domenica 31 maggio 2015

PEGASUS INTERNAZIONALE n° 2 (Italiano)



PAOLO SECONDINI
COMINCIA A PIOVERE
«Lascio a terra qualcuno?» gridò Noè, prima di ritirare la passerella sull’Arca.
Non ebbe risposta.
Per un po’, egli volse lo sguardo in ogni direzione, poi:
«Lascio a terra qualcuno?» gridò nuovamente, le mani intorno alla bocca.
Un «Grunf!» improvviso gli fece girare il capo a sinistra.
«Chi è là?» chiese Noè. «Un ritardatario?»
«Grunf! Grunf!»
Il vecchio patriarca si grattò tra i candidi peli della barba. Sentì qualcosa – non più grande d’un sassolino – sotto i suoi polpastrelli. Lo prese con delicatezza tra l’indice e il pollice, l’accostò al viso.
Un coleottero!
«To’!» esclamò Noè. «Posso sapere che ci facevi nella mia barba? Dovresti già essere a bordo con la tua bella. In questo momento, non vedendoti, ti starà cercando da poppa a prua.»
«Grunf!»
«Ah! Dunque sei tu che parlavi?»
«Gru, grunf!» (Io, per l’appunto!)
«Hai da dirmi qualcosa?»
«Gru gru grunf grunf! Gr gru grunf gr gr grunf.» (Lasciami a terra, ti prego! Non consegnarmi a quella insopportabile smorfiosa.)
«Cosa?! Vorresti che ti lasciassi in mezzo al diluvio?»
«Grunf gr gru!» (Me la caverò!)
«Non dire sciocchezze!... E poi non posso.»
«Grunf?» (Perché?)
«Ho un ordine chiaro, preciso: due animali, maschio e femmina, di ogni specie.»
«Grunf?» (Davvero?)
«Ci puoi scommettere.»
«Gru gru gr, grunf grunf, gru gr grunf. Grunf grunf grunf… Grunf gru gru grunf?» (Se le cose stanno così, vuol dire che salverai – dati i rapporti non propriamente idilliaci tra me e la femmina della mia specie – anche i litigi, le ostilità, le incomprensioni, i tradimenti esistenti, suppongo, tra molti altri animali. Te la senti di assumerti questa responsabilità?)
«Pazienza!» rispose Noè alzando le spalle. «Non sono già a bordo quelle bisbetiche delle mie nuore?! Sono state le prime a salire sull’Arca, brontolando e inveendo contro il destino avverso. E i miei figli, felici, dietro di loro.»
«Grunf, gru? Grunf gru gru. Grunf, gr, gru, grunf! Grunf gru… Gru gru grrrrrrr!» (Ah, sì? Poveretti, li compiango! Quando si pentiranno sarà troppo tardi… To’, comincia a piovere! Nessuno, ormai, può scendere dall’Arca
STEFANO VALENTE
STIRPE DI GOLIA
«A-aiutatemi. Rabbi…»
Il giovanetto parlava sommessamente, quasi mormorando. Il vecchio rabbino, nell’ombra fresca della sinagoga, si sporse in avanti per ascoltare meglio.
« Aiutatemi, Rabbi, ve ne prego! », seguitò a piagnucolare il ragazzino. Tremava tutto, scosso da un’angustia troppo grande per la sua innocenza.
Anche l’anziano se ne rese conto, e ne ebbe un turbamento tale che riuscì appena ad accennare un gesto con il braccio, perché l’altro continuasse.
« Rabbi: è… è possibile commettere un peccato con un sogno? ».
L’ultima parola era stata pronunciata rapidissima, dentro un soffio di paura.
Il rabbino inghiottì con fatica – un boccone di buio. Il fanciullo non era lì a contargli un’ineziuccia, una marachella da scolari. No. Di lì a poco, da quella voce ancora stridula, immatura, avrebbe udito un abominio. Ne era certo – con la certezza dell’anima.
La mano rugosa trovò per lui la forza: ondeggiò nel trapezio di luce così che la confessione del ragazzo si compisse per intero.
« Io… io ho sognato questo, Rabbi: che ero nel tempio, leggevo i Primi Profeti – ma… ma il libro era diverso, la storia cambiava… ».
Ora stava fissando il giovane discepolo, e negli occhi velati, quasi ciechi, sentiva bruciare uno scintillio. Antichissimo, furtivo.
Ma il ragazzino non era incenerito. Proseguiva nel racconto del suo sogno.
« La storia della nostra stirpe, Rabbi: me lo ricordo per filo e per segno… Il libro cominciava come sempre: “Ecco, uscì dall’accampamento dei filistei un gigante, di nome Golia, originario di Gat: alto sei cubiti e una spanna… con una corazza a scaglie pesante cinquemila sicli di bronzo…”. Poi però, d’improvviso », e qui il fanciullo ebbe una pausa, bevve l’aria in un singhiozzo da annegato, « d’improvviso il libro diventava differente: Davide non perdeva la sfida con Golia, il sasso della sua fionda andava a segno… Golia, invece di uscire vittorioso – di afferrare l’israelita per spezzargli la schiena a mani nude, prima di risparmiarlo e quindi essere benedetto per l’eternità da Colui che non si nomina, Golia e tutta la sua discendenza –, Golia stramazzava a terra morto! E Davide, strappandogli la sua stessa spada, Rabbi… lo decapitava! ».
Adesso la vocina era rotta da un pianto soffocato. A tratti, in una nota gutturale sempre identica, risuonava la parola « peccato » – penosamente, ripetuta con vergogna immensa.
* * *
Finalmente, dopo minuti interminabili scanditi dal pulviscolo a danzare nelle altezze della volta, il rabbino si indirizzò al discepolo. Aveva un’inflessione lenta, consolante; e tuttavia il fanciullo vi intese una vertigine – come l’equilibrismo elettrico dei grandi mentitori.
Spiegò, l’anziano, vecchissimo rabbino.
Che i piani di Colui che non si nomina sono impenetrabili. E molteplici.
E altrettanto i mondi che la Sua Mente ha immaginato e immagina.
E quindi affermò pure che non si può escludere – e, anzi, la Qabbalah lo testimonia – che esista un altro Secolo, con altri sacri libri, nei quali la stirpe di Davide (o degli uomini) è l’unica eletta, dove non è mai stato il tempo della stirpe di Golia.

