cesare avrebbe avuto un posto eminente nel pantheon dei martiri, e la Gallia sarebbe stata sottomessa.
Da qualche parte, delle oche si misero a starnazzare, curioso a quell'ora della notte. Cesare si ricordò del Campidoglio che quei volatili avevano salvato un tempo, al momento dell'attacco gallico.
Un rumore echeggiò nella strada che si rischiarò all'improvviso di un luccicare di torce.
Di nuovo dei passi nel corridoio, Vercingetorige non aveva atteso il giorno.
Uno squillo di trombe lacera la notte.
La porta della cella si apre su un personaggio in tenuta da campagna che solleva il braccio e saluta alla romana.
“Ave Cesare. Lucio Caio Pandano della terza legione. Generale, sei libero. Tito Labieno e i suoi uomini stanno per raggiungerci. Abbiamo attaccato il punto debole di Gergovia”.
“Il retro della collina”.
“Si, generale, abbiamo penetrato le difese ed eccoci. Vercingetorige ha trovato la morte in combattimento. Avendo perduto il loro capo, i barbari si sono demoralizzati, si sono dispersi. Alesia doveva cancellare Gergovia. Ora Gergovia cancella Alesia.
Cesare apprezza la formula.
“Se tutto va come previsto”, riprende l'ufficiale,  “Fra qualche giorno attraverserai il Rubicone da vincitore”.
Cesare si disse all'improvviso che avrebbe potuto scrivere quel De Bello Gallico che aveva a cuore. Certo, aveva tolto l'assedio ad Alesia di fronte alla schiacciante superiorità numerica del nemico, ma questa abile manovra aveva permesso la vittoria di Gergovia. Da vincitore generoso, avrebbe reso omaggio al valore di Vercingetorige morto con la spada in mano. Nell'attesa del Rubicone di lì a tre giorni. Perché no?
Che cosa c'era scritto su quel muro?
Ah si!
ALEA IACTA EST.
Cesare se ne sarebbe ricordato.
 (Traduzione dal francese di Fabio Calabrese)

venerdì 5 dicembre 2014

L'INCREDULO di Fabio Calabrese



Faccio un tuffo dal cinquantasettesimo piano del grattacielo. Dopo un breve volo, atterro elegantemente sul selciato con le punte dei piedi unite. Attraverso la strada.
Il conducente del camion non mi vede (è impossibile che mi veda, solo una persona particolarmente sensitiva in un notevole stato di tensione emotiva riuscirebbe a vedermi), e mi viene tranquillamente addosso.
È una cosa che mi sconcerta ancora adesso, ma il camion mi passa attorno come fosse fatto di aria. Ho solo una fuggevole visione dello spaccato del motore, della cabina di guida, del conducente al disopra della mia faccia a qualche decina di centimetri in linea d'aria, che guida il mezzo co lo sguardo fisso davanti a sé, poi il carico fatto di lunghi tubi metallici. Infine mi ritrovo nel mezzo della strada.
Certo, è piacevole starsene comodamente disteso galleggiando a mezz'aria, ma è una seccatura non poter parlare con la gente e non poter toccare le cose.
Faccio un salto (si, proprio un salto) al secondo piano di quello stabile e passo oltre la porta (chiusa).
C'è un tale che sta leggendo un libro che mi sembra interessante.
Mi siedo dove è seduto lui (intendo dire proprio sulla stessa sedia, sovrapposto) e mi metto a leggere anch'io. Peccato che questo legga più lentamente di me, è lievemente fastidioso quando ho finito la pagina dover aspettare che lui la volti, ma per il resto non ci sono problemi.
Però qualche volta sono stufo e annoiato da non poterne più, di questa quasi vita incorporea e invisibile.
Potrei camminare giorni e giorni senza stancarmi (non ho un corpo da portarmi appresso), non ho bisogno di mangiare né di bere né di dormire, non soffro la fame, la sete, il freddo, il caldo, il sonno, il dolore. Potrei passare perfettamente indenne attraverso un'esplosione nucleare.
Ma contro la noia non posso fare nulla.
Non tutti muoiono allo stesso modo. Non a tutti tocca lo stesso destino dopo la morte.
Ma chi avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe toccato proprio a me che per tutta la vita sono stato un materialista convinto e scettico nei confronti di qualsiasi credenza nel soprannaturale, di diventare un fantasma?


mercoledì 3 dicembre 2014

LA PRIMA PAROLA di Claudio Biondino



Ciascuna parola non è un impulso nell’aria?
Edgar Allan Poe

Già prossima al collasso, la bocca di Entropia vomita la sua parola di ghiaccio, decretando la fine. Preso in una antica unicità, l’ultimo Viaggiatore è scagliato verso il centro di tutte le cose, verso l’origine del tempo, e dello spazio. Svanita la sua esistenza materiale, si trasforma in una Eterna Conoscenza dell’Essere. E mentre invia la sua Parola fuori del centro, l’universo rinasce con una esplosione.
                                       
(Traduzione dallo spagnolo di Paolo Secondini)

lunedì 1 dicembre 2014

RE DI BUGIA di Fabio Lastrucci



Queste facce squallide di bambini sono le squallide facce della mia infanzia. Ed io tra di loro, io tra di loro.
Di Cracovia in quegli anni ricordo il freddo, la solitudine, l’attesa di un gioco nuovo che ci facesse veramente divertire.
Doveva essere il ‘54 o il ‘56 credo.
Con le guance arrossate dal gelo, io conversavo in spagnolo e nessuno sembrava badarci.
Nessuno a Cracovia si era mai accorto che non fossi davvero lì, dato che fisicamente mi trovavo a Buenos Aires dove ancora oggi risiedo.
Nei ‘50, là, c’era altro a cui pensare.
Gli alberi erano carichi di neve. Gli amici continuavano a chiamarmi Witold (io invece mi chiamo Jorge) e chiacchieravano con me passeggiando sui ciottoli bianchi.
L’inverno ci dava dentro come un cosacco. Tutti sognavano di avere una macchina e sigarette francesi.
A me bastava solo una finestra e un posto diverso da guardare.
Nei miei sogni avevo ancora gli occhi buoni.