Quando il Rabbi ebbe concluso, e si levò in piedi – una torre ricurva di tendini, di ossa e di pelle avvizzita: ché i giganti non smettono mai di crescere, fino all’ultimo giorno della loro vita – sfiorando i candelabri del soffitto, il terrore che incuteva la sua vista fece sì che il ragazzino dimenticasse tutto.
Che non si accorgesse della smorfia amara sul volto del centenario che rimuginava fra sé e sé – si torturava.
Perché un giorno di molti anni prima, nei sotterranei della sinagoga, fra i rotoli, i manoscritti e i tomi della biblioteca inaccessibile, lui stesso aveva avuto tra le mani il libro in cui Davide trionfava.
E poi, dopo averlo letto – ancora e ancora, incredulo –, lo aveva intriso d’olio di lanterna, e acceso.
PEPPE MURRO
SUL MONTE
Guardò il figlio, ne intuì la rassegnata disperazione e la domanda inespressa. Si chiese anche lui perché il suo dio volesse tutto questo, cercò di respingere dentro il suo tormento di padre per quel gesto orrendo e inusitato che chiunque avrebbe trovato inaccettabile.
Si disse pure che forse era il suo demone malvagio che voleva armargli la mano perché il sangue e la colpa segnassero la sua vita... ma sapeva che non poteva comunque sfuggire a quella scelta, o il suo no o l'obbedienza alla voce che gli parlava nei pensieri.
Provò anche la bestemmia di dirsi che nessun dio avrebbe mai provato quel dolore di padre, ma era vecchio, era rassegnato a quella cieca obbedienza.
La sua anima, in un'ultima protesta, gridò quanto nessun uomo avrebbe potuto mai capire: "Perché?".
Chiuse gli occhi, il vecchio Abramo, ed alzò il pugnale.
ADRIANA ALARCO DE ZADRA
LO SCULTORE
Dopo aver terminato la statua di marmo della Disperazione e del Pensiero, Rodin scolpì Eva. 
Prima di finirla era già innamorato di lei. In precedenza, aveva amato Danaide, ma poi, quando una notte liberò completamente Eva dalla pietra, egli l’abbracciò, l’accarezzò e l’amò con passione.
Lei desiderava restare da sola e aspettare Adamo, ma Rodin le ripeteva:
«Non c’è peccato nella bellezza, ma negli occhi di chi la contempla.»
E mise Eva nel suo letto.
Il giorno seguente, l'artista era immobile, stremato, lo sguardo fisso nel vuoto.
Eva, anche lei esausta, decise di rallentare il ritmo. Uscì dall’ appartamento di Rodin e si rifugiò in quello che volle chiamare, il Paradiso Terrestre.
IL DIO SOLE
Il Sole è arrabbiato. Ormai più nessuno crede che Lui è un dio.
Quale eresia! Che delusione!
Anche se è ancora una potenza celeste con i centauri a sua disposizione e molti pianeti gioviali che lo amano, oggi si è riempito di macchie di rabbia in faccia vedendo quell’ombra di infedeltà caduta sulla sua corona.  Allora, con un ruggito invia venti solari verso le Ande e gonfiandosi come un pallone diventa sempre piú mostruoso e piú gigantesco. 
Con una mano genera scintille e tutti i raggi che può versare sugli abitanti andini: raggi gamma, raggi X, raggi UV, elettroni, laser e anche i raggi  del suo microonde personale.  In questa forma scioglierà il ghiaccio andino, i ghiaccioli, i lastroni di ghiaccio eppure i gelati.  Tutta l’acqua invaderà la terra finché rimarrà soltanto una piccola isoletta in mezzo all’oceano.
Allora, pensa il Sole con soddisfazione, Eva Yupanqui morderà la mela dell’albero e allora Lui potrà indossare un’altra volta la corona del dio Sole.
DANIEL FRINI
GENESI, capitoli dalò 6 al 9
«… E allora Mosè prese una coppia per ogni specie di uccelli, di bestiame e di rettili, perché potessero sopravvivere. Inoltre, raccolse viveri d’ogni tipo e li immagazzinò per utilizzarli come cibo per lui e per gli animali. Quando fu tutto pronto, Mosè entrò nell’arca insieme alla sua famiglia, e si preparò ad attraversare il Mar Rosso…»
— Chiedo perdono, mio Signore — disse l’angelo — ma mi sembra che i personaggi e le storie si stiano confondendo…
— Chi scrive il Libro? — replicò Dio — tu o io?



venerdì 29 maggio 2015

CONVERSAZIONI DELL'ALTRO MONDO (versione italiana e spagnola) di Aldo Flores Escobar

– Caro amico, quello non è un buon epitaffio – disse l’uomo anziano avvicinandosi a M, il quale non sentì i suoi passi nel cimitero, – sará meglio che lei non lo scriva nel suo quaderno.
– Mi scusi? – disse M sorpreso di quel forestiero in abito bianco apparso così all’improvviso.
– Non mi è mai piaciuto quell'epitaffio che sta per copiare.
– Anche lei fa collezione di epitaffi?
– La facevo prima, ma poi ho preferito crearli e scambiarli con la classe benestante. – il vecchio si accese un sigaro.
– Ottimo lavoro, io non ho mai inventato niente – M balbettò mentre accettava un sigaro.
– L'ultimo che ho scritto è stato per questa tomba, la mia tomba – disse il vecchio, e in quel momento i sigari si disintegrarono. – Con il suo permesso, sarà meglio che mi ritiri, addio.
Il vecchio, che in realtà era un fantasma, si allontanò in modo educato, sentendosi più vivo che nel suo soggiorno sulla terra, non prima di aver dato la mano a M, il cui sangue si congelò immediatamente. Senza alcun vanto ulteriore, ciascuno andò per la sua strada nel proprio mondo.
(Traduzione dallo spagnolo di Adriana Alarco)

—Mi amigo, ese es un mal epitafio —dijo un hombre añoso que se acercó a M sin que se pudieran advertir sus pasos por el cementerio—, será mejor que no lo escriba en su cuaderno.
—¿Disculpe? —M pronunció sorprendido al extraño de vestimenta blanca que apareció de modo repentino.
—El epitafio que estaba a punto de anotar nunca me ha gustado.
—¿Usted, también colecciona epitafios?
—Solía hacerlo, pero después preferí crearlos y comerciarlos con la clase pudiente —el viejo encendió un cigarro.
—Gran labor, yo nunca he inventado alguno —M balbuceó mientras aceptaba un tabaco.
—El último que escribí fue para esta tumba, mi tumba —en aquel instante los cigarros se desintegraron—. Con su permiso, será mejor que me retire, hasta pronto —dijo el anciano, quien en realidad era un fantasma; se despidió de manera cortés, sintiéndose más vivo que en su estancia por la tierra estrechó la mano de M, al que se le heló la sangre de inmediato, y sin más alarde cada cual se dirigió hacia su propio mundo.

martedì 26 maggio 2015

IL PATTO di Fabio Calabrese

L'uomo ebbe un sobbalzo. La luce delle candele che contornavano i vertici del pentacolo si era improvvisamente fatta azzurrina, le fiamme erano diventate rigide come se si fossero trasformate in punte metalliche. Oltre i limiti del pentacolo, nell'angolo più buio della stanza una figura dapprima vaga e indistinta come una chiazza di nebbia, poi man mano sempre più concreta, aveva cominciato a materializzarsi.
L'uomo sperò, sperò con tutte le sue forze che le prescrizioni riportate nell'antico grimorio fossero efficaci, e il pentacolo e i simboli ricamati sulla veste cerimoniale costituissero una protezione sufficiente.
La figura aveva ora un aspetto ben definito: una testa enorme, mostruosa: una faccia animalesca da cui si prolungava una mascella spropositatamente lunga da cui sporgeva una doppia fila di acuminati denti conici, e la si sarebbe detta una sorta di incrocio fra un orso e un coccodrillo, due lunghe braccia scimmiesche che terminavano in mani unghiute con unghie che parevano gli artigli di un uccello da preda, un torace villoso più scimmiesco che umano, e il ventre enorme, enfiato; al confronto le gambe apparivano piccole, contorte, sproporzionate, di dimensioni inferiori all'enorme fallo che si notava fra di esse. Nel complesso, la creatura sembrava la materializzazione di uno degli incubi raffigurati nei quadri di Hieronymus Bosh.
L'uomo sapeva che in realtà la natura di quell'essere era puramente spirituale. Perché mai quando si manifestavano, assumevano un aspetto così ripugnante? Se avesse voluto, quell'essere avrebbe potuto apparirgli come un bel giovane o una graziosa fanciulla, o con qualsiasi aspetto desiderasse assumere. Ma era chiaro, per terrorizzare gli incauti che osavano evocarli, sperando sempre con ciò di indurli in qualche errore fatale!
L’essere parlò con una voce innaturale che faceva gelare il sangue, qualcosa che era in qualche modo simile nello stesso tempo al muggito di un toro e al sibilo di un serpente. Di nuovo, l’uomo pensò che se quella creatura avesse voluto, avrebbe potuto avere la voce melodiosa di un usignolo, ma di nuovo, era scena per terrorizzare.
“Come hai osato disturbarmi, misero, sciocco mortale”, chiese. “Cosa vuoi da me?”
L’uomo si fece forza e rispose fissando i suoi occhi in quelli di brace del demone:
“Voglio fare un patto”.
“Un patto col diavolo?” chiese l’essere mostruoso. “La solita procedura, la realizzazione di un desiderio in cambio della tua anima?”
L’uomo annuì.
Il tono del demone parve diventare quasi amichevole.
“Quando è così”, sibilò, “dopo tanto tempo, ci siamo organizzati”.
Nella sua mano comparve di colpo una pergamena.
“Questo”, disse, “è il contratto standard. Puoi leggerlo e firmarlo, col sangue, naturalmente”.
Fece il gesto di porgere la pergamena all’uomo, ma questi si guardò bene dal protendersi oltre il bordo del pentacolo per afferrarla: era un trucco, il demone non aspettava altro per averlo in suo potere senza dare nulla.
“Passamela”, disse.
Il demone posò la pergamena a terra e fece il gesto di spingerla col piede oltre il pentacolo.
L’uomo rifletté rapido: così un segmento del lato del pentacolo sarebbe stato cancellato e lui si sarebbe trovato senza difese dal demone.
“Non così”, disse, “O me la dai in mano o non se ne fa nulla”.
“Sei scaltro, vedo”, disse l’essere infernale, “Ma non ti illudere, non ti servirà a niente”.
Raccolse la pergamena e la porse all’uomo tenendola arrotolata a cavallo della linea del pentacolo, di cui il rotolo membranaceo eccedeva lo spessore del bordo.
L’uomo l’afferrò stando sempre entro la linea protettiva.
Il testo dell’inusuale documento non era molto lungo, e non usava un linguaggio molto complicato: era una formula che non nascondeva doppi sensi, era molto lineare: la realizzazione di un desiderio in cambio della cessione irrevocabile dell’anima del contraente. Vide che il demone aveva già firmato per la parte che lo riguardava, con uno scarabocchio incomprensibile.
I demoni, lo sapeva, sono ingannatori di natura, ma quando stipulano contratti con gli umano, sono forzati a rispettarli.
Aveva preparato tutto a dovere: si arrotolò la manica sinistra, si fece un’incisione con una lametta sull’avambraccio, vi immerse una penna con pennino di vecchio tipo – le uniche che si potevano usare per un’operazione del genere, non certo le penne a sfera – e con quella firmò usando il proprio sangue come inchiostro.
Fece il gesto di restituire la pergamena al demone.
“Oh”, esclamò quest’ultimo, “la puoi anche tenere!”
Dalle labbra demoniache dell’essere infernale sgorgò una risata oscena, immonda, che sembrava un concentrato di quanto più vi può essere al mondo di turpe e lubrico.
“Ora”, sogghignò la creatura diabolica, “Voglio che tu ti renda conto di cosa hai firmato. Al momento della tua morte, la tua anima entrerà in nostro possesso. Ti aspetta un’eternità di sofferenze e tormenti senza un attimo di requie. In forza di questo documento che tu hai liberamente sottoscritto, non ti è più consentito pentirti, invocare il perdono del Cielo, non ti sarà concesso. E tutto questo per che cosa? In cambio della realizzazione di UN SOLO desiderio. Pensi che ne valga la pena? E’ la cosa più stupida che un uomo possa fare. Ma sono tanti gli sciocchi come te che ci cascano: sono sempre convinti di saperne una più del diavolo. Anche quell’altro sciocco, quel tedesco, quel Goethe, ci ha reso un bel servizio col suo “Faust”, ha instillato in voi mortali la convinzione che il diavolo si possa gabbare, ma questo è impossibile.
Solo se io non potrò o non vorrò esaudire il tuo desiderio, il contratto sarà automaticamente nullo. Ma non ti illudere che questo possa succedere, i miei poteri sono illimitati”.
“Lo so”, rispose l’uomo, “ero consapevole di tutto quel che mi hai detto ben prima di evocarti”.
“E allora”, disse il demone, “sentiamo qual è questo desiderio”.
“E’ semplice”, rispose l’uomo, “voglio essere immortale, vivere per sempre”.

venerdì 22 maggio 2015

CONCORSO PEGASUS RACCONTI INEDITI

Ecco di seguito i racconti finora pervenuti e inclusi nell'antologia.
Si ricorda che il Concorso Pegasus Racconti Inediti scade il 20 giugno 2015.

IL CORRIDOIO CHIUSO
Mauro Franzini

PROVE D’INVASIONE
Marco Bertoli

CORPO NERO
Giuseppe Costantino Budetta

IL KAMMUFF
Antonio Ognibene

ALI DI FARFALLA
Adriana Alarco de Zadra

GRETA SEGRETA
Umberto Pasqui

ROMAGNA NERA
Enrico Teodorani

GUASTO D’AUTO
Paolo Secondini

SANGUE NELLA NOTTE
Sandra Carresi
  
IL DIARIO
Peppe Murro

TOTAL RELAX
Serena Gentilhomme

LA SFERA PRIVATA
Teresa Regna 

UN POSTO AL CIMITERO
Giuseppe Novellino

martedì 19 maggio 2015

PEGASUS INTERNATIONAL – Français N°2



Vous avez dit : désir ?
Parlons-en…

PIERRE BROUILLAUD
L’AMOUR CHEZ LES ZAÏNS

Sur l'écran copulent des babouins.
         Le film enchaîne sur les gros plans d'un couple humain : visages déformés par l'orgasme.
         Quelques protestations et des rires se mêlent parmi le public qui assiste aujourd'hui, dans la série Les Peuples du cosmos ,  à la causerie du professeur Gavan.
         L'homme et la femme retombent, chacun de son côté. De sa voix fluette, le professeur commente:
         - Quand nos deux corps se séparent, chacun ne tarde pas à recouvrer sa différence, sa spécificité, sa solitude, en un mot. Chacun est prisonnier d'une double gangue : son corps et son esprit. Nous sommes une juxtaposition de solitudes qui ne s'interpénètrent qu'occasionnellement. Et cette interpénétration n'est le plus souvent que le fruit d'un malentendu. Chacun prête à l'autre son corps et ses sentiments. Les lui donne-t-il vraiment ?
         Noir. Le conférencier en profite pour poursuivre :
         - Maintenant, je vais vous montrer comment, sur leur planète où règne un printemps éternel, les Zaïns font l'amour. Un document exceptionnel que Ray, mon assistant de l'époque, et moi avons eu la chance de pouvoir tourner dans ce monde étonnant. Mais je me permettrai une remarque liminaire. Aux Zaïns je n'appliquerais pas l'expression "faire l'amour". Elle ne correspond pas à leur réalité, comme vous allez en juger. Tout d'abord, dans leur langage, notre terme n'a pas d'équivalent. Le mot qu'ils utilisent est slemch , un dérivé de "fusion". Oui, je sais, nous employons la même image : se fondre l'un dans l'autre. Mais chez nous ça reste une image.
         Deux corps apparaissent, petits et minces, très harmonieux et presque diaphanes.
         Plan moyen.
         - Vous le voyez, les Zaïns, qui vont toujours ainsi, intégralement nus, n'ont pas d'organe de reproduction apparents ou, du moins, comparables aux nôtres. Notez simplement l'existence d'un bourrelet au niveau du nombril. Eh bien, comment s'effectuent, chez les Zaïns, les préliminaires ?
         Les deux corps s'enlacent. Une main court sur un épiderme glabre, au galbe parfait. Rien d'anguleux. La main effleure à peine.
         Le professeur braque la flèche de sa torche sur un ventre lisse :
         - Comme chez nous, la chair stimulée rosit légèrement, mais sans perdre son aspect diaphane. Ray et moi avons essayé la macro. Ça ne donne pas ce que nous attendions. A peine si on voit le frémissement de la peau. On ne se rend pas très bien compte, mais le bourrelet ombilical ne s'est pas ouvert.
         Plan rapproché.
         - Quand les Z fusionnent ou, si le mot vous choque, quand ils "font l'amour", ils commencent donc comme nous, par des caresses. Pardon ? Non, madame : on ne distingue pas un sexe de l'autre. Les corps s'entrelacent. La main va les modeler. Les plans extraordinaires qui suivent ont été tournés par mon assistant, un garçon très doué et d'une sensibilité très fine. Observez bien : les partenaires se regardent au fond des yeux jusqu'à ce que l'iris de l'un prenne la couleur de l'autre. Ils échangent leurs yeux. Alors ils savent que la fusion commence. L'œil est le premier indice. Tout le temps qu'ils fusionnent, ils gardent les yeux dans les yeux. Ou bien les iris échangent leur couleur. Ou bien, les couleurs se mélangent. Mais prêtez aussi l'oreille !
Un murmure s'élève .
         - Tout le temps de la fusion, ils se parlent, ce qui accélère le processus. Ils se disent tout ce qu'ils voient, tout ce qu'ils ressentent. A leur tour, les voix se transforment. Les tonalités se rapprochent; mais le timbre, vous le notez, reste distinct. Que se disent-ils ? La traduction est de notre ami Ray. Je regarde tes yeux, dit A.  Ils étaient gris. Ils se pigmentent de vert  Le vert gagne, mon amour. Tu as mes yeux. Et moi ? Est-ce que les miens ont viré ? Et B fait écho : Mes pensées ne m'appartiennent plus. Des images venues de toi se fondent en moi, comme nos corps. Ainsi, nos amants commencent à se ressembler, deviennent frères ou sœurs, jumeaux, puis totalement identiques. A croire que chacun s'unit à son double. Hallucinant ! Oui ? Un moyen de les distinguer ? Il n'y en a plus. Pour nous, du moins. Entre eux, peut-être y parviendraient-ils encore, s'ils en avaient le désir. Mais puisque l'objet est précisément de se confondre...
         Une voix juvénile s'élève dans l'assistance :
         - Les Zaïns éprouvent-ils du plaisir ?
         - Question difficile. Il faudrait s'assurer que le mot a le même sens dans notre espèce et chez la leur. On pourrait, par une arithmétique simpliste, dire que leurs plaisirs s'ajoutent, puisque chacun ressent à la fois le sien et celui de l'autre. Ou bien se recouvrent-ils ? Nous songeons trop en termes d'intensité. Chez eux, c'est la qualité qui compte. D'autres questions ?
         - Comment s'y prennent-ils pour se reproduire ?
         - L'échange fait fortement monter les températures des corps jusqu'à provoquer à la fois la libération de l'œuf et du germe. Les partenaires échangent tout, y compris la semence dont les deux sont porteurs, bien que, paradoxalement, la fécondation reste un processus interne à chaque individu. De la sorte, quand un Zaïn veut un enfant, il en a deux. Des jumeaux, comme on pouvait s'y attendre. Nous dirions que les Zaïns sont hermaphrodites. Chacun porte son enfant pendant une grossesse qui équivaut à un de nos mois. Comment il le met au monde ? Regardez !
         Gros plan sur le bourrelet ombilical. Il se dilate jusqu'à mesurer 20 cm de diamètre.
         - Le bourrelet expulse un œuf sans coquille, entouré d'une membrane gélatineuse que le géniteur place dans une sorte de cocon. Au bout de trois jours, la pellicule craque avant de tomber. Voici l'enfant dont la taille est, évidemment, proportionnelle à celle de l'adulte.
         Exclamations des surprise et de répulsion.
         -  Oui, à la naissance, les Zaïns sont couverts de duvet. Celui-ci tombe au bout de quelques semaines. Sa chute est d'ailleurs l'occasion pour la cellule familiale d'organiser une fête marquant l'entrée du jeune Zaïn dans le deuxième âge. A trois ans - ce sont toujours des équivalences - ils sont capables de se fondre.
         - Professeur, des rapports sont-ils possibles entre les Zaïns et les autres espèces ?
         - Je vois à quoi vous faites allusion. Quelle sorte de rapports affectifs, voire sexuels, les Zaïns peuvent-ils avoir avec nous ? Pour ma part, j'avais sans doute passé l'âge d'expérimenter. Mon assistant serait mieux à même de vous répondre. Mesdames et messieurs, je regrette, mais,  de chez les Zaïns, Ray n'est pas revenu.
        