venerdì 28 novembre 2014

UN DRAMMATICO RISVEGLIO di Paolo Secondini



(Molto liberamente ispirato a La metamorfosi di Franz Kafka)

«Oh, povero me! Me infelice, me misero, me sfortunato!» si lamentò, una mattina, il giovane Gregor Samsa, il quale, svegliatosi convulsamente da un sonno inquieto, si vide mutato in uno scarafaggio. «Cosa ho fatto per meritare questa disgrazia? Che sarà di me, della mia vita, dei miei sogni?... Condannato a essere un disgustoso, orrendo coleottero!»
«Ehi, dico, non cominciamo a offendere!»
«Chi… chi ha parlato?» balbettò l’infelice giovane.
«Io… tu… cioè noi…» si impappinò lo scarafaggio.
Samsa si guardò un momento l’addome, essendo disteso sul dorso.
«Non sono te, io, sia ben chiaro,» protestò risentito.
«Tu non sei me?!» esclamò, stupito, il coleottero. «E io chi sono, secondo te?»
«So soltanto che io sono io e tu sei tu. Null’altro!»
«Ma se io sono fuori di te, nel senso che ti ricopro interamente col mio corpo, e tu sei in me…»
«Sono in te, non c’è dubbio,» lo interruppe Gregor, «ma ci vuole una bella faccia tosta a dire che sono te.»
«Come, come?» disse lo scarafaggio muovendo freneticamente le zampette. «Affermi, dunque, che sei in me ma non sei me?»
«Proprio così!» esclamò il giovane con decisione. «Non sono te, anche se, lo ammetto, sono in te. E tu, mio caro, non puoi sentirti me, dal momento che tu e io siamo profondamente diversi. Noi, dunque, siamo io e te: con l’esattezza io in te, tu fuori di me, o meglio, tu il mio corpo (non posso negarlo, purtroppo!), io ciò che lo anima; insomma, tu e io… io e te… tu… io… noi…» Rimase di colpo in silenzio, poi, con voce straziante: «Kafka, Kafka, sbroglia questa matassa, maledizione!»

mercoledì 26 novembre 2014

LUIS di Peppe Murro



Sapeva che doveva morire. E non era, come capita a molti, perché il suo corpo sfamava il tumore che lo divorava, né per il gesto cieco e incomprensibile di un dio distratto. Nè per un cuore stanco dei suoi giorni: chi lo avrebbe ucciso lo stava in quel momento guardando, dritto davanti a lui, dietro una cicca di sigaretta quasi incollata ad un bocchino d'osso nero, gli occhiali scuri semicoperti da una visiera militare. È il mio boia, pensò, dopo essere  stato il mio infaticabile torturatore.
Lo guardava e i suoi pensieri  tumefatti quasi si rifiutavano di ricordare le torture e quella faccia sfigurata e soddisfatta nel dargli dolore, quelle labbra serrate come lame: botte, manganello, scosse elettriche... neppure ricordava le sue urla, le mille volte che aveva chiesto a quel dio impietoso di farlo morire senza altro dolore. Ora era finita, lo vedeva dal suo sguardo, lo sentiva dalle spinte di chi col calcio del fucile gli imponeva di sbrigarsi.
 Forse fece un grosso respiro, forse fu solo un desiderio: fuori, respirare, libero...fra poco sarebbe stato finalmente libero, sarebbe sfuggito per sempre ai suoi aguzzini, non avrebbe più sentito né dolore né paura. Anche se a questa aveva rinunciato da tempo, da quando chiese perché? e nessuno gli diede risposte; anzi, la sola risposta fu un calcio di fucile in faccia. Capì allora di essere solo una preda, un animale che per qualche ragione andava al macello. Ma lentamente, come usavano promettere i suoi carcerieri.
Non c'erano più voci, nessuno più si lamentava. Quel buio di muri era popolato di morti che respiravano, in attesa di essere cancellati anche come morti.
 Lo traversò di colpo il ricordo dei suoi banchi di scuola, di come bisbigliavano nel piacere del proibito, quando quella maestra, consumata dietro gli occhiali  e lo stesso vestito di ogni giorno, si voltava dall'altra parte; si ricordò di come gli battevano le tempie, mentre fuggiva tra i giardini dell'università e grida rozze e rauche  lo inseguivano; ricordò il sapore del terriccio in bocca e il peso degli stivali sul collo fino a togliergli il respiro.
 Si ricordò che stava morendo, con altri agnelli pasquali offerti in sacrificio alla belva...viva la libertà, io sono libero , si disse come per sfida o per consolazione, ma moriremo tutti, senza vendetta, senza giustizia.


L'ultima cosa che vide, prima che i farmaci lo stordissero, impedendogli persino l'ultimo grido, fu un aereo in disparte e una fila di vittime disperate che venivano spinte dentro un container. Ci seppellirano lì , pensò, perché non abbiamo più storia. Avremo nomi muti, nomi d'acqua e di vento, ma io sono Luis...


Stava per morire, i pensieri si offuscavano. Chinò la testa.
 Si disse piano, lentamente, con tutta la forza che poteva: io sono Luis, io sono Luis, io sono...
Il container affondò subito nel buio.

Sotto, l'Atlantico  ululava di burrasca alle creature marine, ai mostri umani.