ADRIANA ALARCO DE ZADRA
C’EST TA FAUTE !

Dans la ville de Tombstone où je vis depuis des années, on a découvert de nouveaux filons d’argent. Alors on a vu augmenter l’afflux de mineurs venus du monde entier. Et, avec eux, bien sûr, la fréquence des rixes, des fusillades, des duels. L’argent, l’avidité, c’est mauvais pour la santé quand on porte un colt à la ceinture. Moi, je suis trop vieux pour courir après les trésors, et je me contente de louer les chambres de ma pension La Plata*.
Un de mes locataires, c’est Harry Woodman, le menuisier du village. En plus d’enterrer les morts, il a beaucoup de travail pour fabriquer les cercueils. Il y a quelques jours, il est devenu fou. Alors on a mis les morts dans une fosse commune, par manque de caisses en bois. C’est que sa femme est partie avec le propriétaire de la plus grande mine du comté. Harry est si choqué qu’il ne pense plus, ne chante plus avec sa guitarre, ne pleure plus, ne se lamente plus.
Je l’entends murmurer des phrases décousues; je le suis pour savoir où il va parce qu’il m’inquiète.
“C’est ta faute, Maria Guadalupe. Je suis désolé, abandonné, désespéré, Il y a beaucoup de gens qui meurent chaque jour, et moi je n’ai plus la force de préparer assez de cercueils,  tout ce  que je veux, c’est mourir et être, moi aussi, mis entre quatre planches.”
Ceux qui arrivent tous les jours dans le comté, mineurs ou pas, galopent dans les montagnes à la recherche de trésors,ou tournent dans le village pour descendre celui qui reviendra avec le sac plein.. Il y en a encore quelques-uns qui sont vivants.
J’ai l’impression que Harry voudrait se remettre à travailler. Il étudie les alentours pour trouver des arbres qui lui fourniront le bois nécessaire. Je vois qu’il regarde l’énorme cèdre au coin de la rue. Je sais qu’il aime ce vieil arbre plein de nœuds et de fentes. Quand il était gosse, je l’ai vu se cacher dans l’épais feuillage et observer le monde d’en-haut. Et puis j’ai vu les lettres d’amour qu’il laissait pour  Maria Guadalupe entre les branches. Il a appris à tirer sur son ombre, mais il n’a jamais été un champion de la gâchette.
“Tu m’as laissé si triste qu’à tout moment j’angoisse et je délire. Je ne sais pas si je dois aller à ta recherche ou attendre que tu reviennes, mais ça j’en doute, parce que tu aimes mieux  la richesse que ton Harry Woodman.”
Quand il était jeune homme, il s’asseyait sous l’arbre et, obsédé par l’amour, observait sa fenêtre, pour la voir se peigner devant la glace, à la lueur de la bougie.
Aujourd’hui, je le vois qui arrive, la hache à la main. Je me dis : il a peut-être en tête quelque folie, comme de séparer ce tronc de la souche pour faire du bois et des cercueils. Jusqu’à aujourd’hui il n’a jamais voulu sacrifier le cèdre qui est pour lui chargé de tant de souvenirs, mais maintenant, désespéré comme il est, il aura changé d’avis.
 “Tout ça, c’est de ta faute, Maria Guadalupe. J’ai mal au cœur de toute cette tristesse. Avant, tu es partie, maintenant c’est l’arbre qui va m’abandonner. Je resterai seul.”
Quelques coups de hache, et l’arbre tombera où le veut Harry.
L’arbre s’abat, et Harry le détruit. Dans sa rage, il dépouille le cèdre de sa belle parure verte, sectionne ses branches, le mutile. Tout ce temps, Harry a mal, comme si on lui avait planté une épine dans le cœur. Il attache le tronc avec une corde aux chevaux qui le transportent jusqu’à la scierie.
Cette nuit, je suis sorti de ma chambre pour mesurer le désastre causé par le jeune Harry. Je suis allé avec mon bâton jusqu’à l’endroit où il travaille le bois et je l’ai vu découper le tronc, détacher l’écorce, étudier le tronc, le nettoyer et le caresser.
“Il te ressemble, avec ces deux branches coupées en haut qui sont comme tes bras et ces deux racines profondes qui laissent une ouverture triangulaire où on entrevoit ton sexe..”
Il est vraiment devenu fou, me suis-je dit.
Le lendemain, je suis très vite revenu voir le travail de Harry. Dans son atelier, il continue à nettoyer le tronc pendant des heures, mais il ne le découpe pas pour fabriquer des cercueils. Il le frotte et le polit. Il ne rentre pas chez lui la nuit et il fait des gestes frénétiques. Le tronc ressemble de plus en plus à un corps féminin qui prend forme. Plusieurs jours passent, c’est à peine s’il s’alimente, mais, en échange, il boit. Je lui ai apporté de la nourriture, mais je m’aperçois que c’est son chat qui la mange. Il a les yeux cernés et il est pâle comme un malade qui délire.
Maintenant, le cèdre est blanc, luisant.. Harry s’est inventé une maîtresse en bois. Je m’aperçois qu’il a placé le tronc verticalement dans un angle de la pièce et qu’il lui parle :
Pourquoi j’ai fait ça, Maria Guadalupe ? Maintenant, tu es cette belle statue que je passe à l’huile de lin, qui respendit et brille même dans l’obscurité. C’est toi qui m’enlace tendrement, dans la sciure, avec tes bras de bois.  Tu es toujours toi, toi qui m’as laissé seul avec ma peine.”
 Tandis que regardais Harry parler au tronc et le caresser, la suite a été si rapide que je n’ai pas compris à temps ce qu’il allait faire. Il a pris sa Winchester, a tiré trois fois sur la statue en bois de Maria Guadalupe, debout dans son coin. Puis il s’est tiré une balle dans la poitrine.
Il y a encore pas mal de gens qui meurent dans le comté à cause de l’argent, ce porte -malheur.
Il nous faudra trouver rapidement un autre menuisier et croque-mort.

* L’Argent
Traduction : Pierre Jean Brouillaud

PAOLO SECONDINI
DERRIERE LA PORTE

Chaque soir, dès que j’entends ma sœur rentrer dans notre appartement, je quitte mon lit et, marchant sur la  pointe des pieds pour ne pas faire de bruit, je parcours l’étroit couloir qui mène de ma chambre à la sienne. Quand j’ai atteint celle-ci, tout doucement, tout doucement, j’ouvre une petite ouverture qui me suffit pour jeter un coup d’œil à l’intérieur.
Comme toujours, je reste silencieux, immobile, presque sans respirer, à épier Dalina qui se déshabille lentement, comme d’habitude, dans une lumière tamisée.
Tout d’abord, elle retire ses chaussures qu’elle place bien rangées sous la chaise, au pied du lit. Puis elle se dirige vers le mur de droite, enlève son chapeau (elle en a plusieurs dans l’armoire, chaque fois qu’elle sort, elle en prend un différent). Elle le pose, après l’avoir un peu dépoussiéré, de la main, sur la tablette de marbre de la coiffeuse. Enfin ! Voilà ce que j’attends, fou d’impatience, elle se dispose à enlever son manteau.
Dépêche-toi ! Dépêche-toi ! Je la bouscule mentalement. S’il te plaît, Dalina ! Dépêche-toi !
J’ai le plus grand mal à retenir un halètement, un frémissement d’émotion. Je ne voudrais absolument pas qu’elle s’aperçoive que je l’espionne derrière la porte. Ce serait embarrassant, surtout pour moi.
Ça y est ! Dalina vient de retirer son manteau. A voir son corsage et sa jupe tachés de sang je suis tout excité.
Mon regard monte soudain vers le visage  gracieux de ma sœur. Je la vois observer les taches d’un rouge intense qu’elle touche par instant, qu’elle presse de la paume de la main. On dirait alors qu’une sensation de plaisir pénètre toutes les fibres de son être, qu’une vive lumière irradie ses yeux.
« Oh ! Oh ! Oh ! soupire-t-elle voluptueusement. « Oh ! Quelle joie ! Quelle merveille ! Oh ! moments d’ivresse !... Je les éprouverai à nouveau demain… Demain !… Demain ! » 
Elle semble jouir encore, au souvenir de ce qu’elle a vécu cette nuit-là.
Avant qu’elle continue à se dévêtir, j’ai refermé l’ouverture et, en silence, le cœur battant, j’ai regagné ma chambre, rasant dans l’obscurité, les parois de l’étroit couloir
Je me suis recouché en faisant attention à ne pas faire grincer le lit.
Allongé sur le dos, bras croisés sous la nuque, je suis resté à fixer dans l’obscurité le plafond de ma chambre. Durant quelques minutes, avant de céder au sommeil, j’ai savouré à l’avance le moment où – comme Dalina – je sillonnerai moi aussi, la nuit, les rues de la ville à la recherche d’hommes et de femmes dont je sucerai avidement le sang jusqu’à la dernière goutte, après avoir planté mes dents dans leur cou.
Je suis encore un jeune vampire assez inexpérimenté. Il faudra attendre quelques décennies avant d’être capable de me procurer du sang par moi même. J’attendrai. Rien ne presse. Du temps, j’en ai autant qu’il faut. Pratiquement, il est inépuisable.

Traduction : Pierre Jean Brouillaud

PEGASUS INTERNATIONAL publie un large choix d’auteurs de langues latines.
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domenica 17 maggio 2015

BREVIS di Peppe Murro

C'era un'atmosfera strana in quel posto: si aspettava qualcosa di cupo e terribile, invece tra quelle rocce percepiva una malinconia indicibile e opprimente che come una nebbia ti entrava dentro, quasi a soffocarti. Non c'erano rumori, non si sentiva stridio d'uccelli. Neppure un refolo di vento.
Tutto gli pareva come sospeso in una dimensione dove tempo e spazio e vita fossero assenti. Come per una scelta, come per punire qualcuno. Niente di quanto sapeva o aveva vissuto gli somigliava, nessuna storia dei vecchi gliela ricordava. Per questo cominciò ad avere paura.
Per tenere a bada il tumulto che lo stava aggredendo pose la mano sull'elsa della spada: si sentì un po' rassicurato, fece ampi respiri.
Sapeva bene che una prova lo attendeva, ripeteva mentalmente di continuo il motivo per cui era venuto, anche se forse nessuno nella città si aspettava che riuscisse a tornare: troppi avevano fallito e pagato con la morte, troppi anche solo per sperare. Ma lui era la loro ultima speranza, quella cui si erano aggrappati con frenesia e livore: guai se non fosse riuscito, sarebbe stato maledetto anche da morto, senza trovare le risposte della sua vita.
Non era, però, solo per i suoi concittadini che era venuto a quel passo. La verità è che voleva sapere di sé e della sua vita, conoscere il mistero che sembrava accompagnare i suoi passi: doveva sapere, perché neppure a dio era consentito celare le ragioni della vita di un uomo. Doveva sapere, per quietare il marasma che sentiva inquietargli l'anima.
E quando vide quella creatura fu come una liberazione. In alto, ferma, sembrava quasi fusa con la roccia.
Edipo la guardava, immobile, la mano poggiata alla spada.
La Sfinge si voltò:
perché sei venuto? per te io non ho dilemmi, e tu non hai risposte per il tuo destino.

mercoledì 13 maggio 2015

PEGASUS INTERNATIONAL – (Língua portuguesa)




Começa, com este número, a secção lusófona do site Pegasus SF International.
O objectivo da iniciativa é difundir e publicar textos de género ficção científica, fantástico, mistério, nos seus idiomas originais. STEFANO VALENTE é o responsável pela secção da língua portuguesa.
Os contos têm de ser não muito compridos, e também as "míni-antologias" de micro-ficção podem ser admitidas (vejam-se os contos publicados).
Os autores não perdem os direitos dos seus textos e aceitam que os seus contos possam ser traduzidos em outros idiomas para a publicação em Pegasus SF.
Para quem se interessar em participar nesta iniciativa:
Enviar os textos ao correio eletrónico: stef.valente@tiscali.it
É preferível não enviar mais que dois ou três contos - ou micro-antologias - por mês.
 JOSÉ EDUARDO LOPES (Portugal)
(des) arrazoado
Os universos paralelos tocam-se amiúde, acariciam-se, trocam coisas, beijos, objetos, emoções, lugares e visões.
Deve existir um universo paralelo com um planeta como o nosso onde os habitantes sejam apenas mulheres, leves como o ar, que se passeiam sobre as nuvens com mantos brilhantes, as mesmas que inspiraram as visões de Atena, Pachamamma, e da Nossa Senhora.
Noutro, só há animais híbridos e bizarros, que aparecem ao artista que compõe a sua iluminura, ou ao escultor de gárgulas. Diz-se que Bosch, o holandês, conseguira estar junto de alguns desses animais, e que possuía na cara um lanho provocado pela unha dum grifo.
Muitas vezes, alcança-se um outro universo ao cruzar um pórtico transdimensional ou ao subir uma escada sem fim que surge suspensa dum buraco nos céus ou, por fim, por formas mais comuns, como a vulva. É tido como certo que a vulva pode transportar um homem a um universo distinto.
A teoria dos universos paralelos pode também explicar a existência dos alegados sósias, duplicados ou almas-gémeas; uma pessoa como nós que vive num universo semelhante ao nosso, mas diferente e semelhante por serem um negativo nosso – de nós e do nosso universo - um gémeo especular simétrico. Isso dá-me que pensar. Não sei se o meu sósia vive e trabalha enquanto eu durmo, mas estou certo de que ele tem tudo o que me falta deste lado: as riquezas, a felicidade e a paz. Cabrão do sósia!
JOSÉ EDUARDO LOPES (Portugal)
Cinco amigos
Todos os anos, à mesma hora do mesmo dia do mês, quatro pessoas reúnem-se na casa dum amigo falecido para evocar a sua morte. Não trazem nenhum médium, cartas, espelhos, incenso. Cada um deles traz apenas um objeto singelo; montando os quatro objetos obtém-se uma arma, um revólver, a arma com que o mataram. É só isso que eles fazem. Montam a arma, olham-se numa comunicação sem palavras e voltam a desmontá-la, para cada um regressar a casa com a sua parte, e com a certeza de que o segredo se mantém completo e intacto.
 ANGELA SCHNOOR (Brasil)
Atmosfera
 Acabara de assistir um filme de suspense e sabia que teria dificuldade para dormir sozinha naquela noite. Já andava bastante impressionada e medrosa, mas não imaginava que o filme fosse ser forte e nem que estivesse tão sensível. Não era tarde e estava perto de casa. Apressou o passo e pareceu ouvir alguém também apressado em seu encalço. -Tolice, pensou, estou me deixando levar pelo medo.
Quando percebeu estava quase correndo, contando o tempo que faltava para chegar. Os passos continuavam a bater sobre a calçada até que virou a esquina e achou que o som havia se distanciado. Estava a poucos metros até a entrada do prédio quando tropeçou e torceu o pé. Mesmo com dor, continuou rápida e voltou a ouvir alguém bem próximo. O pânico já tomava conta dela quando sentiu um toque sobre seu ombro. Desmaiou e bateu com a cabeça no chão sem ver o rapaz que, gentilmente, tentava lhe entregar os documentos esquecidos na cadeira do cinema.
ANGELA SCHNOOR (Brasil)
Engano de porta
Em uma manhã encontrou o primeiro bilhete na caixa do correio.
Letras bem feitas e impessoais diziam: - Não tardo. E assim foram os demais: - estou chegando, me aguarde, logo estarei aqui...
Intrigada, passava os dias tensa, esperando, sentindo-se ameaçada. Já não dormia nem saía de casa.
Aos trinta dias, seu único vizinho faleceu após chegar aquele que seria o último recado: - Eu avisei!
O jovem viveu alegre enquanto ela, entregue ao medo, desperdiçava um mês de sua vida.
ANGELA SCHNOOR (Brasil)
A solidão e o vazio
Nas panelas, comida feita para dois. Toda noite, após ter jantado, arrumava a mesa com cuidado. Servia o prato ao centro e se recolhia ao sono. Pela manhã, o prato vazio era lavado e a mesa desfeita.
 AMERICO AYALA Jr. (Brasil)
Despedida
Onze mil, duzentos e trinta e quatro dias depois, contados com religiosa paciência – e olhando rapidamente o relógio acrescentou, mentalmente – “duas horas e quinze minutos”, ele a reencontra.  Da última vez  lembra que,  indo-se, seu cabelo negro e longo era suavemente  revolto por um vento de primavera , perfumado pelas flores do parque onde ela, decidida, encerrou tudo.
Respondeu  calado ao seu adeus. Não se despediu dela.
Ele nunca mais esqueceria aquele aroma. Muito menos dela. Muito menos dela que,  por duas eternidades, ocupará cada minuto de seu tempo.
Hoje, sua beleza madura  lhe dava uma aparência encantadoramente jovem. Ao sorriso  só conseguiu responder com duas quase-lágrimas que ficaram ali, paradas no canto dos olhos, equilibrando-se...
 Momentos depois de cair,  apoiado no colo ofegante dela, duas lágrimas rolaram finalmente no seu rosto antigo, no exato instante em que seu coração, explodindo, finalmente se despedia dela.



martedì 12 maggio 2015

SORPRESA! Di Teresa Regna



L’oscurità era totale. La tenebra, però, non nascondeva minacce o pericoli. Al contrario, nero contro nero, produceva tepore e conforto.
Il buio, sorta di coperta soffice e dolce, mi avvolgeva. Non ero in grado di vedere o sentire; tastavo con cautela, fin dove potevo, una copertura morbida ed elastica. Somigliava ad un sacco di plastica espansa. Non sapevo che la tenebra fosse morbida ed elastica, né potevo supporre che regalasse una sensazione di benessere tanto intensa e prolungata.
L’esperienza nuova non provocava in me paura, né disagio; la mia coscienza era all’erta e la mia mente curiosa. Desiderosa di apprendere, come sempre.
Avvertii uno sfregamento lungo le pareti del sacco di plastica. Venni risucchiata lungo un tunnel, in fondo al quale si intravvedeva una lama di luce. Stavo per abbandonare il confortevole tepore dell’oscurità. Chissà perché, la prospettiva mi appariva alquanto sgradevole: avevo sempre avuto paura del buio, io. Ma chi ero io?
***
Mamma gatta era distesa nel suo cestino. Mugolava pian piano, lamentandosi per il dolore che il parto le procurava. Sotto il suo corpo tigrato, la copertina era sporca di sangue. Anche le zampe posteriori della gatta erano imbrattate di rosso, eppure pareva non curarsene affatto.
Tre micini si arrampicavano sul suo corpo, scalando con goffa determinazione il ventre materno. Il piccolo nero raggiunse l’ambito capezzolo e prese a succhiare avidamente. Gli altri due, tigrati come la mamma, brancolavano ancora nel buio.
Posai la mano sulla testa della gatta: orecchie a punta, pelo morbido e occhi dolci, quasi umani. Cominciò a fare le fusa, ma riprese anche a mugolare, sorda ai miei tentativi di confortarla.
“Brava, mammina. Belli i tuoi micini”, le sussurrai.
Pareva che tentasse di parlarmi; mi capiva: ne ero più che sicura.
La gatta trovò una sistemazione più comoda. Sdraiata su un fianco, prese a leccare coscienziosamente la sua vagina: dopo qualche secondo apparve la testolina del quarto micino. Il muro dietro il cestino si tinse; uno spruzzo rosso cupo disegnò una figura astratta, dai contorni morbidi. Il gattino neonato emergeva dall’orifizio materno, sotto la lingua rasposa della micia si delineava la sua figuretta sottile, a chiazze bianche e nere.
I tre fratellini piangevano, come se non fossero felici di accoglierlo. Piccole zampe picchiettavano il ventre della gatta, e minuscoli musi tendevano ad impadronirsi dei capezzoli, in cerca del nutrimento indispensabile alla sopravvivenza.
Baciai mamma gatta sulla testa, grata perché mi aveva permesso di assistere alla nascita dell’ultimogenito. Azzardai una carezza, con la punta del dito, ai micini neonati. Non protestò. Mamma gatta si fidava di me.
***
La luce improvvisa mi ferì gli occhi. Si trattava solo di una sensazione, però, perché le mie palpebre erano chiuse, tenute ferme da una membrana sottile eppure tenace. Il chiarore era ugualmente insopportabile, in ogni caso.
I miei polmoni invocavano aria, il mio stomaco chiedeva cibo, ma il sacco di plastica costituiva un ostacolo insormontabile. Ad un tratto, i polmoni ricevettero aria, in gran quantità, e la bocca poté vagare in cerca di cibo. Qualcosa, o qualcuno, aveva eliminato il sacco che mi teneva imprigionata fino a qualche istante prima.
Mi sentivo vulnerabile, indifesa, bisognosa d’amore. Con sgomento, mi accorsi di essere appena nata. Può un neonato avere coscienza di sé? La domanda rimbombava nella mia mente come un martello pneumatico che apre una voragine nel terreno.
Una voragine di panico, infatti, si spalancò e mi inghiottì quando una lingua rasposa cominciò a leccarmi con  perizia e dolcezza. Ricordai, in un lampo, tutti i particolari del parto di mamma gatta.
Avrei pianto, se avessi avuto lacrime da spargere. Invece, emisi un flebile miagolio: ero una gattina.
Immaginai la scena alla quale, con un ruolo da protagonista, prendevo parte: coperta di pelo, percorrevo con le zampine il ventre della mamma gatta che mi aveva appena partorito, mentre il mio musetto si agitava in cerca di un capezzolo.
Assurdamente, formulai una domanda. “Di che colore è il pelo?”.
Con mio enorme stupore, ricevetti una risposta. “Ruggine, piccola mia”.
Mamma gatta aveva parlato: comprendeva i miei miagolii e io i suoi. Avvertii una sensazione di calore, simile a quella provata nel suo grembo.
Il panico si dileguò: ero al sicuro. La mamma mi avrebbe pulito, nutrito e tenuto al riparo. Mi avrebbe protetto da eventuali  pericoli,  e  amato.  Succhiavo,   con   avidità stupefacente, latte e amore.
“Perché?”, chiesi.
“Hai sempre amato noi gatti”, mi rispose la voce della mamma. “Quando è avvenuto l’incidente, un messaggio forte e chiaro mi ha raggiunto: trasporta l’essenza di questa umana, affinché non vada perduta, sul nostro pianeta. Lei ne sarà felice. Me l’ha trasmesso la gatta che viveva con te, e i quattro micini hanno aggiunto che nessuno sarebbe stato più degno di te di vivere in un luogo nel quale noi gatti siamo la razza dominante”.
Annuii, continuando a succhiare il latte tiepido e dolce. Una zampa transitò sopra la mia testa: mi ritrassi, un po’ intimorita.
“Salve, sorella”, mi tranquillizzò una vocetta acuta. “C’è posto per tutti, qui”.
Finalmente, mi sentivo a casa.

domenica 10 maggio 2015

L’ULTIMA META di Giuseppe Novellino



     Billy Thorpe si levò a sedere e si passò una mano sulla barba ispida. Sbadigliò.
     Un fruscio tra i cespugli lo fece girare di scatto. Nella frazione di mezzo secondo, una Colt Navy si materializzò nella sua mano. Il clic metallico del cane svegliò il compare che era avvolto in una coperta accanto alle ceneri del focolare.
     - Che cosa è stato? – domandò l’uomo con voce impastata.
     - Niente – rispose Thorpe. – Solo una volpe grigia.
     Il sole era appena spuntato da dietro i rilievi delle Sand Hills e la sua luce rendeva già vividi i colori dei pini radi, dei cespugli e delle rocce biancastre. Uno dei due cavalli, allacciati a un ramo basso di quercia, emise un debole nitrito.
     - Preparo il caffè – annunciò Thorpe.
     - È quello che ci vuole – biascicò il compare.
     E mentre si dava da fare con i rametti secchi sulla cenere ancora calda, Billy vide con la coda dell’occhio l’altro alzarsi un po’ traballando e stiracchiarsi con le mani sui fianchi.
     - Bunter, passami i fiammiferi. I miei sono finiti.
     Il socio frugò in una tasca e gli lanciò la scatoletta di cartone. – Vacci piano – raccomandò, – non vorrei rimanere senza fumo fino a Sterling.
     - Ormai non manca molto – fece Billy Thorpe. – Arriveremo prima di sera, se ci mettiamo subito in marcia.
     - Dopo aver bevuto un sorso di caffè
     - Puoi contarci. E di quello buono.
     - Già, non ne trovi di simile in tutto il Nebraska.
     - Roba da signori. Ce n’erano almeno dieci scatole in quella borsa. Peccato averne presa solo una.
     - Per poter portarci appresso tutta la sporta dovevamo rimorchiarci la diligenza.
     - Invece ci siamo accontentati della grana: cinquecento testoni, tondi tondi – disse Thorpe ridacchiando.
      Nell’impresa erano stati in tre, si erano appostati in un luogo favorevole e avevano assalito la diligenza per Lexington, dopo avere saputo che trasportava denaro per un compenso straordinario nei lavori della ferrovia. Ma il terzo compagno ci aveva lasciato le penne e ora il bottino risultava più facilmente spartibile in due. Non avevano lasciato testimoni. I due a cassetta, il signore elegante che aveva cercato di fare il furbo estraendo una Derringer dal manico di madreperla, la sua compagna di viaggio e un anziano signore dai capelli bianchi erano stati spediti dritti all’inferno.
     Accese una fiammella e cominciò a soffiare, proteggendola con il cappello dall’aria mattutina.
     Billy non vedeva l’ora di avvolgersi in un morbido lenzuolo in compagnia di una pollastrella compiacente. Un po’ di vita comoda ci voleva, dopo avere scorazzato tra il Kansas e il Nebraska in cerca di polli da spennare. Sterling, Colorado, era la città più vicina, dove nessuno lo conosceva, ma doveva essere solo una squallida tana di sorci. Il luogo che Bill vagheggiava era Sacramento, pieno di cercatori d’oro. La società con Bunter era arrivata ormai al capolinea. Il compare voleva battere ancora le strade in cerca di bottino, mentre lui optava per un cambiamento di vita. Adesso gli era venuta voglia di darsi agli affari creativi, provando a fare i soldi con i soldi.
     Bunter sputò un bolo di catarro giallastro, afferrò la tazza di caffè e se la portò alle labbra. Ma non fece in tempo a sorbire la bevanda. Con un sibilo sinistro, una freccia indiana gli trapassò il collo.
     Billy Thorpe rimase impietrito, ma solo per una frazione di secondo. “Cheyenne” fu il suo fuggevole pensiero. Sapeva che c’erano degli sbandati razziatori in giro da quelle parti. Perché proprio adesso dovevano farsi vivi? Estrasse la pistola e la spianò davanti a sé, piegando le ginocchia, pronto a difendersi o a schivare qualche colpo. Poi, imprecando, corse verso il cavallo. Ma subito tornò indietro, rovistò sotto la coperta che aveva avvolto il compagno durante il sonno e afferrò la sacca che conteneva l’altra metà della refurtiva. Un’altra freccia si conficcò in un tronco nodoso.
     In quel momento li udì: lanciavano i loro urli di guerra. E li vide, mentre venivano giù, al galoppo, lungo un pendio erboso. Due di loro agitavano il fucile; gli altri tre erano armati di arco e frecce.
     Billy Thorpe con un balzo montò a cavallo. Aveva perso secondi preziosi ma si affidò al suo mustang dal pelo scuro.
     Un proiettile sibilò al suo fianco e finì a scheggiare un masso ricoperto di rampicanti.
      Cominciò a galoppare a zig zag nel valloncello accidentato, ricoperto di arbusti, mentre gli indiani, vicinissimi, lo inseguivano con le loro grida bellicose.
      Altri due colpi di fucile alle sue spalle. Poi gli accadde una cosa strana: il cavallo cominciò a correre in maniera più distesa e sicura. Ce l’avrebbe fatta a distanziarli, cominciò ad esserne sicuro.
      Solo quando, dopo un paio di miglia, ebbe raggiunto la sommità di un crinale, si guardò indietro. I pellerossa erano scomparsi. Dunque li aveva seminati. Oppure avevano rinunciato alla caccia.
     Il sole stava scendendo verso l’orizzonte.
     Il cavallo di Thorpe procedeva al piccolo trotto.
     Forse si era trattato solo di un brutto incontro finito bene. Peccato che le cose non fossero andate altrettanto lisce per quel poveraccio di Bunter. Il destino aveva voluto così, pensò. E sul volto gli spuntò un sorrisetto di maligna soddisfazione. Si era ritrovato fra le mani l’intero bottino. Adesso era davvero ricco.
     Poi vide in lontananza la città.
     Stava procedendo lungo una pista appena segnata, fra cespugli sempreverdi e radi pini cedui. L’agglomerato di case gli si presentò davanti dopo avere aggirato una cupola di roccia friabile. Si estendeva in una conca erbosa, ampia e amena, circondata da bassi e brulli rilievi.
     Arrestò il cavallo, si tolse il cappello per grattarsi la testa sudata. Non poteva essere Sterling. Contava di arrivarci non prima di quattro ore, probabilmente quando si sarebbe già fatto buio. Una città, in quella zona, non se l’aspettava, non rientrava nelle informazioni che lui e i suoi compari avevano appreso circa il loro itinerario di fuga. Che avesse sbagliato strada? Forse era finito dalle parti di Yonkton. No, non era possibile. Quello che aveva guadato, un paio di ore prima, era il Platte, e del resto si stava dirigendo verso sud ovest, non verso est.
     Il mustang soffiò rumorosamente e batté uno zoccolo nella polvere. Lui lo accarezzò sul collo sudato e disse, ad alta voce:
     - Bè, non era nei programmi, ma sembra proprio che dovremo riposarci laggiù, questa notte. Sterling e il Colorado attenderanno.
     Quando fu vicino alle prime abitazioni, lesse un cartello di legno con dipinta la scritta: “Benvenuti a Lower City”.
     - Inferiore… in che senso?. Strano nome per una cittadina del West Nebraska – mormorò mentre procedeva lentamente verso l’imbocco della via principale.
    Non c’era una grande animazione. Le case erano allineate, accostate le une alle altre in bell’ordine e tenute con una certa cura. I negozi presentavano le loro insegne con i caratteri dipinti su legno. In fondo alla via si intravedeva una costruzione bianca, di una certa pretesa, che faceva contrasto con le altre. Poca gente attraversava la strada. Tutti giravano lo sguardo verso di lui e sorridevano. Gli venne incontro un carro Conestoga con telone giallastro. Il conducente, un ragazzo con i capelli rossi e il viso pieno di lentiggini, gli rivolse uno strano sorriso, come di intesa un tantino beffarda.
     Poi Thorpe si fermò davanti al saloon. Sopra la porta lesse: “Lower Haunt”.
     Legò il cavallo alla stanga ed entrò, tenendo ben salde sulle spalle le sacche piene di bigliettoni. Vide due avventori seduti a un tavolo che discutevano davanti a una bottiglia.
     Il gestore, dietro il banco, sembrava aspettarlo.
    - Benvenuto! Il viaggiò è stato lungo e faticoso, immagino. Avete sete?
    - Già – rispose Thorpe con diffidenza. – Qualcosa per togliere la polvere dalla gola.
     - Whiskey?
     - Va bene.
     - Siete diretto a Sterling?
     Thorpe gli lanciò un’occhiataccia. – Sono fatti miei. – Poi, mettendo le mani sul banco: - Come fate a dedurre che sono diretto in quella città?
     - Per il semplice motivo che lo so.
     Lui si irrigidì. – Ehi, è uno scherzo?
     - No, signore. Tutti quelli che passano di qui vanno a Sterling.
     - Benvenuto a Lower City! – risuonò in quel momento una voce gioviale alle sue spalle.
     Si voltò di scatto.
     Un uomo alto e magro lo stava raggiungendo con passo deciso. – Sono il sindaco di Lower City. Vi stavamo aspettando.
     Billy Thorpe fece lentamente scendere una mano verso la fondina. Più che allarmato, però, si sentiva perplesso. Sia il gestore del locale, sia il primo cittadino avevano un atteggiamento cordiale.
      - Dove sta il trucco? – domandò.
      - Non c’è alcun trucco – disse giovialmente il sindaco. – Semplicemente siete il primo forestiero che entra in questa città.
      Billy dovette trangugiare il suo whiskey per darsi una schiarita. Rimise il bicchiere sul banco e si passò la manica della giubba sulle labbra.
     - Mi state prendendo in giro… Badate che sono un tipo difficile.
     - Seguitemi – lo invitò con benevolenza l’autorità. – Potrete constatare con i vostri occhi che la città è davvero accogliente nei vostri confronti. Semplicemente siete il benvenuto… Vi aspettavamo da un pezzo.
     Forse era l’estrema cordialità del personaggio, o semplicemente il goccio di liquore che aveva mandato giù… Fatto sta che Billy non si sentì di resistere alla sollecitazione del primo cittadino. Lo seguì, facendo attenzione a tutto ciò che gli capitava intorno. La mano sul calcio della pistola, pronto a raggiungere il suo cavallo e battersela.
     Stava imbrunendo, ma in quelle case erano già accese alcune lampade che ricreavano un’atmosfera decisamente accogliente.
     Fecero un tratto a piedi nel bel mezzo della via principale, mentre dalle finestre e dagli usci aperti, debolmente illuminati, veniva un allegro chiacchiericcio.
     - Dove stiamo andando? – domandò Billy Thorpe.
     - Laggiù – e indicò la casa elegante che aveva scorto in fondo alla via. – Si sta svolgendo una bella festa. E voi siete invitato, naturalmente.
     - E se non gradissi il vostro invito?
     Senza guardarlo in faccia, l’altro disse con espressione bonaria e rassicurante:
      - Vi piacerà, vedrete. Poi ci farete sopra una bella dormita e domani mattina potrete riprendere il vostro cammino.
      - Lo ripeto: la cosa mi puzza.
      - Non c’è nulla di strano. Gli amici gradiranno moltissimo vedere un forestiero… sì, insomma, una faccia nuova.
       Furono davanti a un bel portone di noce intarsiato e lucidato, che si aprì come per magia.
       - Entrate – lo invitò il sindaco.
       Billy Thorpe fece un passo esitante, poi varcò la soglia.
     Era un salone disadorno ma non privo di una certa solennità. Sulla parete di fronte alla porta d’ingresso, due finestre in stile gotico facevano entrare strani bagliori rossastri. Thorpe pensò che poteva essere la luce del tramonto, ma poi, grazie al suo spirito di osservazione che aveva esercitato per sfuggire alle insidie e ai pericoli, si rese conto che la parete non era rivolta verso ovest. E poi il sole era già tramontato.
     E c’era tutta quella gente, seduta su sedie dallo schienale rigido. Gli voltavano le spalle e guardavano verso le finestre, in mezzo alle quali, posto su una pedana, c’era un tavolo con una sedia vuota. Il sindaco aveva parlato di ricevimento. Ma quella sembrava la sala di una conferenza, con il pubblico in attesa del relatore.
      - Che scherzo è questo? – Ma nel girare lo sguardo dietro di sé, vide che il primo cittadino di Lower City era scomparso.
      Con la velocità di un fulmine estrasse la pistola.
       Il silenzio venne rotto da un forte brusio, come se gli astanti si fossero messi a bisbigliare commenti sulla sua azione difensiva. Poi uno di loro si alzò.
      Era una donna giovane con un abito da viaggio abbastanza elegante. E subito Billy la riconobbe. Era sulla diligenza che aveva assalito nella sua ultima impresa.
     Il bandito cacciò un grido di spavento e meccanicamente premette il grilletto. Lo sparo risuonò come una cannonata, ma l’effetto fu strano. La donna non aveva ricevuto il minimo danno e, cosa ancora più strana, nessuno degli astanti si era girato.
     - Ti aspettavamo, Billy Thorpe – disse la donna con una voce dal timbro sinistro. – Adesso potremo ascoltarti. – E indicò il tavolo e la sedia in fondo al locale.
    Lui fece due passi indietro poi si attaccò alla porta. Era chiusa a chiave. Sparò due colpi contro la toppa. Niente, nemmeno una scalfittura.
     - Devo essere impazzito – disse con tono isterico. – O forse sto sognando. - Si appoggiò con le spalle alla porta e guardò il locale. Tutti, una ventina di persone, per lo più uomini, stavano sempre seduti con la faccia rivolta verso la parete che presentava le due finestre luminescenti, il tavolo e la sedia.
     Poi voci all’unisono: - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
    Teneva sempre la pistola in mano. La guardò, poi sparò altri due colpi, contro le finestre. Anche questa volta senza il minimo effetto. I proiettili non potevano nulla in quella strana casa.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     La donna in abito da viaggio era tornata a sedersi. L’uditorio che gli voltava ancora le spalle era terrificante. Cominciò a sudare.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     Allora cominciò ad avanzare, con l’inutile Colt sempre in mano. Passò lungo le due file di sedie e vide che le persone non avevano volto, ma un ovale liscio che sembrava di madreperla.
     Scoppiò in una risata isterica. – Fantasmi… solo dannati fantasmi.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe.
     Quando fu vicino al tavolo si girò di scatto, tenendo l’arma abbandonata lungo la coscia, la canna rivolta al pavimento.
      E così vide che avevano ripreso una faccia. Si appoggiò al tavolo, li esaminò tutti. C’era il postiglione della diligenza, ma non il suo aiutante. Riconobbe il damerino che aveva freddato con un colpo in fronte, la sua compagna a cui aveva di nuovo sparato poco prima senza alcun effetto, ma non si vedeva il vecchio con i capelli bianchi. Stava per chiedersi perché, quando una voce di donna, ancora la giovane con l’abito da viaggio, disse:
     - Quelli non li hai ammazzati tu, ma i tuoi degni compari. Quindi non possono essere qui.
     Con una panoramica sugli astanti poté riconoscerli a poco a poco. Erano tutti quelli che aveva ucciso nella sua, a dire la verità, non tanto lunga carriera di fuorilegge. Rivide Sam Catlett, il traghettatore che si era rifiutato di trasportarlo sull’altra sponda del Big Blue River durante una fuga strategica. Poi c’era quel tale a cui aveva rubato un cavallo dalle parti di Lincoln. Riconobbe lo sceriffo di Tulsa, Oklahoma, che aveva cercato di arrestarlo. Vide la donna che gli aveva sparato con una doppietta, dopo che le avevano ammazzato il marito in una fattoria del Kansas. E poi l’indiano che aveva ucciso mentre beveva a un ruscello, i fratelli Cogan che avevano provato a imbrogliarlo a pocker, un biondino cowboy del Texas… e tanti altri.
     Se li rivide davanti, seduti rigidamente su quelle sedie, ansiosi di ascoltarlo.
     - Aspettiamo il tuo discorso, Billy Thorpe – dissero ancora, in coro.
     Poi una voce solista, nell’ultima fila.
    - Hai tutto il tempo, Billy Thorpe. Questo giorno, 21 giugno 1878, non finirà più. Raccontaci, dunque, come e perché ci hai ucciso.
    A Billy Thorpe, fuorilegge diretto a Sacramento passando per la cittadina di Sterling, Colorado, non rimaneva che cominciare il suo discorso. Tanto, quella in cui si trovava era l’ultima meta, dalla quale non sarebbe più ripartito.
     Per sempre.